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mercoledì 24 dicembre 2014

M** Bun


C'era una volta un piccolo locale di nome mac bun, che in piemontese vuol dire semplicemente “soltanto buono”. Dove soltanto, nel sobrio stile savoiardo, sta per proprio: proprio buono. E siccome vendeva svizzerine di carne messe dentro a dei panini, un brutto giorno una nota multinazionale del cibo (si fa per dire) rapido da di là dell'oceano, non conoscendo il dialetto piemontese, si sentì offesa da questo apparente scimmiottamento e decise che l'onta andava lavata, non col sangue, ma con la rimozione della similitudine.

E poiché le multinazionali hanno potenza di fuoco a sufficienza da vincere contro i piccoli Davide armati solo di vivande proprio buone e niente più, finì che qualche tribunale sentenziò che davvero di scimmiottamento si trattava e che quindi quell’insegna andava cambiata.

E fu così che da allora l’onesta bottega subalpina si chiama M** Bun. Giusto qualcuno non si accorgesse della differenza, nonostante la bontà della carne.

Tutto questo per dire cosa? Per porci una semplice domanda: ma non sarà che per caso noi italiani siamo un po’ succubi delle multinazionali? Perché se no non si spiega come a Tokyo sia possibile vedere, serenamente esposta nel dedalo di negozi proprio sotto la stazione ferroviaria centrale, questa insegna di un venditore di hamburger.


Dai, andate voi a far causa a dei giapponesi a casa loro. E vediamo chi vince stavolta, se Mc Donald o Mc Daniel. Mi sa che sarebbero gli americani a far la fine di Golia, anche se il fromboliere si chiama Daniele e non Davide.




sabato 1 marzo 2014

L’angolo giusto


Un tizio trentenne di Nagoya, tale Ryota Onogi, domenica scorsa ha noleggiato una macchina e dopo poche centinaia di metri è salito di proposito su un marciapiede puntando diritto su una folla di pedoni. Tredici feriti, per fortuna nemmeno un morto. Il mancato assassino ha terminato la sua corsa stampandosi contro un albero. Subito bloccato dalla solertissima polizia, ha dichiarato che voleva fare fuori qualcuno.


Interviste di prammatica a vicini e conoscenti dello squilibrato. Risposte banali a domande imbecilli. Se ne deduce che l’alienazione è tra - se non dentro - di noi, e talvolta solo una sorte cieca ma benevola ti aiuta ad evitarla, anche se purtroppo a qualcun altro toccherà.

Non solo nessuno lo avrebbe mai sospettato capace di una simile impresa, ma anzi, sembrava una persona così normale. La perla la offre un vicino: salutava sempre. Certo. L’importante è sapersi inchinare correttamente, per esser considerato a posto in Giappone. Poi si sorprendono se uno che ha perso il lavoro un giorno decide di noleggiare una macchina (una buona percentuale di giapponesi, pur avendo la patente, non ha una vettura, o perché non se la possono permettere, o perché è superflua, visto il perfetto funzionamento del trasporto pubblico, o anche perché non hanno un posto dove parcheggiarla, e in mancanza di questo non sono autorizzati a comprarsela, almeno a Tokyo) e in un lampo di lucida follia mette sotto della gente scelta a casaccio. Così, tanto per vendicarsi della società perfetta dalle mille regole. Incluso l’angolo esatto a cui inchinarsi, variabile a seconda della persona che si riverisce. Chi l’avrebbe mai detto? E pensare che salutava sempre. Anche all’angolo giusto.





mercoledì 29 gennaio 2014

La vera prova d’amore


Grazie, Giappone. Senza di te una rubrica come Mai più Senza non avrebbe ragione di esistere.

Dopo anni di quieta analisi dei manufatti umani più strampalati che via via trovavano una loro collocazione sul mercato, oggi sento impellente il bisogno di riesumare questa categoria che da troppo tempo trascuravo.

Signori, giù il cappello. Ecco un capolavoro appena rivelato: il reggiseno che si sgancia solo in presenza del vero amore.

No, non è uno scherzo. Credeteci. Quando si parla di Giappone tutto è possibile.

Perfino che degli scienziati pazzi, con un miscuglio micidiale tra tecnologia elettronica e febbri ormonali, abbiano escogitato e creato questo imperdibile oggetto.

Un reggiseno imbottito di sensori capaci di rilevare il battito cardiaco ed analizzare le sue alterazioni dovute al famoso batticuore da innamoramento (diciamo così, se vogliamo tenere la cosa nei binari della decenza e non scadere a livello di Cronaca Vera). Solo in presenza di frequenze cardiache da Cupido in azione il gancetto anteriore si concede all’apertura, per permettere alle due colombe dal disio chiamate di continuare in libertà maggiori e più interessanti esplorazioni...

Pare che tale invenzione non sia in vendita, ma sia solo un gadget celebrativo dei dieci anni d’attività della casa produttrice. Peccato, perché sono convinto che troverebbe una sua nicchia di mercato ed avrebbe certo degli estimatori.

Nel video promozionale la modella, succintamente vestita, resiste alle avances del pretendente di turno che non riesce a sganciare il dannato fermaglio, non essendo evidentemente il fuco nelle grazie della bellona.


Questi inventori sono dei sadici geni del male: come se noi tapini maschi medi avessimo bisogno di ulteriori frustrazioni, dopo aver passato buona parte della vita a combattere con i maledetti ermetici sistemi di chiusura di muliebri reggiseni, spesso tetragoni a qualsiasi tentativo di svincolo, perfino con ripetute e caparbie operazioni a due mani, che talora non sortivano alcun apprezzabile risultato se non un rassegnato sbuffare della partner, che concludeva con un perentorio e umiliante lascia stare, faccio io, e in men che non si dica con una sola mano ritorta dietro la schiena sganciava come d’incanto l’infernale apparecchio, che docile cedeva, mentre sinora si era fatto solenni beffe di ogni nostro pervicace ma vano impegno.

Bravi, giapponesi. Ne sentivamo proprio la mancanza di un nuovo strumento di mortificazione. True Love Tester. Per la donna tecnologica, che non ha voglia di sprecare fiato a dire di no.



venerdì 11 ottobre 2013

Dedicato a un’ex ministra…

... che ci vuol far diventare tutti vegetariani.

I giapponesi riescono sempre ad essere originali. In tutto il resto dell’estremo oriente non c’è modo di mangiare una braciola che non sia stracotta, e le bistecche sono spesso delle tristi suole di scarpa incartapecorite. Agli orientali basta veder comparire una goccia di sangue mentre tagliano il filettino per rimandarlo indietro schifati per un’ulteriore radicale cottura.

Io adoro la carne appena scottata in superficie, quasi fredda dentro, e per quanti sforzi faccia nell’ordinare, non riesco mai ad averla come piace a me. Evidentemente i cuochi cinesi non concepiscono che uno appetisca un pezzo di carne non completamente asciugato di qualsiasi umore. Diatriba simile per le uova fritte: io amo il tuorlo crudo per meglio assaporarlo, e loro insistono a martoriare quelle povere uova. Finchè il tuorlo non è assodato e l’albume quasi bruciacchiato, dopo un paio di capriole in padella, non te le servono. De gustibus.

Invece in Giappone c’è la cultura delle cruditè. Sashimi e sushi sono sinonimi della loro cucina. Ma non c’è solo il pesce, di crudo. Nell’isola meridionale di Kyushu, a Kumamoto, un piatto tradizionale è la carne di cavallo. I veri buongustai la mangiano rigorosamente cruda.

I giapponesi hanno il senso della gratitudine. Una sera, forse per ricambiare certe libagioni subalpine a base di carne all’albese o di fresche battute al coltello da saporiti manzi piemontesi, mi è stata imbandita una tavola essenziale ma prelibata. Pochi, sceltissimi tagli. Bocconcini da centellinare uno per uno, intinti, proprio volendo dar loro una parvenza di cottura, in salsa di soia in cui stemperare erba cipollina e zenzero tritati. Che io ho trascurato, per apprezzare l’autentico sapore della carne.

In Italia c’è il mito della carne di cavallo che fa bene perché ricca di ferro e soprattutto magrissima. Invece questa aveva delle deliziose marezzature, degne di un Angus beef. Per non parlare di un taglio bello come un prosciutto, con magro e grasso separati con precisione nipponica. Ma l’apoteosi è stato il tategami, candido lardo equino di una delicatezza incomparabile. Roba da vergognarsi di aver qualche volta decantato con loro il lardo di Colonnata o quello di Arnad.

Mi attirerò le ire degli animalisti? Pazienza. Non si può sempre piacere a tutti. E a chi mi dirà che non amo i cavalli, rispondo che mi invece mi piacciono. Da vivi. E non solo.




mercoledì 2 ottobre 2013

La pizza più cara del mondo


Avete, che so io, un migliaio di euro che vi avanzano? Vi state chiedendo come scialacquarli? Con quel gruzzolo potete comprare una bella, appetitosa, filante pizza.

La buona notizia? Ve la potrete godere giorno e notte, esposta nella vetrinetta del buffet del salotto buono, insieme ad altre improponibili chincaglierie regalatevi da falsi amici, che non avete il coraggio civile di rottamare (né le chincaglierie, né gli amici). Perché si tratta di una inossidabile creazione di un maestro giapponese che plasma i finti (ma quasi indistinguibili dagli originali) cibi per le vetrine dei ristoranti nipponici.

La cattiva notizia? Per la suddetta modica mercede non vi danno nemmeno una pizza intera. No. Vi dovete accontentare di mezza razione, resa artificialmente intera con un sapiente gioco di specchi. E sapete perché? Non perché l’artista si sia stancato a metà opera. Perché così occupa solo la metà del posto, pur mantenendo intatto il pregevole risultato estetico. Straordinari, minimalisti giapponesi.





sabato 28 settembre 2013

City of lights


Tokyo appena dopo l’imbrunire, vista dallo Skytree, nuovo mostro di acciaio, cemento e vetro che svetta e domina la capitale nipponica, dall’alto dei suoi 634 metri. E siccome i giapponesi non fanno nulla per caso, l’altezza è stata decisa in base al vecchio nome del quartiere dove sorge la torre, Musashi, che suona appunto 6, 3 e 4. Così nessuno farà brutte figure con dei gaijin se interrogato sull’esatta altezza della costruzione più alta del Giappone. È facile: Musashi.

I 350 metri per salire all’osservatorio si percorrono in 49 secondi di ascensore (roba da orecchie tappate) e 45 minuti di coda (se siete fortunati e non incappate in un giorno di ressa).

Ma vale la pena. Perché la vista è incomparabile. Fino al tramonto si vede perfino in lontananza il profilo conico – e iconico – del monte Fuji.

La città delle luci – bianche, verdi, gialle, rosse, blu, violette – è Tokyo. Gomennasai, Parigi.




mercoledì 10 luglio 2013

T.I.C. 2013 – 3



Prendete dei giapponesi. Portateli in Cina, ad aprire un negozio di crostate e pasticcini. Si accontenteranno di una vetrina, di un’insegna, di un nome magari spiritoso e ammiccante, che richiami folle di golosi attirati dalla conclamata qualità nipponica, applicata perfino al ramo dolci e affini?

Nemmeno per idea. I giapponesi devono riempire un muro con inquietanti farneticazioni in un improbabile inglese senza capo né coda. Calembour mal giocati e una fastidiosa alternanza di caratteri grandi e piccoli. Ahimè, con una triste caduta di stile alla conclusione: dall’aulicità di laghi, angeli e lune scintillanti, al prosaico invito a entrare e scoprire gli zuccherosi segreti della loro pasticceria. Cosa tocca fare per vendere quattro torte in più...





martedì 19 marzo 2013

Luci della città

Di notte ci sono pochi posti al mondo scintillanti e vivaci di colori come l’incrocio più famoso delle strade di Ginza, nel cuore pulsante di Tokyo.

Tutto sembra ruotare attorno a questo caleidoscopio in continuo movimento. I neon illuminano i resti dei baldanzosi eserciti di sarariman, reduci dalle sconfitte alcoliche ad opera di perfidi capi resistenti alla tenzone come se non avessero un fegato a cui render conto.

La gente attraversa il crocevia in diagonale – sulle strisce, naturalmente, siamo in Giappone, mica in Italia – per risparmiare qualche secondo alla ricerca dell’ultimo metrò.

I taxi formano code sornione in attesa dei disperati dalla casa più lontana, selezionando accuratamente i meno ubriachi.

Il cielo lassù è nero come la pece. Ma la città ti inonda con un arcobaleno di tinte.





domenica 24 giugno 2012

Che gelida manina...

Puccini è sempre stato il mio autore operistico favorito. Sarà la conterraneità. Sarà il fatto che quando gli altri liceali andavano a vedere concerti rock, io frequentavo le matinée al Regio di Torino. Tosca è indubitabilmente l’opera che prediligo, specie se gustata nella fatata atmosfera del teatro all’aperto di Torre del Lago, che ti fa sopportare anche l’inevitabile umidità delle serate estive e le zanzare che pasteggiano col mio dolce sangue.

Il Maestro torna a casa, recita la locandina che pubblicizza l’apertura del museo-casa natale di Puccini a Lucca. Ma è in giro per il mondo che si scopre quanto, a distanza di un secolo, le sue melodie siano ancora un irresistibile richiamo commerciale. In particolare una: la Bohème.


Eccoci a Tokyo, in pieno centro. La mia istintiva ritrosia ad usufruire di ristoranti italiani all’estero mi ha impedito di approfondire il discorso, di cercar di capire cosa spinga un nipponico a battezzare il suo locale, tra tante possibili soluzioni, proprio con il titolo di un’opera del Maestro lucchese. E soprattutto ad affidare il tutto alla fantasia di un architetto che, nel tentativo di riprodurre l’Art Nouveau dell’epoca, ha trasformato la facciata in un’inquetante imitazione dell’Urlo di Munch...



Ma chi si è superato è un produttore di vini australiani. Tre atti, tre bottiglie. Un crescendo – questa volta pucciniano, non rossiniano – di gusti, da accompagnare con la storia di Lucia, detta Mimì.


Come ci ricorda, o amata aria di casa, la Boutique dell’Opera annessa alla Scala di Milano. La citazione dalla Bohème è in testa – un caso? – al pout-purri di brani famosi. Ehh, Puccini è sempre Puccini.







domenica 13 maggio 2012

Talmente…

Dazaifu

Talmente armonico, geometricamente perfetto, immacolato da sembrare finto. Questo scorcio di un tempio nel sud del Giappone è un’assoluta icona della cultura dominante. Che esalta i valori della pulizia, dell’ordine, della bellezza.


Giants

Talmente allegri, informali, disponibili allo scatto e alla socievolezza verso uno sconosciuto gaijin da non sembrare nemmeno giapponesi. I miracoli del tifo. Noi abbiamo il calcio, i nipponici il baseball. Entrambi sport d’importazione, ma non per questo meno elettrizzanti per le folle. Solo all’uscita dallo stadio si incontrano tipi così poco conformi all’immagine convenzionale del giapponese.


Kirin

Talmente fiero e possente, dettagliato nelle volute del vello, gli occhi di fuoco vivacissimi, da sembrare reale. Anche se è un mostro fantastico delle antiche leggende nipponiche. Oggi, che tristezza, è noto ai più solo perché prosaicamente dà il nome ad una marca di birra giapponese.


Ciac, si sale

Talmente privo di pericoli da non aver bisogno di adottare molte di quelle utili misure anticrimine che invece si vedono dappertutto. Come questo monitor all’esterno dell’ascensore di un parcheggio, rivelante ciò che avviene nel vano mentre va su e giù. Paradossi di un Giappone ossessionato dall’ordine, con buona pace della privacy, ma con tanta serenità in più da parte degli abitanti. Le donne ringraziano, specie di sera.



venerdì 11 maggio 2012

Engrish

Non sarebbe stato creato questo neologismo, né il sito che raccoglie tutte le piccole bestialità linguistiche provenienti dalla terra del Sol Levante, se i giapponesi, con ammirevole costanza, non provvedessero quotidianamente a rifornire gli improvvisati cacciatori di errori con una pletora di amenità lessicali, con un pastrocchio di erre al posto delle elle (o, più raramente, viceversa).

Ecco un esempio fresco di giornata. Signori, vi chiedo una fragorosa esprosione di applausi per questo locale di Okayama.


giovedì 10 maggio 2012

Invidia delle ali

Ogni tanto anche ad un vagabondo incallito capita di fare nuove esperienze. E di assaporare ancora il fascino della novità, della primizia, del sapore dell’innovazione, prezioso pizzico di sale nell’ormai scipito pasto quotidiano del globe-trotter.

Mi sono scoperto malato di una invidia tipica da piccione viaggiatore: quella delle ali. Avevo già scritto parecchi anni fa un racconto che si intitolava proprio così: deve essere bello avere le ali. Ma vedendo quanta armonia, bellezza estetica, funzionalità estrema sono in grado di offrire, in un solo manufatto tecnologico, le sinuose e curvilinee ali del nuovissimo Boeing 787, ultimo nato della casa di Seattle, battezzato enfaticamente Dreamliner, il trasvolatore da sogno, ho provato una profonda invidia nei confronti di chi non ha bisogno di strumenti meccanici per librarsi in volo.

Perché se a noi, poveri animali terricoli, occorrono necessariamente l’ingegno, il coraggio e la maestria di qualcuno della nostra specie per poter rapidamente attraversare oceani e terre emerse, agli instancabili pennuti basta spiegare le ali e seguire quello che un meraviglioso istinto dice loro di fare, per osservare il mondo dal cielo.

E siccome sono serenamente rassegnato ai miei limiti di elevazione da modesto bipede implume, mi accontento di ammirare il fascino di quanto di più vicino alla perfezione della natura l’uomo sia stato capace di progettare: delle ali degne di un Museo Guggenheim. O del MOMA. Fate voi.


sabato 7 aprile 2012

Furisode

Così si chiama questo capolavoro, opera d’arte d’infinita pazienza manuale, sete rare e fili d’oro e paesaggi e personaggi e occhi stremati nella parossistica e microscopica ricerca della perfezione ricamatoria.

Chiamarlo semplicemente kimono sarebbe un insulto. Questo è un pezzo unico, un Raffaello da indossare, ma con maniacale cura e attenzione a nemmeno sgualcirne un sia pur minimo lembo. Se è esposto in una minimalistica vetrina nel cuore di Ginza, Tokyo, ci sarà certo qualcuno prima o poi che sarà disposto a dipartirsi da una iperbolica somma di danaro, per il raffinato ed esclusivissimo piacere di vedere la propria figlia - in procinto di sposarsi – soavemente abbracciata da questo manufatto supremo.

Perché l’altrettanto minimalistica targhetta nera del prezzo sussurra cifre iperurane: oltre otto milioni di Yen. Al cambio, qualcosa come ottantamila Euro. Ma qui si trascende il mero significato di vestirsi. Come ho già sottolineato, siamo già nel campo delle opere d’arte. Da sfoggiare addosso.



mercoledì 4 aprile 2012

Cave canem

Se vi siete stupiti per la pizza da sedici euro, preparatevi a trasalire. Ho in serbo un paio di sorprese che vi faranno domandare: ma quanto guadagna un giapponese?

Negozio di cuccioli in centro a Osaka. È sera, dopocena con shopping (magari per parecchie coppiette di fidanzatini è quello che gli inglesi chiamano window-shopping, ossia guardare le vetrine e non comprare nulla). Una sequela di adorabili cuccioletti, ognuno chiuso nella sua superaccessoriata celletta con porta-finestra. Gattini accoccolati che pisolano pigri. Qualche estroso furetto, una gabbia con delle scimmiette formato pollicino.

C’è un barboncino che ispira un’istantanea tenerezza e simpatia. Voglia di coccolarlo. Poi mi cade l’occhio sul ben visibile cartellino del prezzo. Faccio una rapida conversione. Ho letto bene? Sì, ho proprio letto bene. Tremila e duecento euri. Più IVA (per fortuna al 5%, beati loro).

Mi fermo qui, senza commenti. La prossima puntata vi racconterò del vestito più caro che abbia mai visto.



venerdì 30 marzo 2012

Questo pazzo, pazzo mondo

Notizie assortite, di poca o molta rilevanza, tratte dal quotidiano The Japan Times di oggi.

Pretese.
Il padre di Mohamed Merah, l’assassino islamista di Tolosa, da Algeri ha sporto denuncia contro i reparti speciali francesi, rei di avergli ucciso il figlio.

Mi interrogo: per favore, fai che l’iniziativa sia pilotata. Qualcuno, ben in alto, da qualche parte, deve avere un recondito interesse a creare un caso inedito e mediatico. Faccio fatica ad immaginare che un carneade qualsiasi, padre di un carrozziere, mica di un astrofisico, decida di far causa ad un esercito straniero. Così, senza consigli, senza spinte, senza la coscienza di esser tirato dentro in qualcosa più grosso di lui.

Anche perché, se una simile bizzarria giudiziaria dovesse avere un seguito, se io fossi il genitore di uno di quei bambini ebrei trucidati a scuola dal terrorista già assassino di parà francesi, allora farei a mia volta causa alla Gendarmerie. Rea di non averlo catturato – e eventualmente neutralizzato per sempre – prima del suo ultimo infame crimine.

Pendagli da forca.
A proposito di morti ammazzati. Era dal luglio 2010 che in Giappone non si giustiziava nessun condannato a morte. Si sono messi in pari coi ritardi. Ieri sono stati impiccati tre criminali, tutti pluriomicidi, e con gustose aggiunte di efferatezze varie nell’esecuzione dei delitti.

Il Ministro della Giustizia Ogawa, da poco insediato, ha dichiarato: ho ottemperato al mio dovere. Il popolo ha il diritto di vedere i criminali puniti, e un sondaggio governativo indica che la maggioranza dei giapponesi è favorevole alla pena capitale.

Le rare voci dell’opposizione protestano con garbo e toni pacati tipicamente nipponici. Un professore universitario, docente di criminologia, afferma che il ministro “ha fatto un grave errore” e che – vista la sua recente nomina – non ha certo avuto tempo sufficiente per analizzare a fondo le storie criminali dei tre giustiziati.

Come avevo scritto tempo fa: l’ossessione per la pulizia finale. L’uomo della strada commenta, tre assassini in meno da mantenere.

Non so se giustizia è fatta, né quello che provino oggi i parenti delle vittime. Ma la gente respira a pieni polmoni l’aria diventata più pulita. In attesa della prossima forca purificatrice delle nefandezze umane.

Continua domani, con la seconda parte.

mercoledì 28 marzo 2012

Tokyo, Itary

Niente da dire. Il tricolore vende sempre bene. Basta una bandiera fuori da un bar per richiamare, fin da lontano, l’attenzione di avventori nostalgici di quel piatto di pasta provato nel Lazio saporito o quelle lasagne gustate nella generosa Romagna.


Talvolta i tabelloni fuori dai locali esibiscono pochi, essenziali lemmi italiani: i soli capiversi, le grandi categorie. Sai che ci sono paste, pesci, pizze, dolci. Ma i piatti sono descritti esclusivamente in giapponese. Senza delle salvifiche foto sul menu ordinare diventa un dramma. Provate a imbroccare delle penne all’arrabbiata o un tiramisù, in quella selva di caratteri. E poi. Sempre originali, i nipponici. Nel resto del mondo si tira tardi sul weekend. Questo ristorante, per festività e fine settimana, chiude alle ventitrè. Nei giorni feriali alle quattro di mattina. Valli a capire.


Ci sono cose che un partenopeo verace non perdonerebbe mai, sebbene davvero esilaranti. Passi che una pizza margherita te la facciano pagare sedici euro (attenzione: non si tratta della magnanima ruota da trenta centimetri sbordante dal piatto come s’usa alle pendici del Vesuvio, ma di uno striminzito e malcotto modellino in scala che uno scugnizzo di otto anni accoglierebbe a pernacchie). Ma che perfino la città patria della pizza cada vittima del più famoso errore ortografico giapponese, questa è una faccenda da risolvere con le buone o con le cattive. Caro chef Matsumoto: Napori? Ma vulimme pazzià?!?

martedì 28 febbraio 2012

La piccola cuccia

I giapponesi sembra soffrano di una recente esterofilia. Una borsa, un vestito, un profumo devono essere francesi. Un hamburger (sì, mi perseguitano anche qui), americano, ça va sans dire. Un piatto di pasta o una pizza? Senza un tocco – purtroppo spesso maldestro – della lingua di Dante non attirano avventori.

Sono arrivato a chiedermi se lo facciano apposta. Perché una tale concentrazione di errori si può spiegare solo con due scuole di pensiero: superficialità nelle traduzioni, ma non fa parte dello stile giapponese. Una ponderata e ben studiata inserzione di strafalcioni, più che altro ortografici, per attirare l’attenzione – e magari ambire alla presenza – proprio di quei pochi gaijin pignoli che si mettono a verificare se nella terra del Sol Levante viene fatto buon uso del loro idioma.

Una parete così costellata di errori ed incongruenze non l’avevo ancora vista. Da una parte c’è la velleità di far bene, di usare perfino termini difficili. Dall’altra ci sono alcuni peccati veniali : un più che diventa pin, forse colpa di una calligrafia non proprio chiara, si sa quanto son simili la u e la enne nel corsivo frettoloso, piacevola (eh, questi complicati aggettivi invarianti!), tanta persone, una O dimenticata in presto, una I e un paio di accenti rimasti nella penna, anzi, di questi uno è saltato su una E centrale che ne avrebbe fatto volentieri a meno.

Ma la cuccina no, non si perdona. Troppo comune questa parola, è sulla bocca di tutti. In libreria uno chef su due la usa nel titolo della propria opera. Dai. La piccola cuccia. Ripetuta due volte. Per favore. Se non rispettate il sommo poeta, almeno rispettate Gianfranco Vissani.



sabato 25 febbraio 2012

Sarariman

È dura la vita del sarariman. Gli orari d’ufficio sono oltraggiosi: nessuno esce puntuale, perché sarebbe dimostrazione di poco attaccamento all’azienda. Bisogna star lì fino alle sette o alle otto, magari inventandosi qualcosa da far finta di fare, perché di andarsene prima del capufficio non se parla proprio. A questo si aggiungono le svariate ore quotidiane (fino a quattro in una metropoli come Tokyo) necessarie per il tragitto da pendolare. E quando il capo chiama, è indispensabile essere presenti all’appello serale tra colleghi in qualche ristorante, dove si mangia poco ma ci si deve cimentare in bevute epocali, o in un karaoke, altra fonte di stress, perché non si posson fare figuracce da pressappochista stonando o scordando i testi, quindi – nel raro tempo libero – si frequenta una scuola di canto.

Davvero dura la vita del sarariman. Che talvolta, la sera, si riduce così.


Cosa non si fa per tenersi un posto di lavoro.



mercoledì 15 febbraio 2012

La piccola bottega degli orrori

Lessicali.

Avevano finito le A. Non me la spiego altrimenti un’ostinazione così caparbia nello sbagliare due parole su due, tutto sommato facili, e alla fine ben ricorrenti nella gastronomia nipponica. Bagel e gelato. Non ci voleva molto. Bastavano due minuti di ricerca su internet, o aprire al volo un dizionario. E dai, amici ristoratori. Potete fare di meglio che Begle e Geleto.

Formalmente corretto (perdoniamo la svista su ancora, certo colpa di un tipografo poco pratico di alfabeto romano). Ma povero maestro di Giotto. Ridotto ad accileccare in un italiano improbabile delle giapponesi abbienti, affinchè entrino proprio in quella bottega di scarselle di pregio. Mi veniva voglia di chiedere a qualche signora se davvero aveva trovato qualcosa piacevole. Ma avevo paura di venir frainteso, ed esser preso a borsettate.

Ci prendono in giro che mettiamo sempre le erre al posto delle elle? Ecco fatto. Questo frutto non ci frega. Sentiamo dire mirtillo, ma sarà sicuramente scritto così: affogato al miltillo.

Ed infine un classico. Giapponesizzazione di un piatto che più meneghino non si può. La onesta, impanata braciola alla milanese diventa (è femminile, finirà per a, no!?) milanesa. Suona male? Facciamo miranesa. Ora sì che si vende! Una bella miranesa al quattro, presto! (comunque sempre meglio di chi la chiama veal scallopini, e pretende perfino che questo sia italiano!)


giovedì 2 febbraio 2012

Spilling the beans - 2a parte

Prosegue da ieri.


Ma salendo di un piano si scopre l’aspetto ricreativo di tale luogo. Un bar, nella penombra di luci aranciate, accoglie alcuni avventori seduti per terra a gambe incrociate. Vestiti solo di una vestaglietta verde pisello, che si rivelerà poi la divisa sociale del club, sembrano comodissimi e chiacchierano amabilmente fumando sigarette aromatiche davanti a bottiglie semivuote di sakè. La visita prosegue. C’è la sauna, altro svago prediletto dai giapponesi. Attraverso una porta a vetri vedo transitare un paio di avventori in costume adamitico. Non si fanno alcun problema per l’inopinata comparsa di questo alieno, per giunta vestito come un esploratore artico, e salutano con un consueto e formale inchino che coinvolge anche parti anatomiche che uno non si immaginava si potessero inchinare, così, a comando.

Ma non è finita. C’è una comunitaria sala tivu (deserta) le cui pareti sono tappezzate da una sterminata collezione di DVD con film il cui genere mi è del tutto sconosciuto. Qualche sospetto tuttavia mi è venuto quando mi sono state mostrate parecchie microscopiche salette, opportunamente chiudibili a chiave dal di dentro, ognuna con un computer e connessione – gratuita, come sottolinea con enfasi il giovane anfitrione – ad internet. Non ho voluto far domande, ci sono cose che è meglio rimangano ignote.

C’è chi ai presumibili piaceri solitari preferisce ancora la tradizionale corrispondenza d’amorosi sensi in carne e ossa. Ed ecco l’ultima – e più provocante – parte del percorso, tenuta ad arte in fondo, come un dessert che conclude una cena dal menù succulento. Le sale massaggio, dove solerti fanciulle sono pronte ad alleviare le stanche membra (sì, ho usato il femminile, perché?) di uomini bisognosi di rilassarsi dopo una dura giornata passata in ufficio. Tutto nella legalità, per carità, massaggi terapeutici. Ma certo. Guarda caso, quelli più cari sono quelli tailandesi - per i non iniziati, una delle caratteristiche è che le massaggiatrici invece di usare le mani usano i piedi, camminando sulla schiena del cliente. Talvolta invece dei piedi usano direttamente il loro corpo, opportunamente oleato, per massaggiare. Solitamente i problemi insorgono (absit iniuria verbo) quando il cliente, finito il lato schiena, si gira dall’altra parte.

Facciamo due conti? La capsula costa da trenta a quaranta euro (e non mi è chiara la distinzione, visto che sono tutte uguali. Forse dipende dalla vicinanza all’origine dell’effluvio di gorgonzola). La sauna, altri quindici o venti. Massaggio, dipende dalla durata e dallo stile. Si parte da sessanta e si superano i cento (senza contare le mance, praticamente obbligatorie). E non abbiamo parlato del bar, dove una bottiglia di sakè di sicuro non te la regalano. Poi c’è il solito, immancabile, odioso acronimo: trattamento VIP. Centosessanta euri forse per essere riveriti più del consueto – e magari è compresa una soffiata sul numero di telefono di quella massaggiatrice così caruccia...

Ovviamente, proibito fotografare qualsiasi cosa. Quindi non mi resta che accontentarmi di un paio di scatti fuori dal pregevole stabilimento del benessere maschile. Uno, in un inglese approssimativo, comunica indirettamente che questo è un luogo dalle buone frequentazioni, in cui entrare sereni: infatti nella cultura giapponese c’è una forte identificazione tra il tatuaggio e l’appartenenza alla yakuza, la mafia locale. L’altro, il manifesto pubblicitario, mostra l’aspetto più ufficiale del capsule hotel. Quello che manca, ve l’ho raccontato io. Sayonara, baby.