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venerdì 5 dicembre 2014

Ho visto un re


Oggi è festa nazionale in Tailandia. Si celebra il compleanno di re Bhumibol, il monarca in carica col primato dell'insediamento più lungo. L'immagine del re da settimane campeggia in ogni dove. Perfino sugli schermi dei telefoni pubblici in aeroporto.

Mi associo alle celebrazioni, ripubblicando un pezzo scritto sette anni fa, quando re Bhumibol compiva ottant'anni.

Ho visto un re

Non di persona. Ma dappertutto. Bangkok è tappezzata di foto, manifesti, gigantografie. Si sta per celebrare l’ottantesimo compleanno di re Bhumibol. Ieri sera passeggio per le strade del centro e incontro una spropositata quantità di persone che indossa alcune varianti su un tema fisso: una polo color giallo brillante con sulla tasca lo stemma simbolo del regno.

Oggi, diretto in aeroporto, ho la rara fortuna di trovare un autista che comunica civilmente in inglese. Ha voglia di parlare. La classica domanda per rompere il ghiaccio, di dove sei. Appreso che sono italiano, ottengo l’associazione mentale che sboccia invariabilmente sulla bocca della totalità dei tassisti asiatici: football. Con la gustosa recente aggiunta, pronunciata con tono ammirato, campioni del mondo. Mi dice che tra Francia, Germania, Brasile e Italia, i più forti siamo noi. Annuisco. Mi parla di Maldini, il miglior difensore del mondo. Ora mi sembra veramente brutto deludere le sue aspettative, rivelandogli che ha caricato un italiano anomalo che se ne impippa totalmente del calcio.

Allora provo a cambiare cautamente discorso. Cosa sono tutte quelle maglie gialle che ho visto ieri sera? Eccoci. Un fiume in piena mi investe. Sono l’omaggio del popolo tailandese al re. Ogni lunedì (il giorno in cui è nato il monarca) la gente si veste di giallo, colore celebrativo, per comunicare visivamente la propria partecipazione alla gioia per il raggiungimento il prossimo 5 dicembre di un bel traguardo, gli ottant’anni dell’amato sovrano. Proprio così. Non è una frase fatta.

È raro percepire un tale genuino, profondo rispetto ed affetto per un leader. Ma re Bhumibol deve essere una persona speciale, per suscitare un simile consenso plebiscitario. Questo giovane tassista dice my king, che bello, il mio re. Il re è di tutti e quindi è anche suo. Ci si sente l’orgoglio in quella dichiarazione. Ci si sente la stima di cui questo sovrano gode presso la sua gente. Ogniqualvolta lo cita, si batte il pugno serrato sul petto, sul cuore, a manifestare un senso di appartenenza reciproco. Roba d’altri tempi. Il mio re.

Una figura magra, quasi fragile, che ispira calma e fiducia, vedendolo non nei ritratti ufficiali ammantato di pesanti broccati dorati ma nelle foto non protocollari, più belle e più autentiche, in semplice giacca e cravatta, dove dimostra di essere persona che sa uscire dallo scrigno prezioso del palazzo reale e scendere tra la sua gente, tra i suoi sudditi, per regalare un’apparizione in un ospedale, una visita in aree difficili, insomma una sincera attenzione per il suo popolo. Uno sguardo vivo e attento dietro alle lenti degli occhiali che indossa. Espressioni intense, partecipi. Non il lontano, ieratico distacco dalle terrene cose di altre maestà fuori dal mondo.

Un curioso vezzo che me lo rende particolarmente simpatico è il fatto di farsi talvolta ritrarre con una macchina fotografica al collo. Come un normale turista. Mi accentua quella sensazione di re della gente comune che i tailandesi percepiscono e apprezzano. Mi piace pensare che, nonostante gli ottant’anni, malgrado il fatto di essere pur sempre un monarca, che potrebbe permettersi cento fotografi pronti a inquadrare e scattare per lui, abbia ancora voglia e passione per fotografare un panorama, un gruppo di persone, un tramonto sul mare. È il re, è tutta roba sua. E con questi comportamenti mostra una grande considerazione per le sue proprietà.

Come dicono innumerevoli cartelli, in giro per Bangkok: lunga vita al re.




Prima pubblicazione : 20 novembre 2007

giovedì 14 agosto 2014

Benvenuti in Italia


Che in Italia non ci sia una gran conoscenza dell’inglese è fatto conclamato. Siti turistici ufficiali, spiegazioni su monumenti, riviste bilingui sono una inesauribile fonte di sollazzo per la stirpe della lingua di Albione. Consoliamoci. Non siamo gli unici storpiatori dell’esperanto universale. Evidentemente siamo in buona compagnia, se qualche spirito allegro si è preso la briga di creare un sito come engrish.com, dove si raccolgono le bestialità e gli errori dagli effetti comici nelle traduzioni in inglese dal giapponese o dal cinese. Visitare per credere (e ridere).

Ma qui sappiamo fare di meglio. Avendo una quantità di turisti estivi comparabile ai biblici sciami di locuste, noi pensiamo a loro mettendo cartelli stradali rigorosamente in italiano. Giusta rivalsa per il fatto che nel resto dell’Europa nessuno si sogna di considerare e rispettare l’esigenza del turista italiano medio (totalmente ignorante di qualsiasi lingua straniera e talvolta anche della propria) di trovare indicazioni stradali comprensibili anche nell’Iglesiente o nelle valli della Bergamasca? Può essere.

Per dimostrarsi superiori a questi stranieri che non ci accontentano, in fondo basterebbe prendere qualcuno che abbia un inglese appena migliore di quello raggiunto dopo dieci giorni di corso a dispense comprate in edicola, e già si potrebbe scrivere qualcosa di decente sui segnali. Perché qui non sto parlando dei segnali universali, quelli che basta un’occhiata e non occorre leggere nulla. Qui in Italia infatti abbiamo la specialità di inventarci i segnali “condizionali”, quelli con il simbolo e sotto la chiacchierata esplicativa (solo in italiano).

Il limite dei 50, in autostrada, vale solo in caso di nebbia (per fortuna). Il divieto di parcheggio sui viali è a tempo. Dalle 10 di sera alle 5 di mattina, onde evitare frotte di clienti che affollano le strade per i soliti commerci carnali notturni. Per entrare in una ZTL occorre leggere regole fitte e complicate come il retro delle polizze dell’assicurazione.

E così gli stranieri, per cercare di capire come funziona (se così si po’ dire) la viabilità in Italia, devono viaggiare con dizionario, taccuino e matita per scriversi la prosa sotto ai cartelli e cercare di decifrarne il significato.

Ma sfido chiunque a trovare qualcosa che batta la genialità di chi ha messo una serie di cartelli sulla superstrada litoranea tra Livorno e Grosseto. Premessa: la velocità consentita è 110 km all’ora. Col maltempo è giusto consigliare prudenza ed invitare a ridurre la velocità. Nulla da eccepire sul concetto. Ma considerando la zona ed il clima marittimo si suppone che le nevicate siano un fatto piuttosto eccezionale. Eccettuiamo qualche sporadica grandinata, che comunque costringerebbe i guidatori a ridurre la velocità anche senza bisogno di inviti o cartelli. Dunque che altro potrebbe cadere dal cielo se non della pioggia?

Allora chiamiamola così. Perché un cartello che recita, sotto al simbolo velocità massima 90 km/ora, “in caso di precipitazioni atmosferiche” (le ho contate, due parole fanno ben ventisei lettere) mi suona francamente una presa in giro nei confronti dei turisti. Precipitazioni atmosferiche. Vi immaginate una coppia di inglesi che stanno viaggiando sotto l’acqua a cento all’ora, e passano davanti a tale segnale? Cosa c’era scritto? Non so, ho fatto in tempo a leggere preci.. Aspetta il prossimo. Ah, eccolo. Allora? Ora sono arrivato a precipita.. Ma insomma, sei analfabeta? No, prova tu a leggere queste cavolo di parole italiane che sono lunghe un chilometro! Vai più piano, che così leggo tutta la frase. Sei matta, cara? Così questi indiavolati di italiani ci tamponano e ci portano fino a Roma a motore spento! Forse quando sono arrivati a Grosseto hanno decifrato l’interminabile codice da Vinci. Ora si tratta di guardare sul dizionario. E siccome anche i più attrezzati turisti non viaggiano con incunaboli da otto chili ma con dei tascabili che non brillano per selezione di lemmi, ecco che le possibilità che i tapini hanno di capire che il nostro geniale creativo quando ha scritto “precipitazioni atmosferiche” intendeva dire semplicemente “pioggia” sono tendenti allo zero.

Si dice in caso di pioggia, per la miseria! Vorrei che il nostro redattore di cartelli si trovasse una volta a guidare in un’autostrada cinese, con il volo che gli parte tra due ore, e le indicazioni per l’aeroporto rigorosamente in ideogrammi e senza facilitanti simboli di aeroplanini accanto. Forse allora capirebbe cosa significa far leggere ad uno straniero precipitazioni atmosferiche.

Piccolezze? Forse. Ma quando si viaggia all’estero così tanto come faccio io, queste minuscole sgarberie (magari involontarie, ma non per questo più giustificabili) saltano ancora più all’occhio.

Turisti? Benvenuti in Italia. Anzi. Perché farla breve e semplice? Ispirandomi al creativo di cui sopra, così magari mi capiscono meglio : benvenuti nel bel paese là dove il sì suona. E cari inglesi, se non è chiaro, oltre al dizionario portatevi appresso anche la Divina Commedia.




Prima pubblicazione : 31 dicembre 2007

venerdì 31 gennaio 2014

Buono, ma basta (regressione infantile)


Un’esperienza diversa. Ancora una volta. Ero pronto a tutto – credevo – in fatto di cibo. Un motto. Posso mangiare tutto quello che si muove. Ammesso che sappia di cosa si tratta, prima. Per un attimo ha vacillato dalle fondamenta, questo mio principio, questo dogma, questo postulato.

Cina. Jiangmen, provincia del Guangdong. Cena con clienti. Che chiedono premurosi, frutti di mare? Dopo un orrido hamburger a mezzogiorno, trangugiato in macchina, senza manco fermarsi, che se no si perde tempo, non posso che dire di sì.

Ristorante. Sala riservata, con maledetta aria condizionata anche se fuori, di sera, ci sono dodici gradi, e magari il riscaldamento non ci starebbe neanche male. Televisione. Maledetta anche quella, quando non trasmette le lagne del karaoke fa danni anche peggiori. Tutti seduti, sei persone, cerimonia del tè. Al crisantemo. Meraviglioso. Si comincia bene. E poi. Andiamo a scegliere il pesce, propone l’anfitrione. Andiamo. Ci alziamo, visita alla zona vasche con animali vivi. Gamberetti? Bene. Il granchio? Ottimo. Un paio di pesci? Magnifico. Saltiamo le stie con i serpenti, e dopo me ne rammaricherò. Arriviamo al dunque: vuoi provarli? Per la prima volta, in vita mia, ho avuto un’esitazione. Non di ordine morale. Di ordine, come dire?, viscerale.

Scarafaggi. Che sguazzano, vivacissimi, in una bacinella. Nemmeno il tempo di dire che forse, che in fondo, che insomma.., ed eccone un bel retino da farfalle pieno, pronto alla pesa. Ma come si cuociono, provo a traccheggiare. Fritti! E beh, è naturale, come chiedere da noi, ma questa braciolina come la prepari?

Ho il tempo di tornare a tavola, e cercare di prepararmi mentalmente all’operazione. Rifiutare? Non sia mai detto. Ne va della mia stessa parola. Sostenuta a testa alta in mille conversazioni con asiatici increduli. Che dopo, regolarmente, si ricredevano. Accampare banali scuse, tipo un’improvvisa allergia nei confronti degli coleotteri? No, ormai sono in ballo. E devo ballare. Intanto provo ad impormi un training autogeno, in fondo cosa li differenzia da tanti altri animali che letteralmente squarti, apri e divori, vedi gamberi, granchi, lumache, rane… Tento anche con l’autoconvincimento salutista, toh, mi ricordo ora di avere letto da qualche parte di uno che ne andava matto, e che, in sovrappiù, sosteneva che fanno benissimo, che sono pieni di vitamine, insomma un toccasana per la salute...

Arrivano. E sono dannatamente loro. Riconoscibilissimi. Interi. Sembrano quelli della pubblicità del Baygon. Li ammazza stecchiti. Neri, grossi, lucidi come nelle collezioni dei musei. Ammucchiati in un piatto decorato da ruote di cetrioli. Deposti su una carta graziosamente orlata che assorbe l’olio della frittura. Con le zampine rattrappite, come gli insetti che trovi morti nelle docce degli alberghi infimi, che ti riprometti, mai più qui.

E allora? Aspettiamo. Qualcuno darà il via alle danze. Infatti. Ora ti spiego, mima uno. Lo afferra per le zampe, gli stacca con cura le due elitre, poi le ali. Via la testa. In un morso tutto il corpo, corazza addominale compresa, sparisce in un rapido scrocchiare di denti. Come addentare un grissino. Forse. Ma solo per il rumore.

Proviamo. Coraggio. Non è mai morto nessuno – almeno spero – per avere mangiato un insetto. Milioni di uccelli se ne cibano. E crudi. Vivi. Vedi che culo che ho, a mangiarli morti e perfino fritti! Lo agguanto per le zampine, e subito mi se ne tronca una in mano, lasciando cadere il corpo mutilato nel piatto. Sono pure fragili, questi lazzaroni! Stacco un’elitra, poi l’altra. Poi le ali. Come le mosche nei giochi crudeli dei bambini.

Sollevo gli occhi, i miei, dalla preda. Cinque paia di occhi mi osservano con aria interrogativa. Ce la farà? Mi cade lo sguardo sul televisore, una orrendissima storia di spadaccini cinesi scorre sullo schermo. Assurda al punto da apparire ridicola, penosa. Ma come fanno a produrre – e soprattutto a guardare, senza avere conati di vomito – queste porcherie? Roba che il cavaliere intrepido, per salvare la donzella dai cattivi, ne fa fuori venti alla volta, brandomuniti, con una scimitarra più efficace di un Kalashnikov. Highlander gli fa un baffo, a quello.

Meglio, molto meglio tornare al nostro insetto. Lo addento. Anzi, ormai che ci sono, lo mordo, provando a metterlo in bocca come fanno gli altri. Sì. Sembra proprio un grissino. Caldo, croccante, perfino un po’ dolce. Ma per una volta, e mi torna difficile ammetterlo, non dovrei pensare a quello che sto macinando tra i denti.

Lo confesso. Sono stato incerto tutta la sera se mangiarne un secondo. Vile. Non ce l’ho fatta. I maledetti, come una condanna infernale, mi ricapitavano sempre davanti agli occhi, complice il perfido marchingegno rotante dei deschi rotondi cinesi.

Ho riflettuto, mentre i commensali animavano la serata, grazie alle abbondanti dosi di vino cinese. Ho pensato a lungo. Ed ho maturato una serena consapevolezza. Che, come tutto il resto del mondo, anch’io ho diritto ai miei gusti. Saranno anche dolci, faranno anche benissimo, ma a me gli scarafaggi non piacciono.

Buono, ma basta. Mi sono riaffiorate alla mente le eufemistiche parole che, bambino, pronunciavo quando qualcosa veramente non mi piaceva, ma non era bello ammettere apertamente che mi faceva proprio schifo.

Dopo i sorrisi di apprezzamento per il gesto coraggioso, non ho ceduto alle lusinghe ed agli inviti a servirmi di nuovo della prelibatezza locale. No, grazie. Preferisco i gamberetti. Mai quel colore rosa carico mi era stato così simpatico, confrontato col lugubre nero da becchino delle livree da blatta. Mai quell’intenso profumo di pesce mi era stato tanto gradito, se paragonato all’insopportabile mancanza di odore di questi insetti.

Più che tutto, anonimi. A distanza di poche ore, non ne ricordo bene neppure il sapore. E non è rimozione freudiana. È proprio assenza di emozione da gusto, quella che mi è rimasta dentro.

Peccato. Perché gli unici felici sono stati i miei ospiti, che se ne sono andati contenti e soddisfatti, con dentro già l’idea di raccontare agli amici di quella volta che quell’italiano mangiò perfino uno scarafaggio. Beati loro.



Prima redazione : dicembre 2000

giovedì 31 maggio 2012

Cinque candeline

Milleottocentoventisette giorni e molti nuovi amici dopo quel timido, dubbioso, esitante tentativo di aprire un blog, avvenuto il trentun maggio di cinque anni fa, eccomi qui a celebrare un traguardo. Che come molti traguardi, non rappresenta altro che una nuova partenza, oltre che un punto d’arrivo.

Ho raccontato di terre lontane. Di un’Italia che vorrei migliore, perché sono un inguaribile ottimista e, nonostante tutto, credo ancora che gli italiani possano migliorare, tutti insieme. Qualche rara volta anche di un piccolo microcosmo, la città che mi ospita.

Ho ricevuto e raccolto parole belle, talvolta speciali. Parole che danno la voglia, da sole, di continuare a scrivere. Ho scoperto che c’era chi leggeva i miei pezzi, magari non commentava, ma mi visitava con assiduità.

Il mio blog è nato come un gioco e tale voglio che rimanga. Con la libertà di raccontare episodi minimi, di parlare di fatti personali, di illustrare luoghi e genti che molti vorrebbero visitare, conoscere, capire. Di fotografare emozioni con la penna. Via l’ansia da prestazione, che ci inquina già la vita in troppe altre circostanze. Scrivo quando qualcosa colpisce la mia fantasia, non per vedere una serie di numerini crescere.

E divulgo quel che scrivo perché una notte di parecchi anni fa, in una piccola città del Minas Gerais, dopo una festa di matrimonio, un’armoniosa maestra di danza di nome Rosa mi disse delle parole che mi fecero capire il senso profondo della questione. Ero egoista, sosteneva, a tenere per me i miei racconti. Perché, le chiesi. Come spesso fanno le donne, mi rispose con una domanda. Ma quella era la spiegazione: che cosa proveresti, se il tuo autore preferito smettesse di colpo di scrivere? Capii quella sera, dopo aver ballato come mai più avrei ballato in vita mia, tra le braccia di una ballerina che, come le fate, doveva avere le ali nascoste da qualche parte, il significato della privazione. Il non poter leggere qualcosa che avrebbe fatto star bene uno sconosciuto. Che forse gli avrebbe dato forza. Che forse gli avrebbe dato una ragione in più per vivere.

Da quel giorno decisi che avrei condiviso i miei pensieri con chi aveva voglia di leggerli, di ascoltarli. Perché era giusto non essere egoista. Non ho mai smesso. Buon compleanno, homing pigeon.



sabato 12 maggio 2012

È tutto finito

Quattro anni fa, il terremoto nel Sichuan, Cina. Circa settantamila morti. Tante tragedie. Ricordiamone una, per commemorarle tutte.

È tutto finito

Sono queste le uniche parole che evoca l’immagine di un padre, con una smorfia di indescrivibile dolore sul viso, che stringe disperatamente la mano spettrale e coperta di polvere del figlio morto, appena estratto dal nulla che resta di una scuola di Juyuan.

Una scena di insopportabile strazio, che si ripete all’infinito, crudelmente uguale a se stessa, con una torma di genitori sgomenti che vagano inebetiti alla ricerca di un figlio o una figlia, tutto quello che la società cinese gli ha concesso di procreare. E quando lo trovano tra le vittime, la perdita è totale.

Madri affrante che non si capacitano, e parlano al figlio morto usando il presente, disperatamente gettate come stracci logori su quei corpi freddi e insanguinati che fino a due giorni fa erano la loro gioia, la loro speranza, il loro futuro. Sei un ragazzo così brillante. È roba da impazzirci, a pensarci.

Una teoria di corpi adagiati su delle assi di legno, il viso pietosamente coperto da dei panni o da dei libri sgualciti e macchiati di sangue, quelle divise tutte uguali ad indicare l’appartenenza alla stessa scuola, dei tragici burattini irrigiditi nel deforme gesto finale in cui sono stati sorpresi dalla morte venuta da dentro alla Terra.

Un dramma, una sofferenza inenarrabile, un crollo di impossibili illusioni che si ripete ogni volta che viene estratto un cadavere da quelle macerie contorte. Genitori costretti a identificare la propria creatura dalle unghie, o dal colore delle calze, o magari dal tipo di scarpe, e a subire il tormento estremo di vedere che scempio ha fatto il terremoto dei suoi lineamenti, spesso deturpati fino a renderli irriconoscibili.

Affiora il corpo di un altro studente dalle rovine. Un urlo. Due cuori che sprofondano, gambe che non reggono più. Lacrime. Prostrazione.

Due genitori si fondono in un abbraccio disperato, cercando la forza di sopravvivere a quello spettacolo osceno, la capacità di andare avanti, le motivazioni per non crollare di fronte a quel tragico, immobile, straziato figlio morto che giace lì, su quel tavolaccio polveroso e imbrattato di sangue. È tutto finito.

Prima pubblicazione : 14 maggio 2008

martedì 8 maggio 2012

L’aviatore

Trent’anni oggi dalla morte di Gilles Villeneuve. Lo voglio ricordare con un racconto maturato durante un gran premio vissuto in diretta, nella lontana Malaysia. Ma con il cuore a Maranello.

Storie di passione (e di interesse)

Mattinata a Sepang, torrida anteprima di un Gran Premio in bilico sui capricci atmosferici. Una coda esorbitante di umanità eterogenea, pronta a farsi arrostire per più di un’ora sotto un sole implacabile, malamente schermata da bandiere nazionali usate come mantelli, ombrelli multicolori, stendardi delle squadre. Un’arcobaleno di maglie rosso Ferrari, verde Lotus, argento Mercedes, blu Red Bull. Tutti in ordinata e mite attesa del momento di gloria. L’autografo del pilota. Finalmente, salutati da un’ondeggiare di folla assiepata attorno alle transenne, e da un simultaneo levarsi al cielo di mille macchinette fotografiche alla ricerca dello scatto memorabile – tipica conversazione, di ritorno a casa: Guarda qui! Chi è? Ma come, è un pilota di Formula Uno!! Ahhh… – approdano dei pulmini neri dai quali saltano fuori prima dei truci guardiani dalla camicia alonata, e poi quattro giovani piloti. Mormorio della torma fotografante, con qualche accenno di urletti da fans di rockstar.

Tra i quattro, giovani reclute dello sparuto plotone di superveloci funamboli della pista, anche un italiano: Vitantonio Liuzzi, al soldo della Force India. Anto’, mi verrebbe da chiamarlo, per offrirgli un sentore di casa, di Italia, di strapaese. Perché l’espressione è disorientata, tesa quasi, si guarda intorno con gli occhi sgranati, come alla ricerca di un suo posto dove rifugiarsi da quella anonima schiera osannante. Nemmeno un vago sorriso.

Poi arriva un altro mezzo, e si scatena il putiferio. Dopo i pesci piccoli, ecco i pezzi da novanta. Folla in delirio, braccia alzate e bandiere agitate: Michael Schumacher e Nico Rosberg. Osservare così da vicino – e insieme distaccatamente – questi divi ultraterreni porta a considerazioni curiose. Nico si muove rilassato, allegro, e ne ha ben donde: giovane, bello, biondo, figlio di campione e campione in fieri, padrone di varie lingue con equanime proprietà. A volergli proprio trovare un difetto (ma è questione personale, derivante da una lancinante antipatia nei confronti del soggetto, certo a causa di interpretazioni di passati filmacci), una contenuta rassomiglianza con il bambolotto Di Caprio dei tempi del Titanic. Auguri a Nico di una bella carriera, che lo porti, come il padre Keke, a vincere un titolo mondiale. Magari su una Ferrari.

E che dire del personaggio Schumi dal vivo? Appena sceso dal furgone esibisce subito un sorriso soddisfatto, un’aria di orgoglio e di assoluta sicurezza di se stesso, portamento marziale a petto in fuori. Il linguaggio del corpo comunica, senza aprir bocca, rieccomi, sì, sono io, quello che ha vinto tutto e ha vinto più di tutti, e allora? Un quarantunenne, dall’aspetto sorprendentemente fresco e quasi imberbe, che compete con i ventenni appena approdati al circo, di cui Michael potrebbe essere il babbo.

Nonostante gli evidenti sforzi dei tuoi PR, non sei mai stato un campione di simpatia, Michael. E questa tua adesione al partito avversario è dura da digerire per un vecchio fan di Maranello. Specie dopo tutta la manfrina a base di improvvisi mal di schiena della fine di stagione appena trascorsa, quando si trattava di sostituire Massa per poche corse. Ma tant’è. La Formula Uno, si sa, si fonda sugli Euro (a milioni) e non sui sentimenti. Ovviamente la Mercedes ha spalancato il suo dovizioso borsellino per averti, oltre che come pilota, come testimonial delle sue vetture.

A noi tifosi ferraristi non resta che renderti il giusto merito per averci fatto vincere una straordinaria cinquina di titoli all’inizio del millennio. Era dai tempi di Scheckter (1979) che non si vedeva il cavallino rampante campione del mondo.

Al Drake – che il dio dei motori lo riposi in pace – questo non sarebbe piaciuto. Lui, abituato a portare degli sconosciuti in scuderia e a trasformarli in campioni, senza mai offuscare la macchina. Era la Ferrari la protagonista, allora. Ma questa è un’altra storia: di passioni, di amori e di umori.

E per raccontarla bastano le immortali parole di Enzo, incise su un monumento celebrativo all’interno dell’autodromo di Imola, toccante epitaffio dedicato da un burbero vecchio ad un giovane impavido che se ne andò troppo presto per non lasciare un vuoto doloroso nel cuore di tanti appassionati: Gilles Villeneuve.


Sì, c'è stato chi lo ha definito "aviatore" e chi lo valutava "svitato".

Il giorno che lo assunsi, prelevandolo dalle motoslitte, si sollevò un plebiscito di critiche e quando l'ho paragonato a Nuvolari c'è stato chi mi ha rimbeccato.

Gilles? con la sua generosità, con il suo ardimento, con la capacità "distruttiva" che aveva nel pilotare le macchine, macinando semiassi, cambi di velocità, frizioni, freni, ci insegnava cosa bisognava fare perchè un pilota potesse difendersi in un momento imprevedibile, in uno stato di necessità.

E' stato campione di combattività ha regalato ed ha aggiunto tanta notorietà alla Ferrari.

Io gli volevo bene.

Enzo Ferrari



Prima pubblicazione : 5 aprile 2010


martedì 10 aprile 2012

Overkill

Viaggiare in Italia con un australiano è fonte inesauribile di divertimento. Non perché siano tutti dei comici naturali, ma per la schiettezza e la stuporosa ingenuità con cui ti fanno notare cose che a noi ormai scivolano addosso come acqua tra le dita.

Ecco uno spettacolare esempio accaduto giusto stamattina. Carabinieri su una rotonda, paletta fuori. Rapido esame di coscienza. Cinture a posto, fari accesi, velocità ben dentro i limiti cittadini. Può solo essere un banale controllo di routine. Esco dalla vettura e, su richiesta, porgo la patente e il libretto. Uno si rigira tra le mani la mia ormai quasi improponibile patente, pietosamente tenuta insieme da una foderina plasticata che si apre a fisarmonica. L’altro fa qualche acrobazia per dipanare il libretto e verificarne l’aggiornamento. Tutto a posto, grazie, vada pure. Buona giornata. Se non cordiali, perlomeno molto cortesi. Raro, ma può capitare.

Risalgo in macchina ed il mio ospite mi guarda sconcertato e mi domanda: cosa volevano? Solo controllare patente e libretto, niente di più. Scoppia in una risata fragorosa ed esclama: fucking ridiculous! Cosa è fottutamente ridicolo?, gli chiedo. Che cosa?!? Ma è normale qui da voi che uno che vuole semplicemente controllarti la patente ed il libretto della macchina lo faccia con addosso il giubbotto antiproiettile, imbracciando qualcosa che assomiglia ad un mitragliatore Uzi, e per di più tenendo per tutto il tempo il dito sul grilletto? Non so se lo hai notato, ma muovendosi in qua e in là ti ha puntato un paio di volte la bocca da fuoco verso la pancia da un metro di distanza.

È vero. Non è proprio per niente normale. Ma noi ci siamo purtroppo assuefatti alla normalità dell’anormalità. Non ci facciamo nemmeno più caso. Basterebbe uno starnuto, parte una raffica e tanti saluti.

Mi chiede ancora, ma di che cosa hanno paura? Terroristi? Delinquenti? Forse. O forse, mi dice, è solo l’abitudine a mostrare i muscoli, ad esibire l’armamentario. Gli australiani non hanno un grosso amore per l’autorità. Deve essere un retaggio ancestrale, visto che due secoli fa la loro terra era la colonia penale del Regno Unito, e i trisnonni facevano i galeotti. Gli deve essere rimasta nel DNA qualche istintiva goccia di avversione nei confronti della forza pubblica. A guardie e ladri fanno sempre fatica a trovare chi vuole fare la guardia. Uno dei più celebrati eroi nazionali è un fuorilegge ottocentesco, Ned Kelly, giustiziato per impiccagione a venticinque anni. Una specie di Robin Hood moderno, difensore dei coloni australiani contro la cialtroneria dei giannizzeri inglesi e irlandesi.

Anche in Australia ti fermano per strada. Eccome. Anzi, con molta più frequenza e rigore che da noi. Ti fermano per controllare se hai bevuto. E se lo hai fatto, te ne fanno pentire. Amaramente. Ti fermano, e ti tartassano, per quattro chilometri in più oltre il limite di velocità. Quelli della Roads and Traffic Authority ti possono anche fermare per appurare se la tua macchina è a posto con le emissioni di gas. Se guidi un vecchio scatanfrone che fuma come una ciminiera, ti multano, sequestrano il libretto e te lo rendono solo dopo che dimostri di averla portata in officina, e che ora emette scarichi lindi e tersi come aria di montagna.

I poliziotti che eseguono controlli, sia nei posti di blocco, sia di pattuglia in macchina, è logico che non siano disarmati. Ma non sono bardati da guerra come i nostri carabinieri. Al massimo una pistola, che se ne sta placidamente riposta nella fondina. E se ci fosse il caso di tirarla fuori, mai con l’indice sul grilletto.

Con un’ultima sonora risata dedicata al buffo paese che temporaneamente lo ospita, descrive tutta questa sproporzionata esibizione di potenza di fuoco con una parola: overkill. Che si può liberamente tradurre con: che esagerazione. Come dargli torto?

Prima pubblicazione : 17 aprile 2008

venerdì 30 marzo 2012

Soulmate

Scritto due anni fa. Non è cambiato nulla, se non per il meglio, in quanto provavo allora. Riproposto oggi per un anniversario davvero speciale.

Soulmate

Singolare. Perché di anima gemella ne incontri una nella vita. Nonostante le vicissitudini, le vite nuove, le distanze talvolta siderali, nulla al mondo ci potrà allontanare l’uno dall’altra contro la nostra volontà.

È bello sentirsi, mandarsi un messaggio, vedersi ogni tanto con la serenità di vecchi amici, fratelli quasi, che hanno in passato condiviso esperienze, momenti belli e momenti difficili, che hanno fatto scelte, ma nessuna traumatica, nessuna individualista, nessuna inibitoria. Anzi.

È bello ricordarsi una data speciale. Farsi gli auguri – paradossale per due persone divorziate – nel giorno dell’anniversario del matrimonio. Per questo parlo di anima gemella. Sono passati vent’anni da quel giorno, Angela. Ne dovessero passare altri cento, sono certo, il trenta marzo ci sentiremo per telefono per scambiarci un abbraccio. Solo tra soulmates può succedere un tale, semplice, sincero, affettuoso miracolo.


mercoledì 7 marzo 2012

Margaritas ante porcos

Uno screanzato gruppo di coreani in transito all’aeroporto di Singapore si affaccenda intorno al banco della degustazione del cognac di uno dei numerosi Duty Free Shops. La ragazza addetta alla mescita serve solerte dei bicchierini in plastica riempiti per un terzo del prezioso nettare che fa bella mostra di sé sul banco, con tanto di prezzo dotato di svariati zeri.

I coreani fanno sparire di malagrazia il frutto di decenni di invecchiamento nelle voraci budella, subito sollecitando con gesti imperiosi l’erogazione di ulteriori assaggi e contornando il tutto con l’emissione di volgari suoni di apprezzamento.

La ragazza comprende la situazione e ricerca con lo sguardo l’intervento di un collega che dirima la questione. Sa che da sola non ha alcuna possibilità di fare valere le proprie ragioni con un gruppo di uomini, in special modo coreani. Al sopraggiungere del cortese ma fermo direttore della boutique del bere, gli scrocconi sciamano via come piccioni al rintocco di mezzogiorno, palesando la già manifesta intenzione non di acquistare, bensì di ingollare a ufo quanto più possibile liquore. Quando si dice: tutto il mondo è paese.



Prima pubblicazione : 14 gennaio 2008

lunedì 5 marzo 2012

Politically incorrect

Ogni nazione, ogni popolazione ha le sue vittime predestinate, nel creare barzellette o calembour che alludono alle non proprio esaltanti virtù intellettive di un certo gruppo, etnico o meno che sia. I francesi hanno i belgi. Gli svedesi hanno i norvegesi. Da noi si contano infinite storielle sui carabinieri che, bontà loro, in generale non si offendono (ricordo peraltro un amico, ex benemerita, che anche a distanza di anni dalla leva digrignava i denti tutte le volte che in compagnia qualcuno, ignaro dei suoi precedenti, faceva una battuta su di loro). Gli inglesi e – per estensione coloniale – gli australiani hanno gli irlandesi.

Un piccolo incidente, di quelli che ti aspetteresti in Italia ed invece, guarda un po’, accadono anche in Australia, nella civilissima Sydney. Parcheggiamo per un paio d’ore la macchina per andare a cena. Al ritorno, un vetro è sfondato, alla ricerca di qualcosa di valore da rubare. Errore. Mai lasciare in vista una borsa da lavoro. Anche se il computer è al sicuro a casa, c’è sempre qualcuno che si fa attrarre da quella promettente, seppure deludente, visione. E intanto il vetro te lo tieni in briciole.

Insomma, pezzetti di vetro dappertutto e nulla che manca. Visto che dentro non c’erano altro che inutilissime cartacce di lavoro, non hanno nemmeno fatto la fatica di portare via la borsa. Il giorno dopo, sabato, è vano sperare di trovare un volonteroso meccanico che ripari il danno. Ma il mio amico, in una crisi di infingardia, e complice anche il beltempo, non ci mette neppure un pezzo di cellophan, classico rimedio all’italiana alle spaccate. Così viaggiamo con un buco vistosamente aperto dove c’era il finestrino posteriore.


Arrivati al mercato del pesce, che il weekend pullula di turisti e per una vera fesseria ti danno dei piatti di ostriche fresche che ci senti ancora l’odore salmastro di un mare limpidissimo, ecco il capolavoro di humour. Gli domando: ti fidi a lasciare la macchina parcheggiata così? E lui, serio: sì. E se poi troviamo un altro vetro spaccato, perlomeno sappiamo che è stato un irlandese. Grandioso. Credo di avere riso, incontrollabilmente, per dieci minuti. Ho sempre detto che adoro lo humour inglese. Al suo meglio.


Prima pubblicazione : 24 giugno 2008

sabato 3 marzo 2012

La piccola bottega degli orrori - 2

Ogni tanto mi capita, più per compiacenza nei confronti di altri commensali che per genuino piacere, di accettare inviti in ristoranti italiani o presunti tali. E in questi simposi, di menu raffazzonati o impregnati di castronerie ne ho letti più di qualcuno in vita mia. Ma pochi possono contendere il primato ad un locale di una nota catena di pizzerie che finge di essere italiana, in un brulicante centro commerciale di Singapore.

Mi è venuto il sospetto che il supporto linguistico tricolore sia opera di consulenti foraggiati dalla concorrenza intenzionata a danneggiare la suddetta impresa. Perché altrimenti non si spiegherebbe un tale accanimento nei confronti del nostro vocabolario.

È già poco accettabile che, sia pur con la scusa dell’incombente stagione natalizia, si propini ad un’innocente avventore una pizza decorata nel centro da una ciliegia completa di picciolo, di quelle dall’inquietante colore rosso ferrari, che ti chiedi sempre che diavolo di tinture chimiche usino per conciarle così. Ma tant’è. Puoi sempre togliercela, se proprio ti fa ribrezzo l’idea. E in fondo, se ci sono dei vicini di tavolo che si strafogano con una pizza all’ananas, che meraviglia può destare una ciliegia fosforescente?

Ancor meno tollerabile è che pretendano di pubblicare sul menu amenità e fatti curiosi sul Natale, ed informino, udite udite, che non dappertutto il vecchio barbuto che porta doni su una slitta tirata da renne volanti è conosciuto come Santa Claus, ma che per esempio in italiano si chiama (sic) Le Befana. Voltiamo pagina.

Grazie alla mania americana di abbreviare le parole per rendere tutto più veloce e più pratico, che non abbiamo mica tempo da perdere qui, ecco infine la perla che vado ad illustrare. Una pasta seminata di tocchi di pollo ed altri ingredienti che ora mi sfuggono, nella foga del succingere, trasforma il troppo lungo chicken in chic’. Si suppone che il redattore della carta fosse in vena di estrosità geografiche, vista la conclusione del suo capolavoro. Chic’… Chic’…? Come le battezzo queste linguine al pollo? Ecco l’idea! Trovato. Chiamiamole come la città americana. Chic’ cago. Proprio così, verbatim. Potessi morire. Gli ho fatto una foto perché non ci credevo. Defeco elegantemente. In pizzeria.

Il candido, ingenuo peto di pollo letto una volta in Australia è surclassato. Maledetti creativi, quando imparerete a consultare i dizionari delle lingue che violentate con i vostri cervelli bacati, per il vile profitto di qualche pizza o di qualche piatto di pasta venduti in più?


Prima pubblicazione : 2 dicembre 2007

giovedì 1 marzo 2012

Veni, vidi, risi

Impareggiabili. Per la fantasia. Per la spudoratezza. Per il collettivo disconoscimento del concetto di proprietà intellettuale.

Parlo dei cinesi e della loro furiosa voglia di arricchirsi, che li spinge a copiare, produrre, buttare fuori roba, purchè sia.

Viaggiare in Cina è una sorgente continua e quasi inesauribile di sorpresa e divertimento. Come non cedere alle lusinghe dello scatto, di tanto in tanto? Foto rubate, al volo, là per là. Veni, vidi, risi.

E a volte perfino gli amici locali sghignazzano di gusto, senza vergogna, di certe stravaganze. Come l’altra sera, all’uscita da un ristorante del centro di Shanghai, quando abbiamo avvistato, su uno scooter regolarmente parcheggiato sul marciapiede, questo piccolo capolavoro di creatività imitatoria cinese.



Prima pubblicazione : 28 novembre 2009

lunedì 20 febbraio 2012

Occhi nella notte

È questo il ricordo più nitido, più incancellabile, di quei pochi momenti di terrore ovattato. Occhi nella notte. Quei fari che puntano diritto su di noi, e mentre accade non riesco a pensare ad altro, a distrarre lo sguardo, a reagire, quasi ipnotizzato da quelle coppie di cerchi di luce che ti si avventano addosso, e si fanno più grandi ad ogni istante, e non danno cenno di voler cambiare direzione.

Un incidente, di quelli che possono capitare in qualsiasi momento, in Cina. Specie nel buio della notte fonda. Il nostro pulmino che urta, o viene urtato, che è poi lo stesso, chi decide in quel bailamme chi è andato addosso a chi?, da un camion. Che, a onor del vero, forse ha tentato di tagliarci la strada. Peccato che lo stessimo bellamente sorpassando da destra, sulla seconda corsia di un’autostrada. E che dire del camion, che viaggiava tranquillamente – nel senso letterale, non avrà fatto più dei sessanta all’ora - in corsia di sorpasso? Ma non stiamo a sottilizzare, siamo in Cina, mica in Svizzera!

Lo specchietto destro del camion che tocca la nostra fiancata, una bella striscia di vernice sul vetro laterale, rumore di lamiere che stridono nel contatto. Tutto finito? Nemmeno per idea. Il bello – si fa per dire – viene ora.

Il nostro autista, dalla guida autoritaria ed impositiva già a casi normali, non ci pensa due volte. Con una manovra da vero, autentico pirata della strada, chiude il camion sulla terza corsia e rallenta per costringerlo a fermarsi. Blocca il pulmino di traverso, occupando due terzi dell’autostrada, e scende a constatare i danni. Con flemma inglese inforca gli occhiali ed osserva attentamente la strisciata sul finestrino, quindi si sposta sulla coda, infine va a berciare all’indirizzo del camionista che, per qualche misteriosa ragione, è rimasto al posto di guida e, indifferente, ascolta le rimostranze dall’alto della sua cabina.

Nel frattempo noi, dall’interno del mezzo, abbiamo modo di renderci conto della gazzarra che si sta scatenando. Dopo i primi momenti di puro sbigottimento, arriva la reazione. Quante volte dobbiamo ancora sfidare la buona sorte che, miracolosamente, fa deviare all’ultimo istante quei fari che ci vengono addosso? Quante macchine e quanti camion ci hanno scansato al volo, oplà, una sterzata e via, senza nemmeno rallentare, senza neppure un colpo di clacson, che tanto la situazione deve essere quasi normale, per un guidatore locale? Non so. Ma improvvisamente mi sono risvegliato dalla trance in cui mi avevano proiettato quegli occhi di luce, ed ho gridato al nostro ospite cinese di richiamare l’autista, che qui prima o poi qualcuno ci fa la festa! Sporgendosi indolentemente fuori dal finestrino, ha eseguito, urlacchiando qualcosa al litigioso guidatore. Che, smadonnando come un turco, è risalito, ha avviato il furgone ed è ripartito, non senza continuare la sua litania per un bel pezzo, forse insoddisfatto per non essersi potuto fare immediata giustizia dell’affronto, a causa delle stupide paure di questi stranieri.

Un’altra avventura da raccontare? Per fortuna sì. Quando puoi narrare una cosa del genere, dopo averla vissuta dal di dentro, non può che scoppiarti addosso un’allegria “brasiliana”. Non credo che il riso che mi è affiorato, incontrollabile, dal profondo, fosse una reazione nervosa. Penso piuttosto che fosse la manifestazione della gioia di essere ancora intero. E di avere visto il colore, ma non sentito il rumore, provato la durezza, di quegli occhi nella notte.


Prima pubblicazione : 12 agosto 2007

lunedì 13 febbraio 2012

Liberi tutti

Bongiorno, vorrei fa’ la riforma della sanità. Perché, ti senti male? No!! E allora ‘un ci rompere i ‘oglioni...

In questo straordinario, fulminante dialogo tra due immaginari ministri, opera del Benigni di quasi trent’anni fa, irriverente, provocatorio, dinoccolato burattino saltellante sul palco dei teatri, c’è fotografata col flash l’ignavia dei politici italiani. E per esteso degli italiani, che lì ce li hanno messi, e che assomigliano maledettamente a quei soloni che amano denigrare quando non sono impegnati ad invidiarli.

Se non serve a me, se non mi dà un qualche tornaconto, allora è inutile. È tempo sprecato. Non si fanno le leggi prima che succeda qualcosa. Si corre dietro all’emotività del momento, per :

- Trarne qualche vantaggio strumentale a favore del proprio schieramento (loro non hanno fatto, noi avremmo potuto se loro, eccetera...)
- Sfruttare il conclamato fatto che gli italiani soffrono ancora della sindrome dell’uomo forte, e che quindi decisioni radicali ma effimere, dettate dal clamore del momento, sono sempre ben accolte dalla suburra furibonda, e quindi fonte potenziale di suffragi a venire.
- Farsi pubblicità, acquisire visibilità politica. Perché chi non buca il video in Italia non esiste.

Siamo lontani – rincresce dirlo – dall’essere un paese civile. In un paese civile non si fanno le leggi sulla sicurezza nei locali pubblici dopo che 64 persone sono morte affumicate in un cinema. Non si aspetta a mettere la patente a punti dopo che la gente per anni continua a spetasciarsi contro le piante perché ognuno crede di essere bravo come Schumacher e per di più crede anche di essere sulla pista di Monza e non sul viale di casa. Non si mettono i semafori, i dossi, la polizia col palloncino, dopo che dei poveri cristi sono stati stirati da pirati della strada magari ubriachi. Non si fanno leggi antidroga serie mentre c’è un business milionario di centri di recupero per ricchi figli di famosi da isole. Nessuno prende i nostri aerei ed elicotteri (nostri perché li manteniamo noi con le tasse) che servono per andare a vedere le corse di formula uno o a trasportare pesce fresco a Cortina, per volare dall’altra parte dell’Adriatico a fare la voce grossa con quelli che lasciano continuare questa transumanza di disperati, ingrassando nel contempo le tasche della malavita e magari non solo. Vale il vecchio adagio: chiudiamo la porta quando dei buoi ormai nemmeno l’ombra. Mai prima.

In Italia è sempre colpa di qualcun altro. I politici che non fanno le leggi giuste. No, le leggi ci sono, basterebbe applicarle. Allora è colpa delle forze dell’ordine. No, quelli quando possono arrestano, peccato che non sappiamo più dove metterli, e allora liberi tutti, come a nascondino. Allora è colpa dei giudici, dei magistrati che al di sotto dell’omicidio aggravato da stupro impartiscono una ramanzina e dicono cattivaccio non farlo più. No, i giudici hanno le mani legate, è colpa del sistema giudiziario, un elefante che schiaccia tutto con i suoi ritardi epocali e con la sua lentezza esasperante. Di una burocrazia che permette ad un assassino di cavarsela per il famoso, impagabile, italianissimo vizio di forma. Basta una marca da bollo (altra invenzione italiana!) attaccata al rovescio per vanificare anni di indagini. No! La colpa è delle giurie popolari, che non si mettono mai d’accordo, e poi non si trovano mai, gli è sempre morto il gatto quando arriva la chiamata. Ma no… È colpa degli avvocati, che fanno un mestiere tra i più vituperati, ma intanto tra i più remunerativi del pianeta. È colpa della gestione precedente, che poteva fare delle belle leggi e invece guarda in che condizioni ci ha lasciato il paese, ma come si fa a lavorare cosi?!? Il circolo vizioso si chiude e il balletto continua all’infinito... È colpa... È colpa...

Ma allora di chi è la colpa? Guardiamoci allo specchio. È nostra, che ci scervelliamo a cercare sempre colpevoli, invece di lavorare tutti insieme (ma chi, gli italiani, branco di individualisti che parlano mille dialetti e se potessero userebbero ancora i dobloni e i fiorini??) per una società migliore. Nostra, che giriamo le spalle dall’altra parte quando succede qualcosa di brutto, di che t’impicci, non sai mai come va a finire, ti vai a cercare dei guai, salvo poi berciare tutti insieme quando la folla garantisce l’anonimato. È colpa nostra che rimproveriamo ai politici quello che dovremmo rimuovere da noi stessi. Sempre pronti ad additare la pagliuzza, mentre siamo accecati da una trave.

E intanto si continua a stuprare. A morire per mano di ubriachi al volante (sì, è una mia fissazione, e allora?). A lasciare continuare ad arrivare orde di disgraziati che non sapremo dove mettere, e nel giro di qualche giorno non sapremo nemmeno più dove diavolo sono e soprattutto che cosa stanno facendo per sopravvivere. A malvivere (sia nel senso del malvivente, sia di quello che vive male).

In Italia non si previene. Si cura, quando si può, ma soprattutto quando la cura costa un bel po’ più della prevenzione, e ben venga se una fettina di introiti va a contribuire alla causa. Con questa mentalità da interesse privato davanti al pubblico benessere non si costruisce una società. Civile.

Prima pubblicazione : 3 novembre 2007

giovedì 9 febbraio 2012

Risveglio forcaiolo

Proprio quello che si richiede la mattina presto, appena svegliati. Un programma televisivo che mi ha fatto venir voglia di scrivere ai responsabili del palinsesto di Discovery Channel.

Ammesso e non concesso che Machines of Malice sia una trasmissione considerata utile ed apprezzabile in sé e per sé, per quale motivo tale grandguignolesco-tecnologica realizzazione ci deve essere ammannita proprio all’ora della colazione, quando le famiglie si accingono alla giornata davanti a tazze fumanti di caffellatte, o a profumati piatti di uova fritte e pancetta, o ancora a brodami di carni di maiale in cui nuotano pallidi spaghetti, alla maniera dei cinesi?

Machines of Malice sviscera (mai verbo fu più azzeccato) ogni più inconfessabile aspetto dei marchingegni che l’uomo ha utilizzato nei secoli per giustiziare i condannati a morte, e spesso con annessa qualche modica dose di tortura, che ci sta proprio bene, ammonendo ed insieme eccitando il popolino convitato all’esecuzione.

Così, mentre mi preparo ad una giornata d’ufficio, appena uscito dalla corroborante doccia mattutina, mi viene spiegato, con dovizia di dettagli tecnici e raffinati studi anatomici, quanto debba essere lunga la corda da impiccagione – valore che è funzione del peso del giustiziando – per far sì che la morte sopraggiunga rapida, come è previsto che sia, per la frattura delle vertebre cervicali. Se la corda fosse troppo corta, morirebbe per asfissia. Troppo lunga, per decapitazione. Allegria.

Gli americani sono dei pragmatici. Le spiegazioni metodologiche vanno corroborate con prove pratiche. Così qualche spensierato artigiano si dà mestieri per costruire un’autentica forca, e poi ci impicca un manichino tipo i dummies usati nei crash-test delle auto. Mostrando con soddisfazione che quando la corda è lasciata troppo lunga, davvero la testa si stacca dal corpo e rimane macabramente imprigionata dal cappio.

Cari redattori di Discovery Channel, una domanda. Voi spesso mettete in onda programmi interessanti, avventurosi, perfino educativi. Fatemi capire: esattamente a chi serve apprendere quale è la lunghezza corretta della corda, affinchè l’impiccagione abbia una buona riuscita? Chi ha deciso che è utile, telegenico, forse doveroso sapere a che distanza dal condannato deve stare il plotone d’esecuzione, e quali sono le carabine ed i proiettili più adatti per una fucilazione di successo? Offre proprio un gran servigio alla comunità affacciata al teleschermo questa dettagliata trattazione – quasi apologetica – della pena di morte nei secoli?

Comunque, grazie per esservi preoccupati dei miei leggeri problemi di sovrappeso da scrivania. Quella mattina perlomeno siete riusciti a farmi saltare la colazione.


Prima pubblicazione : 2 aprile 2009

mercoledì 8 febbraio 2012

Please be patient with me

Albergo in una città di media dimensione della Cina. Al quarto piano c’è una buona imitazione di un pub inglese. Dove una congrega di stranieri nostalgici di occidente si affaccenda in serotine attività ludiche anglosassoni, le freccette, la partita a snooker, l’esegesi del match del Chelsea in televisione, perfino – evento straordinario in Asia – un italianissimo calcio balilla affollato da starnazzanti e scoordinate fanciulle cinesi in odor di meretricio. Il tutto annaffiato da abbondanti dosi di birra irlandese alla spina, spillata con tiepida noia dal barista locale che si fuma una sigaretta e pare in trepidante attesa dell’ora di smontare.

Il bagno, a cui si è fatalmente destinati, dopo che un paio di brocche madide giacciono vuote sul tavolo, offre una sorpresa. Il solito inserviente che sta di guardia, dedicato a quei piccoli lavori da fondo scala, è invece del tutto insolito. Non l’ingrugnito garzone che talvolta maneggia una scopa di cenci di molto dubbia igiene, non il viscido attendente che, insaccato in una sgualcita e logora giubba due taglie più grande di lui, offre una salvietta umida a chi si cura di lavarsi le mani dopo aver espletato, e occhieggia con intenzione il piattino degli spiccioli, a sollecitazione di un piccolo obolo.

È un giovane festoso che mi riceve. Un sorriso innaturalmente gioviale. Pare lieto per la mia improvvisa apparizione in quel suo microcosmo olezzante non proprio di verbena. Mi indica a gesti il rubinetto e, quando mi lavo le mani, applaude fitto a mani giunte e quasi lancia dei gridolini di contentezza. Mi offre delle salviette di carta per asciugarmi. E ancora una volta si rallegra della sua utilità, annuendo e battendo le mani quando, dopo averle usate, mi indica il cesto dei rifiuti dove buttarle, che peraltro a molti cinesi deve risultare invisibile, a giudicare dal maialaio sul pavimento tutto intorno all’inane oggetto.

Solo a quel punto mi cade l’occhio su un cartello che fa stringere il cuore per il suo materiale cinismo. Please be patient with me: I am handicapped. La dice lunga sull’insensibilità – se non intolleranza – di troppa gente, in Cina. Siate pazienti con me, perché sono handicappato?? Ma stiamo scherzando??

Quell’ignominioso invito chiedeva quasi scusa ed esortava all’indulgenza per quella inopportuna, festosa presenza, in un mondo dove la gente non sa più gioire per il semplice fatto di esistere. Dove l’urgenza di arricchirsi rende indisponenti.

Quel ragazzo sprigionava una primordiale, incontaminata, irrazionale e contagiosa gioia di vivere. Quella che molti, troppi, hanno perso per strada, tutti impegnati come sono a desiderare, a ottenere, a possedere sempre di più. Esiste solo il verbo avere, laddove invece dovrebbe trovare posto anche – se non soprattutto – il verbo essere.

Fossimo in un mondo con altre scale di valori, quanti cartelli dovremmo leggere quotidianamente, che raccomandano: siate pazienti con me, sono insopportabilmente arricchito, arrogante e ignorante?


Prima pubblicazione : 23 ottobre 2007

martedì 24 gennaio 2012

Gianni Agnelli, nove anni dopo

Ripubblico un pezzo scritto tre anni fa, aggiornando solo le distanze temporali. Perché quello che pensavo allora lo penso ancora oggi.

Gianni Agnelli, sei anni dopo

Cercare qualcosa di originale da dire sull’Avvocato per antonomasia è impossibile. Su di lui è stato detto tutto. Ammiratori, adoratori e adulatori hanno versato fiumi di inchiostro e di saliva scrivendo e parlando di lui. Detrattori, critici e nemici di classe hanno fatto altrettanto, solo che gli schizzi di saliva sono pieni di livoroso veleno.

Di un’eleganza istintiva, naturale, non seguiva la moda ma la creava. A lui si perdonava tutto, e tutto diventava immediatamente di tendenza, con stuoli di tristi cloni che si illudevano di assomigliargli, portando l’orologio sul polsino e la cravatta sul golfino.

Grande appassionato dei piaceri della vita. Viaggi. Isole. Frequentazioni di presidenti e papi. Elicotteri per spostarsi anche dalla villa collinare a corso Ferrucci a Torino. Il pallino del calcio e della Ferrari. Una vita vissuta sulla corsia di sorpasso.

Aveva tutto, e non deve essere facile trovare delle motivazioni quando si è così oltraggiosamente ricchi. Forse conduceva un’esistenza meno sfrenata e più monastica di quanto la gente si immaginasse nelle sue frustrate fantasie. Ma anche. Il destino di due incidenti automobilistici che lo lasceranno claudicante. Il bastone portato come uno scettro reale, con autorità e stile. Una storia familiare costellata di tragedie e di dolore, come se il fato esigesse un crudele contrappasso per quell’opulenza oltre l’ammissibile. Orfano di padre da adolescente, perde la madre a ventiquattro anni. Negli anni della senilità vede morire suicida il figlio Edoardo e un cancro gli ruba l’adorato e adorabile nipote Giovannino, già da lui incoronato futuro capitano d’industria della famiglia.

Aforista. Opinionista. Capitalista. Sciatore. Navigatore. Conduttore. Elegante. Affascinante. Importante. Inimitabile. Imprevedibile. Indimenticabile.

Di Agnelli, nonostante la sua ubiquitaria presenza ed il peso ingente sulla società italiana, non si ottenevano se non gli scatti che lui accettava fossero presi. Quelli ufficiali, contributo alla creazione dell’iconografia pubblica. L’Agnelli privato, familiare, intimo, veniva gelosamente tenuto nascosto, in perfetto stile subalpino, lontano dalle insidie del gossip da negozio di parrucchiera e tivu spazzatura.

Nel sesto anniversario della sua scomparsa la Juventus ricorderà il presidente che la accudiva e la coccolava come una bella amante, le chiavi dei cui bramati, intimi sacelli appartenevano in esclusiva a lui. Orgoglioso, critico, appassionato e viscerale come tutti gli tifosi, coniava definizioni che diventavano soprannomi, tagliava giudizi che rimanevano incollati alla persona per il resto dei suoi giorni. Pinturicchio. Il coniglio bagnato. Bello di notte. I giornalisti sportivi dei suoi tempi non avevano bisogno di immaginazione, solo di buone orecchie.

È stato un grande. Un personaggio certamente ingombrante. Forse troppo, per quel piccolo stivale che non ha mai fornito grandissimi protagonisti della scena mondiale. Uno dei pochi italiani ad ottenere una copertina – elogiativa – di Time. L’unico altro che ricordo è Giorgio Armani. Forse Pavarotti.


Il valente Marcello Marchesi lo definì con geniale sintesi. In due parole appena seppe riassumere il suo ruolo nell’Italia degli ultimi cinquanta anni: Fiat dux.

L’ultimo vero condottiero della Fiat se n’è andato sei anni fa, in silenzio, in punta di piedi, con quella discrezione e quella signorilità che lo avevano sempre contraddistinto. Da allora sono in molti a sentire la mancanza di una figura di potere di quello spessore, eppure così garbata e raffinata. Buon riposo, Avvocato. Dopo tutto quello che ha fatto nella sua vita, se lo merita.


Prima pubblicazione : 24 gennaio 2009

venerdì 20 gennaio 2012

Una voce fuori dal coro

Shinjuku, quartiere denso di ristorantini da tempura e sushi-bar. E’ l’ora del passeggio del dopo cena. La macchina della polizia gracida alcuni ordini dal suo altoparlante esterno, che permette agli agenti di impartire disposizioni senza scendere dalla vettura. La grossa limousine bianca fermatasi in seconda fila, oggetto del richiamo, scarica senza fretta un personaggio, la cui comparsa sulla strada viene riverita con profondi inchini dal suo scagnozzo, sceso di corsa ad aprirgli la porta. Poi lo stesso continua la sua pantomima a beneficio dei poliziotti, quasi a scusarsi di avere causato un problema alla viabilità con la sua fermata.

Do you speak english?, ci apostrofa un ometto un po’ male in arnese che ha voglia di attaccare bottone. Sì che parliamo inglese, la cosa strana è che sia lui a parlarlo, date le sue fattezze giapponesi. Ci chiede se sappiamo chi è quello che è sceso dalla macchina oggetto della nostra curiosità. Mafia dice, proprio così, non usa neppure il termine che designa la mafia giapponese, la Yakuza. Potenza delle parole. E non sa neppure che siamo italiani, forse avrebbe usato un’altra parola. Ci prende per australiani. Poi, appresa la nostra nazionalità, il ghiaccio è rotto.

E da sotto il ghiaccio emerge un fiume impetuoso di parole, certo non benevole nei confronti della sua razza. Una critica serrata all’intero popolo giapponese, dipinto come insensibile, senza opinioni proprie nè quindi capacità critica, senza senso del contatto umano, dei robot insomma. Non meglio sono considerate le donne, descritte senza mezzi termini come senza cervello. Forse un po’ riduttivo o generalizzante? Di certo non deve avere avuto delle belle esperienze, visto che, arrivato ai circa cinquant’anni che ci dichiara, non si è ancora sposato. E ingenuamente ci interroga, per sapere se secondo noi farà ancora in tempo a trovare l’anima gemella.

E le regole che scandiscono la vita? I giapponesi sono trattati come bambini di sette anni (testuale!), troppi automatismi ad esempio sono parlanti, e non fanno altro che ringraziare continuamente i fruitori, nonché ripetere banalità evidenti anche ad un babbuino, come un ascensore che ti dice “premi il pulsante, ora saliamo, ora scendiamo, grazie di avermi usato” oppure un treno od una metropolitana che ti avverte “stiamo partendo, stiamo per fermarci” e via discorrendo.

Trattate le regole formali, critiche piovono anche sulla capacità di fare rispettare la legge. La Yakuza è troppo potente, nessuno fa nulla per combatterla, non come da voi che se non altro cercate di opporvi alla mafia – anche se poi i giudici saltano per aria, avrei voglia di aggiungere, ma lasciamolo nella sua illusione.

E che dire dei rapporti interpersonali? L’amicizia, come la intendiamo noi, pare non esista. Puoi conoscere da vent’anni un amico, e questo difficilmente ti inviterà a casa sua, ti presenterà la moglie, ti parlerà dei figli. Robots, come a più riprese sottolinea.

Deve essere veramente dura la vita in Giappone per un emarginato. Dopo un periodo di vita negli Stati Uniti, dove ha studiato e poi ha fatto il giornalista e lo scrittore, non è riuscito a riadattarsi allo stile giapponese, forse non gli è neppure stata data l’opportunità di farlo.

Ha cercato, con discrezione, quasi con pudore, di venderci una copia di un suo romanzetto pubblicato a Los Angeles, direi di spunto autobiografico, dove si raccontano gli Stati Uniti visti dagli occhi di un giovane giapponese bloccato da un guasto alla macchina nel Nebraska.

Ci ha raccontato di come sia difficile fare capire un libro ad un giapponese, e che lui parla preferibilmente con gli stranieri perché lo ascoltano, anche se non lo conoscono, ed alla fine qualcuno gli compra anche una copia. Ci ha detto come sia brutto essere cacciati da un ristorante a pedate, perché si disturbano gli ospiti.

Aveva probabilmente ancora voglia ed argomenti per parlare chissà quanto, ma si era fatto tardi. Eravamo in due, gli abbiamo comprato una copia a testa. Sperando che lo aiuti a continuare i suoi viaggi. Ci ha detto che avrebbe il desiderio di andare a vedere l’Africa.

Coraggio, Hideo. Il mondo non è tutto così brutto come lo vedi tu con gli occhi di un giapponese non integrato, rifiutato dalla sua stessa gente, popolo senza pietà né compassione. Parole pesanti come pietre, dettate dalla delusione di una vita errabonda. Ti auguro di trovare, nel tuo peregrinare, altra gente, disposta a offrirti un po’ dell’umanità che non riesci ad ottenere a casa tua. E grazie per averci fatto sentire una voce fuori dal coro.


Prima pubblicazione : 18 settembre 2007

martedì 17 gennaio 2012

La buona Stella – 2a parte

Ecco la parte migliore della classifica. La prima puntata la trovate qui.

Il quarto posto degli Stella Awards va a Jerry Williams di Little Rock, Arkansas. Ha ottenuto 14.500 $ più le spese mediche per un morso al sedere affibbiatogli dal cagnetto beagle del vicino di casa – nonostante che il beagle fosse alla catena, nel proprio giardino cintato da una palizzata.

Sentite questa: Williams aveva chiesto ben di più. Ma la giuria ha ridotto la cifra, ipotizzando (ma va’??) che forse il cane era stato provocato. Jerry infatti aveva scavalcato la recinzione, entrando nel giardino del vicino, ed aveva sparato ripetutamente con una pistola ad aria alla povera bestiola.

Che dire? Soltanto peccato che il buon beagle abbia sbagliato lato. Un morso altrettanto efficace nelle zone anteriori corrispondenti al sedere avrebbe sortito effetti più convincenti – e permanenti – nell’odioso impallinatore di cani.

Terzo posto a Amber Carson di Lancaster, Pennsylvania. Un tribunale ha condannato un ristorante di Philadelphia a pagarle 113.000 $, per essersi rotta l’osso sacro scivolando su una bevanda versata sul pavimento del locale.

Volete sapere perché la bibita era sparsa per terra? La signorina Carson, trenta secondi prima, l’aveva buttata in faccia al fidanzato durante un litigio. Chi è causa del suo mal... in America non piange, ride sventolando mazzette di fruscianti bigliettoni da cento dollari.

Secondo posto a Kara Walton di Claymont, Delaware, che ha citato il proprietario di un nightclub perché è caduta dalla finestra del bagno, spaccandosi due denti incisivi.

Sebbene la subdola ma maldestra Kara stesse cercando si svignarsela dal finestrotto del bagno per evitare di pagare il conto della serata, la giuria ha stabilito che il padrone della balera dovrà pagarle 12.000 $ di risarcimento. E – naturalmente – il conto del dentista.

Squillino le trombe per la vincitrice dello Stella Award! La signora Merv Grazinski di Oklahoma City, Oklahoma ha acquistato un bel camper Winnebago da 10 metri, praticamente un autobus travestito da alloggio. Nel viaggio inaugurale, al seguito della squadra di football di cui è fan, una volta sull’autostrada, ha impostato il cruise control (il dispositivo, poco conosciuto in Italia, che mantiene costante la velocità della vettura, esentando dall’esiguo sforzo di premere l’acceleratore i già pigri guidatori di auto senza frizione perché col cambio automatico) sulla velocità di 90 km/h.

E poi ha pensato bene di lasciare il posto di guida (a cosa serve se no il cruise control??) per andare nel retro a prepararsi un buon sandwich. Stranamente il camper si è schiantato fuori dell’autostrada, capottandosi.

Indispettita da questo sorprendente comportamento del mezzo, la signora Grazinski ha subito chiamato in giudizio la Winnebago per non aver scritto nel manuale del camper che non era consentito lasciare il volante per dedicarsi ad altre attività ricreative mentre il cruise control era attivo. Povera donna, ingannata dai troppi film dove si vedono comandanti di aerei inserire il pilota automatico e poi lasciare la cabina di pilotaggio per andare a fare la corte alle hostess!

Tenetevi forte: il tribunale di Oklahoma City le ha riconosciuto un indennizzo di UN MILIONE E SETTECENTOCINQUANTA MILA DOLLARI … più un camper nuovo di zecca!!

La Winnebago dopo la sentenza ha rifatto i manuali dei propri camper. Non si sa mai. Qualche parente della signora Grazinski potrebbe decidere di comprarne uno!


Prima pubblicazione : 8 novembre 2009

lunedì 16 gennaio 2012

La buona Stella

La buona Stella premia gli imbecilli. O no? In questo caso pare siano i furbi ad essere premiati, e gli imbecilli devono essere altri. Negli Stati Uniti, la terra più litigiosa al mondo, ogni anno si gratificano degli Stella Awards le sentenze più stravaganti emesse dai tribunali.

Il nome deriva dell’archetipo delle cause strampalate: tempo fa l’arzilla ottantenne americana Stella Liebeck ha vinto una causa intentata contro McDonald per essersi scottata con del caffè bollente. Sapete che gli americani hanno la divertente abitudine di bere il caffè in macchina. Si suppone che l’ottuagenaria guidasse una vettura all’antica, priva degli alloggiamenti rotondi per appoggiare il bicchierone di carta. Come ha fatto Stella a bruciarsi? Mentre era al volante, per raffreddare la bevanda, ha cercato di togliere il coperchio stringendo il contenitore tra le ginocchia. Chi l’avrebbe mai immaginato che uno rischiava di ustionarsi, con questo gesto? Eppure una giuria le ha dato ragione, imponendo alla venditrice di tali pericolosi prodotti di pagare i danni. Da allora i coperchi delle bibite sono impreziositi dalla scritta: Attenzione! Il contenuto può ustionare, se bevuto o versato addosso. Ma non divaghiamo, che la quasi infinita teoria di avvisi bizzarri esposti sulle merci americane merita un racconto a sé stante.

Ecco dunque la classifica degli Stella Awards dello scorso anno.

Settimo posto alla signora Kathleen Robertson di Austin, Texas. Le sono stati riconosciuti 80.000 $ per essersi rotta una caviglia inciampando in un bimbetto che correva in un negozio di mobili.

Il proprietario del negozio è rimasto comprensibilmente sorpreso da tale verdetto, in considerazione del fatto che il bimbo in questione era il figlio di Kathleen.

Sesto posto a Carl Truman, diciannovenne di Los Angeles, California. Il suo vicino di casa è stato condannato a pagare 74.000 $ più le spese mediche, per avere schiacciato una mano a Carl con la sua vettura.

Pare che il birichino ma disattento Truman non si fosse accorto che c’era qualcuno al volante della Honda del vicino, a cui stava cercando di rubare i copri-cerchi dalle ruote della macchina.

Quinto posto a Terrence Dickson, di Bristol, Pennsylvania. In procinto di lasciare una casa che aveva appena finito di svaligiare, si è trovato davanti alla porta automatica del garage che si rifiutava di collaborare, aprendosi. Nel frattempo, anche la porta di collegamento alla casa si era richiusa, imprigionando lo sfortunato malfattore. Costretto a sopravvivere per otto giorni con una cassa di Pepsi e un sacco di crocchette per cani, Terrence ha avuto la brillante idea di citare l’assicurazione del padrone di casa, lamentando di aver subito un’ingiusta sofferenza mentale.

Controllate bene che la porta del vostro garage funzioni regolarmente: la giuria ha sentenziato che l’assicurazione deve pagare al ladro Dickson – siete pronti? – 500.000 $, per l’angheria sopportata. Mezzo milione di dollari per una settimanetta a Pepsi e Ciappi? Alzi la mano chi non ci starebbe.


La classifica continua domani, con i contendenti più meritevoli!


Prima pubblicazione : 7 novembre 2009