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venerdì 23 maggio 2014

Concetti e sostanza


Casa. Tempio religioso. Concetti universali, ma mai così distanti.


Casa, Emirati Arabi Uniti (Burj Khalifa, 828 metri, Dubai).


Tempio religioso, Emirati Arabi Uniti (Grande Moschea Sheikh Zayed, Abu Dhabi).


Casa e tempio religioso, Mumbai, India (la casa è quella sulla destra e ci vivono davvero degli esseri umani).




mercoledì 4 dicembre 2013

Veridica Istoria Di S. Barbara

In occasione dell'odierna ricorrenza di Santa Barbara, voglio pubblicare un'antichissima goliardica ode, composta da chissà chi e forse risalente ai tempi della Grande Guerra, che ho ritrovato, dattilografata su carta velina ormai lisa e ingiallita, tra le cose di mio padre, Ufficiale di Artiglieria da Montagna del Regno d'Italia.

Vi avverto: non è una poesia per educande. Anzi, contiene un’equa dose di vocaboli sconci, nonché un’interpretazione quantomeno ardita del martirio della santa. Chi si turba o si scandalizza facilmente, lo invito a smetter di leggere qui.

Ma per gli amanti del lazzo d’antan e della scrittura manierista, questa è una vera chicca. Perché, pensate un po’, quest’ode in versi alessandrini dev’essere stata scritta circa un secolo fa. Certo da qualche ignoto bello spirito dalla penna abile e briosa.



VERIDICA ISTORIA DI S. BARBARA

quale risulta da un mio manoscritto del
XV secolo

De relationibus inter foconem et culatta

Ovidio Nasone

I
Non vi è successo dite, talor di domandare,
O le segrete cause voler investigare,
Che spinser S. Barbara, la vergin casta e pia,
A mettersi a protegger la truce artiglieria?
Se stiamo ai sacri canoni, Barbara fu una santa
Che nacque: al dir d’Orazio, nel 480;
Se stiamo alla leggenda, fu una casta fanciulla
Cui piacevano i pezzi fin da quand’era in culla;
Se stiamo ad una vecchia, ma ignobil tradizione,
Di cui parla Virgilio, Catullo e Cicerone,
Questa dice che Barbara si fosse in gioventù
Fatta chiavar da Cesare, il qual al dir dei più,
Cominciò la carriera con rara maestria
Quale soldato semplice nel primo artiglieria.
Come potete scorgere, son varie le opinioni,
Son molti i testi storici e le contraddizioni;
Io da un vecchio papiro il sunto ho quì ritratto
Del modo vero, autentico di come avvenne il fatto.

II
Il testo mio racconta che Barbara era bella,
Avea le forme splendide e l’andatura snella;
Corvine avea le chiome, di madreperla i denti,
Da far destare un morto, insomma i lineamenti;
Che molto era pelosa sotto ambedue le ascelle,
E dure come il marmo aveva le mammelle,
Ma, o fosse per calcolo, o fosse per pudore,
Non la volea mollare neppure al confessore.
Tale ritegno alfine, fece stizzire Augusto
Al quale, a fil di logica, non appariva giusto
Che in mezzo a tante troie della corte pagana
Facesse la smorfiosa la vergine cristiana,
Onde fece invitare il popolo romano
A ritrovarsi un giorno nel circo di Traiano
Per potere ciascuno, sia plebeo, sia patrizio,
Assistere e concorrere di Barbara al supplizio.

III
Qui mi manca la penna, mi vien men l’intelletto
Come infatti descrivere lo straordinario effetto
Prodotto sulla folla al veder di repente
Nel circo trascinata la vergine piangente,
Tutta ignuda, coperta soltanto, a dire il vero,
Nei punti più preziosi dal suo bel pelo nero..?..
Bisogna figurarsi che nell’ampio ippodromo
C’era un uomo dovunque si può cacciare un uomo;
L’ingresso era gratuito, chè dall’imperatore
Eran state concesse le entrate di favore;
E quando non si paga, ognun questo lo sa,
Poiché non c’è da spendere il popolino va.
Nella gran folla i maschi erano in maggioranza,
Che ammirando di Barbara la pudica prestanza,
Provarono un prurito, e poscia un gran fermento
E sulla punta del membro un serio incordamento,
Ed essendo in quel tempo poco i calzoni in voga
A ogni roman fu visto sollevarsi la toga.
In quella, dalle trombe fu suonato l’appello
E il commissario avendo ben scosso il campanello:
“Cesare Augusto, disse, nella sua gran bontà,
“Vuol che sia tolta a Barbara la sua verginità,
“Ed ordina che, a rendere la festa più imponente,
“L’operazion sia fatta dal membro più potente,
“Chi dunque più tarchiato di voi d’aver lo creda,
“Veder lo faccia e s’abbia la verginella in preda.”
A tai detti i romani non si fecer pregare,
Ma furon solleciti la toga a sollevare,
E cento mila uccelli dell’ippodromo intorno,
Furon visti venire alla luce del giorno
Maestoso spettacolo, che, a dir di Giovenale,
Roma nei dieci secoli non vide mai l’eguale!
Un concorso sì splendido mise nell’imbarazzo
Il giurì destinato a prescegliere il cazzo.
Ma dopo attento esame e minuziosa indagine
Fu premiato uno schiavo nativo di Cartagine,
Che, in mezzo ai battimani e delle trombe al suono,
Fu condotto in trionfo, d’Augusto ai piè del trono.
La verginella intanto tremante se ne stava
D’esser così nuda molto si vergognava:
Con una mano coprivasi del bel seno il candore
E con l’altra celava l’altare dell’amore;
E piamente orava: “Dio di bontà difendi
“L’umile ancella tua da quegli arnesi orrendi;
“Pensa che vergin sono e che in sì picciol foro
“Penetrar non potrà l’uccello di quel toro.”
Il pudico lamento salì diretto al cielo
E Dio, fatto chiamare l’Arcangelo Gabrielo
Gli consegnò un pacchetto, dove c’era involtata
Una polvere stata da lui confezionata,
Dicendo: “Va d’un subito nel circo di Traiano,
“E metti questa polvere di Barbara nell’ano.
“Cerca non esser visto nel far questo lavoro,
“Onde non suscitar l’attenzione del toro.”
La commission fù fatta in men che non si dice,
Mentre che il moro, fattosi dappresso all’infelice,
Si preparava a compiere l’esecrato supplizio,
Presentando l’uccello del foro all’orifizio.
Quì accadde un fatto nuovo, un fatto molto strano,
Che apparve ancor più nuovo al popolo romano
S’intese un colpo orribile, una detonazione,
Che fè tremare il circo fin dalla fondazione,
Mentre che il Moro e Barbara venivan proiettati
Coi membri, dentro il circo, rotti e disseminati.
E i romani fuggendo dicevan: “Perbacco è strano
“Che a un tratto il cul di Barbara si sia fatto un vulcano!”.

IV
Fur dai cristian raccolte della santa le ceneri
E perché dai mortali la martire si veneri,
Si chiusero in un’urna, messa poi fra le tombe,
In mezzo agli altri martiri, giù nelle catacombe.
E forse da nessuno si saria ritrovata
La maniera con cui fu Barbara salvata,
Se un devoto o pudico tedesco cappuccino
Non avesse l’uccello messo dentro al bacino
Dove erano della santa i resti conservati
A scopo di purgarlo dei molti suoi peccati.
L’uccello, nell’uscire dall’urna benedetta,
Avea la punta carica di una polve brunetta,
Che analizzata e posta sotto lavorazione
Fu trovato esser polvere da cannone,
Ricostrutta la storia e visto che il pacchetto
Venne messo dall’angelo in quel certo luoghetto
Gli artiglieri deciser di chiamare culatta
Il luogo ove la carica in general s’adatta.

V
Di tutto questo, ditemi, qual’è mai la morale?
Lo schiavo, non avrebbe fatto il salto mortale
Se prima d’introdursi nel buco antirestante
Avesse messo un dito in quello retrostante:
Onde a giusta misura prescrive l’istruzione
Che chi scovola il pezzo, turi prima il focone.



mercoledì 18 luglio 2012

Clic generation

Ci sono capolavori assoluti, emozionanti a prescindere. Non importa quante volte uno abbia la fortuna di rivederli. Ogni volta è come se fosse la prima. Uno di questi è la Pietà: Michelangelo, il suo genio, la sua straordinaria manualità al loro massimo.

La plasticità immota del Cristo morto. La delicatezza ieratica di una madre colta nel momento orribile in cui regge fra le braccia il cadavere del figlio. La preziosità leggiadra dei tessuti drappeggiati nel marmo da mano maestra.

Dei particolari sembrano sul punto di animarsi, lì per lì. La mano della Madonna che si insunua tra il braccio e il costato di Gesù, dalla testa esanime e abbandonata all’indietro. Il volto di Maria, innaturalmente giovane e morbido, sereno quasi, lontano dalla pena infinita della deposizione del figlio crocifisso. Il corpo seminudo del Cristo, affranto ma nel contempo aitante e bellissimo.

Tutto questo Michelangelo è stato capace di trovare – magia sublime – in un inanimato blocco di candido marmo di Carrara. E di regalare – nei secoli a venire – emozione imperitura alle generazioni fortunate a sufficienza da entrare un giorno in contatto col suo sommo capo d’opera. Sembra quasi di vedere la mano dello scultore che a poco a poco toglie il materiale superfluo, rivelando il capolavoro che è sempre stato nascosto lì dentro.

Oggi purtroppo, nell’epoca della comunicazione digitale, nessuno si è davvero soffermato ad ammirare nei dettagli l’incanto di questa meraviglia. Centinaia di persone, dai cinque continenti, e sempre la stessa routine. Si aspetta in coda. Si conquista il posto davanti alla marmorea balaustra che la recinge. Si inquadra. Si scatta. Si controlla. Se non è venuta bene, si armeggia un po’ con le regolazioni e se ne prova un’altra. Ecco fatto. Passiamo al prossimo oggetto da documentare. Poi la Pietà ce la guarderemo con comodo a casa, magari sul maxischermo della nuova tivu talmente smart (intelligente) da potersi permettere proprietari dumb (cretini).

Video, ergo sum. Questo è l’errore – o l’orrore, fate voi – dell’era odierna. Se non l’ho fotografato, non esiste. Si fissa l’immagine, ma non ci si ferma ad ascoltare cosa trasmette quell’opera d'arte. E subito si corre oltre, pressati dall’urgenza di vedere tutto, senza in realtà aver visto nulla. Quantità, non qualità.

Così questo racconto è privo di foto. Perché per quasi un’ora sono stato immobile e ammutolito di fronte alla Pietà, completamente rapito da questa prova palpabile del genio umano. E perché le parole talvolta sanno descrivere le emozioni che nessuno scatto è in grado di fermare e riprodurre. Quelle emozioni che Michelangelo, secoli dopo la sua morte, continua a suscitare, in chi ha occhi e cuore per provarle. Grazie, Maestro, di essere esistito.




mercoledì 6 giugno 2012

De mercatoribus

Nel cuore del salotto buono di Milano sta, corta e densa di storia, via dei Mercanti. Che un sabato pomeriggio qualsiasi – o quasi, visto che c’era il papa in città – nel pur breve tratto tra piazza Cordusio e piazza del Duomo costringe ad una vera e propria gimcana, per evitare di calpestare le carabattole più svariate sciorinate sul- l’acciottolato da una folta rappresentanza di nuovi mercanti. Ironia della collocazione. Chissà se questa armata brancaleone di indiani, neri, nordafricani, cinesi, sa che sta esercitando proprio nella strada intitolata alla professione del commercio?


C’è una impari lotta tra qualche guardia che diligentemente insiste a fare il proprio dovere e un nugolo di abusivi, pronti a far su lestamente lenzuoli e mercanzie e a fingere di allontanarsi, giusto il tempo del passaggio del gendarme. Per poi rapidi tornare ad occupare la postazione, col loro corredo di borse, occhiali, magliette, cinture, tutto palesemente falso. Fino alla prossima ronda.

Fuori i mercanti dal tempio. Non aveva detto così, una ventina di secoli fa, un tizio capellone e con idee un po’ troppo progressiste per i tempi, che gli erano valse una condanna al pubblico supplizio, poi diventato simbolo del culto a lui ispirato?

Eppure oggi sembra che i mercanti siano ben installati proprio dentro al tempio. È in onore della visita papale che è stata installata nel Duomo di Milano questa avveneristica astronave di vetro, all’interno della quale si fa mercimonio di materiali assortiti, intramontabili souvenir come guide del Duomo in quattordici lingue, quadretti, francobolli e altri ciarpami da turisti affamati di inguardabili ricordini da ostentare (o peggio, da regalare) una volta tornati alla base, a comprova della visita? Oppure tale installazione, che sta al Duomo come la piramide di I.M. Pei sta al Louvre, è destinata a consolidare la sua inquetante presenza all’inizio della navata di destra?

Supponiamo pure che l’astronave sia di passaggio, e che presto decolli verso altre mete iperurane. I mercanti sarebbero dunque fuori dal tempio? Ma dai. Ci sono già. Basta osservare il fianco sinistro dello stesso monumento. Come spesso accade, durante i restauri sui teli si riproduce la facciata sottostante, in un bel trompe-l'œil che rende più accettabile la copertura. Peccato che la metà superiore sia architettura. E quella inferiore un farisaico saluto ai turisti. Sponsor un noto cacio.

Così abbiamo fatto l’en-plein. Mercanti fuori, sul e dentro il tempio. Viva l’Italia. Il Bel Paese dove l’Euro suona. Ma i registratori di cassa un po’ meno.



domenica 3 giugno 2012

Milano in allarme

Manca poco a mezzanotte. Dalla finestra dell’albergo, provvidenzialmente aperta a portare un po’ di refrigerio dopo il caos caldo di oggi, si ode lontano il guaito bitonale di una sirena. Lassù, nel buio della notte appena rischiarato da una luna quasi piena, si sente ancora il brontolio sommesso di un elicottero che chissà cosa sorveglia.

Ripenso alla quantità vergognosa di forza pubblica dispiegata lungo il percorso – rigorosamente recintato – del convoglio papale. Piazza del Duomo tagliata in due. Tocca fare dei giri astrusi per arrivare dalla parte opposta. In piazza Fontana vedo fermento di poliziotti che si dannano per aprire una transenna. Un gruppetto di porporati, circondati dagli immancabili armadi a quattro ante con cavetto arricciato piantato nell’orecchio, si avvia serenamente a piedi verso un modesto cinque stelle (i sei erano esauriti), dove si suppone abbiano loro allestito delle celle di francescana austerità.

Leggo due notizie prima di addormentarmi. Il Fatto Quotidiano riporta di un presidio contro la visita del papa a Milano. Stime attendibili parlano di tredici milioni di euro spesi. Mentre c’è gente che dorme nelle tendopoli, a soli duecento chilometri dalla kermesse meneghina.

C’è chi protesta in inglese, e chi invece comunica – letteralmente – il proprio pensiero con il linguaggio del corpo.

No pope.

Sì poppe.



sabato 2 giugno 2012

Ho visto il Papa…

... cinguetta giuliva nel telefono una giovane signora, passando accanto al dehor di un locale nei pressi di corso Magenta, mentre mi arrabatto a spiegare a due giapponesi che cosa sia la cotoletta alla milanese. Finchè uno s’illumina, estrae il Baedeker sull’Italia nella sua lingua, lo scorre rapidamente fino alle pagine su Milano e punta il dito su una foto. Sì. È quella. Problema risolto.

Traffico bloccato, centro paralizzato e fasciato di nastri sventolanti e festosi. Vigili che fischiano come dei pecorai all’indirizzo di un tizio dell’azienda trasporti che, indifferente ai divieti, tenta di inoltrarsi sul percorso sacro in sella ad un profano scooter. Volontarie quasi adolescenti sedute per terra, a fumare o a riposarsi le gambe affaticate dall’attesa del momento clou. Volontari coetanei – boys will be boys – che, padroni della strada, giocano a pallone con un turacciolo tra le rotaie orfane di tram fermi nei depositi.

Su ogni crocevia almeno due ghisa. E vorrei pure vedere, se devo dar credito ad un taxista che parla di un lauto bonus da cinquecento euro a cranio, per lavorare oggi e domani. Poliziotti dalle palette nervose. Circolare circolare. Lei dove crede di passare, qui è tutto chiuso. No no, nemmeno attraversare si può. Deve passare il papa, mica topolino. Finanzieri strippati in uniformi di gala acquistate una taglia fa e mai più usate da allora. Transenne ovunque, per trattenere un inesistente pubblico. Molti milanesi hanno scelto di lasciare la città ai turisti della fede, riconoscibili dal fazzoletto al collo e la camminata affranta del pellegrino dai piedi lessati dall’asfalto impietoso.

Qualche prete filippino, sbracciato e accaldato, cerca di radunare le proprie recalcitranti greggi. Sirene. Auto torve dai vetri fumè e dalle gomme rabbiose sul selciato lapideo. Sembra il giro d’Italia ma senza la folla plaudente e le borracce che volano.

Infine arriva una teoria di berline d’alto bordo, ammiraglie ingombranti e confortevoli, in cui gli uomini diventano piccoli piccoli, quasi scompaiono in tanta opulenza meccanica. Passano di buona carriera, e capisci che era lui perché subito dopo le transenne si aprono ed il traffico veicolare lentamente riprende.

Chi si aspettava un papa in bella vista, lento e benedicente una Milano semivuota, resta deluso. La cameriera egiziana del locale della cotoletta mi chiede stupita: ma è già passato? Sì, è già passato.

Ho visto il papa, dice la telefonatrice in transito, a conferma del momento ormai sfumato. Io no. Ma ho visto tutto il resto. Compresa una Milano per un paio di ore miracolosamente vuota di traffico, quasi pulita. E mi sono divertito un sacco.


martedì 7 giugno 2011

La casa – blindata – di Dio

Praise the Lord and pass the ammunition, cantavano gli americani nella seconda guerra mondiale. I cinesi sembrano aver fatto loro questo motto. Della serie: fidarsi è bene, ma non fidarsi è meglio. Ecco perché sopra il muro di cinta della Chiesa del Ringraziamento di Shanghai sono murati dei cocci di vetro per nulla cordiali. E, ad abundantiam, torno torno alla recinzione corre un bel reticolato elettrificato. Infine, sul gabbiotto dei sorveglianti è piazzata una vistosa sirena con lampeggiante bicolore, rosso e blu, proprio come quelli delle macchine della polizia. Quando è in funzione si apprezza anche da lontano.

Il ladrone buono sulla croce sarà anche andato in Paradiso. Ma un ladro cinese che avesse cattive intenzioni nei confronti di questa parrocchia, ha altre prospettive, certo meno celestiali: o la galera, o l’ospedale!

sabato 28 maggio 2011

Worthy reasons

I once wanted to become an atheist but I gave up. They have no holidays.


Una volta volevo diventare ateo, ma ci ho rinunciato. Non hanno nessuna vacanza.



Henny Youngman [1906 – 1998]

giovedì 19 maggio 2011

Bloody terrific

Uluru, nella lingua degli aborigeni, è il nome di un enorme monolito rosso che si trova nel centro geografico dell’Australia. Ed attorno a questa colossale pietra che sorge solitaria nel deserto è stata costruita una specie di industria del turismo. Non c’è neppure un paese qui, solo una serie di alberghi che attirano come mosche frotte di turisti, soprattutto giapponesi.

Mosche. A proposito. Una presenza costante, un tormento continuo. Mai fare l’errore di mettersi profumo o dopobarba. Ti svolazzano in faccia, negli orecchi, sul collo. Al punto da trasformare i camminatori che percorrono gli otto chilometri del perimetro dell’Uluru in specie di apicoltori, il viso riparato da veletti che si suppone facciano parte del business locale. Una passeggiata sorprendente, una vista mozzafiato su vertiginosi muri verticali di pietra rossa.

L’incontro del giorno è con Les, australiano di Sydney, attivo e allegro come un ragazzino nonostante i suoi 74 anni. Percorriamo insieme il tracciato, dopo esserci incontrati sul pulmino che porta fin qui dagli alberghi. Un by-pass coronarico alle spalle, non ha paura né del caldo orrendo né delle mosche. Si arma di un fuscello fronzuto che strappa dagli arbusti, e per tutto il tempo si percuote con regolarità il collo e le spalle per cacciare i fastidiosi insetti.

E non smette mai di parlare, colorando i discorsi con vivaci espressioni tipicamente australiane. Mi chiama Fernando dieci volte al minuto, facendomi notare quanto siano “bloody terrific” - qualcosa come “maledettamente grandiosi” - certi scorci di questo luogo. E poi si fa fare delle fotografie, per portarsi a casa il ricordo di questo viaggio. Nei posti dove è consentito, perché alcuni, secondo le credenze - o la religione - degli Anangu, gli aborigeni Mala padroni naturali della roccia, sono luoghi sacri di culto, e non è permesso né fotografarli né accedervi.

Una piacevole passeggiata attorno ad un luogo di grande suggestività, arricchita dalla presenza di questo gioviale nonnetto, che saluta come se si conoscessero da sempre un paio di aborigeni che incrociamo, e trova una parola per qualsiasi persona con cui entra in contatto. Voglia di fare, voglia di vivere. Lezioni di vita. A poco prezzo. I quindici dollari dell’ingresso al parco - parco? - che vanno al fondo per il sostentamento degli aborigeni. Non è molto, in cambio di un incontro che ti mostra quanto sia importante godere appieno della vita. Ogni giorno. Diem carpere, e di sicuro senza avere letto Orazio.

giovedì 24 marzo 2011

Turbati dal turbante

Non capita tutti i giorni di vedere il nome dell’Italia nei titoli a scorrimento dei notiziari esteri. Non facciamoci illusioni, non siamo così importanti negli scenari mondiali. E allora perché continuano a fare vedere il nostro nome, associato ad immagini di parlamentari indiani, uomini e donne, che sembrano fare dichiarazioni di fuoco, a giudicare dalla foga dell’eloquio e dal gesticolare scalmanato?

Presto detto. L’allenatore di un golfista indiano, Amritinder Singh, di religione Sikh, per due volte in due settimane è stato costretto a spogliarsi del turbante su invito della sicurezza aeroportuale di Malpensa. Io capisco che gli addetti degli aeroporti non saranno dei laureati in religioni orientali, e potrebbero – dico potrebbero – non essere al corrente del forte significato rituale che il turbante rappresenta per i Sikh. Non conosco i regolamenti e quanto essi siano attenti e dettagliati nel sancire cosa può passare e cosa no, durante i controlli doganali. Quindi mi astengo dal puntare a priori il dito contro la presunta mancanza di sensibilità dell’addetto in questione. Fatto sta che in India i politici hanno fatto un can-can fenomenale. Ambasciatore italiano convocato d’urgenza e costretto – da buon diplomatico – ad aggiustare i cocci, rappresentando il dispiacere proprio e del governo italiano per l’increscioso episodio, ed assicurando che indagini sono in corso. Belle parole. Chissà se davvero seguiranno fatti concreti. Il ministro degli affari esteri Krishna dichiara che l’offesa ad un Sikh offende l’intero popolo indiano. Addirittura c’è chi vuole portare la faccenda davanti all’ONU, per sensibilizzare il mondo intero sulla mancanza di rispetto per le altrui credenze religiose.

Io la vedo così. La sicurezza aeroportuale è una cosa seria. Però sarebbe bastato poco per evitare l’incidente diplomatico. Bastava un controllo tattile, senza costringere a smontare gli otto metri di fettuccia davanti a tutti. Se ci fosse stato dell’esplosivo, si sarebbe sentito. E poi, visto che i nostri giornali trattano la cosa con una certa leggerezza: una pistola nascosta sarebbe stata rilevata dal metal detector, anche se il turbante rimaneva piazzato sulla testa del signor Singh. Irrispettoso è stato depositarlo negli stessi contenitori che ospitano le scarpe tolte dai passeggeri (indipendentemente dal significato religioso attibuito al turbante, anche a me farebbe schifo appoggiare il cappello dove sono appena state spalmate le suole di qualcuno che magari ha pestato poco prima una cacca di cane; fate un po’ voi). Infine: c’è qualche italiano che si offenderà, se gli dico che appartiene alla setta cattolica? Perché esattamente così è stata descritta la religione Sikh da certa nostra stampa: setta. Allora cerchiamo di essere equi: le religioni o sono tutte delle sette, oppure non ce ne sono alcune più belle e furbe che si meritano rispetto e altre che possono essere trattate come stramberie di gente che va in giro con una fusciacca in testa. Se no si potrebbe trovare altrettanto da ridere – e ridire – sul fatto che ci siano degli esponenti di alcune ben note sette che vanno in giro con dei gonnelloni neri lunghi fino ai piedi, oppure con dei cordoni nodosi legati in vita (e questi non sono armi improprie da strangolamento, per i solerti controllori di Malpensa?), e altri ancora con delle tovaglie da picnic drappeggiate in testa. Per non parlare di chi predica umiltà e povertà, e poi va in giro carico di monili e con una stola di ermellino che nemmeno Wanda Osiris dei tempi d’oro.

Mentre i politici manifestano disapprovazione e biasimo, il popolo indiano manifesta tutta la sua gioia. La nazionale di cricket ha appena strapazzato l’Australia campione del mondo in carica. In una tiepidissima serata baciata da una brezzolina confortante, degli amici indiani hanno avuto la suprema pazienza di spiegarmi le regole fondamentali di tale gioco, facendomelo finalmente intendere. La loro crescente allegria si è trasformata in entusiasmo, davanti al comunitario maxischermo da ristorante all’aperto, quando l’ultima palla è stata scagliata fuoricampo dal battitore indiano, e gli australiani hanno capito che era l’ora di preparare le valigie. Tra pochi giorni la sfida di semifinale, densa di tensioni politiche, razziali e religiose: India contro Pakistan.

Ma siccome il cricket alla fine è solo un gioco, anche se dagli interessi milionari in India, vi rinvio su un vecchio racconto, scritto quando non capivo ancora un’acca di batsmen, wickets, runs, over e sixes, ma certe cose mi suscitavano un’irrefrenabile ilarità. Streaker al cricket.

lunedì 7 febbraio 2011

Amore

Religion has done love a great service by making it a sin.

La religione ha reso un grande servigio all’amore, facendone un peccato.


Anatole France [1844 – 1924]

mercoledì 24 novembre 2010

Where do dogs go?

If there are no dogs in Heaven, then, when I die, I want to go where they went.


Se in Paradiso non ci sono cani, allora quando morirò voglio andare dove sono andati loro.


Marcel Van der Zee

venerdì 19 novembre 2010

Umorismo clericale

Sign posted in a Manila church: “Please do not leave your belongings unattended. Someone might think it’s the answer to their prayers.”



Cartello visto in una chiesa di Manila: "Vi invitiamo a non lasciare i vostri effetti personali incustoditi. Qualcuno potrebbe pensare che è la risposta alle sue preghiere."

giovedì 2 settembre 2010

Timeless wisdom - Saggezza senza tempo

Believe not because some old manuscripts are produced, believe not because it’s your national belief, believe not because you have been made to believe from your childhood, but reason truth out, and after you have analysed it, then if you find it will do good to one and all, believe it, live up to it and help others live up to it.

Credi non perchè ti mostrano alcuni vecchi manoscritti, credi non perchè è il credo della tua nazione, credi non perchè ti è stato fatto credere così fin da piccolo. Scopri la verità attraverso la ragione, e dopo che l'avrai analizzata, se capirai che può far del bene a tutti, credici, mettila in pratica ed aiuta gli altri a fare altrettanto.

Gautama Siddartha - The Buddha