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giovedì 7 agosto 2014

Gli spot da urlo


Da un po’ una domanda mi assilla: è la calura estiva che scatena i peggiori obbrobri pubblicitari? Credono i creativi che il cervello dei consumatori vada anch’esso in vacanza? È questo l’assunto che li fa sentir liberi di propinarci qualsiasi oscenità commerciale passi loro per la testa?

Per il secondo anno, e stavolta con una classifica più ricca, ecco i piccoli orrori televisivi di stagione.


Quinto posto

La moglie e le altre. Una consorte apprensiva e melodrammatica sorprende il marito in atteggiamento meditabondo. Uditolo pronunciare le fatidiche parole stavo pensando… con artistica pausa ad effetto che lascia adito a un ampio spettro di scelte possibili, si porta la mano aperta al cuore, a rappresentare una fitta da ambasce tumultuose come solo quelle dei patimenti d’amore e immediata replica con voce da tragedia greca: a un’altra donna?

Poco importa che il buonuomo chiosi tranquillizzante che no, non a una specifica ipotetica amante pensava, ma alla categoria muliebre in generale, a milioni di donne, non con mire carnali e adulterine ma solo per l’appagamento dei di loro sensi gastronomici.

Signori pubblicitari, per favore. Un borghese piccolo piccolo la sera al massimo può pensare a che film scegliere senza troppe pubblicità in mezzo, se concedersi il modesto lusso della partita allo stadio domenica prossima o accontentarsi della diretta sul canale a pagamento, se farsi una grappetta o un cognacchino prima di andare a sonoramente dormire.

E signore mogli: non sopravvalutate i vostri uomini. Non sono i Rodolfo Valentino che magari sotto sotto, segretamente, fantasticate che siano. Se vi paiono assorti in trasognate meditazioni, molto probabilmente stanno pensando ai polpacci di Balotelli, non a quelli della signorina Silvani di fantozziana memoria.


Quarto posto

Tra biondi ci si intende. Biondo è Owen Wilson, come l’aperitivo che reclamizza. Parodiando James Bond si strappa di dosso una muta da sub e rivela – oltre a degli abiti impresentabili perfino su un campo da golf californiano – i suoi comici superpoteri presso una piscina ritrovo di nullafacenti.

Apre tappi di bottiglia con un dito, scatena esplosioni di gas rosso e arancio, che investono come getti di iprite (purtroppo non con gli stessi perniciosi effetti) i bighelloni, si sgargarozza nel miglior stile 007 bicchieroni di bibita colorata manco fossero cocktail Martini (shaken, not stirred).

Di questa pubblicità mi intriga immaginare la fase del casting. L’agenzia contatta il biondo attore americano: ci sarebbe da fare uno spot per il crodino. Per cosa?, replica con aria perplessa il nostro. È una bevanda analcolica estiva che piace agli italiani. Ah. Davvero? E perché proprio io? Perché il crodino è biondo, giusto come te. E cosa dovrei fare? L’agente segreto pirla in un consesso di bellone ai bordi di una piscina. Va beh, ho fatto parti peggiori in qualche mio film. Accetto.


Terzo posto

L’idiota al volante. Che in uno sconfinato parcheggio vuoto, dopo un vacuo e ciondolante peregrinare, decide di posteggiare tra le uniche due – mastodontiche – macchine lasciate lì da dei minacciosi brutti ceffi.

Ci deve essere qualcosa di ancestrale che spinge gli uomini a fare branco. Un’amica acuta osservatrice di costumi tempo fa chiosò causticamente un mio parcheggio in aree comuni, quando avevo scelto di fermarmi accanto ad una vettura pur essendoci posti circondati da spazi vuoti. Ma perché voi uomini posteggiate sempre così (sottintendendo: ve ne fregate se poi noi uscendo dobbiamo contorcerci come anguille per evitare tragiche escoriazioni alla sacra vernice dell’amata vettura, alla quale evidentemente voi tenete molto di più che alla salute della nostra schiena)?

Tutto questo per propagandare il modernissimo gadget a disposizione di questa utilitaria: la telecamera posteriore con monitor che mostra il parcheggio quando si è in retromarcia. Ma c’era proprio bisogno di ridurre l’homo sapiens al livello intellettivo del cercopiteco, per vendere qualche macchina in più?


Secondo posto

Inquinamento acustico. Spiegatemi, o copywriters, l’inquietante serie di incongruenze che ho riscontrato nella vostra creazione, ossia:

  1. Cosa ci fanno tre Mariachi su una spiaggia deserta.
  2. Perché l’uomo dello spot non reagisce o dando loro una lauta mancia perché vadano a suonare da un’altra parte, o cacciandoli malamente per aver interrotto l’idillio con l’amata.
  3. Come si spiega che la dolce metà abbia a disposizione un tablet guarda combinazione collegato a internet (si presuppone a costi di roaming stratosferici, vista la location esotica), aperto proprio alla pagina in cui va inserito il codice dell'aromatica e salvifica pasticca protagonista dello spot.
  4. Infine – so che questa è una domanda retorica, ma ciò non mi frena dal porla ugualmente – come si giustifica il loop spazio-temporale che permette alla fortunata fanciulla non solo di vincere seduta stante due cuffie con la sola immissione di un codice desunto dalla scatola dei sullodati dolciumi, ma altresì di averle magicamente e inopinatamente subito a disposizione, come materializzate dal nulla, per preservare gli orecchi con celestiali melodie dai tre assordanti messicani che continuano a fracassare i timpani di cernie e saraghi?


Campione d’estate e primo posto

L’imbecille e il tonno. Tonno perché di tale pesce inscatolato si fa la réclame. Imbecille perché non riesco altrimenti a qualificare un ganimede che, vestito come un pappone marsigliese e come questi fornito di coltellaccio da sbuzzo di rivali nel controllo del meretricio, mentre infuria una tempesta di forza mai vista neppure nei flutti perigliosi del Golfo di Biscaglia, infischiandosene di aiutare i compagni di navigazione che, mal riparati da cerate gialle e bagnati come pulcini, si dannano a sottender funi cercando di salvar la pelle sull’ingovernabile natante, preferisce sbocconcellare pezzetti di tonno estratti in punta di coltello dalla lattina in bella mostra, rischiando nell’ordine:
  • Di conficcarsi, grazie ad una provvidenziale ondata anomala, la lama nel palato molle, con buone probabilità – vista l’inusitata lunghezza dell’arma bianca – di raggiungere il cervelletto e privare di colpo il mondo della sua imbarazzante presenza.
  • Di essere scaraventato fuori bordo con lo spuntino e tutto, e di finire in pasto ai pesci a causa della palandrana zuppa d’acqua che lo trascina fatalmente verso gli abissi.
  • Di sopravvivere indenne alla procella, solo per venir punito alla maniera della Filibusta dai prodi ma indignati argonauti, ignorati nel momento del bisogno a vantaggio dell’inopportuna merenda ittica. 
Naturalmente nessuna di queste fauste ipotesi si avvererà, perché siamo nel regno del buonismo. E dell’imbecillità.





sabato 13 luglio 2013

Sussurri e grida - 3

Fatemeli conoscere. Vi prego. Voglio dare un volto a quegli ineffabili creativi (stipendiati dai consumatori con l’acquisto delle relative merci) artefici di certe pubblicità.

Continuo a ripeterlo: so che c’è di peggio, al mondo. Ma non si può proprio fare a meno di vedersi ammannire, con pervicace frequenza televisiva, le seguenti réclames?

Nell’ordine di insopportabilità, una personale hit parade dell’estate 2013. Gli spot da urlo. Il mio, di disgusto, seguito dall’immediato e salvifico cambio di canale. Anzi, meglio ancora: spegnere il tutto, andare a fare due passi, aprire un bel libro, chiamare un amico che non senti da tempo.


Terzo posto
Lo spot: un imbranato di proporzioni epiche arranca goffamente nella rena, palla al piede (si fa per dire), facendo tutto il contrario di quello che perfino un bambino di cinque anni saprebbe fare per cercare di andare a segnare un gol. Colonna sonora: un radiocronista dai toni sempre più concitati ed eccitati che racconta un’azione memorabile, degna di un Italia Germania quattro a tre. In sincrono col fatidico grido gooool!!, l’incapace frana mestamente a terra, ciccando la palla a due passi dalla rete.
Cambio di scena: viene inquadrato uno sfaccendato seduto per terra. Per dimostrare la sua confidenza con le nuove tecnologie si è portato in spiaggia il tablet, che oggi non sei nessuno se non ce l’hai e soprattutto se non lo esibisci nei luoghi più inidonei. Incurante di mare, sole e aria salsoiodica, lui nemmeno lì può rinunciare alla visione dei suoi beniamini in mutande colorate. Questo spiega l’apparente incongruità tra sonoro (football professionistico) e azione visiva (brocco terrificante). Il lobotomizzato da calcio su mini schermo lancia un languido sguardo da approccio (ehi, non vedi come sono figo?) a una bellezza al bagno. La quale prontamente si alza e va a sedergli vicino.

Condannabile perché: la giovane concupita, non appena resasi conto di ciò che il bighellone sta osservando, invece di mandarlo immediatamente a quel paese (ma vedi tu questo imbecille: pure a luglio, quando campionati, coppe, amichevoli e tornei aziendali sono finiti, insiste a guardarsi le partite invece di godersi la giornata al mare) e andarsene schifata, resta lì, mostra crescente confidenza e piacere della compagnia, addirittura pare ostentare interesse per le sorti del match. Nel mondo reale: non esiste. Per fortuna.


Secondo posto
Lo spot: L’intervista a Uma Thurman. Un pischello di giornalista (certamente da rotocalchi scandalistici) siede di fronte alla Duse di Tarantino. Il tapino emana insicurezza e inadeguatezza da ogni poro – oltre a quantità inammissibili di sudore. Lei, maliarda ma eterea e irraggiungibile come un’imperatrice cinese, lo guarda con infinita compassione.
Poche, ininfluenti battute, fino al calembour colonna portante dello spot. Uma sussurra, con voce suadente, la marca della bevanda. Lui rimane interdetto e - a causa della evidente abissale ignoranza di qualsiasi lingua che non sia l’italiano - equivoca: si illude che lei gli stia facendo delle profferte. E osa pure chieder conferma della cosa: Uma, stai parlando di sesso?

Condannabile perché: uomo dall’ascella pezzata, dimmelo. Tu a casa non ce li hai mica gli specchi, vero? Oppure fai parte di quella cospicua maggioranza di maschi che, pur essendo dotati del sex-appeal di un bradipo, credono normale che non solo una casalinga di Voghera, ma addirittura un’attrice di successo già faccia loro proposte scandalose a pochi secondi dalla loro conoscenza? Ragazzi, diamoci una ridimensionata. Un po’ di autostima fa bene. Ma l’autocritica dove l’abbiamo dimenticata???


Réclame regina
Lo spot: spiaggia piena di gente, indaffarata a sembrare in vacanza. Annunciato da musica angosciante tipo Squalo due la vendetta, ecco il dramma. Una decerebrata si accorge di avere un’orrenda imperfezione: il suo tallone è squamoso come la livrea di un tirannosauro. Attorno alla superstite di Jurassic Park si fa il vuoto. Gli altri bagnanti lanciano urla disumane fuggendo terrorizzati, come se invece di aver visto un piede malconcio si fossero improvvisamente imbattuti nell’intera fauna estinta di Isla Nublar.

Condannabile perché: signori, rivediamo un po’ priorità e reazioni. Ci sono molte cose al mondo che giustificherebbero una folla urlante (di indignazione, di raccapriccio, di orrore, di rabbia). Ma nessuna di queste ha a che vedere con le estremità screpolate di una donzella al mare.




giovedì 3 gennaio 2013

Preghierina per un anno migliore

Caro 2013, vorrei che facessi, come per incanto, scomparire:

I piatti da pizza della Juventus. Per favore. Non se ne può più di queste serie monotematiche da lobotomizzati del calcio. Borse, borselli e borsoni. Portafogli, cintole, sciarpe, magliette e mutande. Ora perfino i piatti da pizza. Almeno quando mangio l’allegra vivanda partenopea vorrei non esser costretto a pensare alle domenicali tenzoni che tengono col fiato sospeso l’italiano medio. Ma poi davvero volete dirmi che c’è chi si mette in casa – e magari mostra orgoglioso agli amici – la serie completa dei piatti da pizza della Juventus? O tempora o mores.


Le usuali giaculatorie dei giornalisti circa le multe aumentate. Con la divertente chiosa: capodanno amaro per gli automobilisti. Spiegatemi perché amaro. Per me è molto più amaro leggere che ci sono ancora morti e feriti da botti. Che si stanno studiando nuove tasse che colpiranno come sempre i soliti noti. Che si continuano a scoprire nuove ruberie dei politici e nessuno paga come dovrebbe. Questo è amaro.

Le multe non sono una gabella obbligatoria. Vi spiego una cosa meravigliosa che deve essere sfuggita ai più: per evitarle basta seguire i dettami del codice della strada. Le cinture ci sono per essere indossate. I limiti di velocità non per impedire la libera espressione dei cavalli contenuti nel proprio vano motore, ma per ridurre morti e feriti che alla fine pesano – anche economicamente – sulla comunità. Io, e voi onesti lettori, paghiamo le tasse anche per soccorrere e curare gli imbecilli che bevono come spugne e poi si spetasciano contro gli alberi, poveri vegetali innocenti. O contro altri innocenti bipedi che hanno la sola colpa di trovarsi sullo scriteriato percorso di un ubriacone al volante.

I semafori rossi, i limiti – sempre troppo lassisti – di tasso alcolometrico nel sangue, i segnali di stop sono tutti lì non per succhiare soldi ai guidatori. Son lì per esser rispettati. Altrimenti pagate. Fosse per me, cari furboni che sorpassate senza visibilità, che parlate e gesticolate al telefono mentre guidate, che avete preso l’autostrada per la pista di Monza, che dite cosa vuoi che sia un goccetto in più, dovreste sborsare dieci volte quello che vi costa oggi trasgredire. Forse alla fine imparereste a rispettare il codice della strada. E con esso, gli altri utenti della strada. Ma chiedere agli italiani di rispettare il prossimo è impresa disperata. Per non dire inutile.


Le ipocrisie delle pubblicità televisive di roulette, slot-machine e altre diavolerie mangiasoldi, che ti raccomandano di giocare responsabilmente. Come se esistesse qualcuno capace, una volta preso dal demone del gioco, di farlo con un minimo di responsabilità. Si parla ogni giorno, e con crescente allarme, di giocatori compulsivi che si rovinano, finendo stipendi, vendendosi macchine e appartamenti, indebitandosi con gli strozzini e mettendo sul lastrico famiglie magari ignare del tarlo che le rode dal di dentro.

L’ideale sarebbe dire basta a tutta quest’orgia di tentazioni. Distributori automatici di gratta e vinci perfino nei supermercati. Monitor dal tabaccaio sotto casa che fanno un’estrazione ogni cinque minuti – di orologio, non è un modo di dire. Aprite una pagina qualsiasi di internet e ci sono ottime chances di trovare qualche banner che ti invita a tentar la fortuna, promettendo facili e stratosferiche vincite e gettoni gratuiti per iniziare. Come i pusher della droga. Le prime dosi sono omaggio. Per creare il fabbisogno. Poi pagherete caro, pagherete tutto, come si diceva tanti anni fa, ma riferito ad altre colpe, questa volta di classe.

In mancanza di un bel colpo di spugna che cancelli tutte queste istigazioni legalizzate di uno stato biscazziere, almeno risparmiateci l’ipocrisia. Preferirei una réclame che dicesse: vi venderete anche vostra nonna per continuare a giocare, ma a noi che ci frega? L’importante è che continuiate a cacciar tanti bei soldoni fruscianti, cari i nostri coglioni. Ecco, così forse potrei ascoltarla senza rischiare il travaso di bile.


Le mamme che difendono l’indifendibile. Ogni scarrafone è bello a mamma sua, questo si sa. Ma possibile che dei giornalisti trovino etico e magari di buon gusto intervistare telefonicamente la madre di Fiorito, detto batman, o del prete talebano di Lerici? Le quali ovviamente sono pronte a dichiarare – talvolta urlando – che i propri figli sono dei bravi ragazzi (al cuor di mamma il figlio rimane un ragazzo anche se sta arrivando ai cinquanta o ai sessanta). In un caso ci siamo sentiti dire che non ha rubbato assolutamente nulla (secondo il noto postulato italiano che la res publica non è di nessuno, quindi appropriarsene o farne malo uso non equivale a rubare) e che tenerlo in galera era un’ingiustizia bella e buona, un vero insulto nei confronti di un uomo la cui morigeratezza di costumi è evidente fin dalla silhouette, che ne fa un Gandhi de noantri.

Nel più recente episodio del prete che ha puntato il dito accusatore contro le donne abusate e uccise (e non ha fatto altro che dar voce al pensiero di ancora troppi maschi/listi: se ne stessero a casa, invece di andare in giro a provocare quei poveri uomini che poi non hanno altra scelta che violentarle o ammazzarle, o magari entrambe) la madre del novello Voltaire ligure ha sostenuto che certamente il volantino da lui affisso in bacheca della parrocchia non poteva essere stato scritto da un figlio così bravo e diligente. Sarà stata una distrazione? Una svista alla Scaiola, che non si era accorto di abitare in una casa di sua proprietà? L’ultima linea di difesa sarà sostenere che il prelato è innocente perché totalmente analfabeta, e quindi non in grado di giudicare i contenuti di quanto da lui stesso esposto in bacheca?

Ehi, giornalisti a caccia di scoop da Novella duemila: anche la madre di Hitler, se interpellata ai suoi tempi, avrebbe dichiarato che quel ragazzaccio in fondo in fondo era un cuore tenero, che la colpa era tutta di quei cattivoni in camicia bruna che lo circondavano, e che una volta aveva perfino curato la zampa del proprio pastore tedesco che si era fatto male correndo dietro a degli zingari...

Non diamo voce alle mamme degli indifendibili. Se ne stiano zitte a casa loro a riflettere sugli errori commessi nell’educazione dei propri pargoli, e non invadano l’etere con lai e querimonie non richieste. E già che ci siamo: a casa anche chi le intervista.


Caro 2013, lo so che è meno grave. Ma non potresti anche fare qualcosina per quei pubblicitari che ci ammanniscono senza tregua pance sorridenti perché stracolme di bifidi attivi come formiche in vista dell’inverno, facce da idioti imbambolati che posano per collezioni a dispense di berretti delle truppe della Seconda Guerra, cinghiali acquattati sullo stomaco di poveri dormienti, e vascelli, contrammiraglie e automobili da costruire pezzo per pezzo in anni di lavoro a puntate settimanali – ad un costo probabilmente equipollente agli originali dell’epoca? Se c’è davvero tanta crisi, come si spiega l’esistenza di tali incongruenze?

Conto su di te, caro 2013, perché sull’intelligenza dell’Homo Italicus proprio non si può fare assegnamento.



sabato 10 marzo 2012

Dieci piccoli lemmi - 2a parte

Continua da ieri.


I giochi (d’azzardo), online e non. Ormai è diventata un’ossessione. Ovunque ti giri trovi qualcuno pronto ad appiopparti la tua dose oraria di potenziale buona sorte. Sono andato in posta e mi son sentito chiedere dall’impiegata, lo comprerebbe un gratta e vinci? No, le ho risposto secco. Mai comprato nemmeno uno per scherzo. Perché si comincia sempre con la dose gratuita che lo spacciatore ti rifila per accalappiarti. Ho giocato, lo confesso. Da giovane, ai cavalli, roba da pochi spiccioli. Più per rendere avvincenti le corse all’ippodromo che per la voglia – o la necessità – di vincere dei soldi. Rare, rarissime volte alla roulette. E con un principio basilare: è un divertimento come un altro. Finiti i soldi stanziati per la serata, finito il gioco. Una volta – l’unica – in vita mia, ho sognato una zia che mi dava dei numeri. Credeteci o meno, ho provato a giocarli. Mi sentivo veramente ridicolo. Non sapevo nemmeno dove diavolo fosse un banco del lotto, né come si facesse a giocare. La gente lì dentro, professionisti della giocata con la smorfia tutta a memoria, mi guardava come un marziano. Non uscì nemmeno un numero. Capii il messaggio: perfino le zie defunte non volevano che io giocassi. Toglietemi di torno tutte queste icone con fanciulle ammiccanti che promettono vincite e premi. Voto: uno. Diseducativo. I soldi si fanno lavorando, non giocando. Con un’eccezione. I biscazzieri, reali o virtuali che siano, alle spalle dei sempliciotti che credono alle lusinghe della dea bendata.

Il canale tivu del poker. Che razza di società è quella che sente il bisogno di avere una emittente televisiva simile? Tutto il santo giorno mostra primi piani di sfaccendati, spesso vestiti come degli imbecilli, seduti attorno ad un tavolo verde a piluccare angoli di carte da gioco cercando di vincere montepremi oltraggiosi con i quali arricchire collezioni di catenazze d’oro e di pacchiani orologi da polso tempestati di pietre alla maniera degli emiri. Qualcuno mi dirà: c’è il telecomando, cambia canale. Cancellalo dalla lista di sintonizzazioni. Maledette tivu moderne. Ogni tre giorni ti aggiornano automaticamente l’elenco dei canali trovati. Fatti i fatti tuoi, dannato aggeggio piatto. Non voglio – neppure per sbaglio – cadere nella visione di un branco di scioperati scommettitori. Voto: lo stesso della voce sopra. Uno. Doppiamente diseducativo. Perché illude, e fa vedere anche i risultati. Come ci si riduce a giocare tutto il giorno a poker. Catene al collo che manco un rapper di Harlem.

VIP. Un evergreen. Detestabile da sempre. Con tendenza in aumento, come dicono i meteorologi parlando delle perturbazioni. Tutto ciò che è etichettato come VIP dovrebbe essere, d’istinto, evitato come la peste. Perché è da gonzi pensare che una tessera, un biglietto d’invito, una qualsiasi profferta commerciale possano automaticamente trasformare un tapino in una personalità. Si vende un’inesistente esclusività con tale liso, consunto, abominevole acronimo. Voto: Inqualificabile.

Assolutamente sì. Quanto mi urta sentire qualcuno che risponde così a una mia domanda. Pleonasmo? Ridondanza? Vanesia necessità di riempirsi la bocca di suoni superflui? Esiste forse un sì relativo, sì ma non del tutto sì, tanto da sentir il bisogno di rafforzare lo splendido, lapidario monosillabo con un tanto inutile quanto vacuo avverbio? Vuoi tu prendere in sposo il qui presente? Assolutamente sì. E tu, vuoi prendere la qui presente come tua sposa? Sì. Manco usciti dalla chiesa, e già la prima litigata da coniugati: solo sì? Io ho detto assolutamente sì. Allora non mi ami abbastanza. Aveva ragione mia madre. Ma no, cara, è la formula di rito: si dice sì. Sei sempre il solito arido insensibile. Io ti amo di più, per questo ho detto assolutamente sì. E via discorrendo. Voto: tre. Ho le orecchie doloranti a furia di sentir ripetere da troppa gente questo ipocrita sbrodolamento attorno ad un semplice, puro, inequivocabile "sì".

Choc. Dovremmo essere tutti costantemente choccati (orrendo neologismo), stante la frequenza con cui si infila questo prezzemolo lessicale nei titoli di articoli. Bossi-choc. Cina-choc. Juve-choc. E così via. Una parolina buttata lì in mezzo al discorso come un assordante petardino che scoppia all’improvviso, facendo trasalire dallo spavento. Mentre basterebbe usare le proprie conoscenze per non turbarsi né sorprendersi. Conoscete Bossi e le sue sparate. In Cina si sa come funziona. La Juve? Di cosa volete ancora stupirvi nel calcio? Vi prego. Lasciate lo choc alle rare punture di api andate a finire molto male. Voto: Quattro di incoraggiamento, perché lo choc anafilattico esiste e la parola rende l’idea. Mentre invece, a furia di sentirsi invitati a scioccarci per questo e quello, come il re Mitridate, diventiamo assuefatti ed insensibili, perfino a ciò che davvero dovrebbe sconvolgerci e indignarci. E questo non va bene.


venerdì 9 marzo 2012

Dieci piccoli lemmi

Ma fastidiosi. Le dieci parole (alcune sono concetti compositi) il cui uso – ed abuso – meriterebbe loro l’immediata elisione dal dizionario. Basta. Non se può più di ritrovarcele tra i piedi – o meglio, tra gli occhi e le orecchie – ogni tre per due. Per favore.

Fashionista. Uuh, che brutta parola. Già di per sé suona male, come tutte le storpiature dell’inglese adattate alla lingua di Dante. Per non parlare del significato. Personifica la vacua attenzione al superfluo, quando siamo in momenti di mancanza – per molti – del necessario, del basilare per sopravvivere dignitosamente. Rappresenta l’ostentazione di una spesso mal meritata e superficiale opulenza. Promuove l’assenza di pensiero, strangolato dalla assoluta mancanza di tempo per esercitarlo, tutta presa come è la fashionista nell’apprendere e memorizzare il calendario degli eventi mondani a cui non si può assolutamente mancare. Per sfoggiare l’ultima mise e il totale vuoto di argomentazioni. Voto: Due. A casa, il lemma e la schiera di nullafacenti fashioniste.

Sondaggi. La maledizione quotidiana ci investe in ogni campo dello scibile umano sondabile. A casa anche i manipolatori del nostro pensiero, che ci sussurrano subdolamente quali obbligatorie opinioni avere. Come è messo il tale partito? Sondaggio. Come va a finire la guerra in Vattelappesca? Sondaggio. Come reagiscono gli italiani all’ostensione di farfalle inguinali? Il sondaggio ve lo dice (un bel chi se ne frega non ci sta proprio bene ora??). Roba di oggi: meglio Messi o Maradona? Vi sentite tagliati fuori? Nessuno ha mai chiesto il vostro parere? Niente paura. Ci pensano gli instant poll: le maggiori - e perfino le minori - testate, con una strizzata d’occhio esterofila, vi invitano a dire la vostra, spesso in questioni talmente ininfluenti e scontate da rasentare la banalità. E potete vedere subito se siete nella maggioranza o fate parte dell’opposizione: eeeh, son soddisfazioni. Utilità: tendente allo zero. Perdita di tempo: cento per cento. Proposta: radiazione dal vocabolario e dall’uso quotidiano.

Spread. Insieme con downgrade, junk-bonds e austerity fanno parte della litania diuturna che ha sostituito, come potere iettatorio, il funebre frac nero con cilindro e occhiali in tinta coordinata. Ogni volta che si sentono nominare questi quattro cavalieri dell’apocalisse finanziaria la gente esegue complicati riti di scongiuro con toccamenti nemmeno reconditi di parti auspicali. Lasciateci in pace. Abbiamo capito che siamo nella melma. Non c’è bisogno di ripetercelo ad ogni piè sospinto. Soprattutto per quel vago ma aleggiante sentore di manipolazione. Perché i soloni della finanza creativa cadono quasi sempre in piedi? Per un Madoff in galera, quanti artisti della manovra ai limiti dell’illecito internazionale sono a piede libero e pontificano dagli scranni di consigli d’amministrazione di banche e istituzioni finanziarie che vendono due gatti da un milione di euro per comprare un cane da due milioni di euro? Voto: zero. Perché non se ne può più di questo subdolo terrorismo dell’informazione, che va ripetendoci, con voce chioccia e melensa: stai fallendo, stai fallendo, guarda che stai fallendo...

Mito. Non passa giorno che i nostri giornali e notiziari non riportino almeno una notizia chiosata dal fastoso termine. Ora, va bene parlare di miti classici. Una mostra dedicata a Leonardo può a buon diritto intitolarsi il genio, il mito. Archimede: mito e realtà? Ottimo. Ma che a calciatori in disarmo, boy-band di trent’anni fa, serie cinematografiche con agenti segreti più lesti nello smutandare giovani spione di coscia lunga che nel combattere il cattivo di turno, perfino chitarre rock vengano attribuiti meriti tali da giustificare l’uso della parola mito, questo proprio mi indispone. Perché, per la legge dell’assuefazione, se si tende a mitizzare ogni cosa, alla fine si banalizzano anche gente come Omero, Archimede e Leonardo. Equiparandoli a tizi in brachette che prendono a calci un pallone, a degli sfiatati strimpellatori e ai loro strumenti elettrici. Sette in condotta: manteniamo le distanze.

La profezia Maya. Ragazzi, abbiamo nove mesi davanti. Manco un figlio riusciamo più a fare. Penitenziagite. La fine del mondo è dietro l’angolo. Ma guarda un po’ tu che razza di sfiga. È cinque miliardi di anni che questo cavolo di pianeta gira, e proprio quando ci sono io deve decidere di autodistruggersi, come l’astronave di un pessimo film di fantascienza? Ci sono già schiere di buontemponi che vanno in giro con cartelli appesi al collo, invitando alla redenzione dei propri peccati, prima che l’apocalisse ci spazzi via tutti. Un momento: ma il mondo non doveva finire già lo scorso ventuno ottobre? Ah, no, il pastore rincitrullito si era sbagliato. Aveva fatto male i calcoli, ha dichiarato. E non doveva succedere qualcosa di terribile allo scattare dell’anno duemila? Mille e non più mille, tuonavano degli arcigni catastrofisti. Si son sentiti dei buddisti, che sono avanti di più di cinquecento anni rispetto al nostro calendario, farsi delle grasse risate. Ahahah, il duemila. Mi ricordo. Quand’ero piccolo il bisnonno mi raccontava che a quell’epoca i suoi avi… Voto: Uno. Lasciateci campare in pace. Avete delle certezze? No. E allora tenetevi le vostre profezie e le vostre superstizioni. E non ci fracassate i gioielli con iettatorie previsioni calamitose.


Continua domani, con la parte alta della classifica...

giovedì 9 febbraio 2012

Risveglio forcaiolo

Proprio quello che si richiede la mattina presto, appena svegliati. Un programma televisivo che mi ha fatto venir voglia di scrivere ai responsabili del palinsesto di Discovery Channel.

Ammesso e non concesso che Machines of Malice sia una trasmissione considerata utile ed apprezzabile in sé e per sé, per quale motivo tale grandguignolesco-tecnologica realizzazione ci deve essere ammannita proprio all’ora della colazione, quando le famiglie si accingono alla giornata davanti a tazze fumanti di caffellatte, o a profumati piatti di uova fritte e pancetta, o ancora a brodami di carni di maiale in cui nuotano pallidi spaghetti, alla maniera dei cinesi?

Machines of Malice sviscera (mai verbo fu più azzeccato) ogni più inconfessabile aspetto dei marchingegni che l’uomo ha utilizzato nei secoli per giustiziare i condannati a morte, e spesso con annessa qualche modica dose di tortura, che ci sta proprio bene, ammonendo ed insieme eccitando il popolino convitato all’esecuzione.

Così, mentre mi preparo ad una giornata d’ufficio, appena uscito dalla corroborante doccia mattutina, mi viene spiegato, con dovizia di dettagli tecnici e raffinati studi anatomici, quanto debba essere lunga la corda da impiccagione – valore che è funzione del peso del giustiziando – per far sì che la morte sopraggiunga rapida, come è previsto che sia, per la frattura delle vertebre cervicali. Se la corda fosse troppo corta, morirebbe per asfissia. Troppo lunga, per decapitazione. Allegria.

Gli americani sono dei pragmatici. Le spiegazioni metodologiche vanno corroborate con prove pratiche. Così qualche spensierato artigiano si dà mestieri per costruire un’autentica forca, e poi ci impicca un manichino tipo i dummies usati nei crash-test delle auto. Mostrando con soddisfazione che quando la corda è lasciata troppo lunga, davvero la testa si stacca dal corpo e rimane macabramente imprigionata dal cappio.

Cari redattori di Discovery Channel, una domanda. Voi spesso mettete in onda programmi interessanti, avventurosi, perfino educativi. Fatemi capire: esattamente a chi serve apprendere quale è la lunghezza corretta della corda, affinchè l’impiccagione abbia una buona riuscita? Chi ha deciso che è utile, telegenico, forse doveroso sapere a che distanza dal condannato deve stare il plotone d’esecuzione, e quali sono le carabine ed i proiettili più adatti per una fucilazione di successo? Offre proprio un gran servigio alla comunità affacciata al teleschermo questa dettagliata trattazione – quasi apologetica – della pena di morte nei secoli?

Comunque, grazie per esservi preoccupati dei miei leggeri problemi di sovrappeso da scrivania. Quella mattina perlomeno siete riusciti a farmi saltare la colazione.


Prima pubblicazione : 2 aprile 2009

lunedì 22 novembre 2010

Vieni via con me - 2


Scenata di Bondi in un museo: dei vandali
hanno squarciato un quadro di Fontana.


Corrado Guzzanti

lunedì 1 novembre 2010

No news is good news

Evening news is where they begin with 'Good evening', and then proceed to tell you why it isn't.

Il telegiornale è quel programma che comincia con "Buona sera", e poi ti spiegano perchè non lo è.

domenica 26 settembre 2010

Amarcord

Ma guarda se mi tocca venire nella vicina Germania per apprezzare finalmente qualcosa di gustoso, di piacevole, di nostalgicamente divertente in un programma televisivo italiano.

Non essendo un drogato da tubo catodico (che non ho ancora pensionato, nonostante le lusinghe dei produttori di schermi ultrapiatti e iperprezzati), ho acceso la televisione nella camera d’albergo solo dopo alcuni giorni di permanenza, ed ho scoperto che oltre a RAI International, congerie delle più nefande trasmissioni a premi italiane, inframmezzate da insopportabili sceneggiati con struggenti primi piani sudamericani e vere e proprie perle di spazzatura televisiva e cinematografica, improvvidamente riesumate da qualche cassonetto, loro appropriata residenza, e così sottratte ad un meritato perpetuo oblio, era sintonizzato un secondo – a me sconosciuto – canale, Rai 2 Educational.

Proprio in questo contenitore dalle apparenti pretese culturali e formative ho trovato un programma che una sera mi ha quasi fatto far tardi a cena, tanto mi ci sono perso dentro.

Qui veniva intervistato un signore d’età, dal viso abbronzato e solcato di rughe, sorriso smagliante, occhio vispo e voce inconfondibile. Guido Pancaldi. Che rammentava come lui e il suo notorio ed imprescindibile socio, Gennaro Olivieri, fossero i veri deus ex machina di una trasmissione cult, negli anni sessanta e settanta: Giochi senza Frontiere.

Arbitri plenipotenziari, dal giudizio insindacabile (e senza tante moviole ad aiutare), cronometro sempre alla mano, col loro caratteristico breve trillo di fischietto davano il via ad ogni gara di quella sarabanda settimanale che vedeva opposta la miglior gioventù atletica di mezza Europa. Sfide spassose, rigorosamente in diretta, commentate argutamente da altri personaggi, mostrati come sono oggi o in immagini dell’epoca. Rosanna Vaudetti, il tempo non sembra esserle passato. Ettore Andenna. Un giovanissimo Claudio Lippi, con una folta capelliera laccata color Biscardi.

Quanti ricordi. La televisione ancora in bianco e nero, con manopole misteriose che solo il tecnico aveva licenza di toccare, e pochi tasti meccanici che schioccavano come nacchere. Il telecomando – peraltro inutile – doveva ancora nascere. Il primo e il secondo canale, ecco tutto quello che si vedeva, salvo i fortunati che con difficoltosi smaneggiamenti riuscivano a sintonizzare fruscianti visioni di Svizzera e Capodistria. UHF e VHF, sigle esoteriche per iniziati, gente con il diploma Scuola Radio Elettra. Il monoscopio notturno e l’intervallo con le immancabili pecore e l’arpa che suonava.

Giochi senza Frontiere annunciava l’arrivo della primavera, si spingeva fin dentro l’estate, e raccoglieva davanti alla tivù comunitaria, nella saletta piena di fumo e di poltroncine spaiate della pensione versiliese, un pubblico eterogeneo fatto di vecchi negozianti a riposo, signorine quarantenni milanesi bencreate e mai maritate, allegre famiglie fiorentine dedite al sorseggio della sambuca con la mosca (il chicco di caffè da sgranocchiare alla fine della libagione), truccatissime carampane con la sigaretta incistata su un lungo bocchino d’osso che faceva tanto fatalona d’anteguerra.

Questa varia umanità tifava per i nostri, riconoscibili dalla grossa I appiccicata su tute attillate ed essenziali, che ben evidenziavano la prestanza degli atleti, dibatteva appassionatamente sull’uso talvolta azzeccato, talaltra disastroso del jolly, che consentiva ad ogni nazione di raddoppiare i punti conseguiti in un gioco solo per puntata, si entusiasmava per il Fil Rouge, altra sadica invenzione del duo Olivieri e Pancaldi, e infine poteva a pieno titolo esercitare ciò che ogni italiano sente come diritto divino: il campanilismo. L’Italia, come peraltro le altre nazioni, era talvolta incarnata da cittadine o borghi in cerca di notorietà, di fama, di una ribalta internazionale che li togliesse dal buio del puntino su un atlante e li lanciasse nella ricca orbita delle località che un turista, italiano o estero, avrebbe potuto visitare. Quando giocava Montecatini i toscani aumentavano le salve di tifo, se passava in tivù Pizzighettone, le milanesi si scalmanavano e vociavano in dialetto meneghino.

Giochi senza Frontiere, in un’epoca di confini ancora pattugliati da gendarmi che ti ficcanasavano nel baule della macchina e sfogliavano il tuo passaporto mentre recitavano il classico niente da dichiarare?, era annunciata dalla sigla dell’Eurovisione, archè e premonizione di un vecchio continente diverso, più vicino, più propizio ai viaggi, oggi addirittura con la moneta unica. Quel refrain trionfale e ridondante sortiva da cento finestre aperte su stanze sfarfallanti di luce bluastra, e richiamava le genti davanti allo schermo, come le campane annunciano l’entrata della messa. E mentre eri seduto lì, in ciabatte infradito e calzoncini corti per dar aria alla gambe arrossate dalle strinature di un sole estivo ancora ritenuto benefico e non foriero di cancheri e altri malanni, pensavi con stupore alla tecnologia che in quello stesso momento permetteva a chissà quanti altri milioni di persone, in Francia o in Germania o in Olanda e perfino nell’isolana Inghilterra di gustare le stesse immagini e di tifare come te per un paesetto semisconosciuto che le rappresentava.

Giochi disputati all’aperto (alle bizze del maltempo si rimediava con un ombrello per i presentatori), scenografie monumentali, quantità industriali di gommapiuma consumate per i goffi costumi che i concorrenti indossavano a impaccio dell’andatura ma anche a tutela da botte e capitomboli, settimane di preparazione per una puntata da novanta rigorosi minuti, niente supplementari, nemmeno un parsimonioso recupero di stile calcistico. E senza l’assillante presenza delle pubblicità che interrompono tutto e diluiscono il pathos. Tutto doveva filare liscio e preciso come un orologio svizzero. Svizzero come l’accento peculiare di Guido Pancaldi, che oggi ride e rievoca, insieme a noi che l’abbiamo vissuta in gioventù, quella stagione straordinaria di divertimento semplice, senza isole, senza reality, senza telecamere indiscrete che spiano la falsa intimità di un gruppo di sfaccendati, senza la volgarità e lo squallore che infesta e rende insopportabile l’odierno intrattenimento televisivo.

Erano ragazzi che giocavano misurandosi caparbiamente, per premio solo una modesta gloria strapaesana. Era una televisione più pulita. Forse più ingenua. Di certo più ricreativa. Allora perfino il canone non si pagava malvolentieri. Anche se le frontiere non ci sono più (sebbene ci sia chi ne vorrebbe costruire di nuove in Italia), ridateci Giochi senza Frontiere. Ma con Pancaldi, le sue giacche color panna, il suo trois, deux, un, friiiiiii!

Prima pubblicazione: 26 ottobre 2008