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venerdì 3 ottobre 2014

La fortuna è cieca...


Ma la sfiga ci vede benissimo.

Sei una delle tante giovani cicliste partecipanti ai Giochi Asiatici in corso in Corea. Ti sei allenata strenuamente, per affrontare i 126 chilometri della gara su strada, sognando l'oro. Sei arrivata al grande giorno. Hai l'appoggio della tua squadra nazionale, che ti aiuterà nei momenti di crisi.

Parti. Attacchi. Combatti. Arrivi a condurre. Dopo quasi quattro massacranti ore sei in testa e vedi in lontananza il traguardo e la realizzazione del tuo sogno. Manca un chilometro. Cinquecento metri. Duecento metri. Non ti prendono più. Senti già odore di vittoria, di podio, di festeggiamenti.

Ma a cento metri dal traguardo la sorte decide di colpire duro. Una foratura alla gomma posteriore. A quelle velocità da sprint è come correre nel catrame invece che sull'asfalto. Le inseguitrici ti sono addosso. Una, due, tre concorrenti ti sfilano inesorabili. Mors tua vita mea.

Cento maledetti metri e passi dall'oro al collo ad essere appena fuori dal podio. Quel quarto posto che nessun atleta vorrebbe mai.

Nemmeno un misero bronzo hai racimolato dopo tutta questa fatica inutile. Ma la medaglia per la ragazza più sfortunata dei giochi non te la leva nessuno. E con essa la nostra immensa simpatia verso di te, tenera Diao Xiaojuan, atleta di Hong Kong, per un giorno regina dei Paperino ambosessi di tutto il mondo.








giovedì 17 ottobre 2013

Beni primari

Domenica pomeriggio, stazione di servizio su un’autostrada vicino a Seoul. In un angolo vedo un’apparecchiatura in parte insolita. Perché quattro rubinetti sporgenti da una specie di frigo blu non sorprendono affatto. Ma la vetrinetta accanto mi incuriosisce troppo. Piena di file ordinate di bicchieri d’acciaio, con un cestino sotto. L’amico locale che ormai conosco da quasi vent’anni mi spiega. Anzi ride, ripensando a vecchie e buffe vicende avvenute in Italia. Ricorda dei suoi clienti lamentarsi perché avevano bevuto una bottiglia d’acqua in albergo e questi strambi italiani insistevano per farsela pagare.

Qui in Corea l’acqua è gratis, chiosa. Vedi? Prendi un bicchiere, bevi per quanto hai sete e poi lo butti nel cestino. Tutto offerto. Acqua filtrata, sana, garantita. Perfino buona.

Vagli a spiegare che da noi, se mai succedesse, la gente per prima cosa si fregherebbe i bei bicchierini d’acciaio. Poi si riempirebbe bottiglie e bottiglie, infischiandosene di quelli in coda per vera sete. Ammesso che l’apparecchiatura durasse in funzione e non venisse vandalizzata dai soliti idioti che pensano sia divertente spaccare tutto.

Generosità è offrire un bicchiere d’acqua gratuito a chi ha sete. Civiltà è farlo con eleganza.




martedì 8 ottobre 2013

Fire escape device


Corda, due paia di guanti, maschere antifumo, martello appuntito per rompere il vetro della finestra. Era davvero tanto tempo che non trovavo in una camera d’albergo un set completo per mettersi in salvo in caso d’incendio. L’ultima volta mi era successo a Taiwan, nel 1998. Mi aveva incuriosito al punto da scrivere un raccontino.

Paese che vai...

... attrezzature che trovi. Mi era capitato di scoprire, nelle camere di albergo, le cose più sorprendenti, almeno per gli standard degli hotel nostrani. Un kit di emergenza antincendio costituito da una maschera antigas (Corea), istruzioni dettagliate su cosa fare e come non farsi prendere dal panico in caso di terremoti (Giappone e Taiwan), le paperelle di gomma sul bordo della vasca da bagno (Inghilterra), perfino i preservativi in confezione da tre (con tanto di prezzo nella lista del minibar) gaiamente proposti fra noccioline, mignon di liquore e patatine per lo spuntino notturno (Brasile, e dove altro sennò?).

Ma la scatola metallica bianca che trovo in un angolo della stanza, a Kaohsiung, supera la mia capacità di non sorprendermi più. Ascend escape device, le uniche parole leggibili in una selva di caratteri cinesi, risaltano in rosso vivo sul coperchio. Un cartello di plastica per l’uso del contenuto, privo di traduzione, ma per fortuna con disegnini esplicativi, fa bella mostra di sé sulla parete.

Possibile?, mi chiedo guardando le istruzioni. Possibile. Sollevo il coperchio, e trovo, ordinatamente disposti, un verricello, una grossa matassa di fune da alpinista, un moschettone ed un’imbragatura.

Però! E se mi venisse la voglia di usarlo per calarmi dal nono piano, in caso di emergenza? Osservo le istruzioni, considerando quanta gente troverebbe il sangue freddo necessario - magari col fuoco che incombe - per passare cento metri di fune attraverso il verricello, agganciarla correttamente al moschettone, e quest’ultimo all’imbragatura, dopodiché vestirla, e poi…. Già, e poi? Per calarsi da trenta metri occorre assicurare il verricello ad un gancio infisso nel muro, peccato che esista solo sul cartello appeso alla parete. E la finestra? Sigillata. Neppure un martelletto di quelli che vedi sulle porte sugli autobus, rompere il vetro in caso di necessità. Un appiglio dove tentare di agganciare il verricello? Nemmeno a parlarne, facciata verticale e liscia come un patinoire!

Risultato? Un’attrezzatura pensata in grande. Peccato che si sia pensato in grande, ma solo a metà!


Ma stavolta in Corea ho trovato l’anello mancante. Letteralmente. Sotto la scrivania, vicino alla finestra, ben imbullonato a terra c’era un robusto tassello a testa tonda, a cui agganciare la corda. Meno male. Hanno pensato anche a quello, oltre al martello assente a Taiwan.

Ah, a proposito di emergenze. Da qualche parte ho letto una di quelle notiziole che potrebbero un giorno tornare utili (anche se si spera di no…). Quando arrivate in un albergo, scegliete sempre – se possibile – una camera fino al settimo piano. Strane superstizioni? No: pare che le autoscale dei pompieri si estendano solo fino a quell’altezza. Quindi, in caso d’incendio, se siete più su dovete farvela a piedi per le scale. Oppure, ammesso che abbiate la corda d’emergenza in camera e il sangue freddo per agganciarla e calarla, dovete pregare che le vostre braccia vi reggano per l’intera discesa, magari mentre tutto intorno l’edificio sta bruciando… Fate voi. Se avete un fisico bestiale, liberi di scegliere il piano che più vi aggrada. Se no, ricordatevi il numero magico: sette.




mercoledì 7 marzo 2012

Margaritas ante porcos

Uno screanzato gruppo di coreani in transito all’aeroporto di Singapore si affaccenda intorno al banco della degustazione del cognac di uno dei numerosi Duty Free Shops. La ragazza addetta alla mescita serve solerte dei bicchierini in plastica riempiti per un terzo del prezioso nettare che fa bella mostra di sé sul banco, con tanto di prezzo dotato di svariati zeri.

I coreani fanno sparire di malagrazia il frutto di decenni di invecchiamento nelle voraci budella, subito sollecitando con gesti imperiosi l’erogazione di ulteriori assaggi e contornando il tutto con l’emissione di volgari suoni di apprezzamento.

La ragazza comprende la situazione e ricerca con lo sguardo l’intervento di un collega che dirima la questione. Sa che da sola non ha alcuna possibilità di fare valere le proprie ragioni con un gruppo di uomini, in special modo coreani. Al sopraggiungere del cortese ma fermo direttore della boutique del bere, gli scrocconi sciamano via come piccioni al rintocco di mezzogiorno, palesando la già manifesta intenzione non di acquistare, bensì di ingollare a ufo quanto più possibile liquore. Quando si dice: tutto il mondo è paese.



Prima pubblicazione : 14 gennaio 2008

mercoledì 1 giugno 2011

Non guadagnano abbastanza?

È la domanda che mi nasce spontanea quando leggo dell’ennesimo scandalo scommesse che scuote e contamina il nostro infangato calcio. Gente che vende partite, gente che punta in una botta sola ciò che un operaio impiega anni a guadagnare, gente che somministra calmanti ai colleghi per addomesticare risultati, mettendo nel contempo a repentaglio la loro salute.

Non sarebbe quasi l’ora che il popolo tifoso si svegliasse dal coma e dicesse basta a questo sporco business travestito da sport? Ma si sa, panem et circenses, senza quelli la gente magari comincerebbe a pensare.

Vengo preso dallo schifo per l’ipocrisia di certe dichiarazioni – uno dei coinvolti, rivolto ai giornalisti: abbiate pietà. Abbiate pietà? La pietà è un sentimento che si applica per tutt’altri eventi. Pietà fanno i disperati che fuggono da un’Africa affamata e in guerra, e cercano una sopravvivenza in Europa, rischiando di morire in mare. Pietà si prova per i bambini torturati e uccisi dai regimi mediorientali. O per i morti di mille guerre non dichiarate, scomodi danni collaterali di bombe a torto definite intelligenti. Pietà per un ex calciatore coinvolto in combines che muovevano capitali milionari da tasche non integerrime ad altre magari peggiori? Per favore.

E per ricordare che c’è calcio e calcio, alle nostrane brutture voglio contrapporre un racconto edificante, scritto un paio d’anni fa, che narra di ingenuità e passione: virtù ormai dimenticate e forse perfino ridicolizzate dai nostri pedatori, professionisti per titolo ma non per serietà.

Fotografare un’emozione

Non m’interesso di calcio. Mi interesso di emozioni. E ci sono immagini che sanno raccontare un’emozione meglio di mille parole.

Nella stessa settimana sono accaduti due episodi che, mescolati insieme come un valente croupier farebbe con un mazzo di carte, odorano minacciosamente di déjà vu.

L’Italia pallonara (siamo solo i campioni del mondo, ma tendiamo a scordarcelo, salvo quando si tratta di negoziare gli ingaggi nei contratti) perde uno a zero con l’Egitto che, pur eccellente in Africa, non è certo uno squadrone tipo il Brasile. I giornali, sfruttando il luogo comune geografico, titolano quasi in coro: le mummie siamo noi. Lippi riesce a fare dell’umorismo, lui che di solito è parco di sorrisi, ribattendo che anche le mummie a volte si sbendano. Mandiamogli delle forbici, al buon Marcello: ne potrebbe aver bisogno.

Qualcuno, già avanti nell’età come me, si ricorda ancora di una calda serata d’estate di quarantatre anni fa. Era il diciannove luglio del '66, e la radio gracidava notizie sconsolanti e sbalorditive di un'Italia sconfitta da degli sconosciuti extraterrestri arrivati fino in Inghilterra, all’ormai demolito Ayresome Park, giusto in tempo per beffare la nazionale di Rivera e Mazzola, sicura di scendere in campo per una sgambatura.

Mercoledì scorso la nemesi dell’Italia del 1966, la cenerentolissima Corea del Nord che ci sconfisse con il celebre gol di Pak Doo Ik, si qualifica ufficialmente per la fase finale del campionato prossimo venturo, con un pareggio senza reti in casa dell’Arabia Saudita. Gli eredi dei dilettanti che rimandarono ignominiosamente a casa i ragazzi di Edmondo Fabbri, accolti con lanci di pomodori all’aeroporto di Genova, si ripresenteranno sulla ribalta mondiale il prossimo anno, dopo 44 anni di assenza.

Mentre la Repubblica Democratica Popolare di Corea (questo è il suo nome ufficiale, e l’esperienza insegna che più gli stati si autoproclamano democratici e meno lo sono) lancia velate e torve minacce di futuri olocausti nucleari se qualcuno oserà ancora rimbrottarla per i suoi test balistici e per gli esperimenti atomici sotterranei, i suoi giovani rappresentanti calcistici danno una dimostrazione di entusiasmo quasi infantile, al termine dell’incontro che garantisce loro il Sudafrica. Mille miglia lontano dagli atrofici e inespressivi portamenti della nomenclatura militare che sempre circonda – servile e sinistra insieme – il presidente Kim Jong Il.

Spesso i popoli san dimostrarsi migliori dei rispettivi governanti. Questi calciatori, descritti dagli sponsor cinesi che li dotano di maglie e calzoncini come persone frugali (e già in Cina i giocatori di calcio non sono gli dei intoccabili, viziati e strapagati ai quali siamo abituati noi), esibiscono le doti che fanno del calcio uno sport vero, e non l’indecoroso business che è in Italia: allegria, senso del gruppo, condivisione della gioia. Anche nella Corea del Nord, guardate un po’ cosa ci insegna il football, c’è gente con un cuore.


Prima pubblicazione : 21 giugno 2009

lunedì 20 dicembre 2010

Deve essere bello avere le ali

Un gruppo di gazze sfarfalla intorno ad un palo della luce. Un turbinio d’ali, un gracidare triste... Guardo in alto. Sulla sommità del pilone rametti e sterpi aggomitolati. Il nido delle gazze. Povere bestie, mi vien da pensare. Manco uno straccio di albero per organizzarci un nido su. Costrette dalla civiltà (?) che incombe a costruire il proprio rifugio su un traliccio. A quando i nidi fatti di rifiuti industriali? E pensare che l’amministrazione locale ha perfino ingaggiato una battaglia con gli importuni uccelli perché sporcano e inoltre rischiano di interrompere l’erogazione dell’energia elettrica. Insistendo a nidificare sull’unico oggetto che assomiglia a quello che il loro istinto gli dice essere il luogo giusto per mettere su casa. Ma piantare qualche albero qua e là non era proprio contemplato, nelle alternative possibili all’epurazione delle gazze?

Ma la rivincita dei pennuti è in agguato. In un paese minato dalla cultura del sospetto e dell’autodifesa, percorro l’autostrada adiacente ad un fiume ampio e lento, quello che sfocerà in territorio proibito, lassù nel Nord comunista, misterioso e minaccioso. Una ininterrotta ed invalicabile recinzione orlata da filo spinato lo delimita. Ad intervalli regolari si scorgono – apparentemente – inutilissime garitte cementate con dentro militari armati fino ai denti, di guardia al nulla che accade. Gli unici esseri liberi (!) di scorrazzare impunemente sul fiume sono degli stormi di cormorani. Galleggiano indolenti, indifferenti ai divieti, ai fucili puntati, a questa cupa atmosfera da guerra fredda che mette veramente i brividi. Ogni tanto spiccano il volo. Un rapido tuffo. Pescano un pesce. Volano via. Li immagino già lontani. Si fanno beffe dei confini, Nord e Sud, mi chi lo ha deciso dove finisce uno ed inizia l’altro?

Ed invece. Se un essere umano fosse scorto sul fiume, oltre il tramonto, l’ora del coprifuoco, i soldati hanno ordine di sparare prima di chiedersi – o chiedergli – chi sia. Fermarsi con l’auto, dare un’occhiata curiosa in più? Proibito. Fotografare? Non se ne parla neppure. Con la storia delle servitù militari non si può fotografare quasi nulla, in Corea. Ripenso ai cormorani. Neppure lo sanno, ma sono le uniche creature padrone di sfidare queste opprimenti regole di incivile convivenza. Deve essere bello avere le ali. Specialmente in Corea.

Prima pubblicazione : 19 giugno 2007

giovedì 2 dicembre 2010

Game over

Un vizio diffuso e radicato come il fumo mi offre l’occasione di usare una statistica per analisi relazionali. In Corea fuma il 50% della popolazione maschile. Ma solo il 4% di quella femminile. Sembra una notizia irrilevante, ma in realtà la dice lunga sul ruolo delle donne nella società coreana.

Quando un’impiegata improvvisamente dà le dimissioni dal posto di lavoro, la spiegazione quasi invariabilmente è: si sta per sposare. Fine del gioco. Game over. Hai avuto la tua fetta di libertà personale. Di emancipazione. Contatti con uomini. Viaggi, talvolta perfino all’estero. Ora basta. Rientra nei ranghi. Il tuo posto è dietro ai fornelli.

Perfino in Giappone e in Cina le donne si sposano, fanno figli (in Cina di consueto uno), eppure spesso continuano a lavorare. In Corea no. E sto parlando della Corea del Sud, quella all’occidentale, emancipata.

Due ritratti di uomini coreani offrono immagini disuguali tra di loro, ma entrambe molto lontane dal nostro concetto di ruolo della donna nella società.

Sono invitato a cena a casa di un vero amico, totalmente differente dalla media degli altri coreani, al punto che a volte prendendolo in giro gli dico, ma dai, tu non sei mica coreano. Lui fa un risolino stringendosi nelle spalle, e i suoi occhi sottili e contenti diventano due fessure. Sa che la mia battuta è un complimento.

La moglie ha preparato ogni ben di dio, ricordandosi, a distanza di anni, cosa avevo già apprezzato in lontani analoghi conviti. Una cucina forte di sapore, ricca di aglio, di peperoncino, di olio di sesamo denso e profumato, di carne scelta con cura ed orgogliosamente dichiarata coreana, a garanzia e tutela da pallide e insipide imitazioni cinesi, tagliata a fettine sottili e scottata su una piastra elettrica posta direttamente sul tavolo. Poi una spettacolare zuppa di pesce e crostacei anch’essa mantenuta a bollore davanti a noi, dalla quale attingo generose e ripetute porzioni, facendo la gioia della moglie del mio amico.

Non parla una parola d’inglese ma s’inchina molto ad ogni pietanza servita, e non siede a tavola con noi adducendo la puerile scusa che la sera non mangia molto, ma si capisce che così vuole la tradizione. I suoi uomini, marito e figlio maggiore, cenano con l’ospite. Tavola apparecchiata per tre. Lei accudisce premurosa osservandoci compiaciuta. In piedi. Tutto il tempo. Non ho insistito nell’invitarla a gustare qualcosa di quelle delizie, perché l’avrei messa in imbarazzo con i suoi.

È stata un’ottima cena. Ma a causa della mia percezione all’occidentale, mi sono congedato quasi a disagio per la privazione di qualche cosa. Il piacere della presenza a tavola dell’artefice e padrona di casa.

Parlo con un altro coreano, anche lui sposato e con figli adolescenti. Altra mentalità, direi la più diffusa. Le donne – e lo dice con rammarico – oggi si sono evolute. Solo quindici anni fa – bei tempi! – si poteva liberamente prendere a ceffoni o insultare una donna sorpresa a fumare in pubblico. Il divorzio poteva essere chiesto dall’uomo, non dalla donna.

Una delle ragioni per chiedere il divorzio era il fatto di produrre (sì, proprio così) solo figlie femmine. Così la donna poteva essere liberata – vedi che fortuna – dalla sventura di non potere avere figli maschi, ed era finalmente libera di trovarsi un altro uomo – ammesso e non concesso che un altro coreano fosse dell’idea di prendersi una donna col pesante fardello di prole pregressa – che finalmente le avrebbe fatto raggiungere l’obiettivo, l’unica missione per cui le donne sono state create: dare dei figli maschi ai propri orgogliosi uomini.

La moglie (che ovviamente non lavorava ma aspettava fiduciosa il marito a casa) quando riceveva dal padrone i soldi per la vita quotidiana, doveva inginocchiarsi e ringraziare umilmente. Se non avesse fatto, l’uomo era nel diritto di schiaffeggiarla.

Non è finita. Veniamo ad oggi. Le donne devono ascoltare, nell’ordine (non d’importanza, solo squisitamente cronologico): il padre; poi il marito; poi il figlio maggiore. Insomma, dipendono sempre da un uomo.

A questo punto una confessione personale. Il mio interlocutore ha un figlio ed una figlia. Ammette, quasi a malincuore, che sta viziando la bambina. Mentre il maschio lo prepara alla vita adulta irreggimentandolo come un soldato, duro e niente moine, selezione naturale, tanto poi nella scuola superiore funzionerà così, all’università dovrà fare molte notti in bianco per sperare di passare gli esami, e infine la vita lavorativa completerà il lavoro di tempra, la femmina è coccolata e accudita. Un’improvvisa luce nel buio oscurantista e sciovinista di un popolo dalle regole feudali – o di poco più recenti?

La giustificazione per i vizi alla fanciulla è semplice, nella sua agghiacciante logica maschilista. Prima o poi la figlia non gli apparterrà più. Usa proprio questo verbo, appartenere. Padre e padrone. Eppure l’uomo che ho davanti non parrebbe tale. Forse è ancora peggio così. Persone apparentemente normalissime si comportano da padri padroni al rientro a casa. Giustificati, difesi, autorizzati dalla tradizione. Ma c’è di più. Andiamo avanti nel tempo. La figlia, come un pacco postale, cambierà semplicemente proprietario. Dal padre al marito. Una volta ceduta al marito, il padre dà già per scontato che sarà trattata male. E che lui, col titolo di padrone ormai scaduto, non potrà più accampare diritti sulla stessa, né interferire negli affari privati della nuova famiglia, semplicemente per difendere la figlia dai maltrattamenti.

Quindi quelli dell’adolescenza sono gli anni più belli della vita di una donna. Per questo suo padre la vizia. Come diceva Primo Levi: se questo è un uomo.

Prima pubblicazione : 6 gennaio 2008