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venerdì 5 dicembre 2014

Ho visto un re


Oggi è festa nazionale in Tailandia. Si celebra il compleanno di re Bhumibol, il monarca in carica col primato dell'insediamento più lungo. L'immagine del re da settimane campeggia in ogni dove. Perfino sugli schermi dei telefoni pubblici in aeroporto.

Mi associo alle celebrazioni, ripubblicando un pezzo scritto sette anni fa, quando re Bhumibol compiva ottant'anni.

Ho visto un re

Non di persona. Ma dappertutto. Bangkok è tappezzata di foto, manifesti, gigantografie. Si sta per celebrare l’ottantesimo compleanno di re Bhumibol. Ieri sera passeggio per le strade del centro e incontro una spropositata quantità di persone che indossa alcune varianti su un tema fisso: una polo color giallo brillante con sulla tasca lo stemma simbolo del regno.

Oggi, diretto in aeroporto, ho la rara fortuna di trovare un autista che comunica civilmente in inglese. Ha voglia di parlare. La classica domanda per rompere il ghiaccio, di dove sei. Appreso che sono italiano, ottengo l’associazione mentale che sboccia invariabilmente sulla bocca della totalità dei tassisti asiatici: football. Con la gustosa recente aggiunta, pronunciata con tono ammirato, campioni del mondo. Mi dice che tra Francia, Germania, Brasile e Italia, i più forti siamo noi. Annuisco. Mi parla di Maldini, il miglior difensore del mondo. Ora mi sembra veramente brutto deludere le sue aspettative, rivelandogli che ha caricato un italiano anomalo che se ne impippa totalmente del calcio.

Allora provo a cambiare cautamente discorso. Cosa sono tutte quelle maglie gialle che ho visto ieri sera? Eccoci. Un fiume in piena mi investe. Sono l’omaggio del popolo tailandese al re. Ogni lunedì (il giorno in cui è nato il monarca) la gente si veste di giallo, colore celebrativo, per comunicare visivamente la propria partecipazione alla gioia per il raggiungimento il prossimo 5 dicembre di un bel traguardo, gli ottant’anni dell’amato sovrano. Proprio così. Non è una frase fatta.

È raro percepire un tale genuino, profondo rispetto ed affetto per un leader. Ma re Bhumibol deve essere una persona speciale, per suscitare un simile consenso plebiscitario. Questo giovane tassista dice my king, che bello, il mio re. Il re è di tutti e quindi è anche suo. Ci si sente l’orgoglio in quella dichiarazione. Ci si sente la stima di cui questo sovrano gode presso la sua gente. Ogniqualvolta lo cita, si batte il pugno serrato sul petto, sul cuore, a manifestare un senso di appartenenza reciproco. Roba d’altri tempi. Il mio re.

Una figura magra, quasi fragile, che ispira calma e fiducia, vedendolo non nei ritratti ufficiali ammantato di pesanti broccati dorati ma nelle foto non protocollari, più belle e più autentiche, in semplice giacca e cravatta, dove dimostra di essere persona che sa uscire dallo scrigno prezioso del palazzo reale e scendere tra la sua gente, tra i suoi sudditi, per regalare un’apparizione in un ospedale, una visita in aree difficili, insomma una sincera attenzione per il suo popolo. Uno sguardo vivo e attento dietro alle lenti degli occhiali che indossa. Espressioni intense, partecipi. Non il lontano, ieratico distacco dalle terrene cose di altre maestà fuori dal mondo.

Un curioso vezzo che me lo rende particolarmente simpatico è il fatto di farsi talvolta ritrarre con una macchina fotografica al collo. Come un normale turista. Mi accentua quella sensazione di re della gente comune che i tailandesi percepiscono e apprezzano. Mi piace pensare che, nonostante gli ottant’anni, malgrado il fatto di essere pur sempre un monarca, che potrebbe permettersi cento fotografi pronti a inquadrare e scattare per lui, abbia ancora voglia e passione per fotografare un panorama, un gruppo di persone, un tramonto sul mare. È il re, è tutta roba sua. E con questi comportamenti mostra una grande considerazione per le sue proprietà.

Come dicono innumerevoli cartelli, in giro per Bangkok: lunga vita al re.




Prima pubblicazione : 20 novembre 2007

martedì 12 marzo 2013

La banca che viene da te

Letteralmente. Altro che le mendaci promesse pubblicitarie mirate solo ad ottenere i tuoi sudati risparmi e farsi pure pagare per l’oscuro privilegio di affidare i tuoi soldi proprio a quella e non a un’altra. Il concetto di mobile banking totalmente rivoluzionato. Qui non significa che puoi fare operazioni bancarie dal tuo telefonino. La banca è davvero mobile.

Dentro c’è l’impiegato addetto al cambio di valute. Non so se per riservatezza o perché stava scattando l’ora della pausa giusto mentre mi accingevo a fotografarlo, ma mi ha sbattuto in faccia il cartello Break ed ha spento le luci della mini agenzia. Ma niente paura: per prelievi fuori orario c’è addirittura il bancomat. Cosa vogliamo di più? La banca non hai bisogno di cercarla, la trovi parcheggiata sotto casa. Only in Thailand.





venerdì 22 febbraio 2013

Pantere sì, gatti no

Avete mai visto un gatto rosa? Nemmeno io. Quindi è quasi inconfutabile che l’estroso proprietario di questo negozio non avesse in mente dei felini quando ha deciso di scegliere il garbato nome dell’esercizio.


Sempre a Bangkok. Dove altro, se no?




mercoledì 20 febbraio 2013

Il Divin Codino torna a scuola

Il titolare di questa sartoria di Bangkok temeva di incorrere nelle ire dei vecchi fans del codino un tempo più famoso d’Italia? Si è peritato a sfruttare spudoratamente un nome celebre, al punto da storpiarlo? Ha voluto con questa brillante trovata esorcizzare passati problemi scolastici? La formula del calcolo dell’area del cerchio gli provoca tuttora incubi notturni e sudori freddi, a causa di lontane estati trascorse a ripassare geometria da portare a settembre? Non lo sapremo mai. Fatto sta che l’ennesimo indiano mi invita con insistenza ad entrare nel suo negozio per farmi fare un vestito su misura.


Come minimo mi sarei aspettato che mi prendesse le misure col compasso.




lunedì 23 luglio 2012

Un sarto nel buio

Il compianto Gianni se n’è andato quindici anni fa. Restano Santo e Donatella. Son due, no? Ecco spiegato il plurale.


Il fratello dimenticato dei più famosi Giorgio ed Emporio. Forse perché appartenente al ramo cadetto della famiglia, viene ingiustamente tenuto lontano da sfilate e passerelle.


Derby in terra straniera? Strizzata d’occhio a entrambe le fedi calcistiche meneghine, mai si dovesse perdere un cliente danaroso? Comunque non ci entrerei. A parte la vetrina col vestitino rosso da sciantosa, sono – tiepidamente – della Juve. Datemi piuttosto un Johnny Lambs Fashion (visto davvero in Corea parecchi anni fa. Giuro).


Eccola, la vera sarta. Come mille sue colleghe, silenziose e senza diritti, apre bottega ogni giorno lungo strade e vicoli di Bangkok. Per tetto un ombrellone. La fedele compagna di lavoro è una vecchia Singer a pedale, che non richiede corrente ma solo faticoso sfarfallar di piedi. Una cassetta piena di rocchetti variopinti. Su un pallet consunto le buste con gli ordini. Orlare. Imbastire. Cucire. Riparare. Accorciare.

Qualcuno intanto sorride mellifluo e invita i clienti nei freschi negozi condizionati, chiedendo dollaroni fruscianti per vestiti sartoriali pronti in ventiquattr’ore e consegnati perfino in albergo. Mentre là fuori le lavoranti sfruttate, metro di stoffa al collo, cuciono e cuciono. E cuciono.