Un vizio diffuso e radicato come il fumo mi offre l’occasione di usare una statistica per analisi relazionali. In Corea fuma il 50% della popolazione maschile. Ma solo il 4% di quella femminile. Sembra una notizia irrilevante, ma in realtà la dice lunga sul ruolo delle donne nella società coreana.
Quando un’impiegata improvvisamente dà le dimissioni dal posto di lavoro, la spiegazione quasi invariabilmente è: si sta per sposare. Fine del gioco. Game over. Hai avuto la tua fetta di libertà personale. Di emancipazione. Contatti con uomini. Viaggi, talvolta perfino all’estero. Ora basta. Rientra nei ranghi. Il tuo posto è dietro ai fornelli.
Perfino in Giappone e in Cina le donne si sposano, fanno figli (in Cina di consueto uno), eppure spesso continuano a lavorare. In Corea no. E sto parlando della Corea del Sud, quella all’occidentale, emancipata.
Due ritratti di uomini coreani offrono immagini disuguali tra di loro, ma entrambe molto lontane dal nostro concetto di ruolo della donna nella società.
Sono invitato a cena a casa di un vero amico, totalmente differente dalla media degli altri coreani, al punto che a volte prendendolo in giro gli dico, ma dai, tu non sei mica coreano. Lui fa un risolino stringendosi nelle spalle, e i suoi occhi sottili e contenti diventano due fessure. Sa che la mia battuta è un complimento.
La moglie ha preparato ogni ben di dio, ricordandosi, a distanza di anni, cosa avevo già apprezzato in lontani analoghi conviti. Una cucina forte di sapore, ricca di aglio, di peperoncino, di olio di sesamo denso e profumato, di carne scelta con cura ed orgogliosamente dichiarata coreana, a garanzia e tutela da pallide e insipide imitazioni cinesi, tagliata a fettine sottili e scottata su una piastra elettrica posta direttamente sul tavolo. Poi una spettacolare zuppa di pesce e crostacei anch’essa mantenuta a bollore davanti a noi, dalla quale attingo generose e ripetute porzioni, facendo la gioia della moglie del mio amico.
Non parla una parola d’inglese ma s’inchina molto ad ogni pietanza servita, e non siede a tavola con noi adducendo la puerile scusa che la sera non mangia molto, ma si capisce che così vuole la tradizione. I suoi uomini, marito e figlio maggiore, cenano con l’ospite. Tavola apparecchiata per tre. Lei accudisce premurosa osservandoci compiaciuta. In piedi. Tutto il tempo. Non ho insistito nell’invitarla a gustare qualcosa di quelle delizie, perché l’avrei messa in imbarazzo con i suoi.
È stata un’ottima cena. Ma a causa della mia percezione all’occidentale, mi sono congedato quasi a disagio per la privazione di qualche cosa. Il piacere della presenza a tavola dell’artefice e padrona di casa.
Parlo con un altro coreano, anche lui sposato e con figli adolescenti. Altra mentalità, direi la più diffusa. Le donne – e lo dice con rammarico – oggi si sono evolute. Solo quindici anni fa – bei tempi! – si poteva liberamente prendere a ceffoni o insultare una donna sorpresa a fumare in pubblico. Il divorzio poteva essere chiesto dall’uomo, non dalla donna.
Una delle ragioni per chiedere il divorzio era il fatto di produrre (sì, proprio così) solo figlie femmine. Così la donna poteva essere liberata – vedi che fortuna – dalla sventura di non potere avere figli maschi, ed era finalmente libera di trovarsi un altro uomo – ammesso e non concesso che un altro coreano fosse dell’idea di prendersi una donna col pesante fardello di prole pregressa – che finalmente le avrebbe fatto raggiungere l’obiettivo, l’unica missione per cui le donne sono state create: dare dei figli maschi ai propri orgogliosi uomini.
La moglie (che ovviamente non lavorava ma aspettava fiduciosa il marito a casa) quando riceveva dal padrone i soldi per la vita quotidiana, doveva inginocchiarsi e ringraziare umilmente. Se non avesse fatto, l’uomo era nel diritto di schiaffeggiarla.
Non è finita. Veniamo ad oggi. Le donne devono ascoltare, nell’ordine (non d’importanza, solo squisitamente cronologico): il padre; poi il marito; poi il figlio maggiore. Insomma, dipendono sempre da un uomo.
A questo punto una confessione personale. Il mio interlocutore ha un figlio ed una figlia. Ammette, quasi a malincuore, che sta viziando la bambina. Mentre il maschio lo prepara alla vita adulta irreggimentandolo come un soldato, duro e niente moine, selezione naturale, tanto poi nella scuola superiore funzionerà così, all’università dovrà fare molte notti in bianco per sperare di passare gli esami, e infine la vita lavorativa completerà il lavoro di tempra, la femmina è coccolata e accudita. Un’improvvisa luce nel buio oscurantista e sciovinista di un popolo dalle regole feudali – o di poco più recenti?
La giustificazione per i vizi alla fanciulla è semplice, nella sua agghiacciante logica maschilista. Prima o poi la figlia non gli apparterrà più. Usa proprio questo verbo, appartenere. Padre e padrone. Eppure l’uomo che ho davanti non parrebbe tale. Forse è ancora peggio così. Persone apparentemente normalissime si comportano da padri padroni al rientro a casa. Giustificati, difesi, autorizzati dalla tradizione. Ma c’è di più. Andiamo avanti nel tempo. La figlia, come un pacco postale, cambierà semplicemente proprietario. Dal padre al marito. Una volta ceduta al marito, il padre dà già per scontato che sarà trattata male. E che lui, col titolo di padrone ormai scaduto, non potrà più accampare diritti sulla stessa, né interferire negli affari privati della nuova famiglia, semplicemente per difendere la figlia dai maltrattamenti.
Quindi quelli dell’adolescenza sono gli anni più belli della vita di una donna. Per questo suo padre la vizia. Come diceva Primo Levi: se questo è un uomo.
Prima pubblicazione : 6 gennaio 2008