Visualizzazione post con etichetta Asia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Asia. Mostra tutti i post

martedì 6 gennaio 2015

Botteghe oscure (3)


Benvenuti nel 2015. Homing Pigeon inizia l’anno con una nota ironica. Siamo quotidianamente circondati da un sacco di tristezze, un po’ di allegria ogni tanto ci vuole proprio. Grazie alla paziente raccolta di reperti durante i viaggi dello scorso anno, ritorna la serie “insegne idiote dal mondo”.


Kuala Lumpur: Omertà? Beh, se non altro non la solita mafia. E non altro.


Tokyo: Piattoria? Un incrocio tra trattoria e piatto? Japan, please. Potete fare di meglio.


Seoul: Sandrich? Il gioco di parole poteva essere simpatico. Peccato che così significhi ricco di sabbia. Non quello che vuoi sentire tra i denti quando mordi un panino.


Singapore: Casinova? Occorre scomodare il grande amatore veneziano (mischiandolo con una casa da gioco, altra passione orientale) per attrarre clienti in un bar con muliebre intrattenimento? La risposta sarebbe no. Ma gli hanno permesso di farlo.


Manila: Ciao Presso? No comment.




martedì 9 aprile 2013

Mal pro vi faccia

Cresciuto in una famiglia in cui il rispetto delle regole della buona educazione era esercizio diligente e quotidiano, una deprimente immagine scoperta per caso in rete mi fa riaffiorare alla memoria il diuturno set di regole che disciplinavano il desco.

Non si soffia sulla minestra, anche se brucia! E nemmeno sul cucchiaio. I gomiti, mai appoggiati sulla tavola. Forchetta con la sinistra, coltello nella destra. Mai alzarsi da tavola prima che abbiano finito i grandi. E soprattutto la cosa meno tollerata in quel coacervo di buone maniere bastanti ad educare un piccolo principe, mentre là fuori già si sentivano i clamori delle prime contestazioni giovanili e il sessantotto era dietro le porte: mai e poi mai leggere a tavola. Guai anche solo il pensiero di portarsi un giornalino, fresco di stampa e ancora profumato d’inchiostro, nelle vicinanze della refezione. Guai. Roba da andare a letto senza cena.

Così tanto incistati nelle profondità del subconscio sono questi antichi insegnamenti che tuttora provo un velato senso di fastidio quando mi capita, al ristorante, di vedere il classico rappresentante da solo che fra un piatto e l’altro distende il giornale sulla tovaglia e si legge l’attualità. Peggio se la scena vede protagonista una coppia. Non c’è miglior icona della mancanza di comunicativa di un marito – o una moglie – che si fa i fatti suoi, nascosto alla vista del consorte da un foglio rosa o da una rivista patinata.

Ebbene, qualche orientale indifferente al contravvenire le regole del galateo della tavola, ma sadico a sufficienza da sfruttare le debolezze dei dannati del pranzo-velocissimo-pur-rimanendo-collegati, ha pensato bene di creare un vile manufatto degno delle officine di Torquemada. Manco una zuppa in pace ci si può godere, ora. Sararimen, non avete più scuse. Ora il telefonino dalle mille miracolose applicazioni ve lo regge direttamente la zuppiera. Così vi potranno propinare qualsiasi obbrobriosa sbobba, tanto voi sarete con la testa nelle nuvole, tutti presi a consultare il listino della borsa, o a leggere l’ultimo pettegolezzo ginecologico di qualche attricetta da strapazzo, oppure - o tempora o mores – a giocare a qualche vacuo videogioco parolaio competendo con un altro travet che sta sorbendosi anche lui una brodaglia a tre – o trecento – chilometri di distanza.


E mi interrogo, senza forse voler trovare risposta: cosa direbbe di questi tempi, dai costumi così infinitamente lontani dai suoi, quel gentiluomo vecchio stampo di mio Padre?



venerdì 25 gennaio 2013

Nonne allo sbaraglio

Abituati alla giustizia torpida e lassista dei nostri lidi, fa clamore e scandalo leggere di condanne a morte comminate in Asia a trafficanti di droga. Ancor più scalpore – episodio di questi giorni - suscita il sapere che l’imputata sia una nonna inglese. Uno se le figura sempre in qualche casa in pietra scura, nella piovosa campagna britannica, dedite a crear trine all’uncinetto presso un caminetto che dispensa un tepore dolce e profumato di legna. Invece qualche intraprendente e insospettabile avola, forse stufa di sferruzzare e in cerca di emozioni forti, decide di trasportare all'estero ingenti quantità di droga in valigia. Probabilmente mal consigliata, perché ad essere beccata in dogana in certi posti dove per tali commerci non c’è clemenza, va sempre a finire malamente.

Come è capitato a Lindsay Sandiford, condannata dal tribunale di Bali alla pena capitale per esser stata sorpresa con rimpiattati nel bagaglio quasi cinque chili di eroina, che cercava di far entrare nella Rimini dell’Indonesia. Ennesima prova del fatto che le leggi draconiane di Singapore, Malaysia e Indonesia in tema di traffico di droghe son roba seria.

Dodici anni fa scrivevo un racconto, rimasto inedito. Eccolo: oggi è più che mai attuale. Dedicato a tutti gli irresponsabili – giovani e vecchi, è il caso di dire – che credono ancora alle favole.


Avviso ai naviganti

Un inglese è stato condannato a morte a Kuala Lumpur per traffico di eroina. Duecento grammi. Ha commentato la sentenza applaudendo sarcasticamente all’indirizzo del giudice, donna e – si suppone, dal nome – mussulmana.

Vorrei che questo fosse un avviso ai naviganti. Ai troppi, voglio sperare pochi, ma pur sempre troppi, giovani incoscienti che pensano che con certe leggi e certi moniti si possa scherzare. Non ai professionisti della morte, che quelli sanno bene a che cosa vanno incontro se colti sul fatto, ed in fondo una dose di rischio fa parte del gioco sporco del narcotraffico.

Parlo invece agli stupidi, sbruffoni forse, ragazzi che pensano, ma cosa vuoi che mi facciano se mi porto qualche dose, in fondo è per me. E invece no. Quando sei sull’aereo, e compili la carta d’immigrazione, che ci sia la pena di morte obbligatoria per i trafficanti di droga te lo scrivono in rosso, bello evidente (capita arrivando in Malaysia, a Singapore, nelle Filippine). Non bastasse, mezzora prima dell’atterraggio, un messaggio preregistrato ti ricorda che sei ancora in tempo a disfarti di imbarazzanti fardelli, prima che sia troppo tardi.

Pena di morte. Obbligatoria. Non sperare di incappare nel giudice che trova simpatica la tua faccia da bravo ragazzo. Qui i giudici, come la legge, non devono avere senso dell’umorismo. E se pure ne avessero, sono tenuti a non esercitarlo quando indossano la toga.

Ma più di tutto questo, se il gusto di rischiare la tua pelle non ti ha ancora abbandonato, sappi che non basta essere straniero per garantirsi l’immunità dalle leggi, implacabili contro gli spacciatori di morte. E qui ne basta veramente poca, di morte in forma di polvere bianca, per essere considerati spacciatori e non dipendenti dal vizio.

Mi è tornato in mente un vecchio film, Fuga di mezzanotte, in cui un giovane americano viene pizzicato in Turchia, e passa le sue, fino all’immancabile lieto fine. Duro quel film, bello e cattivo. Ma all’americana, con la vittima (vittima?) che alla fine torna a casa, almeno salva seppur non completamente sana.

Qui è la realtà, non la finzione filmica. E non è così. Ragazzo, lasciala a casa. Tutta. Dai retta. Oppure prova ad immaginare che effetto ti farebbe sentire dire: sei condannato ad essere riportato in prigione e da qui in un luogo dove sarai appeso per il collo finché non sopraggiunga la morte. Questa è la formula che pronuncia il giudice, ed è a te che parla. Pensaci. Molto, ma molto bene. Perché la vita non è un film, e la parola fine non scorrerebbe su di te che all’alba esci dalla prigione e ti avvii verso la libertà. Scorrerebbe sui tuoi piedi penzolanti. Ma tu i titoli di coda non li vedresti. Il buio sarebbe già sceso sui tuoi occhi, il film della tua vita concluso così.

Prima redazione : giugno 2001





sabato 12 gennaio 2013

domenica 26 giugno 2011

Riso amaro

Amici scrittori dilettanti, mi rivolgo a voi. Metti che un giorno capitiate in un ristorante che non conoscevate. Il padrone è antipatico, ai limiti della prepotenza. Il cibo deve essere caduto accidentalmente in un mastello di sale: immangiabile. Vedete passare rapidi sul pavimento degli scarafaggi che sembrano ansiosi di abbandonare la cucina.

Ecco un consiglio che vi verrà utile, specie se quanto sopra vi accadesse durante una vacanza a Taiwan: portatevi una macchina fotografica, meglio se abilitata a girare dei piccoli video. Perché dopo un’esperienza del genere, vi verrà la voglia di raccontarla nel vostro blog. Come ha fatto la signora Liu Ying-hui, pensando di evitare brutte avventure gastronomiche ai suoi lettori.

Esposte in rete le magagne riscontrate, Liu è stata citata per diffamazione dal proprietario dell’apparente tugurio, da cui perfino le blatte cercano di scappare. Processo. Sentenza. Il giudice le ha ordinato di pagare al padrone del locale circa 5.000 Euro a titolo di risarcimento. Secondo lui “si sono oltrepassati i limiti di una recensione appropriata”, perché la cliente non è stata in grado di portare alcuna prova delle sue affermazioni. La blogger si è beccata pure una condanna a due anni con la condizionale, sospesa perché Liu ha acconsentito a pagare la vergognosa gabella. Ma intanto la sua fedina penale è sporca.

Quindi attenzione: se anche vi trattano a pesci in faccia, il cibo fa schifo ai cani e l’odore ricorda più una discarica di rifiuti che una trattoria, se non avete con voi un mezzo di registrazione, lasciate perdere. Parlatene agli amici, passate parola, ma evitate di scriverne. Perché potrebbe capitarvi una disavventura come quella della signora Liu. Con una differenza, in Italia: visti i tempi della giustizia ordinaria, il risarcimento lo incasseranno gli eredi del ristoratore. E non è detto che siano i figli.

martedì 1 febbraio 2011

Omo-news

Ho sempre avuto una istintiva ma razionale repulsione nei confronti dei crociati. Quelli che, improvvisamente fulminati sulla via di Damasco, fanno della propria vita una ossessiva missione per convincere gli altri che la loro strada è irrimediabilmente sbagliata, che abbisognano urgentemente di una redenzione, che non possono – per sé ed i propri cari – continuare ad insistere nei loro turpi vizi.

Di questa categoria fanno di diritto parte gli ex fumatori pentiti. Appartengo alla prima parte della specie. Ma non alla seconda. Ho smesso di fumare da anni. Ma non trascorro le giornate rompendo i corbelli a chiunque sorprenda con una sigaretta in bocca, rendendolo edotto, con dovizia di particolari raccapriccianti, di quanto fatale e funesta sia questa sua abitudine. Certo, se uno mi fumasse accanto mentre sono al ristorante mi darebbe fastidio, e glielo farei educatamente notare. Ho rimbrottato l’amico cinese che fumava tenendo in braccio una figlia di tre anni. Ma da lì a fare proselitismo catastrofista, ce ne passa. Come diceva l’aforisma, fumare è un lento suicidio: ma del resto, chi ha fretta?

Della stessa risma, pur con differenti vizi pregressi, deve essere Peter Madden. E chi è?, mi chiederete ora. Un politico australiano che vuole ripulire la sporca Sydney. Non fraintendete. Non è un verde che vuole più cestini dell’immondizia, più parchi e meno auto in centro. Vuole ripulire Sydney dal malcostume e dalla corruttela carnale. Scagliandosi contro il Mardi Gras, storica parata di omosessuali per le vie della città, una variopinta e allegra sfilata carnevalesca che la gran maggioranza degli australiani prende per quello che è, un fatto di costume, un’occasione di familiarizzare con la diversità sessuale, che a Sydney, città d’avanguardia, non è guardata con sospetto, critica o derisione.

No, mister Madden dice che è l’ora di finirla con queste manifestazioni e le perversioni che promuovono. Parola di ex sesso-dipendente. Uscito da un torbido passato, in cui – per sua stessa ammissione – ha frequentato delle prostitute, ed è andato a letto con dozzine di donne. Cosa che qui in Italia, per inciso, lo qualificherebbe automaticamente per un posto da primo ministro. Ma torniamo al nostro moralizzatore. Altri punti del suo programma politico: no ai teenagers ubriachi – su questo concordo, ma mi dica con che metodi intende raggiungere tale lodevole scopo. No alla prostituzione fuori controllo. Ah, ma allora è una fissazione! Intende controllarla, o sradicarla del tutto da Sydney? E, di grazia, come, visto che il mestiere più vecchio del mondo sembra non subire gli effetti di alcuna crisi economica, e anzi le tariffe in Italia, dopo le recentissime rivelazioni dei bonifici a qualche inquilina dell’Olgettina, si aggiorneranno subito verso l’alto, tipo la benzina che ha sempre una buona scusa per crescere di prezzo.

Ma l’argomento che mi ha sbigottito e sul quale, nonostante qualche ricerca, non sono riuscito a trovare una spiegazione, uno straccio di ragionamento che mi aiutasse a capire, è questo: no alle corsie per le bici che uccidono le imprese locali (si suppone parli di negozi e bazar). Prego? Che significa, Madden? Chi va in bici non ha bauliera a sufficienza da accogliere il frutto del doveroso shopping? I ciclisti, correndo a rotta di collo su e giù per i saliscendi di Sydney, investono i clienti dei negozi? Le piste ciclabili portano via prezioso spazio parcheggiabile? Per favore. Siamo seri. In tutto il mondo civile si cerca di favorire l’uso del ciclo rispetto al motore, specie nel centro. Cos’è questa opportunistica, bottegaia controtendenza? Quando andrò in Australia cercherò di farmi spiegare da qualche amico locale, ammesso che almeno a lui sia chiaro il raziocinio della cosa.

Infine: mi infastidisce abbastanza quel suo inquietante sogghignare da un manifesto, proponendosi come “antidoto” al governo attuale, e affermando di voler spianare come un rullo compressore tutto ciò che, a suo nuovo giudizio, è moralmente riprovevole. Specialmente perché si sente incaricato direttamente da Dio di portare avanti la sua battaglia purificatrice, a suon di anatemi. Dalla pulizia delle strade alla pulizia etnica spesso il passo è breve.

Come dice un recensore australiano di mente più illuminista, chi l’avrebbe detto che qualche migliaio di ragazzotti marcianti ed un battaglione di lesbiche in motocicletta (in inglese è bellissimo: dykes on bikes) potesse essere così deleterio per tutta la folla che assiste in allegria alla passerella carnascialesca?


Cambiamo continente. Uganda. David Kato, attivista gay, è stato ucciso a martellate in casa sua, a Kampala. Dopo essere stato anche in prigione per il suo attivismo, aveva vinto la sua battaglia giudiziaria solo tre settimane fa, contro un giornale che ne chiedeva l’impiccagione. Per il reato (o peccato, fate voi) di essere omosessuale. La polizia parla di una rapina andata a finire tragicamente. Ma visto il pesante clima di ostilità e minacce, perfino di morte, contro la comunità gay, molti si domandano se l’uccisione non sia stata un’esecuzione. Del resto, quando dei giornali possono pubblicare titoli come “impiccateli”, e dei parlamentari presentare decreti per condannare all’ergastolo o alla pena di morte gli omosessuali, che grado di tolleranza – e di civiltà – ci si può aspettare da una nazione?


Ed eccoci in Asia. Precisamente in Tailandia, da cui viene l’unica buona notizia della settimana, sempre in tema. Una reginetta di bellezza locale ha passato le selezioni ed è stata assunta da una nuova aviolinea, la PC Air. Cosa c’è di strano? Che Thanyarat Jiraphatpakorn, detta Khun Film (per fortuna, le corde vocali ringraziano) è un transessuale. Per la prima volta al mondo, lei ed altri due trans sono stati assunti, insieme con 10 colleghi maschi e 17 femmine, come personale di bordo degli aerei. E sono felicissimi di non essere stati discriminati, come era loro già capitato in passato.

Per evitare imbarazzanti equivoci alle frontiere, la targhetta sull’uniforme recherà l’interessante definizione “terzo sesso” per il genere. Mi auguro che l’aerolinea avrà il garbo di non impiegarli su rotte verso nazioni con varchi doganali separati per maschi e femmine (paesi Arabi, India, e parecchi altri). Sarebbe certamente complesso spiegare ad una fila di uomini intolleranti alla promiscuità cosa ci faccia tra di loro una signorina tutta truccata con tanto di gonnella, o peggio ancora immaginare una poliziotta in hijab effettuare il tipico esame tastatorio, scoprendo con raccapriccio che la hostess è armata, ma non di oggetti dalle finalità terroristiche!

sabato 13 novembre 2010

Sotto i capelli niente

Cameriere, c’è un capello nella mia minestra. Ma siamo proprio sicuri che appartenga ad una sguattera sciatta o alla cuoca con problemi di bulbi deboli? Magari è uno dei vostri.

Se siete schizzinose e la scoperta di un capello – seppur nativo del vostro cranio – nel piatto vi dà il voltastomaco, se il solo pensiero di inzuppare la vostra chioma nella ciotola (ma vale anche per la nostrana, appetitosa piattata di bucatini all’amatriciana) vi rovina il piacere del pasto, se avete dimenticato l’elastico per farvi la coda e non volete trascorrere il pranzo combattendo con la capigliatura che si ostina a seguire la legge di gravità, o vi siete appena sottoposte ad un salasso finanziario dal coiffeur che vi ha scolpito un’intoccabile acconciatura all’ultima moda, ecco la soluzione.

Ma dovete avere un forte senso dell’umorismo, saper sostenere gli sguardi della gente e non conoscere il significato della parola ridicolo. Perché non è da tutti esibirsi in pubblico con una mise a metà strada tra il collare elisabettiano dei cani a cui hanno tagliato le orecchie e una improbabile gorgiera di stile secentesco calzata da una scema a cui non hanno spiegato come si indossava.

Buon appetito. E buon divertimento ai vostri commensali.

Prima pubblicazione : 25 gennaio 2009

mercoledì 26 maggio 2010

Genitori e figli

My parents told me, “Finish your dinner. People in China and India are starving.” I tell my daughters, “Finish your homework. People in China and India are starving for your job.”


I miei genitori mi dicevano: finisci la cena. In Cina e in India c’è gente che ha fame. Ora dico alle mie figlie: finite i compiti a casa. In Cina e in India c’è gente che ha fame del vostro lavoro.


Thomas Friedman

martedì 11 maggio 2010

Dilettanti allo sbaraglio

Ci sono notizie che dovrebbero suscitare scandalo, paura, indignazione, raccapriccio. Un tizio pachistano cerca di imbarcarsi su un aereo con degli armamentari molto sospetti nascosti nelle scarpe e viene arrestato a Karachi.

Rieccoci, mi viene subito da pensare. Parlo da piccione viaggiatore che ormai da otto anni, grazie a questi simpatici artigiani della tentata strage, si sorbisce – come milioni di altri pacifici viaggiatori che hanno in testa solo di arrivare a destinazione, in fretta e soprattutto in un pezzo solo – controlli, perquisizioni, palpate brusche e talvolta ai limiti della molestia sessuale, non può più portare nemmeno un goccetto d’acqua a bordo, deve sempre snudarsi di cinture, orologi, penne, monetine ed altri oggetti metallici che ecciterebbero le sensibili spie dei portali elettronici, si deve arrabattare con inutillimi coltellini di plastica per mangiare, dopo essersi strinate le mani per aprire la maledetta vaschetta, tocchi di carne ustionati dal microonde a quattrocento hertz, per solito di pari – o superiore – durezza degli utensili offerti per il taglio. Per non parlare degli insistenti interrogatori a cui devo sottostare da parte di banconiste inacidite, su chi ha avuto accesso al mio bagaglio, se l’ho preparato personalmente e se non l’ho mai perso di vista neppure per un minuto dal momento della chiusura fino alla presentazione sulla stadera aeroportuale. Giurin giuretta. Parola di boy-scout.

Ma questa volta la notizia allarmante si trasforma in una comica alla Ridolini. Qualcuno per favore ci deve spiegare. Il signor Mohammad, precisa la fonte di stampa, è un ingegnere. Questo spiegherebbe le barzellette sulla categoria. Perché se davvero vogliamo spacciare questo frastornato pachistano per un terrorista, allora il quoziente intellettivo della categoria (dei terroristi, non degli ingegneri) ne esce sensibilmente ridimensionato.

Oppure quelle erano delle scarpe peculiari, adatte al clima rigido delle zone più montuose del Pakistan, con un sistema autonomo di riscaldamento a pile. Del resto, se ci sono i calzetti elettrici, perché non potrebbero esserci anche le scarpe?

Diteci che è così. Perché l’unica altra alternativa è che il signore in questione – ingegnere di professione e terrorista per hobby – si sia presentato al bancone dell’aeroporto con una bomba nascosta nelle scarpe. E fidando solo sulle capacità occultanti dell’abbondante tonacone lungo fino ai piedi, abbia sperato di farla franca. Lo sguardo allucinato si spiegherebbe con la sorpresa sbigottita del laureato del politecnico di Rawalpindi: ma come diavolo avranno fatto questi doganieri ad accorgersene? Era tutto così perfettamente mimetizzato… non avevo nemmeno scritto un promemoria vicino all’interruttore, che so io, premere da questa parte per fare boom. Secondo me mi ha fregato il caricabatteria che avevo in tasca. Ma sai com’è, di queste pile ricaricabili non c’è proprio da fidarsi, metti che uno è lì, pronto a farsi saltare per aria, e sul più bello ti fanno cilecca… gli dai una caricata col jack inserito nel tacco, e voilà, paradiso delle vergini eccomi!


Fonte: La Stampa del 10 Maggio 2010