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domenica 8 febbraio 2015

Bianco e blu


Dopo tre giorni consecutivi di neve, finalmente a Cuneo esce il sole. Ecco i risultati.

Esplosione di luce mattutina


Tra brume e fumi di comignoli


L’Argentera sembra proprio lì


Cento camini imbiancati


Il Duomo orlato di neve


Alle sorgenti del Po: il Monviso


Panchine sepolte


A volte è faticoso esser sempreverdi!





mercoledì 24 dicembre 2014

M** Bun


C'era una volta un piccolo locale di nome mac bun, che in piemontese vuol dire semplicemente “soltanto buono”. Dove soltanto, nel sobrio stile savoiardo, sta per proprio: proprio buono. E siccome vendeva svizzerine di carne messe dentro a dei panini, un brutto giorno una nota multinazionale del cibo (si fa per dire) rapido da di là dell'oceano, non conoscendo il dialetto piemontese, si sentì offesa da questo apparente scimmiottamento e decise che l'onta andava lavata, non col sangue, ma con la rimozione della similitudine.

E poiché le multinazionali hanno potenza di fuoco a sufficienza da vincere contro i piccoli Davide armati solo di vivande proprio buone e niente più, finì che qualche tribunale sentenziò che davvero di scimmiottamento si trattava e che quindi quell’insegna andava cambiata.

E fu così che da allora l’onesta bottega subalpina si chiama M** Bun. Giusto qualcuno non si accorgesse della differenza, nonostante la bontà della carne.

Tutto questo per dire cosa? Per porci una semplice domanda: ma non sarà che per caso noi italiani siamo un po’ succubi delle multinazionali? Perché se no non si spiega come a Tokyo sia possibile vedere, serenamente esposta nel dedalo di negozi proprio sotto la stazione ferroviaria centrale, questa insegna di un venditore di hamburger.


Dai, andate voi a far causa a dei giapponesi a casa loro. E vediamo chi vince stavolta, se Mc Donald o Mc Daniel. Mi sa che sarebbero gli americani a far la fine di Golia, anche se il fromboliere si chiama Daniele e non Davide.




sabato 12 luglio 2014

Amici miei irl

Avete presente la gag dei grandi burloni che nei colli fiorentini terrorizzano un paesello imbalsamato inscenando un finto progetto di transito proprio di lì della futura Autostrada delle Ginestre, con relativa plateale marcatura a gessetto delle case da buttare giù, che si conclude con uno sgonnellante parroco che in preda al panico corre in canonica gridando, presto, presto, sonate le ‘hampane?


Qualche mattacchione deve aver pensato di ripetere la cosa, ma in grande. La metropolitana di Cuneo. Stamani nel corso principale davanti al serioso e faraonico bozzetto del progetto c’era gente che telefonava a casa, commentando a caldo, pensa, arriverà fino a San Rocco...

Ragazzi, per favore. Così vi fate sgamare. Con le fermate che ci avete messo facciamo prima a farla tirare dai cavalli la metrò. Perché chi ne ha presa qualcuna ed ha dimestichezza con le distanze che copre, capirà che ogni trenta secondi sarebbe ferma. Che probabilmente ci vorrebbe più tempo a scendere sottoterra che a farne una tratta. Che infine una metrò che copre a malapena quattro chilometri è utile come un sedere senza il buco.

Comunque complimenti. La mappa è stupenda. Avete fatto le cose in grande: sette linee, trentasette fermate. A non conoscere Cuneo e le sue minuscole dimensioni sembrerebbe perfino verosimile. E poi Foro Boario Nord e Foro Boario Sud è geniale. Pure il sito web avete creato. Proprio ben congegnata come zingarata. Chi lo avrebbe detto che gli epigoni del Perozzi fossero subalpini?





venerdì 21 marzo 2014

Rogo di ricordi


Ci sono giorni che sanciscono davvero la fine di qualcosa. Da vari anni il Pajo Vejo era chiuso, ma stamani all’alba l’edificio che lo ospitava, ormai mezzo espugnato da rovi e sterpaglie, è bruciato. Era diventato un rifugio di senzatetto e a marzo la notte fa ancora freddo. Si fa presto, cercando di scaldarsi alla meglio, a dar fuoco a pagliericci e a povere masserizie facilmente combustibili.


Ci volevano le fiamme per cancellare il vuoto simulacro – ma pieno di ricordi – di un ristorante tra i miei prediletti a Cuneo negli ultimi trent’anni.

Era uno di quei locali dove il menu non cambiava granchè. Ma ti offriva con prodigalità quelle rassicuranti certezze, quei sapori casalinghi – era gestito dai Balestra, e l’intero nucleo familiare lavorava lì – che magari si ripetevano ma non deludevano mai.

Con gli anni ero divenuto un cliente affezionato. Ricordo la figlia, Monica, che agli inizi degli anni ottanta arrivava da scuola sul suo vespino all’una in punto, giusto il tempo di parcheggiare e passava subito all’azione, cassa o sala, a seconda di dove servisse il suo impegno. Il figlio Davide col tempo affiancò il papà e la mamma in cucina, per reiterare quei piatti della tradizione che attiravano clienti fin dalla riviera francese, specie il martedì, giorno di mercato. Non ho mai saputo i nomi dei genitori, ma li salutavo sempre ed ero ricambiato con inalterabile cordialità.

Ricordo, pinzata alla meglio su un muro, una foto mezza stinta di Alberto di Monaco, allora giovane principe ereditario, che evidentemente si era fatto sedurre da quei vassoi di funghi porcini che in stagione formavano il cuore della cucina, crudi affettati o trifolati, con i tajarin rigorosamente in bianco o meravigliosamente fritti di fresco, in un tripudio di profumi e di sapori.

Ricordo Ermanno, lo storico cameriere del locale, che sempre recitava come una dolce filastrocca la serie dei nomi degli antipasti, a mano a mano che arrivava al tavolo con la guantiera colma di bontà genuine. La carne cruda, che nel cuneese non può mancare, il manzo coi finocchi affettati, il vitello tonnato, il vol-au-vent con la fonduta fragrante di tartufo, le salsicce calde coi funghi, il flan di porri, e chi si ricorda più tutti gli altri, freddi o caldi che fossero. So solo che non ne mancavo mai uno.

Ricordo la delusione ed il rammarico del giorno in cui scoprii che il ristorante non era chiuso per ferie, ma per sempre. I muri non erano della famiglia, i costi dell’affitto erano lievitati e – forse a malincuore, certo lasciando un vuoto sia nel cuore che nello stomaco di molti clienti – i Balestra chiusero per l’ultima volta la catena del cancello.

Ora il fuoco ha completato l’opera. Per questo mi è affiorata di getto la voglia di raccontare di questo luogo di ghiottonerie ormai defunto. Perché se tra qualche tempo non resteranno nemmeno quelle quattro mura bruciacchiate a ricordarci di quando la famiglia Balestra sfamava e deliziava torme di viandanti golosi, almeno rimarrà questo mio pensiero. E la gratitudine per averci così a lungo appagato le papille gustative, con la semplicità e l’amore per il mestiere dell’onesto vivandiere.

Meglio tardi che mai: grazie, famiglia Balestra.



domenica 9 marzo 2014

Il senso degli affari


Supermercato cuneese. Offerta speciale! Due pacchi di crackers - tenuti insieme da un vivace e ammiccante adesivo rosso - con uno sconto di ben ottantanove centesimi. Tre euro al chilo. Più in là, nella stessa fila, la confezione singola. Cinquecento grammi, un euro e venticinque. Aspetta un attimo. Al chilo fanno 2 euro e 50, se so ancora far di conto.

Allora come si spiega che della "promozione" da tre euro rimane un solo pacco sullo scaffale deserto, mentre i vantaggiosi pacchetti singoli giacciono invenduti?

Gente: smettiamola di farci attrarre dal clamore e dalle apparenze degli strilli pubblicitari e prestiamo più attenzione ai caratteri piccoli che - come nei contratti delle assicurazioni - sono quelli che contano davvero.




domenica 15 settembre 2013

La fiducia...

... è una cosa seria, che si dà alle cose serie. Così recitava una vecchia pubblicità casearia, chissà chi se la ricorda ancora.

È dai piccoli episodi che si riconosce la civiltà: indissolubilmente va a braccetto con la fiducia, quando ben riposta.

Questa foto potrebbe far pensare a una passione – che invece non ho – verso le due ruote americane, rombanti e corrusche di ricche cromature.

Ma osservatela attentamente, nei dettagli. Notato nulla?

Vi aiuto. Ecco il particolare a cui mi riferivo.

Lo scontrino del parcheggio. Che significa le seguenti cose:

- qualcuno si è dato la pena, di tardo pomeriggio, posteggiando nella zona blu, di pagare la sosta.

- Non avendo un ambiente chiuso dove esporre il biglietto, lo ha calzato sotto il cuoio del serbatoio...

- ... partendo dal presupposto che nessun furbo se lo fregasse per usarlo a sua volta e risparmiare magari qualche spicciolo, esponendo però l'onesto motociclista al rischio di un’ingiusta multa.

- E – incredibile dictu – è successo davvero. Nessuno se l’è fregato.

La fiducia è una cosa seria. È bello sapere che talora venga premiata.



venerdì 2 agosto 2013

È bello crederci


Che un “allestimento urbano d’arte”, sotto i portici della via centrale, si trasformi in una specie di gioco per testare il livello di generosità dei cuneesi.

Che qualcuno abbia immaginato un bellissimo slogan: questi giocattoli hanno bisogno di avere ancora bambini da far divertire e questi bambini hanno il diritto e la necessità di giocare.

Soprattutto che lo scatolone sia stato davvero riempito da gente generosa, fino a traboccare oltre la capacità stessa del cubo, con scatole e sacchetti in bilico sul tetto dell’originale installazione interattiva.

Infine, che questi balocchi un giorno raggiungano veramente dei bimbi bisognosi e privi di tutto, anche della semplice gioia di un gioco.





giovedì 30 maggio 2013

Prigionieri - 2

Fèrmati per andare avanti. È il motto dell’Eremo del Silenzio.

E pensare che pochi mesi fa, all’arrivo a Perth, avevo sorriso, vedendo, proprio all’uscita dall’aeroporto, la pubblicità dalla vecchia galera di Fremantle. Che, con squisito senso dello humour australiano, recitava: dando il benvenuto ai visitatori da centocinquanta anni. Il nuovissimo mondo. Talmente recente da non avere nient’altro di più antico o di più rimarchevole da visitare. Che idea bizzarra, vero, visitare una prigione?


Invece, una domenica di maggio, mi capita di passare davanti alle Nuove, a Torino. Fin da ragazzo ricordo di aver osservato quei muri in mattone pieno con un senso di inquietudine e di curiosità insieme. Curiosità di sapere che mondo ci fosse dietro quella recinzione, dietro quelle sbarre, attraverso le quali ogni tanto capitava di vedere un detenuto comunicare con qualche parente – prima degli anni di piombo, che porteranno misure più severe e ancor più spinto isolamento dal mondo esterno. Inquietudine per quel senso di ovvia pericolosità del luogo, dell’ambiente, il pensiero teso all’auspicio di non dover mai, neppure per errore, trovarsi a dover frequentare da ospite tale luogo di pena ed espiazione.

E la curiosità mi ha sopraffatto, quando ho trovato un nuovo varco laterale spalancato di recente nel muraglione. Impossibile resistere. Bastano pochi, timidi passi, ed eccomi dentro al perimetro del carcere. Una signora mi chiede: vuole visitare il Museo delle Nuove? Forse, dico, ma mento. Certo che voglio. La seconda e la quarta domenica del mese ci sono visite guidate, alle nove di mattina. Unico viandante mattiniero, ho la fortuna e il privilegio di avere una guida tutta per me. Michele, volontario, mi accompagna attraverso un percorso di oltre un’ora. Attraverso il camminamento interno, recintato dalle due cinte murarie, si entra nella struttura. Non prima di aver reso un omaggio ad una teoria di fotografie d’epoca, ritratti seri, fieri, volti non sconfitti, vittime delle rappresaglie naziste in tempo di guerra. Persone che oggi si ritrovano nella toponomastica di Torino. Il generale Perotti, Massimo Montano, Paolo Braccini, Eusebio Giambone, Ignazio Vian, Emanuele Artom. E tanti altri sconosciuti combattenti morti per darci un’Italia migliore. Chissà se lo rifarebbero, vedendo l’odierno stato miserevole della nostra penisola.

Michele alterna interessanti notizie storiche e architettoniche con le vicende di umili eroi, come suor Giuseppina, che salvò uomini, donne e bambini, in tempo di guerra. Come padre Ruggero, cappellano carcerario, cinquant’anni tondi passati lì dentro, dalla guerra alla seconda repubblica.

E poi ci sono le odissee di ignoti reclusi, raccontate dai graffiti incisi sui muri delle celle. Disegni, incerte parole in dialetto, ma anche le ultime lettere dei partigiani condannati, piene della loro straziante certezza di morire, pur confortata dalla serena fierezza di aver lottato per un mondo migliore, che lasciavano in eredità a mogli, figli, parenti.

Fra tutte queste testimonianze scarabocchiate da animi angosciati, c’è chi, nella sezione femminile, è stata capace di sintesi massima, mentre esternava cosa si prova a stare in cella: qui si fa solo strage di sogni.

Michele mi chiede, alla fine, di far conoscere il loro oscuro lavoro di volontari, retribuito solo dall’apprezzamento e dalla riconoscenza dei visitatori. E di lasciare due parole sul registro. Faccio entrambe le cose molto volentieri. Ci sono esperienze che vale la pena fare, nella vita. Come questo viaggio attraverso un luogo opprimente, ancora grondante dolore e echeggiante grida e lamenti di sofferenze passate. Per capire il valore della parola libertà, spiegata nell’ambiente in cui è costretto a vivere – e spesso a morire – chi la libertà l’ha persa. Giusta o sbagliata che sia la ragione per cui si son trovati lì.

Sono di nuovo fuori da quelle mura alte e scure. Respiro a pieni polmoni l’aria tersa e fresca. Il sole non mi è mai sembrato così caldo e scintillante.




giovedì 16 maggio 2013

Prigionieri – 1

Bloccato per un giorno e mezzo a Torino da uno sciopero delle ferrovie, per fortuna sul weekend. Sul momento mi sento intrappolato dalle circostanze. Strana sensazione, essere in un posto e non poterlo lasciare. Poi decido di fare di una seccatura un’opportunità. Prigioniero della mia città natale, mi metto a girovagare, riscoprendo angoli che mi piacciono. Turista per caso. Complice il tempo bellissimo, scatto foto a destra e a sinistra.

Il palazzo con il piercing. Mi metto a naso in su, e mi accorgo di non essere l’unico che non conosceva questa estrosità architettonica. Altri seguono l’esempio, sfoderano telefonini e macchine fotografiche e se ne vanno soddisfatti della scoperta.

Mi piacciono i campanili. Ce ne sono di bellissimi in giro per Torino, e nemmeno i più famosi. Ecco San Donato al tramonto, illuminato in tralice, con i colori sgargianti sulle pareti e l’oro delle statue che scintilla. E San Secondo colto proprio sul rintocco di mezzogiorno, con le campane che si agitano festose e riempiono l’aria di suoni.

Ci sono scorci, dalle parti del quadrilatero, che mi ricordano la Toscana. Raro vedere case dalle facciate ricurve a Torino, città squadrata e ordinata per eccellenza. Ma cercando bene qualcuna se ne trova. Aria di Granducato, più che Regno di Sardegna...

Le sfigatte. Simpaticissimo il nome scelto da questa associazione: aiutano gli animali in difficoltà a trovare un umano che abbia voglia di ospitarli e dar loro una buona vita. E il motto è umilmente memorabile: ci piacerebbe cambiare il mondo, ma per ora ci accontentiamo di migliorarlo.

Quando la natura si risveglia, certi alberi hanno una luce abbacinante. Come questo, nei giardini Lamarmora. Attorno a lui, bambini che corrono spensierati. Cani a passeggio. Babbi che spingono carrozzine. Perfino un’inaspettata rondine, lassù, proprio sopra la vetta del manto di foglie di un verde tenero. È esplosa la primavera.

Poche statue hanno la potenza plastica del Conte Verde. Per non parlare del raffinato e intricatissimo lavoro di cesello sulle maglie delle armature. Non è un Re che sprona lontane truppe con gesto ieratico, dall’alto della cavalcatura. È un guerriero dal minuscolo scudo e dalla spada pronta all’offesa. Non fosse per la corona di cui è cinto, potrebbe confondersi con un soldato qualsiasi. Ai tempi in cui le guerre non si fotografavano, c’erano degli scultori che le sapevano ritrarre magistralmente. Come il Palagi.



Seguirà il racconto Prigionieri 2 – ma non si sa quando...


domenica 20 gennaio 2013

Best. Notice. Ever.

Ci sono mille maniere di ricordare alla gente le regole della buona educazione. Formali. Burbere. Ammonitrici. Minacciose. Sporadicamente spiritose, perché se anche l’intenzione sarebbe di fare i simpatici ed esser divertenti, nella speranza infine di venire ascoltati, i risultati sono spesso deludenti. Mica tutti sono dei comici nati.

Raramente mi è capitato di imbattermi in un cartello arguto come questo. Visto all’uscita del palazzetto dello sport di Saluggia, piccolo paese al confine delle risaie vercellesi. Un bravo all’anonimo, originale spirito che lo ha coniato.





lunedì 19 novembre 2012

I colori dell’autunno

Le Langhe sono un posto magico. Sarà quell’atmosfera speciale, il susseguirsi di piani di colline e saliscendi a perdita d’occhio. Sarà il fascino di quel terreno giallo e friabile che genera anno dopo anno vini straordinari. Sarà l’irripetibilità di un microcosmo sempre uguale a se stesso, che in tempi di mordi e fuggi da globalizzazione esibisce con fierezza contadina aziende pluricentenarie ancora saldamente in salute.

Le Langhe sono uno di quei rari posti che sanno esser belli tutto l’anno. D’inverno, immersi nelle brume, con i filari spogli, mille e mille dita che indicano un cielo incupito e gravido di neve. In primavera, col risveglio dal letargo invernale, le prime foglioline che fanno capolino nei vigneti e i noccioli intirizziti che si scuotono di dosso la rugiada. D’estate, quando il calore del sole esalta le vigne e ogni filare mostra orgoglioso i suoi grappoli preziosi. E infine d’autunno.

L’arcobaleno della natura è un tramonto novembrino con il sole sospeso in quella lingua di cielo tra le nuvole e i crinali puntuti di campanili e torri. E illumina con i suoi ultimi raggi una gamma tonale degna di un Pissarro. Signori: ecco a voi le Langhe. D’autunno.







giovedì 8 novembre 2012

A un’amica scrittrice

Conosco Silvia da un annetto a malapena. Eppure ci sono dei momenti, nel suo libro, in cui mi sono detto, ma qui sta parlando di me, qualcosa come quindici anni fa. Le stesse parole. Gli stessi pensieri.

Molte donne si identificheranno in Viola. Io mi ritrovo ritratto in Mauro, l’altro protagonista. L’antagonista. Lei passata attraverso un’esistenza in secondo piano, docile compagna di vita offuscata dalla pubblica fama di un geniale direttore d’orchestra, costretta in un ruolo che alla fine si rivela opprimente e frustrante. Lui sempre in fuga da qualcosa, i fantasmi di un’infanzia infelice, pronto a negarsi per paura di soffrire.

Sono un pessimo lettore. Se un libro non mi prende, arranco faticosamente fra le pagine come un ciclista scoppiato sulle rampe del Ghisallo, finché mi arrendo, lo poso e so già che non riuscirò a riaprirlo. Poi ci sono libri che scorrono, facili, belli da leggere, un capitolo via l’altro, piluccati di gusto, come ciliegie succose. E – rari davvero – quelli che, appena terminati, avrei voglia di ricominciare a leggere, solo per apprezzare appieno ogni sfumatura, per sottolineare – a matita, per carità – le frasi più belle, le immagini più vivide, le parole che mi emozionano e mi fanno pensare, come mi piacerebbe saper scrivere così. Il Tempo Tagliato appartiene a questa rara stirpe.

Una prosa curata, raffinata. La capacità di rappresentare i sentimenti narrati, la penna trasformata in pennello che affresca dolori, timori, sussulti di cuore e passioni incipienti. E poi quel viaggiare tra Cuneo e la costa Nizzarda, che mi è cosa cara, vicina, familiare. La delicatezza di un finale annunciato ma non detto. Mai una sbavatura. Mai una caduta di stile. Una signora scrittrice, una scrittrice signora.

La storia non ve la racconto. Ci sono mille maniere per sapere di cosa parla il primo libro di Silvia Longo. Vi dico solo questo. Una che scrive, la morte è viva: la mia mente si ostina su questo ossimoro, va assolutamente letta. Parola di Homing Pigeon.






mercoledì 3 ottobre 2012

Nuove strisce

Strisce blu. Le più odiate, perché si paga. Strisce bianche. Le più amate e ambite, per il motivo opposto. Strisce gialle. Le più antipatiche, perché sono sempre riservate a qualche privilegiato: polizia, finanza, posta e altri altezzosi occupatori di scarseggiante suolo pubblico. Qualche sporadico giallo si incontra qua e là, mischiato tra righe di diverso colore. Parcheggio disabili: tutto bene, ben vengano, anzi mi ci arrabbio – e non poco – se vedo qualche furbastro che cerca di infilarsi lì, senza averne titolo.

Ma le strisce rosa proprio mi mancavano. Una bella, lodevole iniziativa di un piccolo comune in provincia di Cuneo – e facciamo un gioco, vediamo se qualcuno indovina quale è. Lo scopo? Eccolo spiegato nel cartello. Non è una prescrizione, è solo, come recita il segnale, un gesto di cortesia.

Cortesi? Basterebbe che gli italiani imparassero un po’ ad esserlo, col proprio prossimo. Rispetto e cortesia sono segni inequivocabili di civiltà. Un bene che non si compra, ma ha un valore inestimabile. Benvenute, comunque, strisce rosa. E bravi quegli amministratori che hanno avuto l'idea.



sabato 11 febbraio 2012

Merli e merletti

Chi l’ha detto che una giornata con la neve è rovinata, e tanto vale starsene a casa al calduccio?

Stamani, più spinto da necessità di piccole commissioni del sabato che da autentica voglia di immergermi nella quasi impalpabile ennesima nevicata della settimana, mi sono alla fine fatto trascinare fuori dagli ospitali portici, seguito dagli sguardi stupefatti di chi non capiva cosa ci fosse da fotografare in una giornataccia così.

Non so se ne valesse la pena. Giudicate voi.

Neve bianca. Nel chiostro del museo ammanta un povero angariato ulivo che si trasforma in ali d’angelo per la colonna, sormontata da un bel panettone di neve vergine, a dar la misura precisa delle precipitazioni.

Neve nera. Si può, si può. Basta fotografare il sole che cerca con fatica di bucare le nuvole. Ed i fiocchi, in controluce, diventano neri.

Merli e merletti. Di neve, questi ultimi. A decorare con graziosi motivi geometrici le orlature di un palazzo.

Poveri giostrai. Come sono arrivati, ha cominciato a nevicare. Non ha ancora smesso. Quanto sono tristi le giostre, chiuse e freddolose, con la neve. Niente musica, niente odore di zucchero filato, niente urletti di fanciulle sugli autoscontri. Solo il felpato scricchiolare di rari passi nella neve fresca. I seggiolini penzolano immobili, ammantati di bianco. L’ottovolante dei piccoli è mezzo sepolto. E nemmeno un pezzo di torrone d’Alba per addolcirsi la bocca e riscaldarsi lo stomaco. Ma...

Profumo di buono. L’ultimo forno a legna. C’è sempre qualche cliente a chiacchiera, in quella bottega dal padrone arruffato e infarinato, che traffica di pala per sfornare pani buoni e freschi per una settimana, e quando li mordi senti la fragranza del legno e sei contento che ci sia ancora qualcuno che non ha rinunciato a fare le cose all’antica. E fa anche dei grissini lunghi e croccanti che sfido chiunque a resistere e riportarli tutti a casa, senza pescare dal sacchetto di carta bianca e sgranocchiarne qualcuno per strada, impestandosi di bricioline e di semola, ma chi se ne importa.


martedì 24 gennaio 2012

Gianni Agnelli, nove anni dopo

Ripubblico un pezzo scritto tre anni fa, aggiornando solo le distanze temporali. Perché quello che pensavo allora lo penso ancora oggi.

Gianni Agnelli, sei anni dopo

Cercare qualcosa di originale da dire sull’Avvocato per antonomasia è impossibile. Su di lui è stato detto tutto. Ammiratori, adoratori e adulatori hanno versato fiumi di inchiostro e di saliva scrivendo e parlando di lui. Detrattori, critici e nemici di classe hanno fatto altrettanto, solo che gli schizzi di saliva sono pieni di livoroso veleno.

Di un’eleganza istintiva, naturale, non seguiva la moda ma la creava. A lui si perdonava tutto, e tutto diventava immediatamente di tendenza, con stuoli di tristi cloni che si illudevano di assomigliargli, portando l’orologio sul polsino e la cravatta sul golfino.

Grande appassionato dei piaceri della vita. Viaggi. Isole. Frequentazioni di presidenti e papi. Elicotteri per spostarsi anche dalla villa collinare a corso Ferrucci a Torino. Il pallino del calcio e della Ferrari. Una vita vissuta sulla corsia di sorpasso.

Aveva tutto, e non deve essere facile trovare delle motivazioni quando si è così oltraggiosamente ricchi. Forse conduceva un’esistenza meno sfrenata e più monastica di quanto la gente si immaginasse nelle sue frustrate fantasie. Ma anche. Il destino di due incidenti automobilistici che lo lasceranno claudicante. Il bastone portato come uno scettro reale, con autorità e stile. Una storia familiare costellata di tragedie e di dolore, come se il fato esigesse un crudele contrappasso per quell’opulenza oltre l’ammissibile. Orfano di padre da adolescente, perde la madre a ventiquattro anni. Negli anni della senilità vede morire suicida il figlio Edoardo e un cancro gli ruba l’adorato e adorabile nipote Giovannino, già da lui incoronato futuro capitano d’industria della famiglia.

Aforista. Opinionista. Capitalista. Sciatore. Navigatore. Conduttore. Elegante. Affascinante. Importante. Inimitabile. Imprevedibile. Indimenticabile.

Di Agnelli, nonostante la sua ubiquitaria presenza ed il peso ingente sulla società italiana, non si ottenevano se non gli scatti che lui accettava fossero presi. Quelli ufficiali, contributo alla creazione dell’iconografia pubblica. L’Agnelli privato, familiare, intimo, veniva gelosamente tenuto nascosto, in perfetto stile subalpino, lontano dalle insidie del gossip da negozio di parrucchiera e tivu spazzatura.

Nel sesto anniversario della sua scomparsa la Juventus ricorderà il presidente che la accudiva e la coccolava come una bella amante, le chiavi dei cui bramati, intimi sacelli appartenevano in esclusiva a lui. Orgoglioso, critico, appassionato e viscerale come tutti gli tifosi, coniava definizioni che diventavano soprannomi, tagliava giudizi che rimanevano incollati alla persona per il resto dei suoi giorni. Pinturicchio. Il coniglio bagnato. Bello di notte. I giornalisti sportivi dei suoi tempi non avevano bisogno di immaginazione, solo di buone orecchie.

È stato un grande. Un personaggio certamente ingombrante. Forse troppo, per quel piccolo stivale che non ha mai fornito grandissimi protagonisti della scena mondiale. Uno dei pochi italiani ad ottenere una copertina – elogiativa – di Time. L’unico altro che ricordo è Giorgio Armani. Forse Pavarotti.


Il valente Marcello Marchesi lo definì con geniale sintesi. In due parole appena seppe riassumere il suo ruolo nell’Italia degli ultimi cinquanta anni: Fiat dux.

L’ultimo vero condottiero della Fiat se n’è andato sei anni fa, in silenzio, in punta di piedi, con quella discrezione e quella signorilità che lo avevano sempre contraddistinto. Da allora sono in molti a sentire la mancanza di una figura di potere di quello spessore, eppure così garbata e raffinata. Buon riposo, Avvocato. Dopo tutto quello che ha fatto nella sua vita, se lo merita.


Prima pubblicazione : 24 gennaio 2009

lunedì 26 dicembre 2011

Mi manca l’aria

Il provinciale se n’è andato, discretamente, come è d’uso tra questa gente taciturna, di pochissima apparenza e molta sostanza.

Giorgio Bocca, cuneese, classe 1920, partigiano, cronista. Un maestro votato al minimalismo, in una società dedita all’autocelebrazione, alla boria, all’ignoranza.

Quando gli fu chiesto di cosa sentisse più la mancanza della natia Cuneo rispose, con la semplicità di raffigurazione propria dei grandi : mi manca l’aria.

Ho voluto riscoprire questa essenziale verità, facendo una passeggiata sotto i portici quasi deserti. L’aria era pura, rarefatta quasi. Chiara e profumata come solo in montagna d’inverno.

Una giornata così meritava qualche scatto. Ti offro la tua terra, comandante – e perdona se non sono stato capace di fotografare quell’aria che ti mancava. Troppo limpida, pulita, trasparente. Invisibile. Ma tu sai com’è.