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lunedì 23 marzo 2015

giovedì 27 novembre 2014

Mariano


Un taxi mi porta a Guarulhos, aeroporto internazionale di São Paulo. Ci sono volte che non amo viaggiare sul sedile posteriore, così mi siedo accanto ad un nero di aspetto interessante, che guida una scalcagnata Fiat Uno.

Leggo, incuriosito, un adesivo applicato sul lunotto di una macchina che ci precede. Mi vergogno degli assessori di São Paulo. Chiedo spiegazioni sul significato, e si avvia un colloquio che si protrarrà fino alla fine del viaggio. Si tratta di una campagna contro la corruzione (che novità!) della gente detentrice del potere.

Il Brasile, mi dice, è una terra benedetta da Dio: niente terremoti, niente uragani, niente grandine. La compensazione che Dio ci ha dato, prosegue, è che ci ha lasciato questi ladroni. L’argomento mi interessa, mi piace ascoltare quello che la gente normale pensa. La disamina del taxista è di una lucidità e di una competenza insospettate: mi parla di deputati che hanno ammazzato gente con la motosega, incriminati solo perché qualcuno li ha filmati all’opera, di cameramen investiti dall’autista di un politico che non gradiva di essere ripreso dalla telecamera di una certa emittente, e di ulteriori atrocità (usa proprio questo termine, che trovo adattissimo) commesse da pazzi che vestono la divisa di rappresentanti del popolo.

Il dibattito è aperto, non mi limito ad ascoltare, voglio stimolarlo nella sua capacità di giudizio, non solo di critica. Mi viene spontaneo domandargli, ma scusa, quella gente non ce l’avete messa voi, lì? Noi siamo colpevoli, ammette con prontezza, ma anche quelli che dimostrano le migliori intenzioni, quando arrivano al potere diventano tutti così! Tutti?, chiedo io. Tutti. E chiosa l’affermazione lapidaria con una frase ad effetto: ogni uomo ha il suo prezzo. E allora, non c’è una soluzione? Forse la soluzione sarebbe emendare la Costituzione. Ma ci rendiamo conto? Un taxista che parla di emendare la Costituzione? E questo lo chiamano il terzo mondo?

Ma non mi basta. Lo stimolo a spiegare cosa farebbe lui per emendarla. Altra frase bellissima: bisogna dare più rispetto al valore della vita. Ossia? Fammi degli esempi. E lui, derivando gli stessi – con originale arbitrio – dal suo mestiere: se io investo un animale protetto, vado nei guai; se perdo i venti punti della mia patente, per un anno non guido, e come campo? Mentre se uno gira armato (e quanti ce ne sono!) e ammazza qualcuno, ha buone possibilità di passarla liscia. Soprattutto se ha i soldi.

Hai ragione, Mariano. Bisognerebbe ristabilire delle priorità. Ma per fare questo, occorrerebbe innanzitutto che quella famosa scritta che incombe nei tribunali, la legge è uguale per tutti, non avesse il sapore di un’amara barzelletta.

Si è fatto tardi, Mariano. Una parola via l’altra, siamo arrivati all’aeroporto. Peccato. L’unica volta che avrei voluto trovare un taxista che ti imbroglia, facendo la strada più lunga, per parlare ancora un poco. Vieni almeno a bere una birretta con me? Non posso, devo lavorare. Un’altra volta. Va bene, un’altra volta. Mi dà un suo bigliettino, se torni chiamami sul cellulare, ti tratterò bene e possiamo parlare ancora. Leggo il nome, Mariano, che coincidenza, come un mio caro amico. Di dove sei, Mariano? Di Salvador, Bahia. Toh, proprio lì sto andando. Allora salutamela. Lo farò, stai certo; ciao, bahiano. Ciao, italiano. Un abbraccio.



Prima pubblicazione : 18 luglio 2007

sabato 17 maggio 2014

Un miliardo di voti

Narendra Modi. Ricordatevi questo nome. Perchè ne sentiremo parlare parecchio d'ora in avanti. Con una valanga di consensi ha spazzato via la vecchia coalizione del congresso e conquistato il potere assoluto in India. Potrà legiferare senza bisogno di metter d'accordo i tanti, troppi partitini che prima potevano influenzare o bloccare qualsiasi azione legislativa.

Mi basteranno dieci anni per cambiare l'India, questa la sua prima dichiarazione programmatica. E non scherza. Quando era ministro del Gujarat ha risolto con le maniere forti il conflitto interreligioso tra indú e mussulmani. Duro ma efficace. Questo gli era valso il farsi negare il visto per entrare negli Stati Uniti, con l’accusa di violazione dei diritti umani (senti chi parla). Oggi Obama, visto il travolgente successo elettorale, si è affrettato ad invitarlo a Washington. Vedi come improvvisamente cambiano gli atteggiamenti quando si diventa potenti.

Il quieto e poco propenso ai bagni di folla Primo Ministro uscente, Manmohan Singh, esce di scena pronunciando il discorso di commiato. La dinastia dei Ghandi rischia di non avere nemmeno un rappresentante nel governo.

A Mumbai sono magicamente già comparsi i manifesti di ringraziamento al popolo per la plebiscitaria vittoria ottenuta dal suo partito, il BJP.

La democrazia più grande della Terra ha scelto il suo nuovo capo. Non è uno che prende le cose alla leggera. Il mondo è avvertito.




martedì 17 dicembre 2013

Whistleblowers

C'era una volta un piccione viaggiatore. Che si portava appresso un curioso taccuino, e raccontava a tutti che quella era la sua macchina fotografica.

Poi un giorno il piccione cadde in tentazione. Fedele fino ad allora al mantra della pellicola, capitolò di fronte alle lusinghe della visione immediata del risultato, della leggerezza e compattezza del nuovo oggetto di culto, della praticità di avere con sé scorte quasi illimitate di fotogrammi. Insomma, in due parole abbandonò il rullino per il digitale.

E grazie, o forse dovrei dire per colpa di macchine sempre più piccole e potenti, pronte allo sfodero e allo scatto senza pensieri e senza titubanze, che tanto se vien male si cancella (poi) e se ne fa un’altra (ora), il taccuino lentamente fu messo da parte. Note, appunti e racconti in fieri divennero via via più rarefatti, la matitina le cui mine prima duravano il breve arco di una stagione riposò inutilizzata tra le pagine bianche che lentamente ingiallivano nella vana attesa di essere tappezzate di parole.

Era facile – e perfino divertente – scegliere qualche scatto e recensirlo brevemente. Un’istantanea parla da sé, talora non ha bisogno di nient’altro se non un titolo.

A volte ritornano. E questo capita quando il mondo ti passa davanti, ma le immagini scorrono troppo rapide per riuscire anche solo ad inquadrarle. Allora ti ricordi che ci vogliono la memoria, gli occhi e la penna, per riprodurle. E soprattutto il cuore.

Come mi è capitato, di recente, a Manila. Viaggiando in mezzo al traffico si vedono un sacco di affreschi di umanità varia. Scene di un attimo. Episodi minimi di vita quotidiana.

Cani protagonisti, nel bene e nel male. Vedo un cagnetto che fa da polena su un carrettino. Gli occhi sono socchiusi e sembra quasi che sorrida. Data la modesta velocità, non credo fosse per proteggerli dal vento. Magari una istintiva difesa contro l’inquinamento che ammanta come un sudario caliginoso la capitale filippina. Poco più in là, sulle spesse lastre metalliche di un cancello marrone, una mano ferma ha vergato a pennello bianco la scritta: beware of killer dogs. Attenti ai cani assassini. Per tenere lontani i malintenzionati? Forse. Chi ha veramente dei killer dogs non lo pubblicizza, per non dare inutili vantaggi ai banditi.

In certe ore (quasi tutte quelle del giorno) nel caos indescrivibile il traffico scorre lentissimo. Ore per fare pochi chilometri. Dalle onnipresenti jeepneys saltano fuori al volo dei passeggeri, subito rimpiazzati da altri clienti. Il trasporto pubblico è quasi interamente appaltato a questi microimprenditori dalle gomme lise, dal molto acciaio cromato e dalle decorazioni vivaci, spesso a tema religioso. L’autista, per aver sempre pronto il resto per i passeggeri, viaggia con delle banconote di piccolo taglio, piegate in due per il lungo, infilate tra le dita. Eppure riesce anche a guidare, spesso scalzo o in sandali, sgasando rumorosamente per conquistare di prepotenza la precedenza nel corpo a corpo tra lamiere di piccolo cabotaggio.

Un ragazzo semivestito fa la doccia sul marciapiede, attingendo l’acqua da un idrante appositamente svitato. Non gl’importa un fico secco della gente intorno, che peraltro non lo degna d’uno sguardo, mentre finisce le proprie abluzioni e sbuffa intorno l’acqua fredda che si versa sulla testa a mestolate, con una cucchiaia di plastica rossa da cereali.

All’angolo tra due strade sul marciapiede c’è un cubicolo di cemento arancione con una tettoia rialzata in lamiera. Ci sta dentro a malapena una persona, e la testa rimane a vista, per denunciarne senza dubbi l’occupazione. Public urinal, riporta una scritta manuale in bella grafia. Ma non basta: “courtesy of...”. Come dire, qualche mediocre amministratore locale ha sentito l’esigenza di far presente ai suoi concittadini che quel lussuoso vespasiano l’aveva fatto installare proprio lui in quel cantone, e quindi si aspettava della riconoscenza – sotto forma di voti, va da sè.

A proposito di politici. La gente è furibonda con la classe dirigente, che incassa stipendi da favola ma non si accontenta di questi. Pork barrel è sulla bocca di tutti, vivace espressione che indica l’uso fraudolento di fondi destinati ai lavori pubblici. L’ultimo scandalo? Nelle Filippine l’elettricità non viene distribuita con reti sotterranee. Come in Giappone, il paesaggio è costellato di pali della luce e talora di inestricabili matasse di fili che chi ci capisce è bravo. Tutto questo sartiame elettrico è stato spazzato via dai venti a 300 all’ora del tifone Yolanda, nell’isola di Leyte. Ricostruire queste infrastrutture di distribuzione d’energia si stima costi centinaia di milioni di dollari. Chi pensate che li pagherà? Ma naturalmente la popolazione sinistrata, che se vorrà accedere ai rinnovati servizi elettrici si troverà in bolletta la maggiorazione necessaria a coprire i costi della nuova rete.

Intanto a Manila il teatrino continua, con scaramucce tra congressmen (ma anche women) che si accusano l’un l’altro di essere ladri e approfittatori. Abitudine talmente diffusa e radicata da aver dato origine ad una figura molto in auge oggi : il wistleblower. Letteralmente chi soffia nel fischietto. Metafora per indicare chi è dell’ambiente e, improvvisamente schifato dalla troppa disonestà, si decide a parlare per denunciare il malaffare e la corruttela imperante tra chi governa. Mestiere apparentemente rischioso, quello del whistleblower, al punto che c’è chi ha proposto un progetto di legge per proteggere e incentivare con benefici economici questi fischiatori pentiti.

Forse è venuto il momento di ricordare ai miei quattro lettori che sto parlando delle Filippine. Che so io, vi foste distratti un attimo e la mente vi avesse portato a pensare che stessi raccontando di un’altra nazione a noi cara. Vedete voi quale.





sabato 3 agosto 2013

De Bello Civili

Il bon-ton del nuovo guerrigliero urbano – scritto a quattro mani da Sandro Bondi e Lina Sotis.

Invece della vetero-comunista P38, alle manifestazioni di piazza si consiglia di portare la propria dichiarazione dei redditi da nullatenenti. Che notoriamente fa molto più danno alla comunità di una pistola con soli sei colpi, spesso imprecisa e oltretutto complicata da usare.

Gettare sampietrini estirpati dall’impiantito urbano non solo è volgare, ma si rischia sempre di rompersi un’unghia mentre si tenta di svellerli o di slogarsi un polso all’atto del lancio. È preferibile - e molto più efficace - sbattere in faccia alla gente che non arriva a fine mese le chiavi del proprio yacht battente bandiera panamense e prudentemente ormeggiato a Malta.

Le barricate sono superate vestigia delle rivoluzioni dei secoli passati. Il vero barricadero à-la-page salirà sulla portiera aperta del proprio SUV intraversato sulla strada, possibilmente un Hummer esentasse targato CH (non Chieti) che nemmeno una orda di unni sarebbe capace di ribaltare, e da questo lancerà invettive verso la marmaglia operaia, che al massimo potrà controbattere dal basso di qualche Duna scalcagnata.

Mai fare l’errore di presentarsi ad una matinée di protesta in giacca e cravatta, o ad una première di contestazione serale con maglione di cachemere o una giubba in tweed adatti invece ad una ribellione campagnola. Ogni evento avrà il suo coordinatore d’immagine, una specie di buttafuori da discoteca, che ammetterà alla lotta di classe solo chi dimostrerà che la classe ce l’ha nello scegliere la mise giusta per ogni occasione di sommossa.

Per i cocktail molotov (no, razza di testoni, non sono degli apericena organizzati da Putin, sono delle armi improprie) si raccomanda di usare bottiglie di Martini dry o di champagne millesimato, che quelle orribili bottigliacce proletarie piene di cherosene puzzano da morire e lasciano le mani tutte sporche e unte. Magari l’effetto non sarà proprio lo stesso, ma vuoi mettere il profumo che lascerebbe addosso alla plebaglia maleodorante una bella doccia da una magnum della vedova Clicquot?




sabato 30 giugno 2012

Una nazione, due sistemi

Esattamente quindici anni fa Hong Kong si ricongiungeva alla madre Cina. Dopo 150 anni di colonizzazione inglese.

Per ricordare com’era allora la città-stato, un’oasi di stile britannico circondata dal continente cinese, pubblico oggi un racconto inedito scritto nell’ottobre 1996, una manciata di mesi prima della fatidica data, con Carlo d’Inghilterra presente alla cerimonia: 30 giugno 1997.

Una sera alla stazione di polizia

Non ci vuole molto a trasformare la vettura più sicura in un ammasso di ferraglia. Così recita un poster in bella mostra sulla parete della stazione di polizia di Tsim Sha Tsui, Kowloon. Con in primo piano, davanti al citato mucchio di rottami in bianco e nero, un’allettante pinta di birra, la schiuma esuberante che trabocca oltre il bordo del bicchiere, madido e freddo come si conviene. Questo è il benvenuto al visitatore. Bel messaggio subliminale, penso. La spiacevole necessità di denunciare la perdita del portafoglio da parte di un amico cinese mi forza a visitare, un sabato sera, questo luogo di sicurezza e di soccorso.

Uomini e donne, tutti giovanissimi, gentili e professionali, quasi allegri del loro compito. Gli utenti attendono tranquillamente il loro turno seduti in alcune file di seggiole tipo sala conferenze, proprio dirimpetto al bancone dove almeno quattro poliziotti si occupano dei casi esposti. Sul fondo della stanza troneggia una foto a colori della regina Elisabetta e consorte Filippo, unica evidenza del fatto che – per ora e non per molto – Hong Kong è ancora un protettorato britannico. Ormai neppure le monete hanno più la testa della regina. Si è già passati al conio di spiccioli esibenti più neutri fiori, che tanto piacciono ai cinesi.

Passano alcuni agenti di rientro da un servizio di ronda. Nella loro uniforme verdina, spiccano il nero sia degli stivali anfibi allacciati a mezza gamba nonostante i trenta gradi della sera, sia del cappello, e soprattutto una cintura, anch’essa in tinta, da cui pende un armamentario incredibilmente vasto. Ogni pezzo ha la sua brava fodera. Ho contato un pistolone a tamburo, lo sfollagente, una pila di dimensione subacquea, le manette, la radio ricetrasmittente, il cui microfono è fissato alla bandoliera che dalla cintura stessa diparte, una borsina presumibilmente contenente penne e libretti per verbali, ed almeno altri tre misteriosi piccoli contenitori di chissà che cosa.

Una radio di servizio continua la cantilena cinese, informando i colleghi di crimini e misfatti. Rientra una graziosa poliziotta, la camicia marcia di sudore sulla schiena, si avvicina alla radio e intavola un dibattito con chi sta dall’altra parte dell’etere. Un’altra nel frattempo, fasciata da una uniforme color kaki, con vezzosa gonna al ginocchio, e con una clamorosa caduta di stile negli scarponi regolamentari con suola a carrarmato, sta stendendo a mano dei rapporti su di un incunabolo formato Divina Commedia illustrata da Dorè.

Non sembra di essere in una stazione di polizia. Manca completamente quella lieve, impercettibile ma fastidiosa sensazione di disagio che capita di provare da noi quando vai per denunciare qualcosa e temi sempre che alla fine si insinui che è colpa tua se ti è successo, anzi, è proprio sicuro che sia andata così?

La denuncia di uno smarrimento qui non ha quella nostra freddezza da pratica burocratica, l’appuntato che arranca sulla tastiera di una Olivetti meccanica d’annata, grossa e pesante come una locomotiva, ma in compenso molto più rumorosa.

I due ragazzi che raccolgono la deposizione del mio amico paiono due assistenti universitari che interrogano una matricola. Lo studente spiega, si aiuta con un foglio sul quale schizza alcuni appunti, i due professori lo prendono, se lo rigirano fra le mani, lo scarabocchiano ulteriormente, l’allievo prima espone i fatti, che loro scrivono, ascoltano e commentano, poi annuisce, come tutti gli studenti che vogliono ingraziarsi il docente che gli dovrà firmare il libretto con un voto. I due sorridono fra di loro in quella maniera riservata tipica dei cinesi, l’atmosfera è rilassata, l’esame è andato bene, chissà che voto gli daranno, il libretto - il passaporto superstite dello smarrimento - viene reso all’esaminando. Grazie ed arrivederci. Un sogno ad occhi aperti. Ho assistito ad una denuncia a due pubblici ufficiali e, complice il linguaggio tuttora misterioso, mi sembrava tutta un’altra cosa. Come un film muto, in cui capisci la trama dai gesti, non dalle parole. E puoi equivocare. Oppure puoi usare la fantasia, e decidere di leggere le immagini come meglio ti aggrada, libero dai vincoli delle parole, che spiegano, ma nel contempo limitano le interpretazioni.

L’ampia stanza è piena di luce, c’è rumore, si avverte la cordialità nell’aria, c’è un sorriso anche per quel buffo straniero là in fondo, è un quarto d’ora che scrive, che diavolo avrà da annotare su quello stupido blocchetto di appunti!?

Il 30 giugno 1997 Hong Kong tornerà alla madre patria cinese. Per ora il livello di civiltà e di civilizzazione è uno dei motivi che fa apprezzare ai numerosi europei residenti questa sovraffollata, caotica, indaffarata città-stato. Poi si vedrà.



lunedì 13 febbraio 2012

Liberi tutti

Bongiorno, vorrei fa’ la riforma della sanità. Perché, ti senti male? No!! E allora ‘un ci rompere i ‘oglioni...

In questo straordinario, fulminante dialogo tra due immaginari ministri, opera del Benigni di quasi trent’anni fa, irriverente, provocatorio, dinoccolato burattino saltellante sul palco dei teatri, c’è fotografata col flash l’ignavia dei politici italiani. E per esteso degli italiani, che lì ce li hanno messi, e che assomigliano maledettamente a quei soloni che amano denigrare quando non sono impegnati ad invidiarli.

Se non serve a me, se non mi dà un qualche tornaconto, allora è inutile. È tempo sprecato. Non si fanno le leggi prima che succeda qualcosa. Si corre dietro all’emotività del momento, per :

- Trarne qualche vantaggio strumentale a favore del proprio schieramento (loro non hanno fatto, noi avremmo potuto se loro, eccetera...)
- Sfruttare il conclamato fatto che gli italiani soffrono ancora della sindrome dell’uomo forte, e che quindi decisioni radicali ma effimere, dettate dal clamore del momento, sono sempre ben accolte dalla suburra furibonda, e quindi fonte potenziale di suffragi a venire.
- Farsi pubblicità, acquisire visibilità politica. Perché chi non buca il video in Italia non esiste.

Siamo lontani – rincresce dirlo – dall’essere un paese civile. In un paese civile non si fanno le leggi sulla sicurezza nei locali pubblici dopo che 64 persone sono morte affumicate in un cinema. Non si aspetta a mettere la patente a punti dopo che la gente per anni continua a spetasciarsi contro le piante perché ognuno crede di essere bravo come Schumacher e per di più crede anche di essere sulla pista di Monza e non sul viale di casa. Non si mettono i semafori, i dossi, la polizia col palloncino, dopo che dei poveri cristi sono stati stirati da pirati della strada magari ubriachi. Non si fanno leggi antidroga serie mentre c’è un business milionario di centri di recupero per ricchi figli di famosi da isole. Nessuno prende i nostri aerei ed elicotteri (nostri perché li manteniamo noi con le tasse) che servono per andare a vedere le corse di formula uno o a trasportare pesce fresco a Cortina, per volare dall’altra parte dell’Adriatico a fare la voce grossa con quelli che lasciano continuare questa transumanza di disperati, ingrassando nel contempo le tasche della malavita e magari non solo. Vale il vecchio adagio: chiudiamo la porta quando dei buoi ormai nemmeno l’ombra. Mai prima.

In Italia è sempre colpa di qualcun altro. I politici che non fanno le leggi giuste. No, le leggi ci sono, basterebbe applicarle. Allora è colpa delle forze dell’ordine. No, quelli quando possono arrestano, peccato che non sappiamo più dove metterli, e allora liberi tutti, come a nascondino. Allora è colpa dei giudici, dei magistrati che al di sotto dell’omicidio aggravato da stupro impartiscono una ramanzina e dicono cattivaccio non farlo più. No, i giudici hanno le mani legate, è colpa del sistema giudiziario, un elefante che schiaccia tutto con i suoi ritardi epocali e con la sua lentezza esasperante. Di una burocrazia che permette ad un assassino di cavarsela per il famoso, impagabile, italianissimo vizio di forma. Basta una marca da bollo (altra invenzione italiana!) attaccata al rovescio per vanificare anni di indagini. No! La colpa è delle giurie popolari, che non si mettono mai d’accordo, e poi non si trovano mai, gli è sempre morto il gatto quando arriva la chiamata. Ma no… È colpa degli avvocati, che fanno un mestiere tra i più vituperati, ma intanto tra i più remunerativi del pianeta. È colpa della gestione precedente, che poteva fare delle belle leggi e invece guarda in che condizioni ci ha lasciato il paese, ma come si fa a lavorare cosi?!? Il circolo vizioso si chiude e il balletto continua all’infinito... È colpa... È colpa...

Ma allora di chi è la colpa? Guardiamoci allo specchio. È nostra, che ci scervelliamo a cercare sempre colpevoli, invece di lavorare tutti insieme (ma chi, gli italiani, branco di individualisti che parlano mille dialetti e se potessero userebbero ancora i dobloni e i fiorini??) per una società migliore. Nostra, che giriamo le spalle dall’altra parte quando succede qualcosa di brutto, di che t’impicci, non sai mai come va a finire, ti vai a cercare dei guai, salvo poi berciare tutti insieme quando la folla garantisce l’anonimato. È colpa nostra che rimproveriamo ai politici quello che dovremmo rimuovere da noi stessi. Sempre pronti ad additare la pagliuzza, mentre siamo accecati da una trave.

E intanto si continua a stuprare. A morire per mano di ubriachi al volante (sì, è una mia fissazione, e allora?). A lasciare continuare ad arrivare orde di disgraziati che non sapremo dove mettere, e nel giro di qualche giorno non sapremo nemmeno più dove diavolo sono e soprattutto che cosa stanno facendo per sopravvivere. A malvivere (sia nel senso del malvivente, sia di quello che vive male).

In Italia non si previene. Si cura, quando si può, ma soprattutto quando la cura costa un bel po’ più della prevenzione, e ben venga se una fettina di introiti va a contribuire alla causa. Con questa mentalità da interesse privato davanti al pubblico benessere non si costruisce una società. Civile.

Prima pubblicazione : 3 novembre 2007

giovedì 12 gennaio 2012

Mafia S.p.A.

Stamani, aprendo la posta elettronica, trovo una mail da un amico australiano. Una parola nell’oggetto attrae immediatamente la mia attenzione. Una parola che non ti aspetteresti mai da qualcuno che ti scrive di solito per parlare di noiose questioni contabili, fatture, pagamenti, anticipi, dare e avere. Questa parola è Mafia, proprio così, con la emme maiuscola.

Ecco come ci descrive ai suoi lettori il giornalista Nick Squires, corrispondente a Roma di The Age, giornale numero uno di Melbourne. Un quadro impressionante, per le cifre enunciate e per la freddezza analitica con cui parla di un fenomeno in piena espansione e dalla salute ferrea, al contrario di tutto il resto d’Italia.


La mafia è la più grossa azienda italiana, con un giro d’affari di 140 miliardi di euro, stando ad un autorevole rapporto.

I quattro gruppi costituenti la mafia sono usciti dalle loro tradizionali roccaforti e si sono diffusi in tutto il paese, sfruttando la crisi economica per accaparrarsi aziende malridotte e beneficiare dalle attività di usura.

Hanno a disposizione un patrimonio di 65 miliardi di euro di cartamoneta e profitti annuali per 100 miliardi, pari al 7% del PIL italiano, secondo uno studio fatto dalla Confesercenti.

Il tipico mafioso non è più un delinquente con mitra in spalla, ma un furbo uomo d’affari con lo smartphone ed una sofisticata conoscenza della finanza. La Mafia SpA è la prima banca italiana, con una liquidità di 65 miliardi, dice il rapporto chiamato La morsa della criminalità sul business.

Con la crisi le banche sono riluttanti a concedere prestiti, e la mafia ne ha tratto vantaggio, quando i disperati bisognosi di finanziamenti si sono rivolti a strozzini che chiedono tassi di interesse da usura.

Marco Venturi, presidente di Confesercenti, dichiara che lo strozzinaggio portato dalla crisi economica è diventato un’emergenza nazionale. Dalle nostre stime, nel 2010 l’usura ha costretto a chiudere 1800 aziende, con la perdita di migliaia di posti di lavoro.

I proprietari di piccole aziende con margini di guadagno ristretti e basso cash flow sono i più vulnerabili: più di 200.000 sono stati vittime di usurai. Ma hanno anche subito estorsioni, quando non direttamente rapine – per una media di un crimine al minuto.

L’influenza della mafia non si fa solo sentire nelle città più tradizionalmente note per tale fenomeno, come Palermo e Napoli, ma anche sempre di più nel ricco nord.

La Conferercenti, portavoce di 270.000 aziende medio-piccole, ha dichiarato che il nuovo governo tecnico di Mario Monti deve aiutare le imprese “a riguadagnare il territorio occupato dalla Mafia”.

Ma sarà una battaglia difficile. Il crimine organizzato controlla tutto, dalle scommesse clandestine all’edilizia, fino allo smaltimento dei rifiuti sia industriali che urbani.


Non c’è davvero di che essere allegri. Che dire? Visto che ogni tanto qualcuno sembra dimenticarsi che la mafia esiste e prospera, o magari a qualcuno fa comodo che l’italiano medio creda alle favole, allora grazie a Nick per questo prezioso promemoria. Se no, per cosa sono morti Falcone, Borsellino e tutti gli altri uomini di legge e giudici ammazzati dalle lupare e dalle bombe di mafia?


mercoledì 30 novembre 2011

Lucio Magri o dell’Elogio del Suicidio

Lucio Magri ha scelto. Dicendo no alle convenzioni, che ci costringono a vivere anche contro la nostra volontà. Dicendo no alla morale corrente che ti rende un forzato della vita, anche quando questa non è più accettabile e degna di essere vissuta. Dicendo no agli stereotipi, dove il suicidio è un gesto che suscita orrore, sgomento, rimorsi, sensi di colpa, e talvolta persino indignazione.

Come ha vissuto la sua vita, controcorrente, così ha scelto di morire.

Il suo ultimo gesto di libertà merita solo un sentimento: rispetto.

Vale, compagno Lucio.

martedì 29 novembre 2011

T.I.C. forever

Rieccoci. Cina, continente che non smette di stupire. Il caso del giorno è la polemica scoppiata tra i netizens cinesi a seguito del generoso omaggio da parte delle autorità di un certo numero di scuolabus alle comunità rurali... della Macedonia.

E allora?, direte voi, hanno fatto bene, un bel gesto per aiutare le nazioni meno abbienti d’Europa. Peccato che tale buona azione cada in concomitanza con una improvvisa e generalizzata botta di controlli a tappeto sul miserevole stato degli scuolabus delle comunità rurali cinesi. Perché un paio di settimane fa, nell’occidentale e poco mentovato Gansu, c’è stata una strage di bambini di un asilo, caricati come merce (e forse peggio) su uno sgangherato pulmino, che in origine era fatto per ospitare nove persone. Nove. Tenete a mente questo numero.

Perché l’intraprendente e sbrigativo direttore dell’asilo un bel giorno ha detto, nove? Ma scherziamo? E dove li mettiamo tutti i nostri bambini? Via, via, togliere tutto: sedili, cinture, maniglie, appigli, cianfrusaglie inutili. E gli scolaretti? Sul pavimento. Seduti, in piedi, come capita. Un panchettino di plastica è già un trattamento di lusso. Visto come si fa? Ora sì che c’è spazio per tutti. Tutti liberi di svolazzare in qua e là, in caso di incidente. Che fatalmente c’è stato. Il furgone ha fatto un frontale contro un camion carico di carbone. Bilancio: 21 morti, due adulti e 19 bambini.

Ma quanti bimbetti ci stanno in un furgone da nove posti? Tanti, più di quanti possiate mai pronosticare. Davvero. In quel luttuoso veicolo, credeteci, c’erano 64 persone. Sessantaquattro.

Bum. Impossibile. Nemmeno i goliardi che fanno a gara per stipare le cabine telefoniche riuscirebbero in una tale impresa. Vi sbagliate. I cinesi invece ne sono capaci: guardate un po’ qui sotto. Nella prima foto c’è uno scuolabus fermato ad un controllo di polizia, su cui hanno trovato a bordo... 36 bambini. Alla indecente e inconcepibile capacità raggiunta dal mezzo schiantatosi nel Gansu mancano ancora all’appello 28 piccole vittime. Riuscite a figurarvi che supplizio doveva essere la quotidiana transumanza verso una scuola lontana magari chilometri dal villaggio? Ebbene, la scena che si dev’esser presentata ai soccorritori dopo l’incidente, neppure la più cupa fantasia di Dante nel suo Inferno l’avrebbe potuta concepire. Ventun morti e quarantatre feriti. Tutti bambini in età prescolare. Tante, troppe famiglie hanno perso l’unica creatura di pochi anni.

Nonostante ispezioni e posti di blocco, sabato scorso un altro scuolabus, questa volta a nord, nel freddo Liaoning, ha perso il controllo a causa del ghiaccio e si è ribaltato, causando 33 feriti, di cui due gravi. Nessun morto, ma questa è una fortunata combinazione.

Il giorno dopo il premier Wen Jiabao ha annunciato l’erogazione di fondi per migliorare lo stato pietoso dei trasporti nelle aree rurali della Cina, e l’implementazione “rapida” di regole per garantire la sicurezza sulle navette degli studenti.

Contemporaneamente gli studenti delle campagne macedoni si son visti recapitare dei fiammanti autobus gialli, con su dipinte le bandiere della Cina e della Macedonia. E mentre questi ringraziano per l’inopinato regalo, il popolo della rete cinese è in subbuglio per il beffardo tempismo del gesto verso la repubblica balcanica. Pensare agli altri mentre a casa propria si muore di criminale incuria. T.I.C.

sabato 26 novembre 2011

26-11

Ricordando, con un racconto scritto in India ad una settimana dal fatto, le oltre 150 vittime dell'odio terrorista, a tre anni dalla strage di Mumbai.

Il numero undici sembra un infausto denominatore comune delle stragi terroristiche. Anche l’India ha adottato la via più breve per parlare dei fatti di Mumbai. Come l’undici settembre americano, la stampa locale titola compatta a quattro cifre: 26-11.

Ma che cosa è il terrorismo? Il terrorismo è uno stato d’animo. Capisci che hanno centrato l’obiettivo quando arrivi in albergo, ti guardi intorno e ti chiedi per prima cosa come si scappa da lì, e vuoi una camera ad un piano da cui puoi ancora saltar di sotto senza spetasciarti sull’asfalto come una pesca marcia. Capisci che hanno vinto quando guardi male per strada il tipo che ti approccia, e che voleva essere solo gentile ed aiutare un buffo straniero vestito in giacca e cravatta, geneticamente impreparato ad affrontare l’attraversamento di un viale di Delhi senza rischiare la vita quanto un ostaggio di albergo a Mumbai. Sai che i bastardi magari sono morti ma hanno compiuto con successo la loro infame missione, quando un ragazzo con lo zaino che ti passa accanto non ti ispira simpatia ma ti fa scorrere brividi gelati lungo la schiena.

Gli stranieri – nello specifico, un gruppo di italiani – hanno due tipi di atteggiamento. Spavaldo alla cosa vuoi che ci succeda, siamo italiani, mica americani. Oppure preoccupato e teso tutto il tempo, in parte a causa di un bombardamento altrettanto snervante, ma stavolta da casa. Grazie, tigi e carta stampata. Ci rendete un bel servigio. Un’italiano si lamenta, mia moglie ascolta le notizie e mi rompe i corbelli ogni tre ore, come stai, tutto bene, ma sei sicuro che sia sicuro?

L’altra notte all’aeroporto di Delhi da una macchina sono stati esplosi due colpi d’arma da fuoco. Prima che l’elefantesco ed impreparato apparato militare, riparato da sacchi di sabbia piu’ adatti a contenere una piena del fiume che a proteggere da pallottole di fucili automatici, si mettesse in moto e tentasse un inseguimento, la vettura era scomparsa nella bolgia del traffico locale. In Italia si e’ letto di sei persone coinvolte nella sparatoria, di terrore in aeroporto, di seconda strage mancata. Nessuno si e’ fatto un graffio – per fortuna. Quanti morti ci sono stati ieri sulle strade italiane? Più equilibrio e meno sensazionalismo, per favore. Facciamo le proporzioni e verifichiamo le fonti, prima di sgomentare chi ha un parente che vive – o ci si trova solo per qualche giorno – in India.

La vita continua, senza apparenti intoppi o sospensioni del fare quotidiano. I giovani frequentano in massa ritrovi dai quali sbuca musica a pieno volume, facendo immaginare serate spensierate ed allegria danzerina. Escono poi tutti insieme da queste discoteche alla buona, senza il problema di dover guidare dopo aver bevuto un goccio di troppo. Si riversano in strada e danno l’assalto a degli autobus senza portiere, che sporadicamente si palesano nel rado traffico notturno. Sono allenatissimi a salire al volo, agili come gazzelle, mentre il mezzo è ancora ben in corsa. Ma perché non aspettano che si fermi, mi interrogo ingenuamente. Semplice. Quando il bus è finalmente fermo, non solo è già strabuzzante di gente, ma due o tre ragazzi pencolano avventurosamente di fuori, abbarbicati solo con mani e piedi a mancorrenti e pedana. Robe da trapezisti circensi. La legge del più lesto. Chi non osa – e non imbarca al volo – non trova più posto e va a piedi.

Nella sera tiepida e umida si epifanizza improvvisa una piccola parata di gente in costumi che sembran tratti da un film sull’impero coloniale inglese. È una rumorosa banda musicale, seguita da una folla versicolore che danza e si sfrena per strada. Notati gli sguardi incuriositi di noi italiani, subito il nostro anfitrione spiega: è un matrimonio. Bello. Il ritmo delle percussioni via via che il calore cresce assume connotazioni carioca. I tamburi battono ritmi ossessivi, i pepli di mille sgargianti tonalità, che fasciano le donne fino ai piedi, svolazzano attorno come pavoni ubriachi. Sembra un piccolo carnevale di Rio fuori stagione ed in trasferta in India. Chiude il corteo un cavaliere con tanto di ombrello cerimoniale, in coppia con una prepubere e bellissima damigella, entrambi a malapena sopportati da un mesto ronzino bianco, ingualdrappato come un elefante dei tempi dei maragià. La celebrazione si conclude, alla faccia del subdolo terrorismo venuto da oltre confine, con l’allegra esplosione di una salva di fuochi d’artificio, che tingono di rosso e di verde il cielo aranciato dai riverberi della capitale, e stordiscono le orecchie con le loro deflagrazioni troppo vicine.
Una pioggia di scintille odorose di salnitro ed è tutto finito. I musici si avviano alla caccia di un autorisciò – geniale definizione degli apini, ubiquitari e popolari taxi a tre ruote da ceto meno abbiente – libero, da inzeppare di tamburi, tromboni ed esseri umani emaciati.

Il ventisei undici promette una stagione fruttifera per la stampa indiana. Pagine e pagine riempite di ipotesi, cure, opinioni le più varie, teorie di complotti e dita puntate verso questo e quello. Pezzi grossi della politica si dimettono (a proposito: qualcuno ricorda un ministro italiano che abbia fatto altrettanto, da piazza Fontana fino a Ustica?), la Rice si è subito fiondata sia a Delhi che in Pakistan a dire ragazzi piantatela un po’ di fare casino che abbiamo già i cavoli nostri da risolvere in Iraq e Afghanistan, poliziotti e militari si lamentano pubblicamente di essere stati mandati a morire, affrontando dei terroristi ben addestrati e dotati di armi automatiche, con dei moschetti utili solo per il museo dell’artiglieria, con una preparazione ai limiti del ridicolo ed un coordinamento pari a zero. Un poliziotto all’inizio della carriera guadagna meno di 50 euro al mese, al poligono non va perché i proiettili costano, viaggia su vetture coeve e perfino assomiglianti alla millecento Fiat degli anni sessanta. Nemmeno Rambo avrebbe avuto una chance. Figuriamoci della gente con l’uniforme sdrucita, scarpe da ginnastica da quattro soldi ai piedi e nella fondina una colt che sembra quella di Buffalo Bill.

La popolazione osserva il balletto delle accuse e delle responsabilità dei soloni del giorno dopo, quelli che sono capaci di sentenziare e offrire consigli non richiesti su cosa si sarebbe dovuto fare, a cose fatte. Ma la gente manifesta soprattutto il suo bisogno primario: continuare a vivere, mettersi dietro le spalle anche questa ennesima tragedia – molto somigliante alla nostrana strategia della tensione, seppur con quantità di attentati e numero di morti ben superiore alla orribile stagione italiana – le cui origini e motivazioni provengono dal mai risolto conflitto tra India e Pakistan per il possesso della contesa provincia del Kashmir. Guarda un po’ cosa si arriva a fare per due golfini.


Prima pubblicazione : 6 dicembre 2008

mercoledì 20 luglio 2011

venerdì 8 luglio 2011

Auto blu


Per essere un’auto, è un’auto. Blu è indubbiamente blu: chiaro, ma blu. Quanti dei nostri politici, amministratori, dirigenti che godono di tale privilegio accetterebbero di essere scarrozzati su un tale cimelio vivente (peraltro in grandissimo spolvero)?

Ad ognuno le auto blu che si merita. Qui siamo in India, all’aeroporto di Bangalore. E attenzione: non che sul mercato non si trovino Mercedes, Biemmevu, Audi e perfino Bentley e Rolls. Ma per i funzionari degli enti pubblici si usano ancora le vetuste ma affascinanti Ambassador, dai corruschi paraurti cromati e addirittura con i deflettori al posto della venefica aria condizionata. Che in India siano più civili – e democratici – di noi?

giovedì 21 aprile 2011

Affinità

Politicians are like diapers; they need to be changed often and for the same reason.


I politici sono come i pannolini: andrebbero cambiati spesso. E per la stessa ragione.


Mark Twain [1835 – 1910]

domenica 27 marzo 2011

Vent’anni dopo

Un tributo alla rivista di cui oggi in Italia si sente una lancinante mancanza. Cuore.

Rileggete questa copertina. Genio puro e capacità di sintesi straordinaria. Ci sono più sarcasmo, veemenza, disprezzo verso il potere in queste poche righe che in molti mesi di riviste e programmi televisivi dell’odierna presunta satira. Robetta all’acqua di rose: fa finta di essere alternativa, fa ridacchiare un po’ sguaiata. Ma per carità, attenti a non offendere o indispettire qualcuno con del potere, se no sono guai. Una satira frivola e puerile, senza un briciolo della passione e della rabbia che infervoravano il manipolo di talenti guidati da Michele Serra.

Vent’anni che ci manchi. Torna, Cuore.

giovedì 24 marzo 2011

Turbati dal turbante

Non capita tutti i giorni di vedere il nome dell’Italia nei titoli a scorrimento dei notiziari esteri. Non facciamoci illusioni, non siamo così importanti negli scenari mondiali. E allora perché continuano a fare vedere il nostro nome, associato ad immagini di parlamentari indiani, uomini e donne, che sembrano fare dichiarazioni di fuoco, a giudicare dalla foga dell’eloquio e dal gesticolare scalmanato?

Presto detto. L’allenatore di un golfista indiano, Amritinder Singh, di religione Sikh, per due volte in due settimane è stato costretto a spogliarsi del turbante su invito della sicurezza aeroportuale di Malpensa. Io capisco che gli addetti degli aeroporti non saranno dei laureati in religioni orientali, e potrebbero – dico potrebbero – non essere al corrente del forte significato rituale che il turbante rappresenta per i Sikh. Non conosco i regolamenti e quanto essi siano attenti e dettagliati nel sancire cosa può passare e cosa no, durante i controlli doganali. Quindi mi astengo dal puntare a priori il dito contro la presunta mancanza di sensibilità dell’addetto in questione. Fatto sta che in India i politici hanno fatto un can-can fenomenale. Ambasciatore italiano convocato d’urgenza e costretto – da buon diplomatico – ad aggiustare i cocci, rappresentando il dispiacere proprio e del governo italiano per l’increscioso episodio, ed assicurando che indagini sono in corso. Belle parole. Chissà se davvero seguiranno fatti concreti. Il ministro degli affari esteri Krishna dichiara che l’offesa ad un Sikh offende l’intero popolo indiano. Addirittura c’è chi vuole portare la faccenda davanti all’ONU, per sensibilizzare il mondo intero sulla mancanza di rispetto per le altrui credenze religiose.

Io la vedo così. La sicurezza aeroportuale è una cosa seria. Però sarebbe bastato poco per evitare l’incidente diplomatico. Bastava un controllo tattile, senza costringere a smontare gli otto metri di fettuccia davanti a tutti. Se ci fosse stato dell’esplosivo, si sarebbe sentito. E poi, visto che i nostri giornali trattano la cosa con una certa leggerezza: una pistola nascosta sarebbe stata rilevata dal metal detector, anche se il turbante rimaneva piazzato sulla testa del signor Singh. Irrispettoso è stato depositarlo negli stessi contenitori che ospitano le scarpe tolte dai passeggeri (indipendentemente dal significato religioso attibuito al turbante, anche a me farebbe schifo appoggiare il cappello dove sono appena state spalmate le suole di qualcuno che magari ha pestato poco prima una cacca di cane; fate un po’ voi). Infine: c’è qualche italiano che si offenderà, se gli dico che appartiene alla setta cattolica? Perché esattamente così è stata descritta la religione Sikh da certa nostra stampa: setta. Allora cerchiamo di essere equi: le religioni o sono tutte delle sette, oppure non ce ne sono alcune più belle e furbe che si meritano rispetto e altre che possono essere trattate come stramberie di gente che va in giro con una fusciacca in testa. Se no si potrebbe trovare altrettanto da ridere – e ridire – sul fatto che ci siano degli esponenti di alcune ben note sette che vanno in giro con dei gonnelloni neri lunghi fino ai piedi, oppure con dei cordoni nodosi legati in vita (e questi non sono armi improprie da strangolamento, per i solerti controllori di Malpensa?), e altri ancora con delle tovaglie da picnic drappeggiate in testa. Per non parlare di chi predica umiltà e povertà, e poi va in giro carico di monili e con una stola di ermellino che nemmeno Wanda Osiris dei tempi d’oro.

Mentre i politici manifestano disapprovazione e biasimo, il popolo indiano manifesta tutta la sua gioia. La nazionale di cricket ha appena strapazzato l’Australia campione del mondo in carica. In una tiepidissima serata baciata da una brezzolina confortante, degli amici indiani hanno avuto la suprema pazienza di spiegarmi le regole fondamentali di tale gioco, facendomelo finalmente intendere. La loro crescente allegria si è trasformata in entusiasmo, davanti al comunitario maxischermo da ristorante all’aperto, quando l’ultima palla è stata scagliata fuoricampo dal battitore indiano, e gli australiani hanno capito che era l’ora di preparare le valigie. Tra pochi giorni la sfida di semifinale, densa di tensioni politiche, razziali e religiose: India contro Pakistan.

Ma siccome il cricket alla fine è solo un gioco, anche se dagli interessi milionari in India, vi rinvio su un vecchio racconto, scritto quando non capivo ancora un’acca di batsmen, wickets, runs, over e sixes, ma certe cose mi suscitavano un’irrefrenabile ilarità. Streaker al cricket.

lunedì 21 marzo 2011

Irlanda (ma anche Italia...)

An Irish daughter had not been home for over a year. Upon her return, her Father cussed her.

'Where have ye been all this time? Why did ye not write to us, not even a line? Why didn't ye call? Can ye not understand what ye put yer old Mother thru?'

The girl, crying, replied, 'Sniff, sniff... Dad... I became a prostitute...'

'Ye what!!? Out of here, ye shameless harlot! Sinner! You're a disgrace to this Catholic family.'

'OK, Dad - as ye wish... I just came back to give mum this luxurious fur coat, title deed to a ten bedroom mansion plus a $5 million savings certificate. For me little brother, this gold Rolex. And for ye Daddy, the sparkling new Mercedes limited edition convertible that's parked outside plus a membership to the golf club... (takes a breath)... and an invitation for ye all to spend New Years Eve on board my new yacht in the Riviera and... '

'Now what was it ye said ye had become?' says Dad.

Girl, crying again, 'Sniff, sniff... a prostitute Daddy! Sniff, sniff.'

'Oh! Be Jesus! Ye scared me half to death, girl! I thought ye said a Protestant. Come here and give yer old Dad a hug!'


Una ragazza irlandese manca da casa da più di un anno. Al suo ritorno, il padre la affronta a male parole:

Dove sei stata tutto questo tempo? Perché non ci hai mai scritto nemmeno un rigo? Almeno chiamarci!! Non pensi a quello che ha patito la tua povera madre?

La ragazza, piangendo, gli risponde: Papà… sono diventata una prostituta...

Che cosa?? Fuori da questa casa, svergognata! Peccatrice! Sei il disonore di questa famiglia cattolica.

Va bene, papà. Come vuoi. Ero solo tornata per regalare a mamma questa lussuosa pelliccia, l’atto di proprietà di una villa e dei titoli per cinque milioni. Questo Rolex era per il fratellino. E per te, papà, la sfavillante nuova Mercedes che è parcheggiata qui fuori, e la partecipazione in un golf club... e dopo un sospiro, aggiunge ...più l’invito per tutti voi a trascorrere le vacanze sul mio yacht in riviera, e...

Ridimmi un po’ che cosa sei diventata?, l’interrompe il padre.

E la ragazza, continuando a piangere, una prostituta, papà, una prostituta!

Oh, santo cielo, ragazza mia, mi avevi spaventato a morte. Avevo capito Protestante. Vieni qui e abbraccia il tuo vecchio genitore!!

sabato 5 febbraio 2011

Potenza e umiltà

Anche se non si direbbe, questo è uno degli uomini più potenti al mondo. Indossando un grembiulino con su un paio di conigli, e le mezze maniche blu, come un qualsiasi travet anni cinquanta, Wen Jiabao celebra il capodanno cinese con dei contadini dell’Anhui, una delle province meno agiate dell’intera Cina. Rimestando il cibo in un grosso wok, con il fuoco a legna sotto, come usa nella Cina ancora autenticamente rurale.

È un’abitudine quella del premier Wen. Invece di festeggiare il capodanno nello sfarzo di qualche prestigioso palazzo di Pechino, va nel cuore della Cina che soffre, o che è rimasta indietro. In passato ha trascorso la festività con dei malati di AIDS, più di recente con i terremotati del Sichuan. Mai vanaglorioso, mai circondato da guardie del corpo, mai distaccato dal popolo con il quale si mischia. Cinese fra i cinesi. Un’eccezione, in un’altera nomenclatura di partito che si mantiene sempre anni luce distante dal miliardo e mezzo della base che governa.

Il valore di un uomo politico non si vede solo dalla sua capacità di sedersi accanto agli altri pezzi grossi della Terra per sostenere le proprie ragioni, ma anche dal suo atteggiamento nei confronti delle cose più semplici. Dalla partecipazione con cui ha saputo, via via, confortare dei malati, incoraggiare e partecipare al dolore dei terremotati, imbandire e condividere un familiare ed essenziale desco con degli agricoltori.

Ecco una cosa che il comrade Wen, il nonno Wen, il mentore Wen dovrebbe insegnare a molti politici : la bellezza, la dignità dell’essere umili.

domenica 23 gennaio 2011

Cabaret Italia

Ci son giornali che considero seri e degni di lettura. Altri che considero spazzatura faziosa ed inguardabile.

Uno dei pochi che mi piace scorrere, quando sono in giro per il mondo, è l’IHT. Non sempre concordo con le sue posizioni, ma fa informazione in maniera razionale e sufficientemente equilibrata.

Recentemente la nostra piccola repubblica non ha avuto grosse vetrine sul foglio di respiro planetario. Scarni trafiletti, per lo più incentrati sulle avventure erotiche o giudiziare – talora peculiarmente coincidenti – di chi l’Italia dovrebbe rappresentare tra i potenti del mondo.

L’altro ieri, venerdì, nelle due pagine centrali dedicate a sagaci opinionisti che parlano autorevolmente e senza facezie di problemi assortiti, dalla rivolta in Tunisia alla questione palestinese, Haiti, la Russia, la potente Cina di Hu in visita agli Stati Uniti, l’onere di mantenere la pace nel mondo – missione molto disattesa, a quanto pare – mi è saltata all’occhio una vignetta, in alto, proprio in centro ai due fogli.

Nemmeno un titolo. Una riga di commento. Un tentativo di recensione. Evidentemente non ce n’è più bisogno. Il livello del rispetto per l’Italia da parte della comunità internazionale è tutto rappresentato in quella assoluta, crudele mancanza di chiosa.

Mi sono vergognato di essere italiano. La politica ridotta ad un cabaret. Un teatrino d’avanspettacolo, con soubrettine scosciate e sguaiate che per far strada la danno al vecchio capocomico.

Ma a differenza del cafechantant, qui si parla di chi in Italia ha il potere di Obama, di Wen Jiabao, di Putin, di Singh. Tanto per citarne qualcuno.

Una volta i politici erano dei grigi burocrati. Ma oggi si è passato il limite della decenza – dalla parte opposta. Possibile che non si riesca ad trovare una dignitosa via di mezzo tra i vecchi tromboni avulsi dalla realtà quotidiana della prima repubblica ed un imprenditore infiltrato a Palazzo, che resterà famoso per le sue formidabili gaffes, per la sua corte di servitori – televisivi e non – pronti alla genuflessione, per le leggi fatte ad hoc per restare ingiudicabile, per le promesse non mantenute (salvo gli evasori, qualcuno può dimostrarmi che paga meno tasse rispetto a quattro anni fa?), per le emergenze mal affrontate e sfruttate per puri scopi mediatici, ma non certo come ambasciatore dell’immagine italiana all’estero?

Voltiamo pagina. Essendo in Cina, leggo un po’ di giornali locali, almeno quelli non si occuperanno dei nostri piccoli squallori. Macchè. Shanghai Daily, stesso giorno: Ruby difende il generoso Silvio. Dichiarando ai microfoni di Mediaset (i cinesi non sono tenuti a saperlo, per cui meglio specificare che il network è stato fondato da Berlusconi) che lo stesso non le ha mai messo un dito addosso, che alla cena durante la quale lo incontrò lei gli raccontò tutta la sua storia con sincerità – tranne tre piccoli irrilevanti dettagli: il nome, l’età, 24 anni anziché i reali 17, e la nazionalità (egiziana invece che marocchina). Davvero un modello di genuinità. Alla fine della cena lui la invitò nel suo ufficio e le consegnò una busta che lei aprì (si suppone rimanendo molto sorpresa, visto che conteneva settemila euro) nella macchina che la riportava indietro.

E poi ci domandiamo perché vengono pubblicate vignette come quella di Chappatte.