giovedì 25 novembre 2010

L’insalata di Cesare

Al povero Cesare è toccato il dubbio onore di vedersi, suo malgrado, intitolare una delle insalate più onnipresenti sul pianeta. La Caesar’s salad fa parte del trittico degli orrori gastronomici internazionali, con le sue degne complici: la bruschetta (rigorosamente pronunciata bruscetta e altrettanto rigorosamente umida, molliccia e insipida) e la pizza, la cui anima semplice e popolana viene oltraggiata dalle mille varianti che ogni artista locale si inventa (volete degli esempi? l’havaiana, corredata di tocchi di ananasso, la meat lover, con un inquietante elenco di quattordici tipi di carni diverse sopra, dal quale mancano, per squisite ragioni pratiche, solo l’ornitorinco e il rinoceronte indiano, e perfino la pizza alla nutella, giuro, l’ho vista, ahimè, con questi poveri occhi, a Sydney...).

Questi piatti allignano come metastasi nei menu di indegni ristoratori che si vogliono dare un’aura di internazionalità. Di solito, pensando che faccia tendenza, e con aria importanziosa, amano definire la propria cucina fusion. Che in realtà, diciamolo, è un pastrocchio di stili e di gusti. Rubacchia pezzi di ricette di qua e di là, non assomiglia a nessuna e cerca di soddisfare il palato di sprovveduti turisti, non dediti alla scoperta dei sapori locali, ma allettati dalla globalizzazione culinaria e bisognosi di sentirsi a casa loro anche a diecimila chilometri dal proprio portone.

Ebbene, perché parlare di una di queste deplorevoli congerie alimentari? Perché proprio grazie a lei, ho potuto conoscere ed apprezzare un italiano degno di menzione.

In un hotel di Singapore vedo il menù del ristorante italiano. All’estero amo provare i cibi caratteristici del luogo e tendo a non sedermi in locali che ostentano tricolori o gondole, e che, salvo rare eccezioni, offrono pietanze irriconoscibili, o perché adattate ai palati indigeni o perché preparate da un cuoco che sembra Sandokan. Ma la lista delle vivande mi incuriosisce sempre, adoro sbirciare quei fardelli patinati appesi fuori, specchietti per le allodole a richiamo dei turisti, che smascherano ogni pubblicità, svelando le verità nascoste sul locale. Spesso basta un’occhiata per capire se davvero ci sono degli italiani dietro ai fornelli oppure no. I tranelli linguistici sono rivelatori, come quella volta che a Melbourne a momenti casco per terra dalle risate, leggendo il menù di un ristorante pseudo-italiano, che vantava tra le sue specialità il peto di pollo!

Ma torniamo a Singapore. Tra i primi piatti spiccano i casoncelli. Niente male. Nemmeno in Italia tutti sanno che cosa siano. Salvo che uno non sia stato a Bergamo e abbia gustato i loro ravioli, che nel dialetto orobico son detti casonsei. Dunque lo chef deve essere davvero dei nostri, penso.

Ma il colpo di genio viene più sotto. Nel reparto insalate si legge tutta la sua sofferenza nel dovere ammettere, in una lista dalle voci tutte autentiche e degne di un Carnacina, la fatidica, falsa italiana, Ceasar’s salad. Segno evidente che l’americanizzazione del gusto costringe a dei compromessi. Ci saranno dei clienti che se la aspettano. E sia. Ognuno è libero di saltarla. La vendetta (del ristoratore serio) è un piatto che si serve freddo, come la malefica pietanza. Che nella sempre presente traduzione italiana del menù è descritta come “Insalata non me ne voglia Cesare”.

Che creazione. Ci si legge la sommessa vergogna di chi patisce a dovere sfruttare il nome del nostro antico condottiero per somministrare quella vile vivanda sbrodolante una intirizzita salsa americana. Quella frase non è un cibo, è una profferta di scuse.

Non potevo non conoscere l’autore di siffatta estrosità. Geniale in cucina come sulla carta. Siamo diventati amici. Potenza delle parole.

Prima pubblicazione : 20 agosto 2007

6 commenti:

  1. Malafede italiana !
    Insalata non me ne voglia Cesare. Sentire un po' di amarezza non guasta mai per un cuoco italiano, gli italiani amano il sapore amaro in cucina (insalate cotte, cicoria, radicchio...)
    Sono sicuro che il tuo amico rende omaggio a Cesare servendo una vera insalata Cesare come si mangia negli Stati-uniti (la cucina americana è stupenda). Con l'intirizzita salsa americana composta di uno spicchio d'aglio, un po' di sale grosso, due cucchiai di succo di limone, olio extravergine d'oliva, olio d'oliva, mostarda, un po' di zucchero, sale, pepe....
    Alex

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  2. ciao Alex,

    sì, concordo sul gusto dell'amaro. Anche se non ne sono un seguace. L'unico amaro che accetto è quello di certi tè, salutarissimi, in foglia, che si trovano solo in Cina (苦丁茶).

    E non ho mai - volutamente - provato la famosa insalata. Con le prelibatezze che Carlo prepara, cose così vicine all'originale da sentirsi quasi a Bergamo, sarebbe sacrilego ordinare proprio quella...

    Grazie del commento, a presto,
    HP

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  3. teseas@yahoo.it25 novembre 2010 15:44

    Alex dice che la cucina americana è stupenda.
    Può darsi, anche se non me ne sono mai accorta.
    Quanto alla Caesar salad, effettivamente, povero Cesare, ma perchè lo hanno scomodsto?
    Tesea

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  4. Ciao Tesea,

    mi devo basare sulle parole degli altri. Quando non conosco un argomento per esperienza diretta, non esprimo giudizi. In questo caso, sulla cucina americana, ho sentito tutto e il contrario di tutto.

    Ma per piacere, amici americani, lasciate in pace il povero Cesare...

    Grazie del commento, a presto,
    HP

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  5. Il nome spiega perchè Cesare fu pugnalato (23 pugnalate, diconsi 23!)... :-)

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  6. ciao Pim,

    macabra ma divertente interpretazione!! Bravo Pim, ben pensata questa!

    Grazie del commento, a presto,
    HP

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