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domenica 20 settembre 2015

Death in the afternoon


Quegli occhi neri e già vuoti, impossibili da dimenticare, di una donna, una turista tedesca spiaggiata come una medusa dal mare mosso sul litorale tra Viareggio e Torre del Lago. Bagnini che si ostinano a praticare un inutile massaggio cardiaco, quel corpo ormai inerte che non reagisce, che subisce le vane compressioni di chi non si vuole arrendere, gli inani tentativi di infondere di nuovo vita dove la vita non c’è più.

E poi, improvvisa, l’apparizione di un uomo che già temendo il peggio, l’irreparabile, si avvicina al capannello, certo con la speranza di non dover vedere quello che invece vedrà. E barcolla, e rimane lì inebetito, incredulo, le mani tra i capelli, ammutolito da un raccapricciante dolore, a fissare quella scena di pietà suprema, di rabbiosa ribellione all’evidenza da parte di chi per professione e forse anche per missione deve e vuole salvare la gente dal mare indifferente e crudele.

Alla fine arrivano, affardellati di attrezzi, i soccorritori della Misericordia. A dare il cambio a chi fino ad allora continuava imperterrito a massaggiare quel petto immobile, quel corpo esanime, quella che fino a forse un’ora prima era una bagnante settembrina, ed ora è solo un vuoto, esangue simulacro adagiato sulla rena del bagnasciuga come un tragico Cristo di una Deposizione del Caravaggio.

Ma anche i professionisti si arrendono. Dei lettini messi in verticale fanno da pietosa cornice e velo a questa povera signora tedesca, venuta a morire negli ultimi tepori italiani, in una calda ma burrascosa domenica di settembre.

Una giornata che ti cambia la vita. Una giornata che mai avresti pensato sarebbe finita così. Una giornata di morte. Quell’uomo, bianco come un cencio, con una orrenda smorfia di attonito dolore sul viso, lo fanno sedere su una sdraia, gli parlano, qualcuno passa e gli tocca la spalla, anche se è un perfetto sconosciuto.

Qualcuno ignaro domanda cosa è successo e poi si fa un segno della croce, qualcuno fa la faccia sgomenta di chi immagina cosa si agiti in questo momento nella testa confusa, nel cuore trafitto di quell’uomo improvvisamente rimasto solo, qualcuno mi confessa piangendo di aver assistito alla scena dei vani soccorsi facendo il tifo per la vita, nella speranza che l’impossibile miracolo accadesse. Un senso di inutilità e di ineluttabilità ti attanaglia. Quegli occhi fino a poco prima pieni di vita ora sono solo neri e vuoti. Death in the afternoon.





giovedì 28 agosto 2014

Tragedie americane


In Arizona un trainer di un poligono muore mitragliato da... una bambina di nove anni. Nove. E la chiamano tragedia. Le vere tragedie sono altre: laggiù è normale che una coppia di genitori in vacanza per divertirsi non trovi di meglio da fare che andare a sparare a delle sagome (e non stiamo parlando di un lunapark coi suoi sgangherati fucilini ad aria compressa). Non solo: è normale che si portino appresso - a scopo educativo - una figlioletta di nove anni. Di più: è normale che la suddetta, invece di baloccarsi con bambole o videogiochi tascabili da fanciulle, possa avere accesso alla zona di tiro. È normale, infine, che le venga messo in mano un Uzi, una mitraglietta che spara a raffica, e che venga incoraggiata a testarne le più nefaste capacità.

La tragedia è che questo episodio sia solo percepito come un disgraziato incidente di percorso, una fatale imprudenza dell'istruttore. Esperti ora dichiarano: non si può mettere in mano un Uzi ad una bambina di nove anni...

La tragedia è che la frase non finisca qui, come buon senso e sensibilità suggerirebbero, ma continui cosí: ... aspettandosi che sia in grado di controllarlo.

Dai. Come puoi confidare che una bimbetta, oltretutto anche un po' gracilina, riesca a tenere, a mano libera, un fucile mitragliatore sulla corretta linea di tiro? Che pretese, signori istruttori! Mica sono tutti dei rambo questi turisti della sparatoria fai da te!

Capite: non viene considerato profondamente immorale e sbagliato che un'arma automatica e letale venga spacciata per un divertente gioco agli occhi ancora innocenti di una bimba. Non è scandaloso e osceno che questa povera fanciulla si sognerà di notte l'immagine del tizio mentre gli fa saltare le cervella, in perfetto stile Pulp Fiction, roba da fare invidia a Tarantino. Non è vergognoso che la madre stesse orgogliosamente filmando l'edificante scenetta, come si fa coi figli quando si tuffano in piscina o costruiscono un castello di sabbia in riva al mare, del tutto inconsapevole che stava per riprendere un assassinio.

No. Tutto questo negli Stati Uniti continuerà ad esser normale. Fino al prossimo impallinamento. Ecco la vera tragedia: che nulla cambierà.

Lobby delle spingarde 1 - Vita 0. Palla – di fucile – al centro.





sabato 16 novembre 2013

Please help us

Per favore, aiutateci. Abbiamo bisogno di cibo.

Non sono i soliti professionisti della questua. In Asia, per strada o ai semafori, è facile imbattersi in dei bambini che chiedono soldi. Tanti, troppi. Sempre malmessi, spesso sporchi, talora purtroppo rapiti alle famiglie da adulti criminali che gestiscono questo laido racket. A volte sono storpiati dai loro aguzzini e sfruttatori per meglio far leva sulla pietà dei donatori.

Questi invece sono bambini filippini sopravvissuti al tifone Yolanda. Non sono né sporchi né storpi, e soprattutto non sono professionisti. Sono solo affamati. Non chiedono denaro, ma cibo.

Chi ha perso tutto, magari perfino la famiglia, non cerca soldi. Restano solo le necessità basilari quando è questione di mera sopravvivenza. Per questo sporgono le mani giunte, pieni di speranza e fiducia nella bontà di sconosciuti in transito.

Mostrano un cartello gentile ed educato, che implora per loro. Ma sono quelle braccine tese, quegli sguardi innocenti e supplici, quel loro muto attendere un gesto di vitale compassione a dover colpire non solo qualche distratto automobilista di passaggio, ma il mondo intero.

Nessuna di queste creature dovrebbe essere costretta all’umiliazione di mendicare un po’ di riso. Se il mondo è capace di osservare questa immagine senza provare infinita pena e vergogna, e senza far qualcosa per aiutare chi non ha più nulla salvo forse la dignità, allora non è un posto dove voglio vivere.




venerdì 2 agosto 2013

È bello crederci


Che un “allestimento urbano d’arte”, sotto i portici della via centrale, si trasformi in una specie di gioco per testare il livello di generosità dei cuneesi.

Che qualcuno abbia immaginato un bellissimo slogan: questi giocattoli hanno bisogno di avere ancora bambini da far divertire e questi bambini hanno il diritto e la necessità di giocare.

Soprattutto che lo scatolone sia stato davvero riempito da gente generosa, fino a traboccare oltre la capacità stessa del cubo, con scatole e sacchetti in bilico sul tetto dell’originale installazione interattiva.

Infine, che questi balocchi un giorno raggiungano veramente dei bimbi bisognosi e privi di tutto, anche della semplice gioia di un gioco.





giovedì 30 maggio 2013

Prigionieri - 2

Fèrmati per andare avanti. È il motto dell’Eremo del Silenzio.

E pensare che pochi mesi fa, all’arrivo a Perth, avevo sorriso, vedendo, proprio all’uscita dall’aeroporto, la pubblicità dalla vecchia galera di Fremantle. Che, con squisito senso dello humour australiano, recitava: dando il benvenuto ai visitatori da centocinquanta anni. Il nuovissimo mondo. Talmente recente da non avere nient’altro di più antico o di più rimarchevole da visitare. Che idea bizzarra, vero, visitare una prigione?


Invece, una domenica di maggio, mi capita di passare davanti alle Nuove, a Torino. Fin da ragazzo ricordo di aver osservato quei muri in mattone pieno con un senso di inquietudine e di curiosità insieme. Curiosità di sapere che mondo ci fosse dietro quella recinzione, dietro quelle sbarre, attraverso le quali ogni tanto capitava di vedere un detenuto comunicare con qualche parente – prima degli anni di piombo, che porteranno misure più severe e ancor più spinto isolamento dal mondo esterno. Inquietudine per quel senso di ovvia pericolosità del luogo, dell’ambiente, il pensiero teso all’auspicio di non dover mai, neppure per errore, trovarsi a dover frequentare da ospite tale luogo di pena ed espiazione.

E la curiosità mi ha sopraffatto, quando ho trovato un nuovo varco laterale spalancato di recente nel muraglione. Impossibile resistere. Bastano pochi, timidi passi, ed eccomi dentro al perimetro del carcere. Una signora mi chiede: vuole visitare il Museo delle Nuove? Forse, dico, ma mento. Certo che voglio. La seconda e la quarta domenica del mese ci sono visite guidate, alle nove di mattina. Unico viandante mattiniero, ho la fortuna e il privilegio di avere una guida tutta per me. Michele, volontario, mi accompagna attraverso un percorso di oltre un’ora. Attraverso il camminamento interno, recintato dalle due cinte murarie, si entra nella struttura. Non prima di aver reso un omaggio ad una teoria di fotografie d’epoca, ritratti seri, fieri, volti non sconfitti, vittime delle rappresaglie naziste in tempo di guerra. Persone che oggi si ritrovano nella toponomastica di Torino. Il generale Perotti, Massimo Montano, Paolo Braccini, Eusebio Giambone, Ignazio Vian, Emanuele Artom. E tanti altri sconosciuti combattenti morti per darci un’Italia migliore. Chissà se lo rifarebbero, vedendo l’odierno stato miserevole della nostra penisola.

Michele alterna interessanti notizie storiche e architettoniche con le vicende di umili eroi, come suor Giuseppina, che salvò uomini, donne e bambini, in tempo di guerra. Come padre Ruggero, cappellano carcerario, cinquant’anni tondi passati lì dentro, dalla guerra alla seconda repubblica.

E poi ci sono le odissee di ignoti reclusi, raccontate dai graffiti incisi sui muri delle celle. Disegni, incerte parole in dialetto, ma anche le ultime lettere dei partigiani condannati, piene della loro straziante certezza di morire, pur confortata dalla serena fierezza di aver lottato per un mondo migliore, che lasciavano in eredità a mogli, figli, parenti.

Fra tutte queste testimonianze scarabocchiate da animi angosciati, c’è chi, nella sezione femminile, è stata capace di sintesi massima, mentre esternava cosa si prova a stare in cella: qui si fa solo strage di sogni.

Michele mi chiede, alla fine, di far conoscere il loro oscuro lavoro di volontari, retribuito solo dall’apprezzamento e dalla riconoscenza dei visitatori. E di lasciare due parole sul registro. Faccio entrambe le cose molto volentieri. Ci sono esperienze che vale la pena fare, nella vita. Come questo viaggio attraverso un luogo opprimente, ancora grondante dolore e echeggiante grida e lamenti di sofferenze passate. Per capire il valore della parola libertà, spiegata nell’ambiente in cui è costretto a vivere – e spesso a morire – chi la libertà l’ha persa. Giusta o sbagliata che sia la ragione per cui si son trovati lì.

Sono di nuovo fuori da quelle mura alte e scure. Respiro a pieni polmoni l’aria tersa e fresca. Il sole non mi è mai sembrato così caldo e scintillante.




giovedì 2 maggio 2013

Pum pum! Sei morto! (sul serio)

Chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Non trovo un detto più adatto, per commentare la notizia di quel bambino – di cinque anni – che nel Kentucky ha ucciso la sorellina – di due – con un fucile.

Ma non un fucile mal custodito da genitori negligenti e sconsiderati. No. Proprio il suo fucile.

Allora mi vengono alcune domande, che sarebbe bello trovassero risposta.

Americani: è normale che un bambino di cinque anni debba già possedere un fucile? Autentico? Con tanto di proiettili? Avete presente la comprensione della realtà di un bimbo di quell’età? La sua capacità di giudizio critico? La sua percezione di azione e reazione, di vita e di morte?

E ancora: con quali aspettative dei genitori regalano al figlio - di quattro anni, perché non erano due giorni che l’armina girava per casa – un fucile, sapendo che è fatto apposta per ferire e per ammazzare? E per non farsi mancare nulla, con tanto di munizioni? Ben consci che in famiglia, oltre al piccolo armigero, c’è anche una bimbetta di due anni? Perché non avete regalato anche una pistolina a lei, così almeno poteva difendersi?

E non pensate che affermare, quasi a giustificarsi: non sapevo che ci fossero ancora cartucce nel fucile, sia una dichiarazione di resa della vostra missione di genitori? Ancora? Quindi il fucile non era un oggetto inanimato, per far finta di giocare alla guerra, nascondendosi dietro il divano e facendo pum pum con la bocca. Lasciavate un figlio in giro per casa con un’arma carica: non vi è mai passato per la testa che qualcosa prima o poi sarebbe potuto succedere? Mai temuto, nemmeno per un momento, che potesse giocare alla guerra sul serio, ignorandone innocentemente le conseguenze funeste?

Inoltre, cari americani: trovate logico, giusto, perfino divertente che debba esistere un sito dove sono in libera vendita armi formato giocattolo, peccato che siano vere? E che lo stesso sbandieri lo spensierato motto “My first rifle”, così come da noi si pubblicizza il primo orologio o la prima bicicletta per bambini? Che queste armi mortali debbano essere farisaicamente travestite da giocattoli, colorandole di rosa per le bambine? Ma dai. Siamo seri. Un fucile non è la casa della barbie.

Voi che siete fissati con le avvertenze sull’uso di qualsiasi oggetto casalingo, sortendo effetti comici come scrivere su un ferro da stiro attenzione! diventa caldo durante l’uso, oppure non introdurre gatti o bambini, sull’oblò di una lavatrice, ce l’avevate scritto: attenzione! può uccidere se lasciato in mano ad un bambino di cinque anni incustodito, su un fucile venduto appositamente per i minori? Ma scritto bello grosso, che attragga l’attenzione distratta dei genitori, visto che il povero innocente a quell’età non saprà ancora leggere – ma è grande a sufficienza, nel giudizio scriteriato dei suoi tutori, da impugnare un’arma. Vera. E carica. Robe da matti.

Molto probabilmente queste rimarranno domande retoriche e non cambieranno lo status quo. E forse troveranno un’ottima percentuale di gente, di là dall’oceano, pronta a rispondere che sì, il loro è un diritto inalienabile, quello di possedere delle armi da fuoco, sì, anche automatiche, e che quei genitori sono stati solo imprudenti, e non deficienti a regalare un fucile al proprio figlio – ripeto, di cinque anni.

Fatemi capire: non avete ancora superato la sindrome del far-west? Avete bisogno di girare col cinturone e la pistola come nei film di Sergio Leone? Vivete in una terra così pericolosa da accogliere con il fucile imbracciato qualsiasi viandante che osi passare davanti al vostro vialetto ghiaioso? Avete una polizia così poco efficiente da aver la necessità di difendervi da soli da banditi che evidentemente pullulano come formiche, vista la diffusione capillare di schioppi, pistole e mitragliere presso il popolo in generale? Non mi sembra. Eppure limitare (proibire equivale ad un intoccabile tabù) il possesso di armi ai privati è come scalare l’Everest a mani nude e senza bombole. Chiunque ci provi soccombe – politicamente parlando.

Leggendo di questo povero bambino, vittima delle circostanze quanto sua sorella, mi è tornato alla mente quando io avevo la sua età. Anch’io avrei voluto in regalo da babbo natale una pistola giocattolo. Ma quel saggio uomo di mio Padre disse poche, irrefutabili parole, la cui potenza educativa capii solo crescendo. Da vecchio ufficiale del Regio Esercito, disse: in guerra le ho usate abbastanza io le armi. Non voglio che mio figlio cresca con in mano una pistola. Nemmeno giocattolo. E mai ne ebbi.

Forse in America ci vorrebbero più uomini come mio Padre.




domenica 28 aprile 2013

Unsung heroes

Questa è la storia della moglie di Li Shaohua. Lui, come tutti i giorni, era partito la mattina presto per andare a lavorare nel cantiere edile. Lei era rimasta a casa con la figlia di nove anni e la vecchia suocera.

Una mattina come tante altre nel villaggio di Renjia, provincia cinese del Sichuan. Ma alle otto e cinque di sabato scorso, 20 aprile, un sisma di magnitudo sette ha sconquassato il paesello di Li. La moglie ha fatto in tempo, in quegli istanti concitati, a portar fuori la suocera di 86 anni. Poi è tornata dentro, per mettere in salvo la figlia che ancora dormiva, essendo il sabato festivo per la scuola. Ma l’edificio è crollato, seppellendole entrambe sotto le macerie.

Dopo sette giorni, come prescritto dalla tradizione cinese del touqi, Li Shaohua ed il figlio diciannovenne, superstite perché si trovava lontano, all’università, hanno reso omaggio alla tomba dei loro familiari perduti.

È stato il destino di un evento naturale a portarvi via, per favore non dateci la colpa - hanno mormorato piangendo mentre chiedevano loro perdono per non esser stati lì per salvarle.

Una piccola tragedia tra le tante del nuovo terremoto nell’inquieto Sichuan. Neppure il nome sappiamo, di questa coraggiosa donna. Rendiamole almeno un omaggio postumo. La signora Li ha incarnato – fino alle estreme conseguenze – l’esempio della dedizione e del rispetto nei confronti della vecchiaia. I valori di una Cina antica che va scomparendo, con le nuove, viziate, giovani generazioni. È bello – e triste allo stesso tempo – sapere che ci sono ancora donne come la moglie di Li Shaohua. Capaci di eroismi anonimi. Unsung heroes.





venerdì 15 marzo 2013

Cani al volante

Guidi come un cane. Non si potrà più dire. Non nel senso offensivo con cui lo si usa, perlomeno. Perchè in Nuova Zelanda hanno trovato la maniera di farli guidare, i cani. Davvero, non è un pesce d’aprile in anticipo.

Si tratta di bestiole di canile, animali abbandonati, o salvati da padroni violenti, o semplicemente randagi raccolti per strada.

I volontari dell’associazione per la protezione degli animali hanno avuto un’idea speciale. Insegnare a tre di loro, su degli improvvisati simulacri di cruscotti, a compiere le manovre fondamentali. Curvare, frenare e perfino parcheggiare. Poi, su delle Mini adattate per l’evenienza, dopo due mesi di corso, questi volonterosi allievi hanno dimostrato in pista di essere capaci di condurre una vettura. Da soli, con l’istruttrice che li guidava alla voce, da fuori. Due su tre hanno passato il test. C’è gente che ci mette di più a prendere la patente, pur avendo la parola e un cervello che – forse a torto – riteniamo superiore a quello degli animali.

Hanno scelto apposta dei cani rifiutati, per sconfessare quel brutto preconcetto che l’ospite di un canile sia un essere di serie b, una bestia da scegliere solo se non si ha un’alternativa migliore, un’incognita da mettersi in casa con cautela.

Il motto di questa eccentrica iniziativa? Cani così intelligenti si meritano una casa.

Ma domandiamoci, piuttosto: noi boriosi e arroganti umani, siamo sicuri di essere degni di meritarci delle creature così?





venerdì 8 marzo 2013

There’s an app for that!

Vecchio motto di Steve e della sua banda, per suggerire che il decisivo vantaggio di utilizzare uno dei loro oggetti di culto (guai a chiamarli banalmente telefonini) sta nella quantità quasi infinita di cose che puoi fare con tale aggeggio – spesso perfino telefonare.

Ma bisogna riconoscere che, in mezzo al gran pattume informatico disponibile per lo scarico gratis – o contro modestissima mercede – sui nostri sempre più gremiti dispositivi cosiddetti intelligenti, ogni tanto qualche programmatore di buon senso conia delle applicazioni seriamente utili. Come questa.

Se una donna per strada si sente importunata o minacciata, scuotendo il telefonino può non solo far scattare una lancinante sirena d’allarme, che richiami l’attenzione di qualche passante coscienzioso e magari faccia scappare il malintenzionato, ma nel frattempo invia automaticamente una mail a degli indirizzi prestabiliti, con tanto di mappa che indica la posizione esatta dove si trova la potenziale vittima. Non sarà la panacea contro tutti i mali, ma è già un passo in avanti. E se servisse ad evitare anche solo una violenza nei confronti di una donna, allora è stato tempo molto ben speso da parte dello sviluppatore.

Chiunque tu sia, anonimo scrittore di codici binari, hai tutta la mia simpatia.





mercoledì 13 febbraio 2013

Tristezza

Yvonne Facciano era una bella fanciulla. Oggi avrebbe tra cinquanta e sessant’anni.

Yvonne aveva ancora un bel pezzo di vita davanti. Ma trent’anni fa fece un tragico errore. Scelse il film sbagliato.

Yvonne era una mia amica. Ed era lì, nel cinema Statuto, a guardare La Capra, quando scoppiò l’inferno, il 13 febbraio dell’ottantatre. Ricordo ogni minuto di quella sera maledetta. Con chi ero, dove ero, e ancora non sapevo che eri morta lì dentro, insieme con altre 63 persone, scelte a caso dal fato come vittime sacrificali a non si sa che dio.

Ciao, Yvonne.



lunedì 4 febbraio 2013

Buona fortuna...

Manca meno di una settimana al capodanno. Cinese, certo, non mi sono dimenticato questo racconto lì per un mese. Cosa succede nella nazione più popolosa al mondo? La solita frenesia propedeutica al grande, e spesso unico, evento conviviale. Milioni di lavoratori migranti si possono permettere di tornare al villaggio di famiglia solo una volta all’anno, e per meno di due settimane. Gli aerei sono per i ricchi, che peraltro non hanno bisogno di spostarsi da casa. Il 99% dei viaggiatori del festival di primavera sfolla in treno o in autobus. Spesso li usa entrambi, perché nelle zone più remote e montagnose le ferrovie non arrivano, tocca accontentarsi di torpedoni rattoppati e al limite del collasso. Buona fortuna...


Nel weekend appena terminato ci sono stati cinquantotto morti sulle strade della diaspora. Il numero in sé non farebbe notizia: ogni anno in Cina muoiono in incidenti stradali la bellezza di 70.000 persone (sì, avete letto bene. È la popolazione di un medio capoluogo di provincia italiano). A far sensazione è il fatto che questa piccola carneficina sia frutto di soli 5 incidenti. Pullman logori e furgoni stracarichi, magari guidati da incompetenti che si sono comprati la patente al mercatino del documento falso, precipitano giù da dirupi, prendono fuoco o schiacciano le vittime caracollando negli strapiombi. Un bollettino di guerra: 12 morti nel Guizhou, 7 nel Guangxi, 18 nel Gansu, 11 nel Sichuan. Più una pletora di feriti. Senza contare l’assurdo, spettacolare incidente nell’Henan. Sentite qua.


Ma c’era un qualcosa di legale nella sequenza di eventi che ha portato al crollo di un ponte autostradale, con conseguente tuffo nel vuoto – da 30 metri – di varie vetture? La risposta ovviamente è no. Allora, è andata così: un camion carico di fuochi d’artificio è esploso su un viadotto autostradale, ha fatto crollare un pezzo di ponte e una decina di automobilisti si sono spiaccicati nel sottostante baratro. Tanto per cominciare, gli ordigni pirotecnici erano fabbricati illegalmente. L’imballaggio per il trasporto era costituito da semplici sacchi di plastica, fuori da ogni normativa di sicurezza. L’autocarro carico di esplosivi era stato coperto alla meglio con dei teloni, e per concludere in bellezza il produttore aveva scelto un corriere non qualificato a gestire merci pericolose. Manca solo che ci dicano che il camionista si stava fumando una sigaretta col finestrino aperto. Quali erano le chances che tutto filasse liscio e che questa bomba su ruote arrivasse a destino in un pezzo solo? Fate voi. Le ineffabili autorità cinesi minimizzano: hanno avuto il coraggio di chiamare questa catena criminale una serie di errori umani. Qualcuno andrà in galera per questi errori. Ma intanto sono morte dieci persone. T.I.C.






mercoledì 3 ottobre 2012

Nuove strisce

Strisce blu. Le più odiate, perché si paga. Strisce bianche. Le più amate e ambite, per il motivo opposto. Strisce gialle. Le più antipatiche, perché sono sempre riservate a qualche privilegiato: polizia, finanza, posta e altri altezzosi occupatori di scarseggiante suolo pubblico. Qualche sporadico giallo si incontra qua e là, mischiato tra righe di diverso colore. Parcheggio disabili: tutto bene, ben vengano, anzi mi ci arrabbio – e non poco – se vedo qualche furbastro che cerca di infilarsi lì, senza averne titolo.

Ma le strisce rosa proprio mi mancavano. Una bella, lodevole iniziativa di un piccolo comune in provincia di Cuneo – e facciamo un gioco, vediamo se qualcuno indovina quale è. Lo scopo? Eccolo spiegato nel cartello. Non è una prescrizione, è solo, come recita il segnale, un gesto di cortesia.

Cortesi? Basterebbe che gli italiani imparassero un po’ ad esserlo, col proprio prossimo. Rispetto e cortesia sono segni inequivocabili di civiltà. Un bene che non si compra, ma ha un valore inestimabile. Benvenute, comunque, strisce rosa. E bravi quegli amministratori che hanno avuto l'idea.



venerdì 10 agosto 2012

Götterdämmerung

Il crepuscolo degli dei. Lacrime quattro anni fa. Lacrime oggi. Ma di tutt’altro sapore. Una rara ammissione di colpa, totale, senza la minima ricerca di scuse o attenuanti. Addirittura sospetta, in un mondo niente affatto abituato a gente che si assume le responsabilità dei propri errori.

L’Italia perde un atleta: quel paesino sperduto nel Trentino ritrova un uomo. L’uomo qualsiasi che Alex voleva ritornare, forse oppresso da una responsabilità più grande di lui. Non riesco a non provare simpatia per questo ragazzo costretto a vincere contro la fatica immane ed oscura, costretto ad essere un personaggio pubblico contro la sua timidezza, costretto ad una solitudine quotidiana ripagata ogni quattro anni da titoloni e osanna – ma solo se vincente. Hai fatto la cosa sbagliata, come atleta. Ma come uomo ne hai fatte varie giuste ed onorevoli, compreso il riprenderti la tua vita privata.

L’Italia – forse – sopravviverà anche senza la tua medaglia. Se destinata ad un fato avverso, di certo non sarebbe stato quel pezzo di metallo a salvarla. Tu d’ora in avanti viviti la vita normale che agognavi, Alex. Oggi, come ultimo saluto, ti voglio dedicare il mio ricordo di quando ci hai fatto emozionare quattro anni fa a Pechino. Ed un modesto, ma sentito, grazie.


Benvenuto nel club


Per le mie limitate capacità di resistenza televisiva, è umanamente impossibile trascorrere di giorno quasi quattro ore incollato davanti al teleschermo per vedere in diretta l’odissea di un gruppo di scodinzolanti atleti che percorrono cinquanta chilometri di marcia. Figuriamoci di notte, dall’una e mezza fin quasi alle sei.

Eppure ci tenevo a vederlo. Ma Morfeo era suadente e tentatore stanotte. Tra la partenza e l’arrivo ho dei vaghi ricordi di un dormiveglia pieno di visioni assortite di polpacci gonfi, di sederi dimenanti, di braccia arrancanti, di bottigliette d’acqua raccattata al volo per ingollarla o per aspergersi il corpo accalorato, di sudori veri o indotti da docce nebulizzate che tentavano di portare refrigerio a questo manipolo di folli camminatori estremi.

La marcia è questo. Esasperare il gesto quotidiano di una qualsiasi passeggiata, portandolo alla massima velocità possibile, senza mai raggiungere quella fatale fase aerea in cui entrambi i piedi, sia pur per una frazione di secondo, sono entrambi sollevati da terra. Come i trottatori che rompono il loro ordinato passo, scoppiando in un fragoroso galoppo, così il marciatore che tecnicamente corre anziché camminare viene prima richiamato e poi squalificato.

Un esercizio paradossale, se non altro per il fatto che va perpetuato, passo dopo passo, per la bellezza di cinquanta chilometri. Fate i vostri conti. Immaginate una località così distante dalla vostra, e vedetevi mentalmente raggiungerla, a piedi, ancheggiando impettiti, in meno di quattro ore. Follie.

La marcia ha sempre avuto una buona scuola in Italia. Oggi abbiamo l’ennesima conferma. Alex Schwazer parte in testa dal primo metro, si lascia dietro qualcosa come cinquantamila passi ed arriva primo. Ohh. Finalmente un oro nell’atletica leggera. Ho visto la partenza, di quelle che ti viene da pensare, ma dove vai (nemmeno dove corri, che non si può!), guarda che il traguardo è lontano, rispàrmiati, gli altri ti vengono a prendere. E invece aveva ragione lui. Tre ore e trentasette minuti dopo, eccolo di nuovo, solitario, nello stadio da cui era partito. Un ingresso da trionfatore, più di due minuti sul secondo classificato.

Ma non è la medaglia d’oro la cosa più importante oggi. Oggi vincono i sentimenti, i buoni sentimenti. Questo ragazzo di ventitré anni, che un mese fa ha perso il nonno, e che concorreva con una fascia nera sulla bretellina della canotta, è entrato in quello stadio di gloria e per prima cosa, piangendo, ha baciato la fascia sul suo petto. Poi, superato il traguardo che lo incoronava campione olimpico, si è chinato, si è messo le mani tra i capelli ed ha continuato, sommessamente, a piangere. Si avvertiva, si vedeva che quelle erano lacrime sgorganti da sentimenti misti. Gioia, incredulità, tensione finalmente scaricata, riscatto, rimpianto. Tutto insieme, in quel singhiozzare composto.

Nell’intervista a caldo, ancora grondante gocce di ginnico sudore, ha mostrato il volto umano di un giovane campione, esibendo poche ma sane, fondamentali certezze.

Ha tenuto a sottolineare che lui è pulito. E non è dichiarazione da poco – anche se, in un mondo di sport ideale, e non quello furbesco e truffaldino di oggi, dovrebbe essere la norma, non un fatto da mettere in risalto a distinguersi da altri che invece si dopano. Un giorno potrà arrivare decimo o ventesimo anziché primo, ma ci arriverà sempre solo con le sue forze. Perbacco. Ha difeso ostinatamente la propria privacy, non intendendo rivelare – nonostante l’insistenza dell’intervistatrice in cerca di un futile scoop pettegolo – la provenienza del braccialetto portafortuna ostentato alle telecamere poco prima dell’arrivo. È un messaggio pubblico ma strettamente privato, diretto solo a chi sa lui, e tale deve restare. Ha ricordato il nonno, scomparso di recente, che chissà come sarebbe stato orgoglioso del suo Alex campione, e ancora gli sono affiorate delle lacrime che scorrevano calde sul primo piano del suo viso sudato. Rallegrati, Alex. Il nonno ti vede e oggi festeggia con te. Ha voluto ricordare tutto il gran lavoro di preparazione fatto a Saluzzo con Sandro, e l’intimità del rapporto con il preparatore gli ha fatto dimenticare che non tutti gli italiani sanno che Sandro è Damilano, uno della famiglia dei fratelli marciatori protagonisti di imprese e successi di circa tre decenni fa. Ha detto, suscitando un’arguta simpatia, che il duro non sono stati i quindici giorni di preparazione a Pechino, saranno i prossimi quindici giorni di festeggiamenti a casa. E casa è un paesino minimo di trentuno abitanti, che fanno di Alex il campione olimpico proveniente dal borgo più lillipuziano del mondo.

Bellissima infine una sua dichiarazione, fonte di insegnamento per tanti supposti fuoriclasse. Stimolato dalla giornalista a confrontare la vittoria di oggi e la mala sconfitta di un anno fa ai mondiali di Osaka, ha risposto, con la pulizia e la schiettezza di un ragazzo semplice, da allora sono cresciuto molto. Del resto, non è che dalle vittorie si impari molto. Che cosa sensazionale. In un mondo di campioni boriosi, saccenti, spocchiosi, che hanno visto tutto e vinto tutto e sanno tutto, ecco un ragazzo che istintivamente, in presa diretta, ci dice che è dalle sconfitte che si impara a diventare più forti, più umili, più uomini. Bravo Alex. Benvenuto nell’esclusivo, privilegiato, semivuoto club dei campioni veri. Nonché degli uomini veri.


Prima pubblicazione : 22 agosto 2008

lunedì 28 maggio 2012

S.O.S.

Metti che, una decina di anni fa, tu sia in vacanza in un paese centroamericano. Su una barca. Che tu abbia a cuore la sorte di certe specie di animali, minacciate di estinzione dall’uomo scriteriato. Che tu assista alla crudele – e, per inciso, illecita – fine fatta da degli squali, mutilati da vivi delle pinne e poi ributtati in mare, condannati a una morte lenta e atroce per asfissia, perché senza pinne non son capaci di nuotare, e se non nuotano l’acqua non filtra nelle branchie irrorandole di ossigeno.

Metti che tu provi a opporti a questa barbarie. E che i vili delinquenti, feccia umana al servizio delle mafie, cerchino di speronarti. Per poi andare a dire che invece eri tu a tentare di affondarli, mentre esercitavano il loro diritto a torturare dei pesci con la sola colpa di aver delle pinne appetite dai cinesi.

Metti che questi sadici, invece di limitarsi a menzionare l’increscioso episodio in qualche localaccio da angiporto frequentato da baldracche in disarmo, lo vadano a raccontare alla polizia. E che parta una denuncia internazionale nei tuoi confronti. Con tanto di richiesta di estradizione, per comparire davanti ad un tribunale del Costa Rica, dove verrai processato e rischi di finire in galera, magari per un bel pezzo.

Metti infine che, dopo essere stata dormiente per un decennio, qualcuno decida di rispolverare quella citazione in giudizio, perché nel frattempo forse hai dato fastidio agli interessi di qualche lobby di ipocriti assassini, riducendo sensibilmente il loro sporco giro d’affari.

Credo non piacerebbe a nessuno trovarsi in un ginepraio del genere. Ma proprio questo sta accadendo in questi giorni – salvo il fatto che non fosse in Centroamerica per una vacanza – a Paul Watson. Arrestato a Francoforte l’altra domenica, con sulla testa una richiesta di estradizione verso il Costa Rica, accusato – ribaltando la realtà dei fatti – di tentato omicidio, ha trascorso qualche giorno in cella, per poi essere rilasciato su cauzione, ma con obbligo di non lasciare la Germania fino alla decisione del giudice se estradarlo o meno.

Quando viaggio, non sempre riesco a tenermi aggiornato sui fatti del mondo. Solo l’altro giorno, di ritorno a casa, ho scoperto che il capitano coraggioso stava passando dei seri guai. E mi è presa un’irrazionale rabbia, perché forse, pur nel mio piccolo, avrei potuto contribuire a fare informazione, affinchè chi ha a cuore le sorti della natura scrivesse alle autorità tedesche, per caldeggiare sia la liberazione di Paul Watson sia la ricusazione della richiesta di estradizione.

Per fortuna moltissimi sapevano, e hanno risposto agli inviti di Sea Shepherd. Migliaia di email hanno testimoniato quanto sia importante che il capitano possa continuare la sua crociata ecologista, contro chi fa strage di balene, delfini, pescicani ed altri grandi abitatori dei mari. In Germania, ma anche in Italia, sono stati esposti striscioni di supporto: S.O.S. Save our skipper.

Salviamo il nostro capitano. Perché colpire Paul Watson significa lasciare al loro destino di morte e di sofferenza centinaia di balene, migliaia di delfini, milioni di squali.

Chi pensa che lo squalo sia l’animale più pericoloso del mare si sbaglia di grosso. Per qualche decina di umani attaccati dai Big White sulle coste australiane o della California, ogni anno – provate a dire un numero... - settanta milioni di squali vengono uccisi, e spesso amputati da vivi, per le loro pregiate pinne. Ora chi è il vero terrore del mare: il pescecane o l’uomo?

S.O.S. Lo chiede la natura. Perché gli squali appartengono agli oceani, e non alle zuppe di qualche cinese arricchito in vena di esotiche estrosità culinarie.



mercoledì 16 maggio 2012

Assassino

Ma Chi è. No, non mi sono dimenticato il punto interrogativo. L’assassino – sovvertiamo le regole dei gialli e riveliamolo all’inizio – si chiama Ma Chi. Per chi volesse dargli una faccia, eccolo qui.

Ma perché assassino? Era un po’ che non toccavo uno degli argomenti che mi infiammano. Questo lestofante ha ammazzato due innocenti. Non con armi da fuoco o con coltellacci. Con una Ferrari, lanciata a velocità folle nella notte di Singapore, bruciando un semaforo rosso e schiantandosi contro uno sfortunato taxi, appena ripartito allo scattare del verde, che si è trovato sulla sua scriteriata traiettoria.

Così sono morti la passeggera giapponese e il guidatore del taxi. E l’assassino.

I singaporeani si scoprono improvvisamente razzisti? Un plebiscito di condanne del folle gesto si è sollevato contro l’assassino. Perché Ma Chi è cinese, è arrivato a Singapore quattro anni fa con famiglia al seguito ed il pomposo titolo di investitore finanziario (non è tuttora ben chiara la provenienza né la legittimità del suo patrimonio) e nel frattempo – sentite un po’ – si è comprato un alloggio da tre milioni di dollari, una BMW da 400 mila e come regalino per i suoi trent’anni sprecati la Ferrari 599, pagata la ragguardevole cifretta di un milione e ottocento mila dollari (di Singapore), ma il cui prezzo più esosamente alto è la morte di due innocenti e un deficiente (al volante della stessa).

La gente di Singapore non è razzista. Io, per quel che vale, sono con loro in pieno. Perché sono giustamente infuriati per l’assoluta mancanza di rispetto di ogni regola, per il cinismo e l’esibizionismo tipico dei cinesi arricchiti (poi qualche solerte ispettore fiscale sarà così cortese da spiegare le ragioni di tale sorprendente opulenza). Sono increduli che per l’imbecillità criminale di un “talento straniero” abbia perso la vita un padre di famiglia, unica fonte di reddito per una moglie casalinga e tre figli ancora in età da liceo e con dei sogni di università che chissà se si avvereranno mai. E una giovane giapponese, col solo torto di essersi trovata nel momento sbagliato sulla linea di mira di un assassino.

I singaporeani sono indignati con i propri giornali, che preferiscono discettare della Ferrari e dei retroscena piccanti : chi è la misteriosa giovane ospite dell’assassino, vestita discintamente e ferita a sua volta nell’impatto, mentre la moglie – incinta – aspettava a casa con la figlioletta il maritino che alle 4 di mattina aveva preso il centro di Singapore per la pista di Imola?

I singaporeani vorrebbero che si parlasse di più della famiglia del taxista morto per l’idiozia di un tronfio cinese che crede di potersi comportare all’estero come di sicuro faceva a casa sua. I colleghi della compagnia di taxi hanno iniziato una raccolta di fondi. Ma c’è chi chiede che siano i parenti dell’assassino a risarcire finanziariamente la vedova dell’autista investito, affinché i propri figli possano completare gli studi avviati.

I singaporeani sono disgustati per la sorprendente celerità con cui è stata celebrata la cremazione del colpevole di queste morti inutili. Incidente avvenuto sabato mattina, lunedì già eseguita la cerimonia. E si interrogano: è stata fatta un’autopsia? Era in condizione di guidare o era ubriaco? Perché tutta questa fretta sospetta di far pulizia di eventuali prove?

I singaporeani sono offesi dalle reazioni stizzite della famiglia del morto: né hanno chiesto scusa a suo nome per aver causato tanto dolore evitabile, né hanno proposto di contribuire alla raccolta fondi per la vedova del taxista ucciso. Hanno invece dichiarato ai giornali locali di lingua cinese: la gente dovrebbe trattenere le proprie lingue velenose. E soprattutto: chi non si può permettere una Ferrari 599GTO non deve andare in giro a dire che chi può è un figlio di papà. Nemmeno un po’ arroganti.

Chi è sensibile è invitato a smettere di leggere qui. Perché per concludere voglio ricordare a tutti i coglioni che si credono immortali come Ma Chi, che morire schiantandosi in macchina alla velocità con cui viaggiava in una strada di città, porta ad alcune curiose modifiche della propria fisionomia: tipo che la testa tende a staccarsi dal collo, lasciando in bella vista carotide e giugulare recise, e che gli arti – per l’enorme istantanea decelerazione – si strappano dal torso. Certo una morte veloce – alcuni commentatori estremisti hanno scritto troppo veloce, meritava di soffrire di più – ma non un bello spettacolo per la parentela che lo deve riconoscere.

Pensateci bene, o imbecilli e potenziali assassini al volante. Perché se della vostra pellaccia non ve ne frega nulla, né peraltro - da infami egoisti - di quella della gente innocente che rischiate di ammazzare, magari a casa ce l’avete qualcuno a cui vorreste risparmiare la visione del vostro puzzle sanguinolento su un tavolo mortuario. Sono sicuro che se vi mostrassero una bella foto con i risultati granguignoleschi delle vostre gesta al volante, a qualcuno passerebbe la fantasia di imitare Nicky Lauda per fare il ganzo con la squinzia di turno. Mentre la moglie, povera cretina, lo aspetta inutilmente a casa.



sabato 12 maggio 2012

È tutto finito

Quattro anni fa, il terremoto nel Sichuan, Cina. Circa settantamila morti. Tante tragedie. Ricordiamone una, per commemorarle tutte.

È tutto finito

Sono queste le uniche parole che evoca l’immagine di un padre, con una smorfia di indescrivibile dolore sul viso, che stringe disperatamente la mano spettrale e coperta di polvere del figlio morto, appena estratto dal nulla che resta di una scuola di Juyuan.

Una scena di insopportabile strazio, che si ripete all’infinito, crudelmente uguale a se stessa, con una torma di genitori sgomenti che vagano inebetiti alla ricerca di un figlio o una figlia, tutto quello che la società cinese gli ha concesso di procreare. E quando lo trovano tra le vittime, la perdita è totale.

Madri affrante che non si capacitano, e parlano al figlio morto usando il presente, disperatamente gettate come stracci logori su quei corpi freddi e insanguinati che fino a due giorni fa erano la loro gioia, la loro speranza, il loro futuro. Sei un ragazzo così brillante. È roba da impazzirci, a pensarci.

Una teoria di corpi adagiati su delle assi di legno, il viso pietosamente coperto da dei panni o da dei libri sgualciti e macchiati di sangue, quelle divise tutte uguali ad indicare l’appartenenza alla stessa scuola, dei tragici burattini irrigiditi nel deforme gesto finale in cui sono stati sorpresi dalla morte venuta da dentro alla Terra.

Un dramma, una sofferenza inenarrabile, un crollo di impossibili illusioni che si ripete ogni volta che viene estratto un cadavere da quelle macerie contorte. Genitori costretti a identificare la propria creatura dalle unghie, o dal colore delle calze, o magari dal tipo di scarpe, e a subire il tormento estremo di vedere che scempio ha fatto il terremoto dei suoi lineamenti, spesso deturpati fino a renderli irriconoscibili.

Affiora il corpo di un altro studente dalle rovine. Un urlo. Due cuori che sprofondano, gambe che non reggono più. Lacrime. Prostrazione.

Due genitori si fondono in un abbraccio disperato, cercando la forza di sopravvivere a quello spettacolo osceno, la capacità di andare avanti, le motivazioni per non crollare di fronte a quel tragico, immobile, straziato figlio morto che giace lì, su quel tavolaccio polveroso e imbrattato di sangue. È tutto finito.

Prima pubblicazione : 14 maggio 2008

venerdì 6 aprile 2012

Racconto di Pasqua

Perché qui siamo, e non a Natale. Ma è quanto di più inusuale – e edificante – mi sia capitato da parecchio tempo.

Allora, fate bene attenzione alla sequenza di eventi. E soprattutto alla cascata di nazionalità, razze, colori, credi che – mischiati in un ribollente melting pot – vanno a creare questo racconto.

Shanghai, Cina (1). Venerdì di Pasqua. Due australiani (2) ed un italiano (3) decidono di salutarsi in una churrascaria brasiliana (4) dove una manager filippina (5) li accoglie e offre loro un palco di proscenio, proprio davanti alla musica dal vivo, stante una vecchia amicizia con l'italiano di cui sopra.

Tre cariocas, un colossale nero dal sorriso contagioso alle congas e due ragazze che da ogni poro sprizzano gioia ed energia, alle tastiere ed alle percussioni le più varie, sviluppano il loro consueto trascinante repertorio fatto di garote di Ipanema, di immancabili Terrasamba, di dolci Araketu, di trascinanti percussioni che sembra di essere in un sambodromo e non a Shanghai.

Accanto al tavolo assortito c'è una famigliola. Lui, lei vistosamente incinta, e una bimba di un paio di anni che si gira ad ogni piè sospinto ad osservare questi curiosi stranieri che ridono, mangiano, bevono, cantano e perfino ballano al ritmo delle passionali e quasi erotiche percussioni di quell'avvincente sorriso femminile brasiliano che inebria e trascina sulla immaginaria pista da ballo.

Due domande di rito alla famiglia di vicini di tavolo, che scattano sempre in terra straniera, la curiosità più forte del ritegno: di dove siete? Israele (6), è la risposta. Sono stati in Australia, proprio a Melbourne, ma hanno belle parole anche per l'Italia.

Poi l'italiano si alza per servirsi di un pudim de leite che non dico sembri di essere a Salvador de Bahia ma quasi. Un paio di ragazze belle e appena velate, ma con colori sgargianti che le fanno supporre mussulmane ma non poi così osservanti, sono lì a cincischiare con piattini zuccherosi e di improbabili frutti tropicali. La inguaribile curiosità del piccione viaggiatore ha la meglio sulla correttezza verso donne che non conosce, né che dovrebbe approcciare così sfacciatamente: di dove siete? Saudite (7), rispondono all'unisono le due. Chi l'avrebbe detto che lontano da casa si permettano look così poco coprenti e modesti?

Abbiamo fatto il giro del mondo. E mondi lontani, apparentemente. Ma i piccoli miracoli succedono.

Ignari – forse – gli uni dell'esistenza degli altri, la piccola cucciola dai capelli corvini di una di quelle ragazze saudite va a zonzo per il locale, e si ferma, di tanti tavoli, proprio a quello degli israeliani. La mamma carezza per un momento sul testolino quella creatura così differente ma poi così uguale alla sua.

I bambini sono totalmente avulsi dalle tristezze dell'umanità. Quelle piccole, tenerissime coccole verso una bambina sconosciuta, che un domani potrebbe diventare una nemica ma oggi è solo una figlia come la loro, sono state un'illuminazione e la fonte per il racconto di Pasqua. Come meglio celebrare una microscopica vittoria dell'umanità sulle brutture del mondo?

In quel momento ho capito che siamo noi, gli adulti, il problema. I bambini, nella loro innocente incoscienza, sono molto più saggi. Non ci sono razze, religioni, fazioni, partiti, squadre che fomentino l'odio. Solo puro, primordiale bisogno d'amore. E scusate se è poco.



mercoledì 8 febbraio 2012

Please be patient with me

Albergo in una città di media dimensione della Cina. Al quarto piano c’è una buona imitazione di un pub inglese. Dove una congrega di stranieri nostalgici di occidente si affaccenda in serotine attività ludiche anglosassoni, le freccette, la partita a snooker, l’esegesi del match del Chelsea in televisione, perfino – evento straordinario in Asia – un italianissimo calcio balilla affollato da starnazzanti e scoordinate fanciulle cinesi in odor di meretricio. Il tutto annaffiato da abbondanti dosi di birra irlandese alla spina, spillata con tiepida noia dal barista locale che si fuma una sigaretta e pare in trepidante attesa dell’ora di smontare.

Il bagno, a cui si è fatalmente destinati, dopo che un paio di brocche madide giacciono vuote sul tavolo, offre una sorpresa. Il solito inserviente che sta di guardia, dedicato a quei piccoli lavori da fondo scala, è invece del tutto insolito. Non l’ingrugnito garzone che talvolta maneggia una scopa di cenci di molto dubbia igiene, non il viscido attendente che, insaccato in una sgualcita e logora giubba due taglie più grande di lui, offre una salvietta umida a chi si cura di lavarsi le mani dopo aver espletato, e occhieggia con intenzione il piattino degli spiccioli, a sollecitazione di un piccolo obolo.

È un giovane festoso che mi riceve. Un sorriso innaturalmente gioviale. Pare lieto per la mia improvvisa apparizione in quel suo microcosmo olezzante non proprio di verbena. Mi indica a gesti il rubinetto e, quando mi lavo le mani, applaude fitto a mani giunte e quasi lancia dei gridolini di contentezza. Mi offre delle salviette di carta per asciugarmi. E ancora una volta si rallegra della sua utilità, annuendo e battendo le mani quando, dopo averle usate, mi indica il cesto dei rifiuti dove buttarle, che peraltro a molti cinesi deve risultare invisibile, a giudicare dal maialaio sul pavimento tutto intorno all’inane oggetto.

Solo a quel punto mi cade l’occhio su un cartello che fa stringere il cuore per il suo materiale cinismo. Please be patient with me: I am handicapped. La dice lunga sull’insensibilità – se non intolleranza – di troppa gente, in Cina. Siate pazienti con me, perché sono handicappato?? Ma stiamo scherzando??

Quell’ignominioso invito chiedeva quasi scusa ed esortava all’indulgenza per quella inopportuna, festosa presenza, in un mondo dove la gente non sa più gioire per il semplice fatto di esistere. Dove l’urgenza di arricchirsi rende indisponenti.

Quel ragazzo sprigionava una primordiale, incontaminata, irrazionale e contagiosa gioia di vivere. Quella che molti, troppi, hanno perso per strada, tutti impegnati come sono a desiderare, a ottenere, a possedere sempre di più. Esiste solo il verbo avere, laddove invece dovrebbe trovare posto anche – se non soprattutto – il verbo essere.

Fossimo in un mondo con altre scale di valori, quanti cartelli dovremmo leggere quotidianamente, che raccomandano: siate pazienti con me, sono insopportabilmente arricchito, arrogante e ignorante?


Prima pubblicazione : 23 ottobre 2007

sabato 28 gennaio 2012

Il mosaico della memoria

Ecco un quadro che non si dovrebbe mai vedere. Ma che sta lì, sul fianco del monumento alle vittime, in un parco di Hiroshima, a comunicarci tutto l’abominio che l’uomo è capace di esprimere. Sono frammenti di tegole, raccolti da studenti liceali giapponesi nel fiume Motoyasu e poi arrangiati in un mosaico della memoria. Si chiamano Genbaku-Gawara, semplicemente le tegole della bomba atomica. Scurite, ustionate, piene di vesciche, fuse l’una sull’altra. Non è un museo, non ci sono barriere. Nulla impedisce di toccarle, e di provare fisicamente, anche a distanza di 66 anni, un fremito doloroso nel rivivere quell’istante di assoluto inferno che ha cambiato per sempre il destino di una città. E della gente che ci viveva.

L’orrore nei dettagli. Se questo è quanto è successo alla refrattaria terracotta, immaginiamo l’effetto sulla carne dei cittadini di Hiroshima. Nessuno, meglio di una città che ha perso 200.000 abitanti tra i morti nell’esplosione e quelli ammalatisi a causa della radioattività, può apprezzare il significato della parola pace. E per non dimenticare attraverso quanto dolore e quanta sofferenza si sia dovuto passare per finalmente raggiungerla, quegli studenti hanno ripescato dal fiume, che quell’orribile sei agosto era pieno di cadaveri dei propri concittadini, dei frammenti di indelebile orrore.

Con le graffianti parole del grande George Carlin: buona pace a tutti. Ma solo a chi se la merita. Gli studenti di Hiroshima se la meritano di certo.

martedì 27 dicembre 2011

Danzando nella pioggia

Si preannunciava una mattinata piena di lavoro. Alle otto e mezzo si presentò un signore sull’ottantina, per farsi togliere dei punti da un pollice. Disse che era un po’ di fretta, perché aveva un appuntamento alle nove.

Lo invitai a sedersi, sapendo già che difficilmente qualcuno lo avrebbe visitato prima di un’ora. Lo vidi guardare l’orologio con impazienza e decisi di esaminare subito la sua ferita.

Era in via di guarigione, così parlai con uno dei dottori, ottenendo il benestare per rimuovere i punti e medicare il dito.

Mentre lo accudivo, mi informai se avesse una visita da un altro dottore, visto che sembrava così irrequieto. Mi rispose di no. Doveva andare in una casa di cura, a far colazione con sua moglie.

Gli domandai perché fosse lì. Mi disse che era lì ormai da tempo, vittima del morbo di Alzheimer. Continuando la nostra chiacchierata, chiesi se lei si sarebbe arrabbiata per un suo ritardo. Mi replicò che erano ormai cinque anni che lei non riconosceva più nessuno, e che non sapeva neppure chi fosse lui.

Sorpresa, gli dissi: e lei va lì tutte le mattine, anche se sua moglie non sa più chi è?

Sorrise, sfiorò dolcemente la mia mano e rispose: lei non sa chi sono, ma io so ancora chi è lei.

Mentre se ne andava feci fatica a trattenere le lacrime, avevo la pelle d’oca e pensavo: Ecco l’amore che vorrei ricevere nella mia vita.

Il vero amore non è né quello fisico, né quello romantico. Il vero amore è l’accettazione di ciò che è, che è stato, che sarà, e anche quello che non sarà.

Le persone più felici non necessariamente hanno il meglio di ogni cosa. Semplicemente riescono ad apprezzare al meglio ciò che hanno.

La vita non è sopravvivere alla tempesta, è sapere danzare nella pioggia.


Ancora una volta, Rids, mio consigliere spirituale, hai saputo – da lontano, ma ti sento vicinissimo – sorprendermi con un racconto denso di emozione e di significato. Da ormai dieci anni hai fatto capolino nella mia vita, offrendomi spesso parole speciali. Buona vita, mio faro di serenità.


Prima pubblicazione : 12 dicembre 2009