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domenica 11 agosto 2013

Ispirazioni oniriche

Talvolta certi racconti prendono forma nei sogni. La mattina, quelli che mi ricordo ancora, ho l’urgenza di buttarli giù, prima che li perda nei meandri della memoria. Il mio amore per i formaggi stanotte ha preso delle forme inaspettate. Vedevo dei personaggi. Erano dei camerieri. Ognuno aveva un latticino a cui si abbinava.

Lo squacquerone – inconsistente ed amorfo come il detto cacio. Vagola per la sala senza un apparente perché. Quando gli altri si caricano di pile di piatti sporchi da ritirare, lui spilluzzica due o tre stoviglie qua e là, da clienti scelti a caso, e poi impegna percorsi tortuosi e illogici per tornare in cucina. O è timido o ha la testa altrove, perché non c’è verso di incrociare il suo sguardo, per pura necessità alimentare e non per desiderio di socializzazione. Per la legge di Murphy, il suo vassoio si svuota sempre all’ultimo commensale del tavolo prima di voi. Al che scompare in cucina e probabilmente riceve una telefonata da un aborigeno australiano, perché se ne perdono le tracce per un buon quarto d’ora. Lasciandovi ai morsi della fame, acuiti dai gridolini di apprezzamento dei vicini che stanno gustando deliziose specialità. Loro. Maledetti. Si ritiene debba essere un parente intoccabile o un raccomandato – o entrambi. È l’unica spiegazione che giustifichi la sua inane presenza in mezzo a colleghe che trotterellano servendo a ritmo di valzer, mentre lui sembra fermo ai lenti da discoteca anni settanta.

Il gorgonzola – la similitudine con il vivace formaggio padano è puramente olfattiva. Non si capisce se sia colpa della divisa, in grave ritardo sulla tabella di marcia verso la tintoria, o se dipenda direttamente da lui. Fatto sta che il suo avvicinarsi al tavolo è palese perfino ai ciechi. Altrimenti innocuo, e talora addirittura solerte, questo handicap lo rende inviso alla maggioranza dei commensali, costretti ad apnee tipo Maiorca in attesa che sia terminata la somministrazione degli antipasti misti dalla guantiera – con conseguente e fatale ampia sbracciata verso i piatti e ostensione ravvicinata dell’ascella mefitica. Tale situazione può assumere conseguenze letali in estate, in locali privi di aria condizionata.

Il parmigiano – il re dei formaggi per il re dei camerieri. La sua lunga militanza nel solito ristorante ne certifica l’indiscussa autorevolezza. Fatevi consigliare, sempre. Lui ha l’occhio lungo in cucina, e sa cose. Se vi raccomanda il pescato di paranza, lasciate perdere l’orata. Se vi propone i funghi trifolati, non insistete con una banale milanese. Un suggerimento non accolto può causare reazioni a catena. Perché il re è spesso permaloso e si offende se i suoi pregevoli pareri non sono accolti con approvazione e gioia dai commensali, o peggio ancora vengono snobbati a favore di banalità culinarie che lui rifugge come un panino di McDonald e la cui associazione con la sua ieratica figura lui trova disonorevole, al punto da mandare in sua vece il garzon giovine, per recare agli indegni deschi tali vergognose refezioni. Alla fine del servizio non dimenticate una generosa mancia, se avete intenzione di tornare di nuovo in quel ristorante. Non perché il re ne abbia necessità – è solo un concreto segno di apprezzamento. Inchini e riverenze, pur essendo anch’essi correnti gesti di omaggio all’autorità regale, non sortiscono purtroppo gli stessi benefici effetti presso re parmigiano. Quindi mano al portafoglio, tirchiacci.

E infine...

La mozzarella – fresca, giovane, allegra e gradevole. Come una vera mozzarella appena plasmata dalle mani sapienti del mastro casaro. Serve col sorriso sulle labbra. Ringrazia lei se riceve un piccolo gesto di cortesia dai clienti. È rapida ma aggraziata. Ogni portata è accompagnata da una parola gentile. Indossa un paio di occhiali troppo grandi su quel musetto simpatico. Se lavorasse negli Stati Uniti e non in questo paese di avaracci farebbe una fortuna in mance. Come gli altri ritratti, non è un personaggio immaginario. Ed è l’unica di cui dirò di più: si chiama Camilla, l’ho conosciuta ieri sera in occasione di una pizzata e lavora in un locale sul lungomare versiliese. Avremmo bisogno di tante Camille in Italia: sarebbe un paese migliore.




lunedì 23 luglio 2012

Un sarto nel buio

Il compianto Gianni se n’è andato quindici anni fa. Restano Santo e Donatella. Son due, no? Ecco spiegato il plurale.


Il fratello dimenticato dei più famosi Giorgio ed Emporio. Forse perché appartenente al ramo cadetto della famiglia, viene ingiustamente tenuto lontano da sfilate e passerelle.


Derby in terra straniera? Strizzata d’occhio a entrambe le fedi calcistiche meneghine, mai si dovesse perdere un cliente danaroso? Comunque non ci entrerei. A parte la vetrina col vestitino rosso da sciantosa, sono – tiepidamente – della Juve. Datemi piuttosto un Johnny Lambs Fashion (visto davvero in Corea parecchi anni fa. Giuro).


Eccola, la vera sarta. Come mille sue colleghe, silenziose e senza diritti, apre bottega ogni giorno lungo strade e vicoli di Bangkok. Per tetto un ombrellone. La fedele compagna di lavoro è una vecchia Singer a pedale, che non richiede corrente ma solo faticoso sfarfallar di piedi. Una cassetta piena di rocchetti variopinti. Su un pallet consunto le buste con gli ordini. Orlare. Imbastire. Cucire. Riparare. Accorciare.

Qualcuno intanto sorride mellifluo e invita i clienti nei freschi negozi condizionati, chiedendo dollaroni fruscianti per vestiti sartoriali pronti in ventiquattr’ore e consegnati perfino in albergo. Mentre là fuori le lavoranti sfruttate, metro di stoffa al collo, cuciono e cuciono. E cuciono.



venerdì 16 marzo 2012

Fantasia al potere

Oggi mi sono svegliato in vena di filosofeggiare. Che cosa spinge un produttore cinese a creare una imitazione da quattro soldi di un articolo di fama? L’ovvio desiderio di profitto, sfruttando la pavlovica tendenza della gente di restare fedeli all’uso di mercanzie, della cui immagine la pubblicità provvede a bombardarci quotidianamente il cervello, finchè non siamo – a livello di subcosciente – convinti della necessità di possedere quel bene, quale viatico alla felicità nella nostra vita.

Perfino un processo non proprio legale ha le sue regole non scritte. La scelta del marchio, per esempio. Anche i meno scafati trafficoni sanno che falsificare pedestremente un prodotto può metterli nei guai. Bisogna fare qualcosa il più possibile assomigliante, ma che ancora differisca un po’. Tanto da poter dire, in caso di necessità, no, non è mica quello. È un’altra cosa. Ma abbastanza simile da ingannare l’occhio inesperto del consumatore. Tanto la maggioranza dei fruitori, cinesi, manco sa leggerlo l’inglese. Va a occhio, un po’ come noi europei con quei simpatici ideogrammi orientali, carini da vedere ma assolutamente inintelligibili.

Così si creano capolavori come questo. Avete presente la catena francese di profumerie e prodotti di bellezza vari? Guardate un po’ cosa sono riusciti a tirare fuori degli artisti dello scimmiottamento. E nel pieno centro a Shanghai, mica in qualche sperduto borgo di campagna!

domenica 11 marzo 2012

Drogati da lavoro

L’autista che di prima mattina ci porta dalla parte opposta dell’isola di Xiamen guida peggio della media dei taxisti cinesi. Scatti repentini. Spostamenti di corsia all’ultimo minuto. Appeso al volante in una postura del tutto innaturale. Ci sono momenti che sembra quasi cadere sul parabrezza.

Visto dal sedile posteriore non è un bello spettacolo. Mi viene in mente una battuta, per cercare di sdrammatizzare l’impalpabile tensione tra i tre passeggeri – tutti italiani – del mezzo disordinato. Ma questo ha imparato a guidare sugli autoscontri? No, mi dice il collega esperto di Cina seduto accanto al guidatore. È drogato. Ah, bene, fa piacere essere in balia di un taxista drogato. Non posso dire il nome cinese, continua, se no capisce che parliamo di lui, ma si è fatto di betel. Guidano tutta la notte, e la mattina, per riuscire a continuare il turno, masticano la noce del betel. Così rimangono svegli, ma in una specie di trance drogata, che causa improvvisi risvegli di coscienza e relative reazioni al volante. Il turno medio è dodici ore, a Shanghai c’è gente che per arrivare a fine mese lavora senza mollare il volante per sedici ore. Due terzi di giornata nel caos del traffico shanghainese. Drogati da lavoro.

Tutto provato sulla nostra pelle in quei pochi chilometri che però sembrano molti di più. E poi qualcuno mi chiede ogni tanto, con tutti gli aerei che prendi, ma non hai paura di volare?

Noce di betel. Mi ricorda un vecchissimo racconto mai pubblicato, Binlang xishi, scritto a fine secolo scorso durante una visita a Taiwan.

Gli automobilisti si fermano per strada, per comprare dalle Xishi, avvenenti signorine succintamente vestite, il Binglan, l’eccitante betel. Come per i sudamericani la foglia di coca. Binglan, il chewing gum dei taiwanesi.


Binlang Xishi (檳榔西施)

Se qualche ignaro forestiero si trovasse per la prima volta nel traffico di Taipei, potrebbe sorprendersi o preoccuparsi (o magari stare male, se particolarmente sensibile), nel vedere un guidatore di camion che ha un improvviso sbocco di sangue mentre è alla guida. Niente paura. Si tratta solo del chewing-gum taiwanese. Molto diverso dal nostro concetto. È un piccolo involucro fatto con una foglia ripiegata, nel cui interno c’è una sostanza rossa, a base di calcio, che si mastica e poi si sputa (per la strada, dal finestrino), lasciando tracce indelebili ed oscene, che imbrattano il suolo – e decorano a strisce purpuree le fiancate dei camion. Al punto che un recente regolamento prevede che le venditrici del suddetto, insieme con la dose giornaliera, forniscano anche dei bicchierini di plastica per gli espettorati dei fruitori. E dose non è un termine ambiguo. Anzi. C’è gente qui che arriva a spendere anche duecentomila lire al giorno, per mantenersi il vizio del chewing-gum. Dipendenti. Peggio del fumo, peggio di una droga.

Si trova dappertutto, e chi lo vende sono fanciulle in vetrina, parcheggiate in gabbiotti ai bordi delle strade, presenti ovunque in quantità imponente. Filari di lucine colorate, quelle degli alberi di Natale, lampeggianti rossi rotanti, presi a prestito da qualche trasporto eccezionale, ed altri ingenui richiami visivi servono ad attirare i clienti. Ma il richiamo maggiore sono le gambe delle fanciulle, ostentate attraverso la vetrata che si affaccia sulla strada. Gonne microscopiche, gambe accavallate. Facile fermarsi. E non c’è neppure bisogno di scendere dalla macchina. Sollecite, le ragazze escono dal gabbiotto, esibiscono le loro scoperte grazie e forniscono il necessario. Chewing-gum, sigarette o altri generi di conforto, che talora sconfinano nella profferta di una veloce prestazione amorosa, da concordarsi sul momento, da consumarsi nel retro – attrezzato all’uopo – del box. Non c’è, probabilmente, un solo posto al mondo privo di prostitute. Mai viste, però, camuffate da venditrici di chewing-gum.


Prima redazione di Binlang Xishi : febbraio 1999

sabato 25 febbraio 2012

Sarariman

È dura la vita del sarariman. Gli orari d’ufficio sono oltraggiosi: nessuno esce puntuale, perché sarebbe dimostrazione di poco attaccamento all’azienda. Bisogna star lì fino alle sette o alle otto, magari inventandosi qualcosa da far finta di fare, perché di andarsene prima del capufficio non se parla proprio. A questo si aggiungono le svariate ore quotidiane (fino a quattro in una metropoli come Tokyo) necessarie per il tragitto da pendolare. E quando il capo chiama, è indispensabile essere presenti all’appello serale tra colleghi in qualche ristorante, dove si mangia poco ma ci si deve cimentare in bevute epocali, o in un karaoke, altra fonte di stress, perché non si posson fare figuracce da pressappochista stonando o scordando i testi, quindi – nel raro tempo libero – si frequenta una scuola di canto.

Davvero dura la vita del sarariman. Che talvolta, la sera, si riduce così.


Cosa non si fa per tenersi un posto di lavoro.



mercoledì 28 dicembre 2011

Mala tempora currunt

Periodo di assoluta incertezza. Basteranno le draconiane misure del governo Monti a salvare l’azienda Italia dal collasso? L’economia trema, i consumi sono al lumicino, l’auto non tira, l’edilizia langue. Guardate un po’: perfino i solitamente risoluti tubolari di solido acciaio sono inquieti, in apprensione. Facciamo qualcosa, che so io, diamogli del Prozac. Oppure, a scelta, offriamo un dizionario al redattore del cartello.

lunedì 17 ottobre 2011

Professioni a rischio

Ammetto le mie carenze. Fino a tempi relativamente recenti ignoravo l’esistenza di una categoria professionale detta sciampista. Non avendo l’abitudine di frequentare saloni di acconciature per signora, non mi ero mai reso conto che ci fossero chiare e nette distinzioni di ruolo tra le varie addette ai lavori. Colpevole lacuna, provvidenzialmente colmatami dalla estemporanea – e fortunatamente breve – osservazione di programmi cosiddetti d’intrattenimento, nei quali si fa spesso riferimento a fenomenologie dell’essere umano quali il tronista (confesso qui il mio rifiuto di concepire tale lemma come una professione, della quale – per di più – magari andare fieri), la letterina (ennesima variante della ragazza-tappezzeria da studio televisivo) ed appunto la sullodata sciampista.

Tale inopinata scoperta ha scatenato in me la curiosità di intuire le caratteristiche necessarie ad affrontare con successo codesto mestiere.

Cominciamo, lombrosianamente, dalle fattezze fisiche: come per i fantini, una statura medio-bassa deve essere d’ausilio, onde evitare esiziali mal di schiena, a chi trascorra tutto il giorno chinata in avanti su dei curiosi lavandini a mezzaluna, confricando cautamente epiteli di signore dall’agenda d’impegni semivuota.

Passiamo alle competenze richieste: una generale conoscenza dei pettegolezzi riguardanti le attività amatorie di attricette, soprammobili e comparse televisive più in voga del momento è basilare per intraprendere una qualche parvenza di conversazione con quelle, delle suddette clienti, che abbiano piacere di scambiare due parole su decisivi temi d’attualità e d’interesse generale.

Mentre una improbabile laurea in filosofia potrebbe essere un punto di demerito (ci sarebbe il concreto pericolo di surclassare, sul piano intellettivo, le proprie ingioiellate clienti, e ciò non è ammissibile), è certamente proibito alla sciampista di possedere anche solo i fondamentali di taglio, messa in piega a phon e acconciatura artistica, mai un domani l’operosa massaggiatrice di cuoi capelluti decidesse di aprire un salone per conto proprio, mettendo a repentaglio la fedeltà della clientela alla coiffeuse dove lavora ora.

Voglio lanciare un monito a questa folta categoria di oscure addette minori alla bellezza muliebre: care sciampiste, attente. Forse non lo sapete, ma siete una specie a rischio estinzione, come la foca monaca.

In Giappone è stato appena presentato un robot che in un futuro nemmeno lontano potrebbe rendere inutili i vostri servigi.


Ma avete ancora una speranza. Pare infatti che alla Panasonic non abbiano pensato di dotare l’avanguardistica macchina di un magazzino di memoria ad elaborazione vocale, pronto ad intrattenere le clienti con dovizia di dettagliate e gustose notiziole su Ruby, Belen, Simona, George, la lady dai vestiti di bistecche, per non parlare dell’intera guarnigione di perdigiorno granfratellati. Insomma, tutto ciò di cui si tratta non solo su rotocalchi balneari ma anche nei vari telegiornali, programmi con apocrife pretese culturali, testate di richiamo, e – ahimè – perfino librerie.

Salviamo dei posti di lavoro: non facciamoglielo sapere, a quei tecnici nipponici, cosa manca per essere veramente una perfetta sciampista in Italia.


venerdì 10 giugno 2011

626

L’ho sempre detto che in Cina 626 è solo un numero come un altro. Basta osservare il factotum che, in piena sicurezza, recupera una paletta gettatagli da sotto, per pulire il tetto del ristorante in cui lavora. Dopo avere funambolicamente raggiunto la piattaforma camminando su un tetto ripido come quello delle baite di montagna, si sporge nel vuoto per richiedere ai suoi compari il lancio di ramazza e paletta. Detto fatto. Un paio di prove fallite per poca mira, ma alla fine il nostro acrobata agguanta gli attrezzi e si accinge a ripulire il lastricato da foglie e sudiciume vario. A otto metri da terra. Imbragature? Elmetto? Soldi sprecati. 626 al massimo in Cina è utile se lo dividi in due numeri, sei e ventisei, e te li giochi al lotto. Un gruzzolo extra fa sempre comodo per pagare le spese ospedaliere degli infortuni sul lavoro.

sabato 26 marzo 2011

I raccomandati

Siete alla ricerca di una sospirata promozione? Avete cercato di mettervi in luce presso il vostro superiore, non disdegnando talora condotte ai limiti dell’etica professionale? Siete stufi del vostro cubicolo ed aspirate a un luminoso ufficio d’angolo, nuovi arredi e pianta sempreverde? Vi sentite il Fantozzi di turno, e la vostra fantasia erotica proibita è svegliarvi un giorno Direttore Naturale Planetario, con tanto di poltrona in pelle umana e acquario con gli impiegati che nuotano?

Ecco un oggetto che raccomando fortemente di non tenere sulla vostra scrivania. Il capo potrebbe fraintendere, e pensare che tutto l’attaccamento aziendale da voi dimostrato non sia poi così sincero.

Orologio “conto alla rovescia al weekend”. Mai più senza. Ma solo se avete già una lettera di assunzione da un’altra parte. O una raccomandazione a prova di bomba.

Sempre a proposito di ufficio. Trascorrete almeno otto – e talvolta anche di più – ore alla scrivania. Ogni giorno. I vostri colleghi vi sono più familiari di chi vi aspetta a casa. L’azienda è come la vita, siete circondati da un florilegio di caratteri. Simpatie, antipatie, indifferenze, attrazioni. A chi non è capitato il collega piagnone, sempre sbadato, sempre senza una lira in tasca quando serve, sempre pronto a scroccare una sigaretta al caffè? Una macchietta. Fosse una situation-comedy. Ma avercelo accanto tutti i giorni sviluppa istinti inconfessabili.

Il questuante di professione passa i limiti della decenza quando si azzarda a chiedervi il panino che vi stavate accingendo a gustare nella pausa tra una grana e la prossima. E lo fa con arte, il vile. Sai, tanto tu devi per forza finire quella pratica. Stamattina non ce l’ho proprio fatta a passare dal bar (voi pensate: e vacci ora, farabutto, i bar non sono mica uffici comunali, di solito hanno il curioso vezzo di tenere aperto all’ora di pranzo). Nel frattempo fa gli occhi da cucciolo bastonato e ammicca languidamente all’incarto del vostro risicato pranzo. Irresistibile attore, il manigoldo.

C’è un rimedio, per rendere inappetente anche il più caparbio dei parassiti che infestano ogni ufficio. Mettete il vostro sandwich non nel solito cartoccio untuoso ma promanante appetitosi effluvi di prosciutto e maionese. Da oggi usate la busta trasparente, sigillata, con stampate su delle disincentivanti macchie di muffa. Lo scroccone vi rifuggirà come uno scarafaggio il flit.

Bustina per panini con le macchie di muffa. Mai più Senza – in ufficio!

Prima pubblicazione : 21 febbraio 2010