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venerdì 24 gennaio 2014

Mafioso

Ho di recente stigmatizzato l’orrenda ortografia di un presunto ristorante italiano di Singapore. Se c’è una cosa che mi indispone ancor più di un falso simbolo dell’Italia all’estero, è un autentico simbolo - di cui non andar certo fieri – sbandierato per attrarre folle di turisti idioti che magari ci ridono su. Mafioso steakhouse, avvistato in una località marittima della Malaysia, con tanto di sagoma stilizzata che brandisce un mitra, come nei film di Al Capone.

Non che ci manchi la scelta di stereotipi. In giro per il mondo ho visto la pizzeria Totò (Tailandia, chissà chi lo conosce laggiù il Principe De Curtis?), i ristoranti ispirati all’Opera (Tosca, Boheme, Puccini va forte in Asia e pure in Australia), perfino il raffinato ed esclusivo Portofino (Giappone, dove altro?). Ma evocare quale icona di italianità la mafia non è né spiritoso né divertente.

Per vender quattro bistecche grigliate questi abietti tavernieri offendono la memoria di gente come Chinnici, Falcone, Borsellino e mille altri che sono caduti sotto i colpi vili del crimine organizzato.

Come diceva Cuore: per favore boicottare. Sul serio. Finché non saranno costretti a scegliere un nome meno infame.




mercoledì 15 gennaio 2014

Acrobati 2

Un bimbetto in sella ad una moto, con le ciabattine infradito, braccia e gambe scoperte, senza casco e nulla che lo regga se non il proprio equilibrio? Non lanciamoci subito in giaculatorie sull'incoscienza di genitori che trasportano figli piccoli sulla motoretta senza adeguate misure di sicurezza. Nel Sud Est Asiatico questa è una visione non inconsueta, e i bambini locali sembrano aver sviluppato speciali abilità.

Questo pargolo, viste le notevoli doti di stabilità motoristica, forse da grande è destinato a una carriera nelle corse. Perchè capace di reggersi con una mano al giubbotto del padre mentre si ciuccia beatamente il pollice dell'altra, ma all'approssimarsi di una curva a sinistra provvede - solo di sensibilità motoria, essendo totalmente privo di visuale - ad aggrapparsi anche con l'altra mano, per meglio bilanciarsi al piegamento della moto. Data l'età apparente, credo si tratti di puro istinto di sopravvivenza.





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martedì 14 gennaio 2014

Acrobati 1

Ci sono poche cose che un motociclista asiatico non oserebbe trasportare sul proprio mezzo. Un vecchio pagliericcio, completo di piedini, evidentemente non fa parte dell’esigua lista. Purtroppo l'aspetto più straordinario del trasporto dalla fotografia non si riesce ad apprezzarlo.

Questo giocoliere contorsionista, ritratto in Malaysia, stava guidando con una mano sola. Perché l'altra impugnava, mediante opportuna rotazione della spalla all'indietro e all’insù, il bordo superiore del pezzo di mobilio. Per rendere più ardita l’operazione, nemmeno un pezzo di corda assicurava il collo al mezzo: solo quella mano innaturalmente torta.


E appariva totalmente a suo agio: non pareva sfiorarlo il pensiero che una vettura potesse urtarlo, nè che stesse ingombrando mezza carreggiata con il suo gingillo appoggiato sul sellino del motociclo.

Una volta in Cina in uno spettacolo ho visto esibirsi dei motociclisti che ruotavano in tutte le direzioni dentro ad una enorme gabbia sferica d’acciaio, incrociando traiettorie folli. Erano in sei, facevano un fracasso d’inferno e mi era sembrata un’insuperabile prova di demenziale temerarietà.

Ora so che c’è chi compie acrobazie non meno incoscienti, rischiando altrettanto la pelle, probabilmente lo fa gratis o per due quattrini, e non c’è neppure un cane ad applaudirlo. Acrobati anonimi.



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giovedì 10 ottobre 2013

Caldo e freddo

Caro Chuck Abbott, ho deciso di scriverti. Per parlarti della differenza tra caldo e freddo. Anche se il tuo messaggio si apre e si chiude con la parola warm, che sta per calorosi (il benvenuto e gli ossequi), non sei riuscito a trasmettere il supposto tepore del tuo interessamento. Perché il mezzo è freddo: lo schermo del televisore in camera. E perché il messaggio è freddo: impersonale, probabilmente trasmesso da un computer a tutte le camere con la sola piccola personalizzazione del nome dell’ospite – ma visto che non siamo così in confidenza da usare il nome di battesimo, al cognome sarebbe stato carino far precedere un Mr., che così suona un po’ sgarbato.

E non mi prendere per un incontentabile. Perché nella tua stessa catena alberghiera c’è anche chi del messaggio di accoglienza sa davvero far sentire il calore. Come mi è successo, solo pochi giorni prima, in un hotel di Jakarta.

Un semplice cartoncino sulla scrivania. Ma scritto a mano. Mi piace pensare che il tuo pari ruolo Andreas abbia speso un minuto del suo tempo per darmi il benvenuto, magari usando una poetica stilografica, e che quel biglietto sia reso esclusivo dall’unicità della calligrafia, mai uguale a se stessa. E mi piace il disegno in stile coloniale dai tenui colori pastello, che volendo diventa una cartolina da staccare e spedire a qualche amico speciale degno di ricevere un antiquato souvenir con tanto di francobollo esotico, invece di un banale e frettoloso sms o un’anonima foto buttata lì in qualche social network, più per esibizionismo che per vero piacere di condivisione del momento.

Ecco, tutto questo è veramente caldo. Solo per farti presente la differenza, Chuck.





martedì 19 febbraio 2013

Guerre stellari?

Un’inquietante stazione spaziale aliena? Siamo in un film di James Bond? O nel cosmo profondo e inviolato?


Nemmeno per idea: siamo con i piedi ben piantati per terra. E queste sono le armoniche simmetrie delle Torri Gemelle Petronas di Kuala Lumpur. Fotografate in una serata speciale, in cui la foschia materializza l’atmosfera attorno alle vette corrusche di luce candida. I due giganti di vetro e acciaio si sublimano in forme pure e perfette. La sapiente alternanza di curve e di piani li svincola dalla necessità di assomigliare a delle banali abitazioni. Ora davvero potrebbero essere qualsiasi cosa. Lasciate libera la fantasia, e ditemi se non vi sembra di sentire, in lontananza, la colonna sonora di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo.