Ma salendo di un piano si scopre l’aspetto ricreativo di tale luogo. Un bar, nella penombra di luci aranciate, accoglie alcuni avventori seduti per terra a gambe incrociate. Vestiti solo di una vestaglietta verde pisello, che si rivelerà poi la divisa sociale del club, sembrano comodissimi e chiacchierano amabilmente fumando sigarette aromatiche davanti a bottiglie semivuote di sakè. La visita prosegue. C’è la sauna, altro svago prediletto dai giapponesi. Attraverso una porta a vetri vedo transitare un paio di avventori in costume adamitico. Non si fanno alcun problema per l’inopinata comparsa di questo alieno, per giunta vestito come un esploratore artico, e salutano con un consueto e formale inchino che coinvolge anche parti anatomiche che uno non si immaginava si potessero inchinare, così, a comando.
Ma non è finita. C’è una comunitaria sala tivu (deserta) le cui pareti sono tappezzate da una sterminata collezione di DVD con film il cui genere mi è del tutto sconosciuto. Qualche sospetto tuttavia mi è venuto quando mi sono state mostrate parecchie microscopiche salette, opportunamente chiudibili a chiave dal di dentro, ognuna con un computer e connessione – gratuita, come sottolinea con enfasi il giovane anfitrione – ad internet. Non ho voluto far domande, ci sono cose che è meglio rimangano ignote.
C’è chi ai presumibili piaceri solitari preferisce ancora la tradizionale corrispondenza d’amorosi sensi in carne e ossa. Ed ecco l’ultima – e più provocante – parte del percorso, tenuta ad arte in fondo, come un dessert che conclude una cena dal menù succulento. Le sale massaggio, dove solerti fanciulle sono pronte ad alleviare le stanche membra (sì, ho usato il femminile, perché?) di uomini bisognosi di rilassarsi dopo una dura giornata passata in ufficio. Tutto nella legalità, per carità, massaggi terapeutici. Ma certo. Guarda caso, quelli più cari sono quelli tailandesi - per i non iniziati, una delle caratteristiche è che le massaggiatrici invece di usare le mani usano i piedi, camminando sulla schiena del cliente. Talvolta invece dei piedi usano direttamente il loro corpo, opportunamente oleato, per massaggiare. Solitamente i problemi insorgono (absit iniuria verbo) quando il cliente, finito il lato schiena, si gira dall’altra parte.
Facciamo due conti? La capsula costa da trenta a quaranta euro (e non mi è chiara la distinzione, visto che sono tutte uguali. Forse dipende dalla vicinanza all’origine dell’effluvio di gorgonzola). La sauna, altri quindici o venti. Massaggio, dipende dalla durata e dallo stile. Si parte da sessanta e si superano i cento (senza contare le mance, praticamente obbligatorie). E non abbiamo parlato del bar, dove una bottiglia di sakè di sicuro non te la regalano. Poi c’è il solito, immancabile, odioso acronimo: trattamento VIP. Centosessanta euri forse per essere riveriti più del consueto – e magari è compresa una soffiata sul numero di telefono di quella massaggiatrice così caruccia...

Ovviamente, proibito fotografare qualsiasi cosa. Quindi non mi resta che accontentarmi di un paio di scatti fuori dal pregevole stabilimento del benessere maschile. Uno, in un inglese approssimativo, comunica indirettamente che questo è un luogo dalle buone frequentazioni, in cui entrare sereni: infatti nella cultura giapponese c’è una forte identificazione tra il tatuaggio e l’appartenenza alla yakuza, la mafia locale. L’altro, il manifesto pubblicitario, mostra l’aspetto più ufficiale del capsule hotel. Quello che manca, ve l’ho raccontato io. Sayonara, baby.