Visualizzazione post con etichetta Internet e Media. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Internet e Media. Mostra tutti i post

lunedì 29 settembre 2014

What were they thinking?


Chi seleziona le fotografie non parla con l’articolista. Che di rimando non controlla quali immagini verranno accoppiate all’articolo.

Ditemi che a La Stampa funziona così. Almeno nelle redazioni rivierasche dell’imperiese.

Perché altrimenti non si spiega come un innocuo trafiletto relativo a piccanti retroscena di saloni di massaggio gestiti da cinesi si trasformi in un capolavoro di umorismo involontario.

Questo è il pezzo.


Questa è l’immagine centrale, ingrandita. Fate caso alla didascalia (e per favore trascurate l’ortografia).


Tanto valeva titolare: avvocato sorpreso sotto le capaci mani di una masseuse.






mercoledì 9 luglio 2014

History in the making


Non importa il risultato della finale. Questa è la partita che rimarrà nella storia. Un brutale risveglio, una colossale sconfitta per il Brasile. Una resa senza condizioni. Una Caporetto.

Basta una parola – ma significativa del sentimento della nazione – alla Folha de S. Paulo per descrivere un match che gli annali ricorderanno come il peggior risultato in Coppa per i verde-oro.


Come diceva Bartali : gli è tutto da rifare.





domenica 23 marzo 2014

L’umanizzazione della macchina


Post ispirato da Irene, cara amica scrittrice (sì, a chiamarla blogger mi sembrerebbe di privarla di un titolo più alto, che so io, come rivolgersi a un marchese dandogli del barone…), che si descrive come, tra gli altri attributi, “blog-sitter”.

Buffo neologismo. Vedo immagini di gente troppo indaffarata per riuscire a coltivare quel contenitore immaginario di recente nascita ma già apparentemente sulla ripida china del viale del tramonto tecnologico che chiamiamo blog. E qui viene in soccorso la figura dell’amorevole e paziente bambinaia delle idee inespresse di chi proprio non ha il tempo, ma ha un’imprescindibile esigenza di tenere costantemente innaffiato il vaso con la piantina dei pensieri. Facendo così crescere la notorietà e la visibilità del VIP di turno, democratico e populista - che va tanto di moda – al punto da mantenere perfino un suo blog, come un carneade qualsiasi.

Mi piace immaginare Irene come un’autorevole tata di altrui bebè informatici. E – pensa un po’ – con l’indubbio vantaggio di non dover cambiar pannolini, pulir sederini, sedare pianti di bambini, disinfettare tagli e metter cerottini. Mica poco.




martedì 17 aprile 2012

Fiumi di parole

Sono quelli riversati a velocità impressionante dai cinesi nei loro telefoni cellulari. Fanno concorrenza ai migliori rappers. Osservo una signora appoggiata alla porta di un vagone in metropolitana. Sembra che tiri un respiro profondo, alla Maiorca. Poi si getta, in apnea, in una ininterrotta sequenza di monosillabi che devono saper succingere i concetti come nessun’altra lingua sa fare. Una breve attesa, indice di un’attività di risposta altrettanto celere dal capo opposto della conversazione. Seguono un paio di grugniti conclusivi, nessuna forma di saluto come invece siamo abituati noi imperdonabili spreconi di tariffe telefoniche. Ecco fatto.

Quello che all’italiano medio avrebbe richiesto tre o quattro minuti di chiacchiere (di cui almeno un terzo di inutili e leziosi convenevoli di commiato), un cinese riesce a concentrarlo in venti o trenta secondi di mitragliate vocali. E subito preme il pulsante rosso con un misto di urgenza e di soddisfazione. Maledetta TIM, non avrai i miei soldi – sembra dire con quel gesto perentorio. Dovremmo imparare da loro, che son più bravi non solo a farli, ma anche a risparmiarli, i quattrini. 


domenica 1 aprile 2012

Comunicazione di servizio

Sono in Cina per alcuni giorni. Forse pubblicherò qualcosa, forse no. Dipende dalla vena e soprattutto dalla possibilità - remota - che qualcosa sia cambiato dei filtri e nelle censure cinesi verso un bel numero di siti. E i blog non fanno eccezione. Anzi, sono fra i primi ad essere oscurati, perchè rappresentano una libertà di espressione malvista.

Qualcosa l'ho già programmato prima di arrivare qua, per questo non vi lascerò soli per troppo tempo. Non potrò però rispondere ai vostri commenti, abbiate pazienza, lo farò appena possibile. Nel frattempo, se ne avete voglia, lasciatemi comunque i vostri pensieri!

Grazie,

HP


sabato 10 marzo 2012

Dieci piccoli lemmi - 2a parte

Continua da ieri.


I giochi (d’azzardo), online e non. Ormai è diventata un’ossessione. Ovunque ti giri trovi qualcuno pronto ad appiopparti la tua dose oraria di potenziale buona sorte. Sono andato in posta e mi son sentito chiedere dall’impiegata, lo comprerebbe un gratta e vinci? No, le ho risposto secco. Mai comprato nemmeno uno per scherzo. Perché si comincia sempre con la dose gratuita che lo spacciatore ti rifila per accalappiarti. Ho giocato, lo confesso. Da giovane, ai cavalli, roba da pochi spiccioli. Più per rendere avvincenti le corse all’ippodromo che per la voglia – o la necessità – di vincere dei soldi. Rare, rarissime volte alla roulette. E con un principio basilare: è un divertimento come un altro. Finiti i soldi stanziati per la serata, finito il gioco. Una volta – l’unica – in vita mia, ho sognato una zia che mi dava dei numeri. Credeteci o meno, ho provato a giocarli. Mi sentivo veramente ridicolo. Non sapevo nemmeno dove diavolo fosse un banco del lotto, né come si facesse a giocare. La gente lì dentro, professionisti della giocata con la smorfia tutta a memoria, mi guardava come un marziano. Non uscì nemmeno un numero. Capii il messaggio: perfino le zie defunte non volevano che io giocassi. Toglietemi di torno tutte queste icone con fanciulle ammiccanti che promettono vincite e premi. Voto: uno. Diseducativo. I soldi si fanno lavorando, non giocando. Con un’eccezione. I biscazzieri, reali o virtuali che siano, alle spalle dei sempliciotti che credono alle lusinghe della dea bendata.

Il canale tivu del poker. Che razza di società è quella che sente il bisogno di avere una emittente televisiva simile? Tutto il santo giorno mostra primi piani di sfaccendati, spesso vestiti come degli imbecilli, seduti attorno ad un tavolo verde a piluccare angoli di carte da gioco cercando di vincere montepremi oltraggiosi con i quali arricchire collezioni di catenazze d’oro e di pacchiani orologi da polso tempestati di pietre alla maniera degli emiri. Qualcuno mi dirà: c’è il telecomando, cambia canale. Cancellalo dalla lista di sintonizzazioni. Maledette tivu moderne. Ogni tre giorni ti aggiornano automaticamente l’elenco dei canali trovati. Fatti i fatti tuoi, dannato aggeggio piatto. Non voglio – neppure per sbaglio – cadere nella visione di un branco di scioperati scommettitori. Voto: lo stesso della voce sopra. Uno. Doppiamente diseducativo. Perché illude, e fa vedere anche i risultati. Come ci si riduce a giocare tutto il giorno a poker. Catene al collo che manco un rapper di Harlem.

VIP. Un evergreen. Detestabile da sempre. Con tendenza in aumento, come dicono i meteorologi parlando delle perturbazioni. Tutto ciò che è etichettato come VIP dovrebbe essere, d’istinto, evitato come la peste. Perché è da gonzi pensare che una tessera, un biglietto d’invito, una qualsiasi profferta commerciale possano automaticamente trasformare un tapino in una personalità. Si vende un’inesistente esclusività con tale liso, consunto, abominevole acronimo. Voto: Inqualificabile.

Assolutamente sì. Quanto mi urta sentire qualcuno che risponde così a una mia domanda. Pleonasmo? Ridondanza? Vanesia necessità di riempirsi la bocca di suoni superflui? Esiste forse un sì relativo, sì ma non del tutto sì, tanto da sentir il bisogno di rafforzare lo splendido, lapidario monosillabo con un tanto inutile quanto vacuo avverbio? Vuoi tu prendere in sposo il qui presente? Assolutamente sì. E tu, vuoi prendere la qui presente come tua sposa? Sì. Manco usciti dalla chiesa, e già la prima litigata da coniugati: solo sì? Io ho detto assolutamente sì. Allora non mi ami abbastanza. Aveva ragione mia madre. Ma no, cara, è la formula di rito: si dice sì. Sei sempre il solito arido insensibile. Io ti amo di più, per questo ho detto assolutamente sì. E via discorrendo. Voto: tre. Ho le orecchie doloranti a furia di sentir ripetere da troppa gente questo ipocrita sbrodolamento attorno ad un semplice, puro, inequivocabile "sì".

Choc. Dovremmo essere tutti costantemente choccati (orrendo neologismo), stante la frequenza con cui si infila questo prezzemolo lessicale nei titoli di articoli. Bossi-choc. Cina-choc. Juve-choc. E così via. Una parolina buttata lì in mezzo al discorso come un assordante petardino che scoppia all’improvviso, facendo trasalire dallo spavento. Mentre basterebbe usare le proprie conoscenze per non turbarsi né sorprendersi. Conoscete Bossi e le sue sparate. In Cina si sa come funziona. La Juve? Di cosa volete ancora stupirvi nel calcio? Vi prego. Lasciate lo choc alle rare punture di api andate a finire molto male. Voto: Quattro di incoraggiamento, perché lo choc anafilattico esiste e la parola rende l’idea. Mentre invece, a furia di sentirsi invitati a scioccarci per questo e quello, come il re Mitridate, diventiamo assuefatti ed insensibili, perfino a ciò che davvero dovrebbe sconvolgerci e indignarci. E questo non va bene.


venerdì 9 marzo 2012

Dieci piccoli lemmi

Ma fastidiosi. Le dieci parole (alcune sono concetti compositi) il cui uso – ed abuso – meriterebbe loro l’immediata elisione dal dizionario. Basta. Non se può più di ritrovarcele tra i piedi – o meglio, tra gli occhi e le orecchie – ogni tre per due. Per favore.

Fashionista. Uuh, che brutta parola. Già di per sé suona male, come tutte le storpiature dell’inglese adattate alla lingua di Dante. Per non parlare del significato. Personifica la vacua attenzione al superfluo, quando siamo in momenti di mancanza – per molti – del necessario, del basilare per sopravvivere dignitosamente. Rappresenta l’ostentazione di una spesso mal meritata e superficiale opulenza. Promuove l’assenza di pensiero, strangolato dalla assoluta mancanza di tempo per esercitarlo, tutta presa come è la fashionista nell’apprendere e memorizzare il calendario degli eventi mondani a cui non si può assolutamente mancare. Per sfoggiare l’ultima mise e il totale vuoto di argomentazioni. Voto: Due. A casa, il lemma e la schiera di nullafacenti fashioniste.

Sondaggi. La maledizione quotidiana ci investe in ogni campo dello scibile umano sondabile. A casa anche i manipolatori del nostro pensiero, che ci sussurrano subdolamente quali obbligatorie opinioni avere. Come è messo il tale partito? Sondaggio. Come va a finire la guerra in Vattelappesca? Sondaggio. Come reagiscono gli italiani all’ostensione di farfalle inguinali? Il sondaggio ve lo dice (un bel chi se ne frega non ci sta proprio bene ora??). Roba di oggi: meglio Messi o Maradona? Vi sentite tagliati fuori? Nessuno ha mai chiesto il vostro parere? Niente paura. Ci pensano gli instant poll: le maggiori - e perfino le minori - testate, con una strizzata d’occhio esterofila, vi invitano a dire la vostra, spesso in questioni talmente ininfluenti e scontate da rasentare la banalità. E potete vedere subito se siete nella maggioranza o fate parte dell’opposizione: eeeh, son soddisfazioni. Utilità: tendente allo zero. Perdita di tempo: cento per cento. Proposta: radiazione dal vocabolario e dall’uso quotidiano.

Spread. Insieme con downgrade, junk-bonds e austerity fanno parte della litania diuturna che ha sostituito, come potere iettatorio, il funebre frac nero con cilindro e occhiali in tinta coordinata. Ogni volta che si sentono nominare questi quattro cavalieri dell’apocalisse finanziaria la gente esegue complicati riti di scongiuro con toccamenti nemmeno reconditi di parti auspicali. Lasciateci in pace. Abbiamo capito che siamo nella melma. Non c’è bisogno di ripetercelo ad ogni piè sospinto. Soprattutto per quel vago ma aleggiante sentore di manipolazione. Perché i soloni della finanza creativa cadono quasi sempre in piedi? Per un Madoff in galera, quanti artisti della manovra ai limiti dell’illecito internazionale sono a piede libero e pontificano dagli scranni di consigli d’amministrazione di banche e istituzioni finanziarie che vendono due gatti da un milione di euro per comprare un cane da due milioni di euro? Voto: zero. Perché non se ne può più di questo subdolo terrorismo dell’informazione, che va ripetendoci, con voce chioccia e melensa: stai fallendo, stai fallendo, guarda che stai fallendo...

Mito. Non passa giorno che i nostri giornali e notiziari non riportino almeno una notizia chiosata dal fastoso termine. Ora, va bene parlare di miti classici. Una mostra dedicata a Leonardo può a buon diritto intitolarsi il genio, il mito. Archimede: mito e realtà? Ottimo. Ma che a calciatori in disarmo, boy-band di trent’anni fa, serie cinematografiche con agenti segreti più lesti nello smutandare giovani spione di coscia lunga che nel combattere il cattivo di turno, perfino chitarre rock vengano attribuiti meriti tali da giustificare l’uso della parola mito, questo proprio mi indispone. Perché, per la legge dell’assuefazione, se si tende a mitizzare ogni cosa, alla fine si banalizzano anche gente come Omero, Archimede e Leonardo. Equiparandoli a tizi in brachette che prendono a calci un pallone, a degli sfiatati strimpellatori e ai loro strumenti elettrici. Sette in condotta: manteniamo le distanze.

La profezia Maya. Ragazzi, abbiamo nove mesi davanti. Manco un figlio riusciamo più a fare. Penitenziagite. La fine del mondo è dietro l’angolo. Ma guarda un po’ tu che razza di sfiga. È cinque miliardi di anni che questo cavolo di pianeta gira, e proprio quando ci sono io deve decidere di autodistruggersi, come l’astronave di un pessimo film di fantascienza? Ci sono già schiere di buontemponi che vanno in giro con cartelli appesi al collo, invitando alla redenzione dei propri peccati, prima che l’apocalisse ci spazzi via tutti. Un momento: ma il mondo non doveva finire già lo scorso ventuno ottobre? Ah, no, il pastore rincitrullito si era sbagliato. Aveva fatto male i calcoli, ha dichiarato. E non doveva succedere qualcosa di terribile allo scattare dell’anno duemila? Mille e non più mille, tuonavano degli arcigni catastrofisti. Si son sentiti dei buddisti, che sono avanti di più di cinquecento anni rispetto al nostro calendario, farsi delle grasse risate. Ahahah, il duemila. Mi ricordo. Quand’ero piccolo il bisnonno mi raccontava che a quell’epoca i suoi avi… Voto: Uno. Lasciateci campare in pace. Avete delle certezze? No. E allora tenetevi le vostre profezie e le vostre superstizioni. E non ci fracassate i gioielli con iettatorie previsioni calamitose.


Continua domani, con la parte alta della classifica...

sabato 14 gennaio 2012

Tenacia

Quando vi domandate quale sia il segreto dei cinesi, del loro successo planetario, della forza collettiva che dimostrano con i fatti e con i numeri della loro economia, cercate la risposta in questo filmato. La voglia di non smettere di lottare. Anche quando tutto sembra ormai perduto e impossibile da recuperare. La sconfitta non è un’opzione accettabile. Il gioco di squadra premia. Ognuno dà il massimo, e spesso anche di più.

Lo dimostrano queste ragazze sul campo. E se tutti fanno come loro, allora i cinesi non sono da criticare: sono da imitare.

domenica 26 giugno 2011

Riso amaro

Amici scrittori dilettanti, mi rivolgo a voi. Metti che un giorno capitiate in un ristorante che non conoscevate. Il padrone è antipatico, ai limiti della prepotenza. Il cibo deve essere caduto accidentalmente in un mastello di sale: immangiabile. Vedete passare rapidi sul pavimento degli scarafaggi che sembrano ansiosi di abbandonare la cucina.

Ecco un consiglio che vi verrà utile, specie se quanto sopra vi accadesse durante una vacanza a Taiwan: portatevi una macchina fotografica, meglio se abilitata a girare dei piccoli video. Perché dopo un’esperienza del genere, vi verrà la voglia di raccontarla nel vostro blog. Come ha fatto la signora Liu Ying-hui, pensando di evitare brutte avventure gastronomiche ai suoi lettori.

Esposte in rete le magagne riscontrate, Liu è stata citata per diffamazione dal proprietario dell’apparente tugurio, da cui perfino le blatte cercano di scappare. Processo. Sentenza. Il giudice le ha ordinato di pagare al padrone del locale circa 5.000 Euro a titolo di risarcimento. Secondo lui “si sono oltrepassati i limiti di una recensione appropriata”, perché la cliente non è stata in grado di portare alcuna prova delle sue affermazioni. La blogger si è beccata pure una condanna a due anni con la condizionale, sospesa perché Liu ha acconsentito a pagare la vergognosa gabella. Ma intanto la sua fedina penale è sporca.

Quindi attenzione: se anche vi trattano a pesci in faccia, il cibo fa schifo ai cani e l’odore ricorda più una discarica di rifiuti che una trattoria, se non avete con voi un mezzo di registrazione, lasciate perdere. Parlatene agli amici, passate parola, ma evitate di scriverne. Perché potrebbe capitarvi una disavventura come quella della signora Liu. Con una differenza, in Italia: visti i tempi della giustizia ordinaria, il risarcimento lo incasseranno gli eredi del ristoratore. E non è detto che siano i figli.

domenica 19 giugno 2011

Hapax legomemon

Ci sono volte che, pur pieni di voglia di scrivere, proprio le parole mancano.

Disorientamento. Crisi d’identità. Appartengo ad un paese dove qualcuno ritiene – purtroppo, magari, a ragione – che ci sarà chi si metterà davanti al teleschermo con la ferma intenzione di guardare un programma. Nella cui presentazione pubblicitaria ho avuto oggi la ventura di imbattermi.

Cosa c’entrano Omero e Virgilio con dei bulletti palestrati? Apparentemente nulla. Ma chi doveva reclamizzare questo futuro capo d’opera televisivo da qualche parte doveva pur cominciare. E così, per assonanza fonetica, ha pensato bene di citare Odissea ed Eneide. Ancora non vedevo il nesso. Davanti ai miei increduli occhi continuavano a scorrere immagini più adatte ad un consesso di culturisti di second’ordine che ad una rievocazione di poemi epici dell’antichità.

Poi, alla fine della – per fortuna breve – solfa, la rivelazione. Prossimamente su questi schermi: Tamarreide.

Satis est.

martedì 31 maggio 2011

HB, HP!

Quattro anni di racconti. Ognuno conosce, meglio di chiunque altro, i propri difetti. E – nota la mia incostanza – proprio non avrei creduto di riuscire a continuare quest’avventura per ben 1461 giorni, senza stancarmi, senza perdere il sale della vita, le motivazioni, senza salutare tutti e chiudere questo modesto contenitore d’idee, come ho visto nel frattempo fare a vari amici conosciuti nell’etere e da qui ormai scomparsi.

Invece, a dispetto della diaspora da La Stampa, Homing Pigeon ha continuato a raccontare, ritagliandosi un piccolo nuovo spazio senza glorie da home page, senza competizioni, senza lettori facili affluenti dalla grande testata. Ecco con cosa è rimasto: pochi ma buoni.

Il mio racconto di oggi vuole essere un ringraziamento a chi non mi ha dimenticato. A quegli sporadici, fedeli lettori che mi seguono, continuando a sprecare il loro tempo con me: Alex, amico francese che ha aperto un blog da leggere e gustare. Tesea, che mi ha sempre fatto sentire la sua presenza con frequenti parole buone ed ha il pregio raro di andare a spulciare tra le vecchie storie. Dragor, l’iniziale ragione del mio essere qui, l’unico blogger al quale scrissi quando ancora non sapevo che sarei stato preso dal morbo, il primo a commentarmi e incoraggiarmi. E poi voglio ancora ricordare Pim, Irene, Luigi, Elena, Pat. Amici d’avventura, che ogni tanto ritrovo con gioia nella mia piazzetta virtuale. So che ci siete. Tutti. Grazie.

HB, HP! Ossia: happy birthday, Homing Pigeon.

sabato 26 marzo 2011

Priorità

Umorismo – si spera involontario – sul sito di La Stampa. Giustapposizione di due foto e di due testi con un elemento comune, ma che più estranei fra di loro non potrebbero essere. Gente che fa la coda per un pezzo di pane e del latte. E altra che la fa – per trentadue ore!?! – per l’ambìto privilegio di essere il primo possessore dell’ultimo gadget elettronico (fra sei mesi ne uscirà un altro che renderà questo odierno prodigio un oggetto del triassico).


Italia: terra di priorità differenti. Anche per le code.

martedì 18 gennaio 2011

Comunicazione di servizio

Sono in Cina per alcuni giorni. Ho già programmato le pubblicazioni dei prossimi post prima di arrivare qua, ma il mio blog è inaccessibile (come del resto Twitter, Facebook, eccetera). Non potrò rispondere ai vostri commenti, anche se li riesco a vedere nella mia posta (almeno quella si apre...).

Questa comunicazione è qui perchè ho sfruttato la capacità di Blogger di ricevere e pubblicare post via email. Abbiate pazienza, risponderò ai vostri commenti appena possibile. Nel frattempo, se ne avete voglia, lasciatemi comunque i vostri pensieri!

Grazie,

HP

giovedì 13 gennaio 2011

Nel 2011...

Ti rendi conto che siamo nel 2011 quando:

1. immetti distrattamente la tua password sul microonde. O sul citofono. O sulla calcolatrice.
2. sono anni che non giochi al solitario con carte vere.
3. hai un elenco di 15 numeri per contattare il resto della famiglia. Di tre persone.
4. mandi una email al tuo vicino di scrivania invece di parlargli.
5. la scusa per aver perso i contatti con degli amici è che non hanno un indirizzo email.
6. parcheggi sotto casa e usi il cellulare per vedere se c’è qualcuno che può scendere per aiutarti a portar su la spesa.
7. ogni pubblicità in televisione ha un www scritto sullo schermo, in basso.
8. se dimentichi a casa il cellulare (che per i primi venti, o trenta, o sessanta anni della tua vita non hai posseduto), vai in panico e devi assolutamente tornare indietro a prenderlo.
10. ti alzi la mattina e ti colleghi a internet prima ancora di accendere il gas sotto il caffè.
11. stai cominciando ad inclinare la testa quando sorridi : )
12. mentre leggi questo annuisci e ridacchi.
13. peggio ancora, sai già a chi invierai questo testo.
14. eri troppo preso nella lettura per accorgerti che manca il punto 9 della lista.
15. sei subito andato a controllare se davvero non c’era il numero 9.

E ora stai ridendo di te stesso. Dai, non resistere. Mandalo ai tuoi amici. Lo sai che lo vuoi fare.

domenica 28 novembre 2010

Valanghe killer

Rieccoci. Torna la stagione sciistica, e con essa gli immancabili incidenti. Imprudenza? Malriposto senso di sfida? Semplice fatalità? Fatto sta che ogni inverno si deve leggere di gente rimasta sotto le slavine. Di soccorritori all’affannosa e spesso inutile ricerca dei corpi. Di disperate corse in ospedale, tentando impossibili rianimazioni. Di private disperazioni.

E come sempre, di killer. Questa volta sono le valanghe. Allora, per protestare contro il diffuso malcostume di dare dell’assassino a qualcosa di inanimato, come la neve, il mare, la montagna, gli alberi, ripubblico quello che avevo scritto due anni fa.

Il killer delle piste

Questo ennesimo abuso lessicale della parola killer mi costringe a dire la mia, che covava dentro già da tempo, come un’influenza mal curata. Non riesco a tacere oltre. Lo so che nei titoli lo spazio è essenziale. E killer sarà anche più breve e pratico di assassino, di uccisore, di omicida. Ma l’immediatezza non può prevaricare la correttezza del costrutto, e guidare i lettori fuori dal seminato.

Prima di scorrere la notizia, mi sono immaginato inseguimenti alla zerozerosette su pendii innevati, con un abilissimo sciatore armato di pistola col silenziatore che alla fine, dopo evoluzioni tra i pini degne dei migliori stuntmen, raggiunge il bersaglio designato dalla mafia e lo liquida con la precisione di un cecchino tedesco. Scena finale girata presso la famosa baita da Joseph, con bondgirls abbronzate urlacchianti di raccapriccio e gente che scappa da tutte le parti o si rifugia sotto i tavoli, ribaltando vassoiate di speck e polenta, mentre il killer si eclissa con un elegantissimo slalom che nemmeno Gustavo Thoeni dei tempi d’oro. Quando è tutto finito arriva la polizia e dice avanti, dove sono i testimoni?

Del fattaccio di Bolzano soltanto la parte finale del mio raccontino corrisponde a verità. E il killer non è un uomo prezzolato dalla mala per far fuori un picciotto che ha sgarrato e a cui l’hobby dello sci si rivelerà fatale, ma solo un arrogante sprovveduto che ha ammazzato un padre di famiglia – davanti alla figlia dodicenne, doppio orrore – rovinandogli addosso a tutta velocità nella sua sciata scriteriata, trasformando così una giornata spensierata di vacanza in una tragedia. Nella miglior (ma dovrei dire peggior) tradizione dei pirati stradali, il farabutto ben si è guardato dal fermarsi, per prestare soccorso e per assumersi le proprie responsabilità. Mi auguro che sia presto identificato e riceva una punizione confacente alla gravità del suo gesto sconsiderato.

L’omicida casuale di Bolzano si va ad aggiungere ad una lista di altri soggetti a cui viene, quando se ne presenta l’occasione, attribuita la qualifica di killer. Così abbiamo la montagna killer, se qualche scalatore vola di sotto da una parete. La valanga killer, che ghermisce la vita di qualcuno, ma la colpa spesso è di qualcun altro che ha tagliato il fronte nevoso, generando la slavina. Il mare killer, di solito operante all’inizio di ogni stagione estiva, ai danni di incoscienti che si strafogano un paiolo di spaghetti e – non sapendo nuotare – si tuffano immediatamente tra i cavalloni; e poi pretendono di non affogare. Tutti queste entità sono in grado, è vero, di uccidere gli uomini. Ma solitamente (con l’eccezione degli tsunami) non sono loro ad andare a cercarsi le persone da ammazzare, ma piuttosto il contrario. Mare e montagna non si sfidano: si affrontano con deferenza e umiltà. L’imprudenza o la troppa confidenza sono le principali cause degli incidenti mortali. Non si è mai vista una montagna spostarsi da sé, all’inseguimento di un certo rocciatore che per ragioni insondabili gli stesse antipatico. E il mare è troppo grande ed infinito per accorgersi di esserini insignificanti che credono di poterlo vincere. Rispettiamo le proporzioni tra uomo e natura.

E inoltre, tanto per concludere con un tema che mi è particolarmente caro: gli alberi killer. Se già non apprezzo che si insultino mari e montagne con appellativi da malavitosi, men che meno tollero che si accusi di omicidio un pacifico olmo o platano che se ne sta lì tranquillo per i fatti suoi, con le radici ben salde nel terreno, finchè un giorno (o meglio, il più delle volte una notte) qualche allegrone decide di andarcisi a stampare contro, su una macchina con troppi cavalli ed un asino alla guida con troppo alcool in pancia. E la colpa è degli alberi? Per favore. Non facciamo ridere i polli. Come quella volta che, a causa dei troppi imbecilli che si impastavano contro le piante su un bel viale ombroso, ci fu qualcuno (credo un politico locale, e mi auguro abbia avuto una carriera estremamente breve) che suggerì la soluzione a tale strage: abbattere le piante, e permettere così ai guidatori amanti della velocità e dalla sbronza facile di decollare serenamente verso i campi limitrofi. Geniale, no? Si sa quanto ci sia bisogno di concime per far crescere le messi rigogliose. L’assessore che propose tale rimedio ben doveva intuire quanto fossero piene di tale fertile sostanza le zucche dei guidatori in questione. C’è anche un efficacissimo modo di dire inglese, per rappresentare tale condizione: shit for brains. In italiano si traduce: idiota.

Connazionali e politici legislatori: imparate da Singapore. Ieri, venerdì speciale da simposi di amici che si riuniscono a celebrare le festività con cene e libagioni, la polizia ha organizzato lungo l’intero arco della nottata una serie di posti di blocco mobili all’australiana (dai quali non si scappa), controllando una per una tutte le vetture che si incolonnavano lì. Diciotto guidatori sorpresi con troppo alcool in corpo per stare al volante. Diciotto arresti. Avete capito bene: arresti. Non una semplice contravvenzione e via tutti a casa a finir di festeggiare. Questi furboni rischiano fino a sei mesi di galera, diverse migliaia di dollari di multa ed almeno un anno senza patente. La prima volta. Se recidivi, la condanna penale è obbligatoria. In gattabuia avranno tutto il tempo per pensare che era meglio stare due decimi sotto il limite che uno sopra. Chissà quando (o se) l’Italietta furbesca e insubordinata diventerà un paese civile. Io ci spero sempre. Forse allora la smetteremo di leggere di gente ammazzata sulle strisce da bastardi ubriachi al volante. E di alberi col passamontagna e la magnum 44 nascosta tra le foglie, pronti a far fuori chi passa proprio dal loro viale.

Prima pubblicazione : 27 dicembre 2008

venerdì 3 settembre 2010

Geni sconosciuti

Che cos’è il genio? È la capacità di raccontare una storia con un’immagine. Ed ancor di più, di sapere succingere, nelle poche parole di un’aforisma, un concetto, un significato, una fonte di ispirazione, un esempio.

Di questa virtù rendo merito allo sconosciuto cittadino della rete che si firma cavscout, forse americano, certo padrone di ottimo inglese e di arguzia da vendere. Ha saputo dare un titolo – e chiosare da maestro – una bellissima, emblematica foto di Oscar Pistorius.

SUCCESSO

Allora, che scusa hai adesso?

Prima pubblicazione : 27 ottobre 2009

sabato 24 luglio 2010

Firmate per noi

Sempre lontano dall’Italia, questa Italia mi appare ancora più irriconoscibile. Mi identifico sempre meno. Ma finchè i documenti dicono che ivi appartengo, non posso fare a meno di allarmarmi e indignarmi.

Firmate per noi. Perché leggendo i giornali on-line ed i siti che raccontano di quest’ultimo attentato alla libertà, mi accorgo che il bavaglio stanno cercando di metterlo – con i metodi terroristici del ricatto temporale – anche ai bloggers, questi sconclusionati raccontatori di fatti e di idee.

Firmate. Perché se no è meglio chiudere tutto e tanti saluti. E non è giusto, perché questo è ciò che vogliono. Il pensiero unico.

Firmate. Perché io difendo – avendo già firmato – la mia libertà di esprimermi, di raccontare storie, vicende, fatti ed emozioni. E se qualcuno si offende per una citazione o una opinione, non è certo con la minaccia, 48 ore per dare una smentita, a semplice richiesta, altrimenti fioccano multe di migliaia di euro e si paventano procedimenti penali, che si deve risolvere la cosa.

Firmate. Perché allo stesso modo in cui difendo me stesso, povero blogger raccontatore di viaggi, difendo anche la libertà di chiunque, lettore, abbia idee contrarie alle mie e me le manifesti. Con civiltà, senza offendere e senza promuovere vie legali. Difendo la sua libertà di dimostrarmi che avevo torto, con argomenti convincenti. Perché solo gli imbecilli pensano di esser gli unici depositari della ragione. Ben venga il dialogo, il confronto. Non le minacce. Non le intimidazioni.

Firmate. Per favore. Prima che sia troppo tardi. Qui.