martedì 16 novembre 2010

Madrugada em Peló

Pelourinho, quartiere vecchio e bellissimo di Salvador da Bahia. Case, vicoli, piazzette, chiese. E gente. Dappertutto, i due caratteri dominanti: colori e musica.

Colori sulle facciate pastello delle case, versicolori come un arcobaleno piovuto dal cielo, colori sulla pelle della gente, in uno straordinario miscuglio di tonalità cromatiche.

Musica, che scandisce il ritmo di una sera calda, appassionata, coinvolgente.

Una banda di una decina di persone, i più giovani già oltre i cinquanta, cammina lentissima per i vicoli. Formano quasi un cerchio, fra di loro. Ognuno con il suo strumento, ognuno con la propria voce, danno vita ad uno spettacolo indimenticabile. Sudati come delle bestie, con delle magliette rosse con su scritto Madrugada em Peló, qualcosa come tarda notte in Peló, nomignolo affettuoso del quartiere, trasportano il ritmo di una interminabile samba per le strade. Il vecchio chitarrista, capelli grigi e sguardo perso nel vuoto, sembra andare per conto suo, sulla spalla il braccio di un ometto secchissimo, affardellato delle tante fodere degli strumenti. È cieco il chitarrista, si capisce. La sua ossuta guida dà il suo modesto contributo al gruppo, cantando sottovoce le melodie e guidando lo strumentista in mezzo alla folla.

Energia. Energia pura, ecco quello che trasmette lo spettacolo. Energia vitale, che pare inesauribile. Circondata da gente che balla, la banda si porta appresso un corteo che, lemme lemme, percorre le viuzze. Dove passa, raccoglie persone intorno a sé.

Vecchi, giovani, uomini, donne, bianchi, neri, coppie, solitari, gruppi. Tutti, indistintamente, ballano. Anzi, sambano. Colpiscono certe ragazze giovani, giovanissime, belle, nere di pelle, fisici stupendi e visi incredibili, con quegli impossibili occhi verdi incastonati in un incarnato color cioccolata, che danzano da sole, o strusciandosi sensualmente ai compagni di ballo. Sensuali, ma mai volgari. Il sedere ondeggia, vibra al ritmo della musica, a velocità inimmaginabile, le gambe paiono disarticolate. Dei fantastici burattini che solo il filo invisibile della samba sa fare muovere così. Pantere scatenate, agili come selvaggi felini di cui possiedono la grazia nervosa e repentina, comunicano al mondo la propria interiore, instancabile voglia di sambare.

La banda attraversa i crocicchi delle viuzze. Il poliziotto sulla cantonata (ce n'è uno ad ogni incrocio, e questo ti dà una sensazione di sicurezza non da poco), sposta un cono in centro alla strada. I rari taxisti si fermano pazienti, ed attendono che la processione sia passata. Scendono dalle macchine, si fumano una sigaretta, fanno due chiacchiere. In quel preciso momento la vita intera pare subordinata all'evento. Alla musica. Quel gruppo naïf di vecchietti, con la loro ininterrotta melodia, ha il potere di bloccare il traffico. Trascinando le proprie armonie, e con sé uno stuolo di ballerini improvvisati, instancabili quanto i suonatori, per le stradine di Peló.

Ma come fa a non smettere mai, la musica? E del resto, mi chiedo, come faccio anch'io a non smettere di ballare? Una risposta sola: la musica è l'energia. Un moto perpetuo, un ritmo che, guidato da chissà che dio, esce fuori dagli strumenti. Passano senza soluzione di continuità da un pezzo all’altro, senza un foglio di musica, senza un direttore, senza neppure un secondo di pausa per dire, bene, ragazzi, che brano facciamo ora? Nulla. Un fiume in piena che ti investe, l'energia della samba che esce da dentro di loro in forma di note e di voci. Qualcuno offre una sigaretta al povero emaciato accompagnatore del chitarrista, altri dividono una birra, da tracannare alla bottiglia, con chi si sta esaltando alla fisarmonica, alla grancassa, con le maracas, o chissà che altri strumenti dai nomi impossibili e dai suoni celestiali.

Qui non esiste il sacrilegio dell’impianto stereo che diffonde musiche registrate. La musica, per essere tale, deve essere dal vivo. Impossibile resistere. Ti entra dentro, ti attraversa. Picchia duro nello stomaco, porta le gambe a muoversi da sé. Non puoi non ballarla. Semplicemente non puoi.

E se tutto quello che ti succede intorno non ti spinge a sambare, finché una stilla di energia è ancora dentro ai tuoi muscoli, sudando fuori le birre che compri al volo dai baretti affacciati sulle viuzze, cantando con gli altri le parole che non sai ma che immagini, beh, allora non andare a Pelourinho. Non è che Pelourinho non faccia per te. È che non sei degno di stare in un posto così.

Dai retta, turista che guardi le cose attraverso l’occhio della tua telecamera. Posala. E balla. Ma se non ti viene istintivo farlo, se ti ostini nella tua distaccata, indifferente osservazione elettronica della vita, se l’unica ragione del tuo essere lí é il poterlo mostrare al tuo ritorno a casa, per dire alla fine io c'ero, allora piuttosto comprati delle cartoline. Pelourinho è meglio che la guardi così. Perché a Pelourinho c'eri, sì, ma non l'hai capita. Non l'hai vissuta.

Prima pubblicazione : 17 ottobre 2007

4 commenti:

  1. teseas@yahoo.it16 novembre 2010 15:38

    Leggendo questo brano ci si sente contagiati dalla musica, dal clima, dall'ambiente.
    E anche chi è negato per il ballo 'sa' che lì ballerebbe, istintualmente.
    Tesea

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  2. Saudades.
    O candomblé seu Ferdinando, o candomblé....
    gli strumenti si chiamano : agogô, atabaques, berimbau, cavaquinha, caxixi, ganza, lundu, rum, rumpi, lé, xaoro....cucumbi (una banda), gafieira (un ballo popolare), maxixe (la danza), batuque (il ritmo dei tamburi)...
    Il cibo si chiama: abarà, acarajé, caruru, efo, moqueca, pé de moleque, vatapa, xinxin, aluà e cachaça per la bevanda...

    Sei stato ammaliato da Bahia, dai santi, seu Ferdinando, a parte che loro si chiamano : Shangô, Oshalà, Omolu, Janaina, Yansan...ormai, non potrai mai più pensare a Bahia senza sentire "as saudades".
    Alex

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  3. Ciao Tesea,

    grazie della visita. Vuoi dire che leggendomi ti sei sentita trascinata in quell'atmosfera ed hai provato il desiderio di ballare anche tu? Se è così, che bello.

    Ti aspetto ancora, a presto,
    HP

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  4. Ciao Alex,

    davvero saudade, è quella nel mio raccontare Pelò. Il Brasile, Bahia in particolare, mi recano sempre ricordi straordinari.

    Bellissimo il tuo elenco di brasilianità: dagli strumenti ai cibi. Ogni parola è motivo di saudade.

    Grazie della visita, a presto,
    HP

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