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giovedì 23 settembre 2010

L'ultimo paradiso (seconda parte)

Segue da ieri.

Ma ci sono anche episodi che ripagano di fatiche, attriti, incomprensioni, stress da volontario esilio. Le spettacolari notti illuminate dalle aurore australi (noi le conosciamo come aurore boreali perché siamo nell’emisfero settentrionale), dalle tonalità impossibili, iridi opalescenti che fendono con le loro scie luminose un cielo terso e nero come mai si vedrà sul resto del pianeta. I timidi, morigerati incontri con la rarissima e superprotetta fauna locale. Gli incontri, questi meno disciplinati, con colleghi di altre missioni che, come dei vicini che però vivono lontanissimi, ogni tanto fanno visite di cortesia. Esilarante quella della delegazione cinese che, presentatasi non annunciata per la seconda volta, ha suscitato dei sospetti in Rachael. Una telefonata di verifica in Australia, ed ha scoperto che nella base cinese c’erano solo scienziati uomini e che quindi, in buona sostanza, quella per loro era una buona occasione, dopo tanto isolamento, di ripassare come era fatto… l’altro sesso. Ancora più spassoso quando, come è cortesia, la delegazione australiana ha ricambiato la visita, scoprendo con raccapriccio che i cinesi, nella loro ignoranza naif, avevano trasformato una colonia di pinguini in questuanti viziati dagli uomini, abituandoli a venire a mendicare avanzi di cibo e addirittura imbeccandoli fra l’ilarità generale degli astanti. Gli australiani hanno dovuto faticare non poco per convincere i cinesi che ci sono regole inflessibili da rispettare, per non danneggiare con la sola presenza umana i naturali comportamenti selvatici della fauna antartica.

E per contrappasso, le circostanze che ti fanno detestare quella prigionia sconfinata. Nove mesi di cibo deidratato e surgelato. Le severe restrizioni sul consumo d’acqua, che consentono una doccia di ben due minuti, in inverno ogni due giorni e in estate ogni tre (del resto, tra freddo e clima secco, si suda a malapena, e quindi non si puzza come dei caproni). Un aereo, di quelli da trasferimenti tra base e base, danneggiato durante un atterraggio e reso inutilizzabile per il resto del soggiorno. La depressione, che prima o poi qualcuno ci scivola. Soprattutto quelli che sono andati lì per fuggire da qualcosa, come i vecchi legionari francesi. La fesseria fatta da un componente del team che, credendosi al sicuro dagli inflessibili poliziotti australiani, ha pensato bene di guidare una slitta con qualche goccetto di troppo nello stomaco. Rachael lo definisce con sano umorismo polaris drunk driving, ma è andata a finire col mezzo capottato e il parabrezza sfondato. Una bella lezione, che ha costretto tutti, da lì in avanti, a viaggiare esposti allo spietato freddo antartico. La convivenza forzata con un eterogeneo gruppo di colleghi, di cui devi saper accettare tutte le sfaccettature, pure quelle che non ti piacciono. E infine, il mero sapere che, qualsiasi cosa succeda al mondo o nella tua famiglia, anche il fatto più grave e luttuoso, tu sei prigioniero lì e non ti potrai muovere se non quando tornerà la nave rompighiaccio a recuperarti a fine missione.

La cosa più difficile a cui abituarsi? L’assoluta, assordante mancanza di rumore. E ovviamente il suo contrario, una volta tornati alla vita di tutti i giorni. Da un silenzio primitivo al clamore di Melbourne. Orecchie doloranti e il sonno che non viene.

Rachael ha imparato a controllare e dominare tutto questo. E ci ha rivelato, dopo una mezzora di narrazione avvincente, i sei punti indispensabili per svolgere la sua opera di capo missione. Comprendere i colleghi nella loro totalità. Saper assegnare gli incarichi alle persone giuste. Restare calmi nei momenti di crisi – o perlomeno mostrarsi tali agli altri. Ricordarsi ogni minuto l’importanza fondamentale della comunicazione. Prendersi cura delle piccole cose, e quelle grandi si risolveranno da sé. Ridere spesso e aver cura di se stessi. Delle ottime ricette per tutte le occasioni della vita, non solo per sopravvivere in Antartide.

Ha concluso con una serie di fotografie spettacolari, artisticamente montate con un sottofondo musicale che ne esaltava la bellezza incontaminata.

Antartide. Ullallà. Ecco un posto dove anche poter dire conosco qualcuno che ci ha vissuto è già una penna sul cappello – come dicono quaggiù – di un viaggiatore. Se poi questa persona è una brillante professionista che ha coordinato, guidato, consigliato, e infine portato a casa sani e salvi diciotto colleghi di missione, allora non si può non scavalcare la barriera tra oratore e uditorio. Alla fine mi sono presentato, le ho stretto una mano forte e dolce insieme, esprimendole non solo la mia autentica ammirazione per la sua risolutezza e la sua eccellente oratoria, ma ponendole domande, alle quali ha risposto volentieri e con graziosa cordialità.

- Rachael, ci hai detto che non era il classico sogno da bambina, che quest’avventura è avvenuta quasi per caso. Che cosa ti ha spinto a farlo, quale è stata la molla che ti ha fatto dire, un giorno, sì, ci vado davvero?

- La voglia di fare qualcosa di raro, di grande, il senso della sfida, il voler provare a me stessa io ce la farò. Ed un saggio capo sul lavoro, che mi ha assecondata, sostenendo che un’occasione così non ricapita nella vita, e va colta.

- Come sono ora i rapporti con gli altri componenti del team?

- Non quelli che ci si aspetterebbe. Con alcuni si sono formate amicizie che dureranno una vita, altri sono letteralmente scomparsi il giorno stesso dello sbarco in Australia. Alla prima cena celebrativa, di diciotto colleghi, se ne sono presentati sei. E di alcuni degli altri, per inciso, non abbiamo sentito la mancanza.
- Un’ultima domanda, doverosa, quasi scontata: lo rifaresti?

Senza un’esitazione, risoluta e diretta, risponde, con un sorriso: no. Ma è stato grandioso farlo.

Prima pubblicazione: 15 agosto 2008

mercoledì 22 settembre 2010

L’ultimo paradiso

Durante un congresso in Australia, ho avuto la rarissima fortuna di conoscere una persona che per una buona mezzora mi ha fatto visitare un mondo da favola.

In questi tempi di spostamenti sempre più facili ed agevoli, se non proprio a buon mercato, che permettono ad un numero crescente di turisti di raggiungere gli angoli più reconditi ed inaspettati del pianeta, solo una terra resiste, quasi inviolabile, immacolata e naturale, all’assalto del turismo di massa, all’invasione di campo da parte degli umani, che tutto corrompono e tutto piegano alle loro egoistiche esigenze. Qui è la Terra che detta legge, e gli uomini si devono adeguare, se vogliono tornare indietro a raccontarla. Terra da affrontare con umiltà. Terra da rispettare e temere, perché non è generosa. Terra che non perdona errori e arroganza.

Questa terra unica e primordiale, senza confini, senza residenti fissi, senza neppure un governo o una bandiera, Rachael, con grazia e vivacità, con la sua narrazione ammaliante, ci ha preso per mano e ci ha condotto a visitarla. Bella melbournese di circa 35 anni, intelligente e autorevole, dall’eloquio spigliato e dalle certezze granitiche, ha raccontato ad un uditorio ammutolito la sua esperienza claustrale di quasi un anno a capo di una missione scientifica nella base australiana in Antartide.

Ci ha descritto la meticolosa preparazione, mesi e mesi di prove da superare, le più disparate, per essere capaci di cavarsela in qualsiasi emergenza, e senza impossibili aiuti esterni. Training svolto in Tasmania, quanto di più vicino, geograficamente e quindi climaticamente, alla destinazione finale. Trovare una persona in una stanza piena di fumo, nel buio più assoluto, strisciando alla cieca sul pavimento, sapendo che il tempo fa la differenza tra trovarlo vivo e trovarlo morto asfissiato. Rianimare un infartuato. Partecipare ad un intervento in sala operatoria. Aggiustare un gruppo elettrogeno che non ne vuole sapere di ripartire. Un addestramento duro come quello dei marines, dall’alba a notte fonda, per collaudare non solo la resistenza fisica, senza la quale non si scampa a quella terra estrema, ma soprattutto la stabilità mentale. La determinazione. La capacità di reagire agli imprevisti. La fermezza necessaria a mantenere il controllo. L’equilibrio psichico per saper gestire i momenti di scoramento, che non mancano mai in un gruppo costretto a vivere per nove mesi, senza possibilità di ripensamento, senza via d’uscita, nemmeno morti, in quel posto da basilare sopravvivenza.

E poi, finalmente, dopo un ultimo mese pieno di ansia ed euforia, la partenza. Due settimane e mezzo di navigazione imbarcati su una nave rompighiaccio. Se superi quelle, hai già raggiunto una prima meta non da tutti. Immaginate di essere su una nave che, come un enorme apriscatole, fende la spessa crosta di ghiaccio beccheggiando il suo peso avanti e indietro ed affondando la punta tagliente nel pack intirizzito. Rachael illustra bene questa traversata da tregenda con un’immagine vivida ma che dà nausea: è come vivere per venti giorni in una lavatrice che ti sbatacchia di qua e di là come uno straccio. Roba da torcersi le budella dal mal di mare. Nessuno escluso. E questo è solo l’aperitivo. Il bello deve ancora venire.

Mesi di buio assoluto, nell’inverno australe, con temperature medie di meno trentacinque. Due minuti di esposizione delle dita al clima estremo le hanno causato ustioni che hanno richiesto un anno per guarire. Impari subito che anche la minima leggerezza può essere fatale. In una base antartica non ci sono giorni di vacanza. L’unica festa pianificata è il ventun giugno, solstizio d’inverno (siamo nell’altro emisfero). Allora, vestiti eleganti portati apposta per l’occasione, donne truccate e uomini in cravatta. Si festeggia, ma senza esagerare, senza andare a stimolare una sessualità che è forzatamente repressa in questo ambiente ostile e selettivo, dove non c’è posto per i piaceri terreni ma solo per il rigore monastico di una vita organizzata e calcolata al minuto, senza spazio per cantonate o romantiche evasioni dalla routine.

Il pericolo più grande? Non lo indovinereste mai. Non è il freddo. Non è il vento che taglia come una lama. Non è il mare insidioso e glaciale. È il fuoco. Robe da matti. Ma c’è una logica. Il clima è secchissimo. Umidità zero. Basta una scintilla, e le fiamme avvampano impazzite. E l’enorme quantità d’acqua da cui si è circondati, è tutta solida. Non ci si può permettere di sprecare preziose e misurate riserve di carburante per far fondere abbastanza ghiaccio da spegnere l’incendio di una baracca. Occorre assoluta attenzione per prevenire ogni comportamento che potrebbe scatenare una vampa.

Un altro rischio, questa volta susseguente alla missione? L’Antartide è praticamente priva di germi. Si gode di perfetta salute laggiù. Sani come dei pesci. Nemmeno uno starnuto per sbaglio. Ma quando si torna a casa, dopo quasi un anno, il sistema immunitario ha abbassato le difese. La regola dei reduci è un calvario di due o tre mesi. Si paga con gli interessi la floridezza antartica, buscandosi una serie di malanni che il nostro corpo non sa più combattere efficacemente.

Continua domani con la seconda parte. Qui.

Prima pubblicazione : 15 agosto 2008