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giovedì 27 novembre 2014

Mariano


Un taxi mi porta a Guarulhos, aeroporto internazionale di São Paulo. Ci sono volte che non amo viaggiare sul sedile posteriore, così mi siedo accanto ad un nero di aspetto interessante, che guida una scalcagnata Fiat Uno.

Leggo, incuriosito, un adesivo applicato sul lunotto di una macchina che ci precede. Mi vergogno degli assessori di São Paulo. Chiedo spiegazioni sul significato, e si avvia un colloquio che si protrarrà fino alla fine del viaggio. Si tratta di una campagna contro la corruzione (che novità!) della gente detentrice del potere.

Il Brasile, mi dice, è una terra benedetta da Dio: niente terremoti, niente uragani, niente grandine. La compensazione che Dio ci ha dato, prosegue, è che ci ha lasciato questi ladroni. L’argomento mi interessa, mi piace ascoltare quello che la gente normale pensa. La disamina del taxista è di una lucidità e di una competenza insospettate: mi parla di deputati che hanno ammazzato gente con la motosega, incriminati solo perché qualcuno li ha filmati all’opera, di cameramen investiti dall’autista di un politico che non gradiva di essere ripreso dalla telecamera di una certa emittente, e di ulteriori atrocità (usa proprio questo termine, che trovo adattissimo) commesse da pazzi che vestono la divisa di rappresentanti del popolo.

Il dibattito è aperto, non mi limito ad ascoltare, voglio stimolarlo nella sua capacità di giudizio, non solo di critica. Mi viene spontaneo domandargli, ma scusa, quella gente non ce l’avete messa voi, lì? Noi siamo colpevoli, ammette con prontezza, ma anche quelli che dimostrano le migliori intenzioni, quando arrivano al potere diventano tutti così! Tutti?, chiedo io. Tutti. E chiosa l’affermazione lapidaria con una frase ad effetto: ogni uomo ha il suo prezzo. E allora, non c’è una soluzione? Forse la soluzione sarebbe emendare la Costituzione. Ma ci rendiamo conto? Un taxista che parla di emendare la Costituzione? E questo lo chiamano il terzo mondo?

Ma non mi basta. Lo stimolo a spiegare cosa farebbe lui per emendarla. Altra frase bellissima: bisogna dare più rispetto al valore della vita. Ossia? Fammi degli esempi. E lui, derivando gli stessi – con originale arbitrio – dal suo mestiere: se io investo un animale protetto, vado nei guai; se perdo i venti punti della mia patente, per un anno non guido, e come campo? Mentre se uno gira armato (e quanti ce ne sono!) e ammazza qualcuno, ha buone possibilità di passarla liscia. Soprattutto se ha i soldi.

Hai ragione, Mariano. Bisognerebbe ristabilire delle priorità. Ma per fare questo, occorrerebbe innanzitutto che quella famosa scritta che incombe nei tribunali, la legge è uguale per tutti, non avesse il sapore di un’amara barzelletta.

Si è fatto tardi, Mariano. Una parola via l’altra, siamo arrivati all’aeroporto. Peccato. L’unica volta che avrei voluto trovare un taxista che ti imbroglia, facendo la strada più lunga, per parlare ancora un poco. Vieni almeno a bere una birretta con me? Non posso, devo lavorare. Un’altra volta. Va bene, un’altra volta. Mi dà un suo bigliettino, se torni chiamami sul cellulare, ti tratterò bene e possiamo parlare ancora. Leggo il nome, Mariano, che coincidenza, come un mio caro amico. Di dove sei, Mariano? Di Salvador, Bahia. Toh, proprio lì sto andando. Allora salutamela. Lo farò, stai certo; ciao, bahiano. Ciao, italiano. Un abbraccio.



Prima pubblicazione : 18 luglio 2007

mercoledì 9 luglio 2014

History in the making


Non importa il risultato della finale. Questa è la partita che rimarrà nella storia. Un brutale risveglio, una colossale sconfitta per il Brasile. Una resa senza condizioni. Una Caporetto.

Basta una parola – ma significativa del sentimento della nazione – alla Folha de S. Paulo per descrivere un match che gli annali ricorderanno come il peggior risultato in Coppa per i verde-oro.


Come diceva Bartali : gli è tutto da rifare.





giovedì 12 giugno 2014

Sedici anni prima


La Coppa del Mondo. Di edizione in edizione cambiano i nomi, magari le nazioni, ma l’evento rimane sempre uguale a se stesso. La stessa frenesia, la stessa passione, lo stesso sfinimento da ridondanza mediatica che permea ogni mezzo di comunicazione e invade ogni angolo dell’orbe terracqueo fino alla vigilia del primo fischio d’inizio. Da lì in poi è una costante, ansiolitica scivolata senza freni verso la finalissima, verso il traguardo della quadriennale gloria pallonara: ecco i campioni del mondo.

Per celebrare degnamente questa giornata d’esordio, Homing Pigeon è andato a ripescare un vecchio inedito. Scritto sedici anni fa in Brasile, appena prima dei mondiali di – e della – Francia. Buon calcio a tutti, anche agli agnostici come me.


L’Evento

Alle altre passioni nazionali va aggiunta di diritto quella che, come un’epidemia, cova nascosta a lungo per poi esplodere in tutta la sua virulenza ogni quattro anni, allo scoccare dell’Avvenimento: la Copa.

Copa, sic et simpliciter, una parola per designare i mondiali, la Coppa del Mondo, l’unica degna di questo nome, l’unica per la quale merita soffrire, sperare, piangere, perfino morire. O gioire, godere, impazzire, come solo i brasiliani sanno fare.

Ed ecco una nazione trasformarsi, complice quello che non è più uno sport, non è più un gioco, non è più soltanto un business: è la vita. Il Futebol. Il fuciboli, come suona nella pronuncia brasiliana, è un valore trascendente.

L’Evento trasforma il Brasile in una curva da stadio, una torcida, formato nazione. E che nazione. Centosessanta milioni di torcidores, perfino l’aria è impregnata di tifo.

Rare sono le macchine che non esibiscono una bandierina inastata ed ancorata al finestrino del passeggero, in una improvvisa fiera dell’orgoglio nazionale.

Fanciulle belle e accattivanti, in perfetta tenuta da calciatore, con tanto di scarpette chiodate, invitano all’acquisto nei Duty Free Shop degli aeroporti, promettendo in regalo faraonici kit del tifoso, costituiti da magliette, cappellini ed altri gadget dell’autentico “torcidor”.

Insospettabili capitani d’industria mostrano, con la fierezza dei vincenti e la serenità di chi è nel giusto, piccoli computer tascabili su cui hanno registrato gli orari delle principali partite. I cerberi elettronici li difendono dalla bizzarria di qualche importuno, certo straniero, che pretendesse un appuntamento d’affari in concomitanza con un incontro importante. E quale non lo è, quando si parla di mondiali?

Vai a Rio, ti mostrano un campo spelacchiato - forse i nostri oratorii hanno più erba - e ti raccontano, con enfasi da reliquia religiosa, che proprio lì, fra quella polvere e quei sassi, tirò i primi calci al pallone il ragazzino che divenne Romario. Che ora piange in diretta televisiva per l’esclusione dalla nazionale, e con lui mezzo Brasile, mentre l’altro mezzo inveisce contro Zico, ex campione, ora dirigente e chiamato di correo in tanta crudeltà politico-calcistica.

Il Brasile gioca un’amichevole con Andorra. Andorra, si badi bene: è come dire Italia – Poggibonsi. Qualcuno è rimasto in un ufficio, a Rio de Janeiro, mentre la televisione trasmette l’incontro? La risposta è no. Cosa accadrà allo scoccare dell’ora magica, l’ora delle decisioni irrevocabili, l’ora della prima partita della nazionale? Banche e aziende chiuse, negozi a serrande abbassate, con i commessi dentro che guardano la TV (e del resto chi andrebbe a comprare qualcosa nell’ora suprema?), ristoranti che ricercano il consenso della clientela a colpi di pollici televisivi sempre maggiori, perfino i motel, luoghi deputati agli amori clandestini, cedono le armi. Chi cambierebbe un gol di Bebeto in diretta con un’avventura galante?

I giornali, già grassi e pesanti come commendatori, si arricchiscono di inserti dediti all’analisi scientifica di ogni più insignificante particolare dei mondiali prossimi venturi. Fanatismo da statistica. Dalla squadra più vecchia, e ovviamente quella più giovane, a quella più alta, e quella più bassa, e allora perché non quella più pesante, e quindi quella più leggera, e poi il giocatore con più presenze, e quello dai piedi più piccoli, ed il significato di ogni gesto dell’arbitro. Perché fare arbitrii? Anche quelli dei guardalinee. E i quiz, sai veramente tutto delle regole del calcio? E l’interessantissimo tema, come muta l’uniforme – uniforme, come i soldati – con l’evoluzione dei tessuti nel tempo. E il lancio della monetina, per sorteggiare il campo, dove lo vogliamo lasciare? Non merita anche lui un bell’articolo, con tanto di citazione che nel trentotto manca poco che la Germania e la Svizzera venissero alle mani per il sorteggio? Monete truccate, in tempi non sospetti?

Tutto vero, e manca una settimana all’Evento. Come riempiranno le pagine a venire i giornalisti in fregola? Con autocelebrazioni tecnologiche, quattro minuti per trasmettere una istantanea di un allenamento – via posta elettronica – da Parigi a São Paulo. E con foto e articoli a piena pagina sull’orecchino di Ronaldinho, come qui chiamano affettuosamente il noto giocatore dell’Inter. Dettaglio importantissimo: l’orecchino è di buon auspicio, recando i colori nazionali.

E allora via con l’orgia di verde e oro, colori sia della squadra, la Seleção, sia della bandiera brasiliana. Le pubblicità ne fanno ampio ed indiscriminato uso. Per vendere bisogna attirare l’attenzione. E nulla oggi vende meglio del verde-ouro della maglia brasiliana. Perfino le pubblicità più nobili giocano con il tema del calcio. Fantastica quella che a Fortaleza, nel Cearà, su rigoroso sfondo verde-oro, così recita: “20 Giugno, Brasile contro Paralisi – vinciamo questa partita. Vacciniamo i nostri figli contro la paralisi infantile”. Da paura.

Il calcio che salva delle vite? Ben venga. E che – tra un mese – vinca il migliore. Purché sia brasiliano.




Prima redazione : giugno 1998

giovedì 31 maggio 2012

Cinque candeline

Milleottocentoventisette giorni e molti nuovi amici dopo quel timido, dubbioso, esitante tentativo di aprire un blog, avvenuto il trentun maggio di cinque anni fa, eccomi qui a celebrare un traguardo. Che come molti traguardi, non rappresenta altro che una nuova partenza, oltre che un punto d’arrivo.

Ho raccontato di terre lontane. Di un’Italia che vorrei migliore, perché sono un inguaribile ottimista e, nonostante tutto, credo ancora che gli italiani possano migliorare, tutti insieme. Qualche rara volta anche di un piccolo microcosmo, la città che mi ospita.

Ho ricevuto e raccolto parole belle, talvolta speciali. Parole che danno la voglia, da sole, di continuare a scrivere. Ho scoperto che c’era chi leggeva i miei pezzi, magari non commentava, ma mi visitava con assiduità.

Il mio blog è nato come un gioco e tale voglio che rimanga. Con la libertà di raccontare episodi minimi, di parlare di fatti personali, di illustrare luoghi e genti che molti vorrebbero visitare, conoscere, capire. Di fotografare emozioni con la penna. Via l’ansia da prestazione, che ci inquina già la vita in troppe altre circostanze. Scrivo quando qualcosa colpisce la mia fantasia, non per vedere una serie di numerini crescere.

E divulgo quel che scrivo perché una notte di parecchi anni fa, in una piccola città del Minas Gerais, dopo una festa di matrimonio, un’armoniosa maestra di danza di nome Rosa mi disse delle parole che mi fecero capire il senso profondo della questione. Ero egoista, sosteneva, a tenere per me i miei racconti. Perché, le chiesi. Come spesso fanno le donne, mi rispose con una domanda. Ma quella era la spiegazione: che cosa proveresti, se il tuo autore preferito smettesse di colpo di scrivere? Capii quella sera, dopo aver ballato come mai più avrei ballato in vita mia, tra le braccia di una ballerina che, come le fate, doveva avere le ali nascoste da qualche parte, il significato della privazione. Il non poter leggere qualcosa che avrebbe fatto star bene uno sconosciuto. Che forse gli avrebbe dato forza. Che forse gli avrebbe dato una ragione in più per vivere.

Da quel giorno decisi che avrei condiviso i miei pensieri con chi aveva voglia di leggerli, di ascoltarli. Perché era giusto non essere egoista. Non ho mai smesso. Buon compleanno, homing pigeon.



domenica 1 gennaio 2012

Mostri di ieri (2)…

Voglia di riposo, dopo un anno viaggiato intensamente. È l’ora di scorrere ricordi e immagini che non hanno ancora trovato una propria via sul foglio. Non sempre il racconto è immediato. Ma se l’episodio ha lasciato delle tracce nella memoria, prima o poi la storia prende forma. È solo questione di tempo a disposizione e di calma interiore.

Mostri di ieri. Non vuole essere offensivo, anzi, al contrario. Monstrum nel senso latino. Due settimane fa si è concluso il ventesimo campionato mondiale di pallamano femminile. Di quegli sport di nicchia che vedi di sfuggita una volta all’anno in televisione. Ma quando ti ritrovi, per certe straordinarie combinazioni della vita, di tanti posti dove potresti trascorrere una settimana, proprio nello stesso albergo di San Paolo che ospita tutte le nazionali partecipanti alla fase finale del torneo, allora capisci molte cose.

Per esempio che, contrariamente agli spocchiosi divi del pallone maggiore, le giocatrici di varie nazioni possono – e sanno – convivere pacificamente, quando non allegramente, nello stesso angusto spazio di un albergo, per una settimana, senza venire alle mani e senza mettere a soqquadro lo stesso con risse da osteria. Eppure le stesse, una volta sul campo di gara, di sicuro non fanno cerimonie (alcune foto parlano da sole della fisicità di tale disciplina).

Incontrare ogni giorno in ascensore un campionario di ragazze perennemente in tuta, la maggior parte delle quali ti osservano dall’alto della loro notevole stazza, e scoprire che varie sono spigliate e sorridenti, altre riservate, alcune addirittura timide, rincuora. Ci sono ancora sport dove, anche ai massimi livelli mondiali, le atlete non sono altezzose semidee irraggiungibili dai comuni mortali.

Il sabato mattina prima della finale tra Francia e Norvegia, poi vinta dalle baldanzose vichinghe, nei giardinetti dell’albergo era tutto un brulicare di interviste, chiacchierate semiconfidenziali, foto di rito delle future campionesse. Giornaliste al femminile, microfono o taccuino in mano, che sondavano il terreno con le atlete. Ma l’atmosfera era rilassata, ai limiti della rimpatriata tra vecchie amiche che si ritrovano – toh, che combinazione – all’estero, a diecimila chilometri da casa, dove fa freddo e c’è la neve, e qui invece si sta in maglietta, shorts e ciabatte infradito. Poteva il piccione viaggiatore perdere una simile occasione per ficcare il suo curiosissimo naso? Non poteva. L’unico che mi ha guardato storto, come se la mia macchinetta dilettantesca potesse in qualche maniera minacciare i suoi costosi e prezzolati scatti, è stato un fotografo ufficiale. Le ragazze erano serene, si percepiva confidenza in se stesse e semplicità. Eccole qui, le campionesse del mondo di pallamano. Sono come vorremmo che tutti gli atleti fossero.

Stature. Una monumentale giornalista intervista una giocatrice. Sullo sfondo, mentre un’altra atleta ripassa schemi, una reporter formato barbie (per taglia e graziosità) è a caccia di un pezzo da scrivere.

Cose da bionde. La stessa scena vista dal lato opposto. Anche il tecnico di ripresa è una fanciulla dalla vezzosa coda di cavallo platinata. In due parole: emancipazione femminile all’atto pratico. Non abbiamo bisogno di uomini, facciamo tutto tra di noi.

Chi ti ha autorizzato?... sembra dire lo sguardo torvo del sospettoso fotografo. L’unico che ha obiettato – senza peraltro confrontarmi – alla mia presenza in mezzo a questa dovizia di campionesse sportive.

Confidenze. La barbie ha trovato la sua preda. Una rara norvegese castana che, rilassatamente accomodata sul pratino, le concede quattro indiscrezioni. La bambolina scrive frenetica sul notes a spirale, missione compiuta, articolo fatto. Per fortuna sono sedute: barbie può guardare la sua atleta diritta negli occhi.

lunedì 6 dicembre 2010

Applausi (Volo RG 880)

Quelli che partono spontanei, liberatori come non mai, dalla totalità delle persone sedute, anzi accucciate, nell’aereo che ha appena finito di rullare sulla pista di São Paulo. Per una volta nella vita, mi sono unito al coro. Dopo un silenzio irreale, sono scaturiti da dentro, dal profondo, a scaricare la tensione di un atterraggio di emergenza.

Quella specie di botto sordo che si era sentito al decollo, come se l’aereo avesse incontrato un’illogica crepa nella pista, era in realtà lo scoppio di uno dei due pneumatici anteriori. Due ore di volo nelle vicinanze di São Paulo, per consumare più carburante possibile. Occorre essere più leggeri, per ridurre lo stress sulle ruote al momento dell’atterraggio, e vuotare i serbatoi per diminuire il rischio di esplosione o incendio. Ed eccoci pronti alla procedura di emergenza. Le hostess ripetono le spiegazioni, ma stavolta non c’è l’annoiata indifferenza del pubblico. Tutti seguono, ed eseguono, quello che viene loro chiesto di fare. Liberarsi delle scarpe e degli oggetti acuminati che potrebbero ferire nell’impatto. Via occhiali, penne, calcolatrici. Stare pronti ad evacuare l’aereo dalle uscite sulle ali e sul retro. Tiro bene la cintura di sicurezza e mi leggo con cura le istruzioni sul da farsi per uscire da qui. Un paio di suore prega sommessamente. Alcuni chiudono gli occhi, forse per trovare qualcosa a cui pensare che li porti lontano da lì, c’è chi chiede una coperta, chi cerca con gli occhi un amico che viaggia tre file più indietro. Io sono seduto in un posto di finestrino, sulle ali. Vedo la terra fottutamente vicina, l’aereo evidentemente deve volare così per essere pronto all’atterraggio, appena avrà l’autorizzazione. Basso, sempre più basso, un 737 che vola come un Piper ad elica. Eccola, la pista. Sollievo e preoccupazione insieme. Ci siamo. Il comandante non parla più. Ora tocca a lui. Compie un passaggio esattamente parallelo alla striscia di cemento, poi esegue un magistrale circuito con due virate che nemmeno ad Hong Kong avrebbero dato lo stesso brivido. Rifletto. Forse sono più fortunati quelli che sono seduti interni, che non vedono nulla. No, invece, non è vero. Preferisco così. Vediamo un po’ cosa succede. Ormai siamo a 200 piedi da terra, l’aereo è perfettamente allineato. Se ci fosse una mosca si sentirebbe volare. Improvvisa, la voce di una hostess. Senza microfono, di certo è già legata al suo sedile. Una sola parola, detta con voce tremante: abbassatevi. Tutti, immediatamente, eseguiamo. Mi punto contro il sedile davanti, rannicchiato, le mani a proteggere la testa. Ma gli occhi scappano verso il finestrino. Voglio vedere. Voglio sapere quello che capiterà, non voglio capirlo dopo che è accaduto. Ammesso che. Ed invece, tutto fila liscio. Un’impercettibile sbandata appena si tocca il suolo, una frenata dolce, cauta, attenta, tanto la pista è tutta nostra, e non c’è fretta di liberarla. L’aeroporto è paralizzato, nessun aereo in attesa nei paraggi, gli addetti ai lavori, che forse già sanno, ci scrutano da lontano. Siamo fermi. Le camionette dei pompieri ci circondano, pronte alla bisogna. Come nei film. Ma non serve. Graças a Deus, ed alla perizia del comandante, siamo sani e salvi. Applausi.

Prima pubblicazione : 6 dicembre 2007

martedì 16 novembre 2010

Madrugada em Peló

Pelourinho, quartiere vecchio e bellissimo di Salvador da Bahia. Case, vicoli, piazzette, chiese. E gente. Dappertutto, i due caratteri dominanti: colori e musica.

Colori sulle facciate pastello delle case, versicolori come un arcobaleno piovuto dal cielo, colori sulla pelle della gente, in uno straordinario miscuglio di tonalità cromatiche.

Musica, che scandisce il ritmo di una sera calda, appassionata, coinvolgente.

Una banda di una decina di persone, i più giovani già oltre i cinquanta, cammina lentissima per i vicoli. Formano quasi un cerchio, fra di loro. Ognuno con il suo strumento, ognuno con la propria voce, danno vita ad uno spettacolo indimenticabile. Sudati come delle bestie, con delle magliette rosse con su scritto Madrugada em Peló, qualcosa come tarda notte in Peló, nomignolo affettuoso del quartiere, trasportano il ritmo di una interminabile samba per le strade. Il vecchio chitarrista, capelli grigi e sguardo perso nel vuoto, sembra andare per conto suo, sulla spalla il braccio di un ometto secchissimo, affardellato delle tante fodere degli strumenti. È cieco il chitarrista, si capisce. La sua ossuta guida dà il suo modesto contributo al gruppo, cantando sottovoce le melodie e guidando lo strumentista in mezzo alla folla.

Energia. Energia pura, ecco quello che trasmette lo spettacolo. Energia vitale, che pare inesauribile. Circondata da gente che balla, la banda si porta appresso un corteo che, lemme lemme, percorre le viuzze. Dove passa, raccoglie persone intorno a sé.

Vecchi, giovani, uomini, donne, bianchi, neri, coppie, solitari, gruppi. Tutti, indistintamente, ballano. Anzi, sambano. Colpiscono certe ragazze giovani, giovanissime, belle, nere di pelle, fisici stupendi e visi incredibili, con quegli impossibili occhi verdi incastonati in un incarnato color cioccolata, che danzano da sole, o strusciandosi sensualmente ai compagni di ballo. Sensuali, ma mai volgari. Il sedere ondeggia, vibra al ritmo della musica, a velocità inimmaginabile, le gambe paiono disarticolate. Dei fantastici burattini che solo il filo invisibile della samba sa fare muovere così. Pantere scatenate, agili come selvaggi felini di cui possiedono la grazia nervosa e repentina, comunicano al mondo la propria interiore, instancabile voglia di sambare.

La banda attraversa i crocicchi delle viuzze. Il poliziotto sulla cantonata (ce n'è uno ad ogni incrocio, e questo ti dà una sensazione di sicurezza non da poco), sposta un cono in centro alla strada. I rari taxisti si fermano pazienti, ed attendono che la processione sia passata. Scendono dalle macchine, si fumano una sigaretta, fanno due chiacchiere. In quel preciso momento la vita intera pare subordinata all'evento. Alla musica. Quel gruppo naïf di vecchietti, con la loro ininterrotta melodia, ha il potere di bloccare il traffico. Trascinando le proprie armonie, e con sé uno stuolo di ballerini improvvisati, instancabili quanto i suonatori, per le stradine di Peló.

Ma come fa a non smettere mai, la musica? E del resto, mi chiedo, come faccio anch'io a non smettere di ballare? Una risposta sola: la musica è l'energia. Un moto perpetuo, un ritmo che, guidato da chissà che dio, esce fuori dagli strumenti. Passano senza soluzione di continuità da un pezzo all’altro, senza un foglio di musica, senza un direttore, senza neppure un secondo di pausa per dire, bene, ragazzi, che brano facciamo ora? Nulla. Un fiume in piena che ti investe, l'energia della samba che esce da dentro di loro in forma di note e di voci. Qualcuno offre una sigaretta al povero emaciato accompagnatore del chitarrista, altri dividono una birra, da tracannare alla bottiglia, con chi si sta esaltando alla fisarmonica, alla grancassa, con le maracas, o chissà che altri strumenti dai nomi impossibili e dai suoni celestiali.

Qui non esiste il sacrilegio dell’impianto stereo che diffonde musiche registrate. La musica, per essere tale, deve essere dal vivo. Impossibile resistere. Ti entra dentro, ti attraversa. Picchia duro nello stomaco, porta le gambe a muoversi da sé. Non puoi non ballarla. Semplicemente non puoi.

E se tutto quello che ti succede intorno non ti spinge a sambare, finché una stilla di energia è ancora dentro ai tuoi muscoli, sudando fuori le birre che compri al volo dai baretti affacciati sulle viuzze, cantando con gli altri le parole che non sai ma che immagini, beh, allora non andare a Pelourinho. Non è che Pelourinho non faccia per te. È che non sei degno di stare in un posto così.

Dai retta, turista che guardi le cose attraverso l’occhio della tua telecamera. Posala. E balla. Ma se non ti viene istintivo farlo, se ti ostini nella tua distaccata, indifferente osservazione elettronica della vita, se l’unica ragione del tuo essere lí é il poterlo mostrare al tuo ritorno a casa, per dire alla fine io c'ero, allora piuttosto comprati delle cartoline. Pelourinho è meglio che la guardi così. Perché a Pelourinho c'eri, sì, ma non l'hai capita. Non l'hai vissuta.

Prima pubblicazione : 17 ottobre 2007

sabato 1 maggio 2010

Il campione dal volto triste

Un racconto scritto nel 1996. Il mio primo viaggio in Brasile.

San Paolo ha perduto il suo figlio più amato, ed ha creato il suo mito. Gli uomini muoiono, i miti sopravvivono ed anzi si rafforzano nel non vedere l’invecchiamento e la decadenza della figura umana. Muore giovane chi è caro agli dei. Ayrton Senna da Silva, paulista e campione massimo, ha ora strade dedicate a lui, monumenti stilizzanti automobili da corsa che lo commemorano. Sue immagini e poster si affacciano nelle vetrine dei negozi, talvolta il suo inconfondibile casco giallo, riprodotto in miniatura, va a far parte di quel mercato del ricordo, quasi della reliquia, che spinge la gente ad acquistare oggetti testimonianza di chi non c’è più.


Maledetto 1° maggio 1994, niente sarà più come prima. Mi è tornata in mente questa scritta che ho letto, in una livida mattinata di pioggia autunnale, sul muro della curva del Tamburello, all’autodromo di Imola, pochi mesi dopo la sua morte. Tracciata a bomboletta spray, vicina al punto dell’impatto, i segni dell’urto ancora vivi nel muretto, insieme a fiori ormai secchi, bandiere brasiliane e magliette con la sua effigie, rappresentava, anzi gridava l’amore e la disperazione di un popolo di tifosi per un campione che se n’era andato. Lasciando un vuoto straziante dietro di sé.