venerdì 31 dicembre 2010

Bach a colazione

Ci sono gesti – e racconti – senza tempo. Sono quelli che mi piacciono di più. Privi dell’urgenza da cronaca in diretta, mantengono il gusto inalterato anche a distanza di anni dall’episodio. Eccone uno.

Stazione del metrò di Washington, poco prima delle otto di una fredda mattina del gennaio 2007. In mezzo ad un viavai di pendolari e impiegati governativi, un ragazzo con un cappellino da baseball ed un maglione stazzonato apre una custodia nera, ne estrae un violino, la lascia aperta davanti a sé, gettandoci dentro come esca qualche spicciolo, e inizia a suonare. Bach.

La musica echeggia ininterrotta per quarantacinque minuti nell’atrio della stazione. Passano quattro minuti prima che il primo dollaro cada nel fodero dello strumento. Un bambino fa per fermarsi ad ascoltare. La madre lo strattona via, ed il piccolo continua a girarsi verso il musico, mentre viene trascinato verso i binari.

Su circa duemila persone transitate mentre il giovane suona, solo sei si fermano brevemente ad ascoltarlo. Una ventina si frugano le tasche e gettano qualche soldo al volo, mentre trotterellano verso le loro incombenze quotidiane.

Terminati i suoi brani, il silenzio scende di nuovo sulla stazione. Nessuno si accorge del violinista che raccoglie i 32 dollari guadagnati e se ne va, senza un applauso, un sorriso o un bravo.

Nessuno si è reso conto che il giovanotto naif con il cappellino in testa era Joshua Bell, uno dei più grandi giovani violinisti al mondo. Ha suonato per quasi un’ora delle composizioni ardue e impegnative. Con uno Stradivari del valore di oltre due milioni di Euro. Solo due giorni prima Joshua aveva fatto il tutto esaurito a Boston, con posti a teatro da cento dollari in su.

Questa apparente follia è stata organizzata dal Washington Post, come parte di un esperimento su Percezione, Gusto e Priorità della gente. E ha dato sconsolanti risposte alle domande: siamo in grado di apprezzare la bellezza, in un contesto improprio e ad un’ora strana? Riusciamo a riconoscere il talento, se mascherato, ed in un luogo dove non ce lo aspettiamo?

A quanti di noi è capitato di non aver tempo per fermarsi ad ammirare un panorama che meritava più di un’occhiata frettolosa? Chi non ha, qualche volta, tirato diritto di fronte a dei giocolieri con le clave infuocate, ad un madonnaro dalle mani variopinte di gesso, ad un cantante da strada con la chitarra al collo?

Se tutta quella marea di gente non è stata, per un solo attimo, ammaliata da un maestro in incognito, che suonava Bach, con uno degli strumenti più perfetti creati dal genio di Cremona, allora quante cose ci stiamo perdendo nella vita?

Prima pubblicazione : 3 ottobre 2009

mercoledì 29 dicembre 2010

Vini e veleni

Ci risiamo. Nemmeno due anni dopo lo scandalo del latte alla melamina, che ha fatto inalberare l’opinione pubblica cinese, che ha ucciso sei lattanti e ne ha intossicati migliaia, che ha portato al fallimento di una delle più grosse imprese del settore, che infine ha portato al patibolo un paio di responsabili e schiaffato in galera a vita alcuni altri, ecco una nuova eclatante impresa degli artisti della falsificazione.

Sei arrestati nella provincia del Hebei. In Cina fino ad una decina di anni fa si bevevano dei “vini” orrendi. Roba dolciastra, di un colore inquietante, sembrava una spremuta di ciliegie andata a male corretta con massicce dosi di zucchero. Poi i cinesi hanno capito che c’era un mercato per questa curiosa bevanda colorata, per la quale quei mattacchioni di europei (e in particolare francesi e italiani) parevano andare matti. Se una bottiglia di un vero Chateau bordolese può costare qualcosa come settecento euro, perché non inventarsi produttori di vino e invadere il mercato con i propri famosissimi castelli?

Così la provincia del Hebei è diventata il Bordeaux della Cina. Tante belle etichette che scimmiottano quelle francesi, con raffigurazioni di improbabili manieri, stemmi araldici di dubbia verificabilità e pretenziosi nomi di vitigni certamente non autoctoni. Peccato che l’appetito vien mangiando, e volevi che in Cina qualcuno non si inventasse la scorciatoia per arricchirsi alle spalle di quegli ignorantoni che non distinguerebbero un lambrusco nel cartoccio da un Barolo d’annata? Trenta cantine sono state ispezionate e chiuse, 5000 casse di “vino” pronte per la consegna sequestrate, le relative marche fermate sugli scaffali dei supermercati, sei indagati. Per cosa? Per aver utilizzato zucchero, aromi artificiali e componenti chimici in aggiunta, quando direttamente non al posto dell’uva, per riempire le proprie bottiglie. Si stima che i più onesti non superassero il 20% di mosto, e il resto chimica pura. E non basta. I vini locali, si sa, non spunteranno mai le quotazioni di un bel Cabernet Sauvignon cileno o australiano, per non parlare dei grandi cru francesi o delle riserve italiane. Qualche cantina produceva direttamente dei falsi vini d’importazione, sempre con la stessa ricetta tutta sintetica.

Ma c’è di meglio! Non sono nemmeno stati degli ispettori governativi a scoprire questa tresca ai danni dei consumatori. Ci hanno dovuto pensare dei ficcanasi di giornalisti televisivi, della tivu di stato CCTV, che sono andati a fare domande indiscrete a destra e a manca, sentendosi rispondere alle loro contestazioni ai titolari delle cantine visitate: non c’è problema, non c’è problema, ma voi di cosa vi impicciate??

Un paio di consigli a chi visitasse la Cina: per sicurezza, vi trovaste a dover proprio ordinare una bottiglia di vino cinese, evitate marchi come Jiahua, Yeli e Genghao. E poi fate come i russi, che dopo il brindisi spaccano i bicchieri. Con una variante: voi, finito quel buon Barbaresco, piuttosto che quel profumato Shiraz australiano, spaccate la bottiglia. Perché c’è anche un fiorente mercato nero delle bottiglie originali (vuote) di vini di pregio, che vengono riciclate per essere riempite da artisti della truffa come quelli incriminati nell’Hebei. Spaccatela. Farete un favore ai prossimi commensali, evitando loro vini e veleni.

Cin cin.

domenica 26 dicembre 2010

Immortalità? Ma per favore…

Millions long for immortality who don’t know what to do on a rainy Sunday afternoon.

Milioni di persone vorrebbero avere l’immortalità e poi non sanno cosa fare una domenica pomeriggio piovosa.

Susan Ertz [1894 - 1985]

sabato 25 dicembre 2010

Indovina indovinello

Sovvertiamo le regole. Questa volta, prima di raccontarvi l’articolo del giorno, ve lo mostro. Sfoderate la vostra fantasia più eccentrica per vaticinarne la funzione. Non è facile, vi avverto, per cui impegnatevi. Fatto? Bene.

Ora ditemi onestamente se eravate arrivati ad immaginarne lo scopo: il vaso in questione non è un nuovo inusitato sistema per fumare droghe leggere (da escludere a priori, noto l’atteggiamento super severo del Giappone nei confronti della droga. Poi che i giapponesi siano accaniti consumatori di sigarette e bevano come spugne invece va benissimo. Ma questo è un altro discorso…). Né un peculiare recipiente per degustare l’onnipresente sakè alla temperatura giusta, e senza perdere un solo alito del suo inconfondibile aroma.

Se avete detto che è uno strumento musicale vi ci siete perlomeno avvicinati. In realtà è l’esatto opposto. Nei fiati si immette aria e si estraggono note. In questo imperdibile congegno si immettono urla e si estrae un refolo quasi inaudibile. No, davvero. Non scherzo. È il vaso per urlatori repressi. Si sa che l’aplomb, la compostezza, il rigido rispetto di un protocollo fatto di ossequiosi inchini e garbo talmente formale da renderlo indisponente, l’intirizzito assetto mentale che non lascia spazio a fantasia e improvvisazione, comportano uno sforzo non indifferente ai pur allenati giapponesi, che talvolta fa rovinosa leva sulla propria psiche compressa come in uno schiaccianoci. Anche loro ogni tanto avrebbero bisogno di una benefica scaricata, per evitare di sbiellare. Ma non si può.

Ecco allora il vaso antiurla venire loro in soccorso. Mi ricorda un vecchio film di Fantozzi dove, per non farsi sentire ululare, lui scappa fuori dalla scena (ristorante o ufficio, non ricordo bene, forse era perfino una gag ricorrente in luoghi diversi) e solo in lontananza si abbandona ad urla lancinanti. La tecnologia fa miracoli. Ora non occorre più fare chilometri per scaricare la rabbia di un ingiusto rimbrotto del capo. O la classica, dolorosissima fitta da martellata sul dito. Basta avere a portata di mano il prodigioso oggetto, e potrete lenire frustrazioni e sofferenze senza che il vicino di scrivania o di casa quasi se ne accorga. Eeeh, cosa non fa il progresso. Vaso smorza-urla : mai più senza.

Prima pubblicazione : 8 marzo 2009

venerdì 24 dicembre 2010

A Christmas Tale

One particular Christmas season a long time ago, Santa was getting ready for his annual trip but there were problems everywhere. Four of his elves got sick, and the trainee elves did not produce the toys as fast as the regular ones so Santa was beginning to feel the pressure of being behind schedule. Then Mrs. Claus told Santa that her Mom was coming to visit; this stressed Santa even more.

When he went to harness the reindeer, he found that three of them were about to give birth and two had jumped the fence and were out at heaven knows where. More stress.

Then when he began to load the sleigh one of the boards cracked and the toy bag fell to the ground and scattered the toys. So, frustrated, Santa went into the house for a cup of coffee and a shot of whiskey. When he went to the cupboard, he discovered that the elves had hid the liquor and there was nothing to drink.

In his frustration, he accidentally dropped the coffeepot and it broke into hundreds of little pieces all over the kitchen floor. He went to get the broom and found that mice had eaten the straw it was made of. Just then the doorbell rang and Santa cussed on his way to the door. He opened the door and there was a little angel with a great big Christmas tree.

The angel said, very cheerfully, “Merry Christmas Santa. Isn't it just a lovely day? I have a beautiful tree for you. Isn't it just a lovely tree? Where would you like me to stick it?”

Thus began the tradition of the little angel on top of the Christmas tree.


Racconto di Natale

Tanto tempo fa, nella stagione pre-natalizia, Babbo Natale si stava preparando per suo viaggio annuale, ma c’erano problemi dappertutto. Quattro dei suoi folletti aiutanti erano malati, e gli apprendisti folletti non erano rapidi come gli altri nel preparare i giocattoli, così Babbo Natale cominciava ad essere in ansia per il ritardo. A quel punto la moglie lo informò che la suocera stava per passare a trovarli, spazientendolo di più.

Quando andò a imbrigliare le renne, scoprì che tre stavano per partorire, e altre due avevano saltato la staccionata ed erano finite Dio sa dove. Altro stress.

Mentre stava caricando la slitta con i primi sacchi, una delle fiancate cedette ed i sacchi caddero a terra, sparpagliando tutti i giocattoli intorno. Demoralizzato, Babbo Natale decise di rientrare in casa, per farsi una bella tazza di caffè e un goccetto di whisky. Ma i folletti avevano nascosto la bottiglia di liquore, e non c’era niente da bere in tutta la casa.

Un malanno tira l’altro, Babbo urtò la caffettiera, che andò in mille pezzi sul pavimento della cucina. Fece per prendere la scopa, ma i topi avevano rosicchiato tutta la saggina. In quel momento suonò il campanello, e Babbo Natale si avviò verso l’uscio di casa imprecando tra sé e sé. Aprì la porta e si trovò davanti un piccolo angelo con un enorme albero di Natale.

L’angioletto, con voce cinguettante, disse: Buon Natale, Babbo! Non è una splendida giornata? Ho un bellissimo albero per te. Non è stupendo? Dove vuoi che lo pianti?

Così ebbe inizio la tradizione del piccolo angelo sulla punta dell’albero di Natale.

giovedì 23 dicembre 2010

Costolette di maiale

Evento raro in uno zoo californiano: una tigre ha dato alla luce tre gemellini di tigrotto. Sfortunatamente, a causa di complicazioni nella gravidanza, i tre cuccioli erano troppo prematuri e dopo pochi giorni sono tutti morti.

La madre, pur rimessasi dal parto, ha cominciato presto a dar segni di infermità, nonostante il suo fisico stesse bene. I veterinari, sorvegliando il regredire della paziente, hanno stabilito che la tigre era caduta in depressione per la perdita dei suoi piccoli. Ed hanno sentenziato che forse l’unica cura poteva essere supplire alla mancanza con qualche cucciolo di un’altra madre, come talvolta accade spontaneamente negli animali in libertà.

Purtroppo un’ampia ricerca in molti altri zoo non ha dato risultati apprezzabili. Non c’era in giro nessun tigrotto di età adatta, per confortare la madre addolorata. Ma i dottori volevano salvare la loro tigre triste. Ed hanno tentato un esperimento audace, primo zoo al mondo a osare tanto, basandosi sul fatto riscontrato in natura che talora una madre si prende perfino cura di cuccioli di altre razze.

I soli orfani disponibili rapidamente erano una masnada di porcellini da svezzare. I guardiani dello zoo li hanno “travestiti” da tigrotti, e li hanno piazzati attorno alla tigre giù di corda. Sarebbero diventati maialetti o costolette?

Date un’occhiata...

Ora, se si possono vedere cose del genere, ditemi un po’: perché gli uomini proprio non riescono ad andare d’accordo?

Prima pubblicazione : 6 marzo 2009

mercoledì 22 dicembre 2010

Punti di vista

When a man wants to murder a tiger he calls it sport. When a tiger wants to murder him, he calls it ferocity.


Quando un uomo vuole uccidere una tigre, lo chiama sport. Quando una tigre vuole uccidere lui, lo chiama ferocia.


George Bernard Shaw [1856 - 1950]

martedì 21 dicembre 2010

Nostalgia

Di uomini di pochissime parole e di fatti eclatanti. Di sogni diventati realtà in una notte caldissima e magica di ventotto anni fa. Di una serietà e un rigore morale di cui oggi non vediamo esempi altrettanto illuminanti. Della rarissima capacità di mollare tutto quando il gioco non diverte più, di non abbarbicarsi al potere conquistato, di ritirarsi in un anonimo Aventino, lasciando solo un dignitoso silenzio e non volgari comparsate presenzialiste.

Nostalgia di uomini schietti, il cui abbraccio ridente e sincero emoziona ancora a distanza di tanti anni.

Te ne sei andato silenziosamente come hai vissuto. E ci hai lasciato dentro una grande nostalgia, ultimo grande vecchio del calcio nostrano. Oggi siamo tutti un po’ più poveri. Ciao Enzo.

lunedì 20 dicembre 2010

Deve essere bello avere le ali

Un gruppo di gazze sfarfalla intorno ad un palo della luce. Un turbinio d’ali, un gracidare triste... Guardo in alto. Sulla sommità del pilone rametti e sterpi aggomitolati. Il nido delle gazze. Povere bestie, mi vien da pensare. Manco uno straccio di albero per organizzarci un nido su. Costrette dalla civiltà (?) che incombe a costruire il proprio rifugio su un traliccio. A quando i nidi fatti di rifiuti industriali? E pensare che l’amministrazione locale ha perfino ingaggiato una battaglia con gli importuni uccelli perché sporcano e inoltre rischiano di interrompere l’erogazione dell’energia elettrica. Insistendo a nidificare sull’unico oggetto che assomiglia a quello che il loro istinto gli dice essere il luogo giusto per mettere su casa. Ma piantare qualche albero qua e là non era proprio contemplato, nelle alternative possibili all’epurazione delle gazze?

Ma la rivincita dei pennuti è in agguato. In un paese minato dalla cultura del sospetto e dell’autodifesa, percorro l’autostrada adiacente ad un fiume ampio e lento, quello che sfocerà in territorio proibito, lassù nel Nord comunista, misterioso e minaccioso. Una ininterrotta ed invalicabile recinzione orlata da filo spinato lo delimita. Ad intervalli regolari si scorgono – apparentemente – inutilissime garitte cementate con dentro militari armati fino ai denti, di guardia al nulla che accade. Gli unici esseri liberi (!) di scorrazzare impunemente sul fiume sono degli stormi di cormorani. Galleggiano indolenti, indifferenti ai divieti, ai fucili puntati, a questa cupa atmosfera da guerra fredda che mette veramente i brividi. Ogni tanto spiccano il volo. Un rapido tuffo. Pescano un pesce. Volano via. Li immagino già lontani. Si fanno beffe dei confini, Nord e Sud, mi chi lo ha deciso dove finisce uno ed inizia l’altro?

Ed invece. Se un essere umano fosse scorto sul fiume, oltre il tramonto, l’ora del coprifuoco, i soldati hanno ordine di sparare prima di chiedersi – o chiedergli – chi sia. Fermarsi con l’auto, dare un’occhiata curiosa in più? Proibito. Fotografare? Non se ne parla neppure. Con la storia delle servitù militari non si può fotografare quasi nulla, in Corea. Ripenso ai cormorani. Neppure lo sanno, ma sono le uniche creature padrone di sfidare queste opprimenti regole di incivile convivenza. Deve essere bello avere le ali. Specialmente in Corea.

Prima pubblicazione : 19 giugno 2007

domenica 19 dicembre 2010

Aspettando Godot

Talvolta non occorre andare all'estero per catturare immagini espressive. Basta la propria città un sabato mattina. Vecchiaia in attesa di qualcosa, raccontata in uno scatto.


Cuneo, by Homing Pigeon

sabato 18 dicembre 2010

Nisi caste saltem caute

Volete assicurarvi fama imperitura di esperti informatici? Siete alla ricerca di quell’oggetto che causerà sia in amici che in perfetti sconosciuti moti livorosi di invidia per il vostro incontrovertibile buongusto? Ambite al titolo di originale a tutti i costi, anche se per evidenti motivi non sarete in grado di presenziare al conferimento di tale qualifica?

Siete uno di quei previdenti pianificatori che si preoccupano di essere ricordati ben oltre l’effimero tempo della nostra leopardiana vita mortale?

Il bieco rappresentante di arredi sepolcrali vi sta tediando con la sordida ostensione di uno spesso catalogo in brossura pieno di foto dei soliti triti soggetti – madonne affrante, angioletti inginocchiati dalla furtiva lacrima, croci uscite dalla matita dei più rinomati designer funebri, vasi capaci di cascate babilonesi di ipocriti fiori e ramoscelli finti – che adornano, sempre quelli, che noia, le tombe di gente in cerca di vacua distinzione nell’aldilà?

Basta. Fate i creativi. Decidete da voi come sarà agghindata la vostra lapide. Con un solo sguardo, tutti dovranno capire immediatamente che razza di perdita per il mondo sia stata quella dell’anima irrequieta e spregiudicata che riposa proprio lì dentro.

Deve essere per forza così che è andata. Perché non voglio pensare che il signore in questione avesse dei parenti così malvagi da combinargli un simile scherzo a giochi fatti, quando lui giaceva, immoto ed eternamente indifeso, nella bara, in attesa di essere inumato. E lo voglio immaginare come uno spirito balzano, magari un po’ fessacchiotto ma in fondo in fondo un buono, non un acido essere con turpi vizi che è stato punito, se non per l’eternità, almeno per un congruo numero di anni (fino all’esumazione e alla migrazione delle povere ossa in un anonimo colombaio), da un’assemblea di congiunti radunati in guisa di giuria processuale.

No, questo è troppo! Anche se era uno spilorcio che non regalava mai un soldo ai nipotini, sparava col flobert ai gatti randagi e si scaccolava per strada, non possiamo fargli questo, tuona la difesa, interpretata dalla cugina di Abbiategrasso, giunta appositamente per le esequie. Brusio degli zii giurati popolari. Prende la parola la pubblica accusa (zia Adelina): certo che se lo merita! Vi ricordate la volta – oh, ignominia per tutta la famiglia – che Luigino, dovendo portare a scuola la ricerca sui fiumi sotterranei carsici, trovò nel suo computer un tale assortimento di scatti di porcellone in sguaiate pose ginecologiche, che ancora, povero figlio, non si è ripreso dallo choc, e tutte le volte che cucino l’impepata di cozze deve correre in bagno a vomitare! Urla, risate, fischi e applausi. Silenzio, o faccio sgombrare il tinello!, ingiunge il robusto pubblico ministero Giovannone, percuotendo ripetutamente il batticarne sul tagliere.

La giuria si ritira in sala da pranzo per deliberare. Dopo una breve ma intensa consultazione, rieccoli. Il presidente (zio Antonio) legge il dispositivo della sentenza. Condanna al ludibrio perpetuo tramite orpellatura del sepolcro con simulacro di computer in marmo bianco di Carrara, a eterno memento del toccante episodio citato. La foto del defunto farà da screen saver. Niente mouse invece, di topi ce ne sono già fin troppi al cimitero. La scritta celebrativa reciterà: errore fatale e irrecuperabile di sistema.

Non sottovalutate mai il potere vendicativo dei parenti. Se non volete entrare a far parte – seppur in forma postuma – dei protagonisti del club Mai più senza.

Prima pubblicazione : 1° marzo 2009

venerdì 17 dicembre 2010

A volte ritornano

Finita l’Expo universale. Dove c’erano luci e suoni e colori e gente, tutto è buio ora. Shanghai è stata per qualche mese linda e lucida, come si conviene a una vera metropoli internazionale. Stazione ferroviaria ultramoderna. Vetri e acciai e marmi. Treni da velocità iperboliche. Un terminal aeroportuale nuovo, con moquette inusitatamente vergine di patacche e chiazze di umanità varia bivaccante.

Ora è finito tutto lo splendore sbrilluccicante. Nelle strade ricompare quella miseranda fauna che sembrava volatilizzata, rimossa, elisa dalle regole che richiedevano un’immagine consona al rango dei visitatori. Appena fuori da una stazione del metrò, non lontano dal centro, un’improbabile coppia di questuanti cerca di impietosire il frettoloso pubblico di passaggio, fatto soprattutto di gente che rientra a casa dopo una lunga e fredda giornata di lavoro. In un fagotto sciorinato per terra si distingue una sagoma umana sotto una coperta dai colori indefinibili. Troppo corta, testa e piedi sono di fuori. E dorme. Come riesca non si sa. Il freddo, il rumore, la durezza impietosa del pavimento di cubetti autobloccanti. Eppure dorme, incurante di tutto. Accanto a lui (ma chi può dire se è un lui o una lei?) è inginocchiato un uomo, davanti a sé un colbacco rovesciato implorante uno stentato obolo che non arriva. Come un animale in gabbia reitera con ossessionante ripetitività lo stesso gesto, la stessa cantilena. Il corpo si rannicchia in un gesto di sottomissione, la testa tocca il pavimento, poi torna su, e subito di nuovo giù. All’infinito. Un alienato che omaggia un invisibile imperatore. Mentre risale pronuncia sempre le stesse due parole, xie xie, ad alta voce, per superare i decibel del traffico orrendo del venerdì sera. Ringrazia a prescindere, nessuno si cura di dagli una moneta, neppure la più vile.

I poverissimi, quelli che la Cina ormai potenza planetaria vuole a tutti i costi far finta che non esistano, ci sono. Erano stati ben acquattati, quando Shanghai doveva far vedere al mondo intero quanto era bella, industriosa, sofisticata, moderna e nettata di ogni bruttura. Ora, lentamente, questa folla di miserabili si riaffaccia sul liso palcoscenico della mera sopravvivenza. A volte ritornano.

mercoledì 15 dicembre 2010

Ionesco

- Buongiorno, vorrei comprare una latta di vernice. Quanto costa?
- Ne abbiamo da 10 fino a 200 euro al litro.
- E quale è la differenza?
- Nessuna, è sempre la stessa vernice.
- Ah. Allora me ne dia cinque litri di quella da 10 euro.
- Bene, signore. La vernice può passare a ritirarla tra un mese.
- Tra un mese? Ma a me serve oggi, ho preso ferie e voglio dipingere la camera da letto domani!
- Mi spiace, allora fanno 200 euro al litro.
- Ha voglia di scherzare! Mille euro per cinque litri? È una rapina! Non ha qualcosa di più economico subito?
- Mi faccia vedere... Spiacente, avevo ancora qualche litro disponibile a trenta euro, ma me li hanno appena prenotati tutti.
- La mia solita sfortuna. Va beh, allora le pago ora quella da 10 euro e passo tra un mese.
- Oh. Vedo che la vernice è appena aumentata a 20 euro al litro.
- Ma come? Così, mentre parlavamo?
- Sì. Il prezzo cambia costantemente, anche dieci volte al giorno.
- Sto perdendo la pazienza. Allora, me la vuole vendere o no la sua vernice?
- Certo, signore. Però si ricordi che il prezzo che le ho appena offerto vale solo se dipinge un sabato sera.
- Voi non siete mica a posto. Va bene. Dipingerò la camera nel weekend. Anzi, faccia così. Me ne dia sei litri, che non si sa mai.
- Le ricordo che ci sono delle penalità per il mancato totale utilizzo della vernice, che possono portare al sequestro della latta senza diritto al rimborso.
- Andate a quel paese! Vado a comprare la vernice da un’altra parte.
- Mi spiace. Lei può comprare la vernice per il salotto e la cucina anche in un altro negozio, ma per la camera da letto è obbligato a comprare la tinta solo da noi. Gli altri non tengono la vernice per le camere da letto.
- Basta! Facciamola finita. Mi prenoti questa dannata vernice e mi dica quanto fa.
- Certamente, signore. Vediamo. Ecco: in tutto sono 180 euro.
- Cento e ottanta euro?!? Come sarebbe a dire? Non costava venti euro al litro? Per sei litri, se so fare ancora i conti, fanno 120 euro.
- Sì, ma poi c’è la tassa sul pennello, l’assicurazione obbligatoria rischio scala e il sovrapprezzo incremento greggio. Come lei ben sa, con il petrolio a 100 dollari al barile, produrre le vernici, che è tutta roba chimica, costa ogni giorno di più.
- Basta!!! Qui ci sono i suoi soldi, sanguisuga, prima che mi cambi le carte in tavola e mi aumenti dell’altro la vernice. Mi faccia solo andare via, che se no commetto uno sproposito.
- Ecco la sua ricevuta, signore. La aspettiamo tra un mese. Mi raccomando, sia puntuale. Venga in negozio almeno tre ore prima di cominciare a dare la tinta, e si ricordi di portare un documento valido, per il ritiro della merce. Grazie di dipingere con noi.

Teatro dell’assurdo? Certo. Nessun venditore di vernici sano di mente si sognerebbe mai di trattare un cliente così. Ma provate a immaginare di dovere comprare non una latta di vernice ma un biglietto aereo, e ditemi se la conversazione non assume un tono, se non più logico, almeno già più familiare. Air Ionesco.

Prima pubblicazione : 20 gennaio 2008

martedì 14 dicembre 2010

Cuore di mamma

Espressioni che parlano. Immagini che traboccano puro, primordiale istinto materno, non esclusivo appannaggio della razza umana. Anzi. Degli animali, i cugini Darwiniani più vicini a noi, ci mostrano amore e premura come forse non tutte le donne sanno fare.

Ho avuto la fortuna di ritrarre questa preziosa testimonianza di quanto la natura abbia da insegnarci. Un’altra ragione, mai ne occorressero ancora, per cui tutti dovrebbero contribuire a salvare questi grandi primati a rischio di estinzione, minacciati dalla stupidità dell’uomo: gli orangutan indonesiani.

lunedì 13 dicembre 2010

Applausi 2

Un racconto scritto nel 2001, dopo il nostro primo casuale incontro su un aereo. Lo ripubblico oggi per una ricorrenza speciale. Il mio amico e consigliere spirituale compie ottanta bellissimi anni. Tanti auguri, Rids. Un abbraccio.

I've known Rids for almost ten years now, after we unexpectedly sit side by side on a plane in 2001. That's when I wrote our first meeting story. From time to time we still catch up, and our friendship just gets stronger. I dedicate this tale to you, my dear friend, on a very special day: your wonderful eighty years of age and wisdom. Happy birthday, Rids.


Applausi 2

Per la seconda volta, e per tutto un altro motivo, mi trovo ad applaudire in aereo. Seduto accanto a me, un uomo reso bello dal fascino dell’età. Mani curate e morbide da monaco di clausura. Chiede due mazzi di carte ad una hostess. Due occhi azzurrissimi che ispirano serenità mi fissano da dietro le lenti montate in oro, ed insieme mi stregano. Quattro chiacchiere di circostanza. È la scoperta. Sono un mago, mi dice. Curiosità. Mai incontrato di persona un mago. Te li immagini sempre con un coniglio nascosto da qualche parte, ed ecco invece un bellissimo personaggio che emana calma, e parla come i nonni delle favole.

Di ritorno da un congresso di maghi tenutosi a Shanghai, è sulla via di casa. Melbourne. Pur essendo olandese di nascita, vive lì da una mezza vita ormai. Ma ha ancora quel poco di accento europeo, che non permette di identificarlo immediatamente come australiano.

Mani di velluto che fanno miracoli. O forse non sono le mani. È la mente. Ma non voglio sapere. Non sono giochi di prestigio quelli che fa. Sono racconti, narrati da un affabulatore che coinvolge ed ottenebra. Prendi una carta, una qualsiasi. Non tocca neppure il mazzo. E mentre la prendo, mi parla dell’otto, numero preferito dai cinesi. Sì, dico io, è il numero che rappresenta il denaro. Ma lui mi parla dell’amore. E allora perché ho scelto io l’otto di cuori, di tutte le carte del mazzo?

Non gioco mai a carte, mi dice. Ci credo. Mischia con noncuranza il mazzo. Poi distribuisce a due immaginari giocatori cinque e cinque carte. Alternandole. Mi fa, vedi, a volte quando giochi non ti viene nulla in mano. E gira le prime cinque carte. Sparpagliate, neppure una coppietta per sbaglio. A volte, invece… e gira le altre cinque. Quattro assi ed il re di cuori.

E poi fa finta di rivelarmi un trucco, di quelli banali, da maghi delle sagre paesane. Guarda bene, ora lo faccio piano. E vedo le sue dita fatate che pizzicano la mia carta, quella che ho guardato e riposto - credevo – in mezzo alle altre, e la trascinano in fondo al mazzo, e la sbirciata furtiva tu non la noti, ma lui già sa che carta è. Ma poi mi dice, prendine una. La guardo, lui me la fa riporre a caso, ed “ascolta” il mazzo. Sì. Proprio così. Lo seguo attentissimo, e lui neppure lo guarda. Lo avvicina all’orecchio, i miei occhi nei suoi. È il tre di quadri. Sì. È proprio lui. Ma come fa?

Non sono solo le sue mani a regalare meraviglia. Mi viene, istintiva, spontanea, la voglia di prendere appunti. Mi urge il moleskine. Scrivi?, mi chiede. E mi racconta che anche lui, venti anni fa aveva scritto un libro. Mi parla poi di un manoscritto mai pubblicato, qualcosa che era troppo personale, troppo ricco di storie della sua famiglia, per essere reso pubblico. Tre mesi di vita con Madre Teresa di Calcutta. Rivive, e mi fa vivere nel suo narrare, un’immagine forte e lontana. Un bambino raccolto per strada, come tanti. Male in arnese, terribilmente male in arnese. Alla mattina sembra stia già meglio, gli sorride. Poi, d’improvviso, dopo un quarto d’ora gli muore tra le braccia. Sconcerto e rabbia. Perché? Non c’è risposta a questi perché. Ma le suore sorridono. Un altro perché. Perché, come sorridere di una morte così? La spiegazione è terribile e dolcissima insieme: un’icona. Non essere voluto e non essere amato è la più grande malattia di questo mondo. Quel bambino stava morendo. Sarebbe morto comunque. Ma è morto tra le braccia di uno sconosciuto che gli stava dando amore. È morto felice.

Rids, questa fantastica persona, mi siede accanto per un tempo che è fatto di incanto. Questo incontro merita di essere ricordato anche con una testimonianza tangibile. Gli chiedo il mazzo di carte con cui mi ha offerto dei momenti di sorpresa, di piacere. Di allegria. Sì, ma prima devo controllare se ci sono tutte le carte, sai com’è, qui seduto allo stretto potrebbe essermene caduta qualcuna… pescane una, mi fa. La guardo, la celo fra le mani. Il resto del mazzo scorre lentamente tra le sue mani. Lo sguardo è assorto, lontano, sembra concentrarsi. Oh, no!, improvviso esclama. Non puoi averlo, il mazzo. Perché? Manca il sette di picche. Che ho in mano io. Applausi.

Prima pubblicazione : 14 dicembre 2007

domenica 12 dicembre 2010

Harmony - Serenità

Words describe, images talk. When you take a snapshot like this, you needn't words anymore.

Le parole descrivono, le immagini parlano. Quando riesci a fissare uno scatto come questo, non servono più le parole.



by Homing Pigeon

sabato 11 dicembre 2010

La ciotola che sussurrava ai cani

Be a good dog today. Proprio quello di cui si sentiva il bisogno. Una ciotola che, mentre sta ripulendola, ricorda al cane di casa che deve fare il bravo. Ne hanno fatto anche una versione per gatti, di utilità tendente allo zero assoluto. I gatti già non ascoltano gli umani che degnano della loro riverita presenza e a cui magnanimamente concedono di usare la stessa casa che hanno eletto a loro esclusivo territorio, figuriamoci se si fanno impressionare da una penosa registrazione incistata nel contenitore del loro meritato cibo.

Ma i cani sono bestie sensibili, e non meritano certe crudeltà da parte di padroni infidi a cui non possono rendere la pariglia. In un mondo più equo, che si preoccupasse dei diritti degli animali, ora qualcuno dovrebbe inventare un traduttore dal linguaggio canino che, opportunamente inserito nell’insalatiera del servizio da tavola, renderebbe edotto il padrone dei pensieri del proprio simpatico amico a quattro zampe.

Del tipo: ho proprio fatto il bravo, oggi, come mi ordini sempre di fare, con quel tuo tono melenso, mentre cerco di mangiare in santa pace la mia pappa. Ho scavato in giardino, giusto dove mi avevi intimato di non andare, portando alla luce quei tuberi che ti eri procurato nel viaggio in Olanda. Non capisco proprio perché ci tenessi così tanto. Non erano per niente gustosi. Poi ho pisciato sulle ortensie – sai benissimo che non le ho mai sopportate. Aspetta, non ti arrabbiare. Senti qui. Ho fatto anche la guardia. Sarai orgoglioso di me. Pensa che ho morso al polpaccio quell’antipatico che viene sempre a trovare la padrona quando tu sei in ufficio o vai alla partita la domenica, e non mi porta mai manco un osso di gomma per sbaglio. Quanto se l’è presa la padrona!! Continuava a dire, povero tesoro, ti ha fatto male? Quel cagnaccio è un bastardo tale e quale il suo padrone! Vieni qui, che ci diamo bacino bacino, e vedrai che passa tutto...

Adesso me la restituisci la vecchia ciotola che non parla, o devo seguitare a rovinarti la cena come fai tu con me?

Prima pubblicazione : 22 febbraio 2009

venerdì 10 dicembre 2010

You bloody idiot

Adoro il modo di fare degli australiani. Il loro essere politicamente scorretti. Persone dirette, ti dicono in faccia quello che pensano, senza eufemismi, senza giri di parole, e spesso condiscono le frasi con salaci epiteti che in America li costringerebbero a viaggiare in permanenza con l’avvocato appresso. Sono un popolo giovane, duecento anni di storia a malapena, e talmente eterogeneo che nessun gruppo etnico sfugge alla presa in giro, sfruttando le caratteristiche stereotipali, che però, salvo eccezioni, si dimostrano spesso vere. Gli italiani caciaroni e donnaioli, i greci gelosi e sempre alla ricerca di altri greci a cui fare sposare le figlie, i cinesi incapaci di guidare, i libanesi che maltrattano le donne, gli ebrei attaccati al soldo, gli aborigeni ubriaconi e fannulloni. Per non parlare dei cugini kiwi, i neozelandesi, costante bersaglio di punzecchiature e ironie, per via di una popolazione ovina che surclassa come numero le donne, ed è di facile intuito dove vadano a parare le battute sul tema...

Gente allegra, spiritosa e pronta allo scherzo. Le barzellette australiane sono tra le più gustosamente volgari, offensive e irrispettose che abbia mai sentito. Ce n’è per tutti, nessuna categoria è risparmiata. Un grande successo editoriale è il libro delle barzellette politicamente scorrette. E l’autore non è né un attore alla Alvaro Vitali, né un calciatore alla Totti. È un illustre psicologo del rapporto di coppia. Detto tutto.

Ma gli aussies di ceppo britannico sanno anche essere autoironici. I pronipoti dei galeotti mandati dalla regina Vittoria a svernare nella colonia più lontana da casa, sono, e sanno di essere, dei gran bevitori e non esattamente dei maestri di etichetta. Si può ridere e scherzare con loro, e su di loro. Ma al pub consiglio cautela. Quando sono ubriachi, come del resto accade anche altrove, o sono dei gran compagnoni, o diventano degli attaccabrighe con cui è meglio non avere a che fare. Basta guardare la stazza dei Wallabies, la nazionale di rugby australiana, per togliersi la voglia di fare a botte con un energumeno loro simile carico di birra. Se al bar un tuo vicino di sgabello grosso come un frigorifero di baleniera si rivolge a te dicendoti: mate..., che è l’appellativo principe che ogni australiano usa per apostrofare un altro maschio, delle due una: o ti dà un’amichevole pacca sulla spalla ed ti invita a bere insieme, oppure stai per avere dei grossi guai che, al risveglio, sarai contento di poter raccontare.

Non si può impedire ad un australiano di sbronzarsi serenamente il venerdì o il sabato sera. È praticamente una tradizione. Anche il governo lo sa. Ma si può evitare che sia così idiota da montare in macchina in quello stato e pretendere di essere ancora capace di guidare. E così il governo, nella figura del Ministero dei Trasporti, glielo dice. In faccia.

Ma voi ve le immaginate le polemiche, le stroncature, le denunce, le sensibilità offese, i fiumi di inchiostro e di spazi televisivi che si sprecherebbero, e i mille opinionisti che metterebbero il becco per dire la loro, se in Italia comparissero sulle autostrade dei cartelli in cui il governo punta il dito contro di te, sì, proprio te che prima bevi e poi guidi, e ti dice, sei un dannato idiota??

Questa è la scritta che campeggia su un viadotto di un’autostrada di Melbourne. Letterale. Bevi e guidi? Sei un dannato idiota. Forse ci saranno maniere più eleganti per invitare la gente a rispettare la legge. Ma in Australia non sono abituati ai raffinati tocchi di fioretto. Nessuno se la prende, nessuno solleva un putiferio se i governanti parlano come la gente comune e danno dell’idiota a chi in realtà ne dà dimostrazione pratica, bevendo come una spugna e poi guidando. Non hanno timore di insultare, quando serve. Il fine giustifica i mezzi.

Gli australiani sono gente di spirito. Sugli stubbie holders, gli involucri di neoprene in cui si calzano le lattine di birra per mantenerle gelate (come se durassero abbastanza da scaldarsi!), è comparsa subito la parodia della campagna: if you drink and drive, you’re a bloody idiot. If you do it home, you’re a bloody legend. Come si fa a non adorare un popolo del genere?

Prima pubblicazione : 1° settembre 2007

giovedì 9 dicembre 2010

Originality

Originality is the art of concealing your sources.


L’originalità è l’arte di nascondere le tue fonti.





Benjamin Franklin [ 1706 - 1790 ]

mercoledì 8 dicembre 2010

La casa giapponese

È la serata di commiato, per il suo pensionamento, di una delle persone più amabili e squisite che abbia avuto modo di conoscere in Giappone.

Dopo avermi lasciato l’onore di decidere il ristorante – e naturalmente non ho potuto che rivisitare quel tempio di armonia di cui ho già tessuto le lodi in passato, gustando ancora una volta un supremo Tonkatsu – mi ha riservato un esclusivissimo, singolare, raro e prezioso regalo.

Dopo cena prendiamo la metropolitana e andiamo a casa mia. E ti presento mia moglie. Ora, se una proposta del genere suona del tutto usuale in un consesso di colleghi d’ufficio italiani, giova menzionare che nel codice comportamentale giapponese la famiglia non è argomento di conversazione, che spesso sodali che condividono un ufficio per trent’anni non sanno nemmeno che aspetto abbiano né la moglie né la casa in cui abita il vicino di scrivania. E che, in dodici anni di visite in Giappone, mai nessuno si era mai sognato di invitarmi a casa sua.

Mentre camminiamo quelle poche centinaia di metri dalla stazione del metrò all’abitazione, percepisco nel mio anfitrione una velata titubanza. Sta cercando il coraggio – e la forma corretta – per rivelarmi un uso locale, gabellandolo quasi per una curiosità, una estrosaggine che uno straniero magari non comprende, ma, da buon ospite, è pregato di adeguarsi. Alla fine ce la fa e con voce serafica dice: nelle case giapponesi non si entra con le scarpe. Si tolgono all’ingresso, appoggiandole su una essenziale scansia, e si cammina, su quei caldi parquet che hanno preso il posto dei tradizionali tatami, scalzi o indossando delle vezzose ciabattine comunitarie, condivise negli anni dai rari visitatori.

Ecco fatto. Sospiro di sollievo, imbarazzi evitati. La serata è piovosa, che orrore il pensiero di un gaijin ignorante delle convenzioni che vìola quegli immacolati impiantiti con scarpe sporche e bagnate. Lo tranquillizzo subito, la fortuna vuole che il gaijin questa volta non sia proprio del tutto digiuno degli usi e costumi orientali. Così si agisce anche a Singapore, in Corea, in Tailandia. Ci scherzo su, ammettendo di prestare particolare attenzione alla virginale interezza dei miei calzini, onde evitare impreviste esibizioni di alluci che fanno cucù dalla trama rotta del pedalino, quando sono in quelle nazioni.

Il suo viso si illumina e, compiaciuto, riconferma mentalmente tra sé e sé che questo gaijin merita di essere messo a parte dei segreti di una casa giapponese. Dunque sa di creanza locale, non è un buzzurro che infangherà dappertutto. Ma va in visibilio quando gli confesso che io stesso, a casa mia, non entro mai con le scarpe, ed anzi provvedo di babbucce gli amici che mi vengono a far visita (pur non imponendo la cosa in forma assolutistica), essendomi gradita l’idea che sporcizia e sudiciume di strada si fermino sulla soglia di casa.

La casa è calda di legni chiari ed accogliente. Priva di orpelli, ninnoli e soprammobili che sono la tipica pecca e predilezione di tante nonne italiane. Minimalista, l’originale di quello che vedresti sfogliando una rivista di design con progetti di architetti giapponesi. Seppur moderna, ha le pareti scorrevoli di carta di riso, e si affaccia su un giardinetto minuscolo che è un capolavoro di ordine ed armonia. Ma il tratto distintivo è l’esasperante lindore, roba da chiedersi se passino l’intera esistenza alla ricerca del perfetto lustro, alla caccia dell’ultimo riottoso granello di polvere, alla messa in bolla di ogni quadro appeso, alla rigorosa selezione delle sequenze cromatiche nelle costole dei libri esposti. Anche nell’intimità del focolare domestico replicano le consuete ossessioni: pulizia, precisione assoluta, armonia e senso del bello.

Perfino il cane, grassoccia e simpatica presenza che tenta di approcciarmi un paio di volte, giusto per spiegarsi questa bizzarra, inusitata intrusione nel suo spazio, ha un aplomb ed una signorilità tutti giapponesi. Ed è logico, essendo un esemplare di pura razza Shiba, di cui ignoravo spensieratamente perfino l’esistenza fino a questa visita. Dopo una formale verifica olfattiva e l’accettazione del fatto che i suoi padroni parlano con questo alieno, e quindi tutto è in ordine, si accoccola pacificamente su una specie di strofinaccio, artisticamente disposto sul pavimento e, inutile precisarlo, privo del benchè minimo strappo o traccia di denti, e perfino immacolato di peli di cane. Robe da giapponesi.

Sono stati amabilissimi conversari, quelli che hanno riempito il tempo di questa privilegiata visita. Era evidente che la moglie intendeva l’inglese del nostro dialogo ma, essendo i giapponesi dei naturali perfezionisti, non parlandolo come una laureata di Oxford ha preferito che il marito traducesse nei due sensi la nostra chiacchierata. Hanno rievocato, deliziati, fra sorrisi trasognati e piccoli sporadici inchini, scampoli delle loro molteplici visite in Italia, con citazioni di luoghi che non è detto che la maggioranza degli italiani, tutti presi ad andare alle Maldive, alle Seychelles e a Bali, conoscano ed apprezzino come questa coppia di appassionati giapponesi. Il tutto accompagnato da un paio di bicchierini di Shojiu, un distillato di cereali di media forza e di gusto piacevole, che hanno contribuito a rendere la serata lieta e leggera. Mi hanno addirittura mostrato un tenerissimo album di fotografie, ormai nemmeno più sorprendente nella sua attenta scelta delle giuste didascalie per ogni città ed ogni monumento. Ma incantevole perché, come i liceali alla prima gita da innamorati, alternate alla foto, nelle taschine avevano riposto le carte d’imbarco del volo, la ricevuta di un tram, il biglietto del museo degli Uffizi, il conto di un ristorante memorabile. Dei coniugi alla soglia dei settanta con lo spirito romantico di due fidanzatini quindicenni. Che delizia.

Al commiato, l’ultima sorpresa. Nonostante le mie insistenze per tornare autonomamente in hotel (i giapponesi temono sempre che uno straniero venga misteriosamente fagocitato dalla metropoli e se ne perda la benchè minima traccia, oppure ritengono ogni gaijin totalmente incapace di destreggiarsi nella tela di ragno dei mezzi pubblici sotterranei che spostano quotidianamente milioni di pendolari), vengo riaccompagnato in macchina da entrambi, la moglie alla guida, il marito (che avendo bevuto un paio di bicchierini preferisce astenersi) premurosamente seduto accanto a lei.

Un inusitato onore (è ben raro vedere un abitante di Tokyo guidare la propria vettura, sia per la disumana efficienza del mezzo pubblico, sia per l’astronomico costo del parcheggio in centro), che suggella una serata i cui gesti parlano di una imperitura amicizia. Invitato a casa, presentato alla consorte, addirittura riaccompagnato in hotel destando l’auto privata dall’ozioso letargo in cui era assopita, forse da tempo. Non lavoriamo più insieme, ma so che ci rivedremo. Come amici. Sono soddisfazioni. Specialmente per un gaijin.

Prima pubblicazione : 9 luglio 2008

martedì 7 dicembre 2010

Sei tu, Bob?

Mi è sempre stato istintivamente simpatico, pur ignorando la gran parte delle sue intraprese politiche in India, il quasi ottantenne Primo Ministro, il punjabi Manmohan Singh. Lo confesso, è una questione puramente estetica. Non che questo renda il mio giudizio un esempio di illuminato acume politico. Tuttaltro, me ne rendo conto. Ma quel viso sereno, spesso sorridente, quella barba bianca un po’ scarmigliata, le gran sopracciglia arruffate, perfino il bellissimo turbante Sikh, sempre di colore azzurro, drappeggiato con la sapienza di una vita sulla testa, tutte queste cose me lo fanno immaginare persona degna di coprire il non agevole incarico di capo del governo di un miliardo di indiani, oltre che uomo ammodo nella vita privata.

Oggi ne ho avuto un’indiretta conferma. Parlando con dei locali ho saputo che il sensibile Manmohan è particolarmente attento all’esigenza di salvaguardare la tigre indiana. Che i responsabili degli otto parchi nei quali vivono in libertà le ormai poche migliaia di felini sopravvissuti alle insensate cacce prima degli inglesi, e poi dei bracconieri che riforniscono il fiorente e lucroso mercato clandestino cinese, sono in costante contatto con la fondazione voluta da Singh e a lui riportano sullo stato di salute della razza, sulle misure per impedire l’ulteriore decimazione e su come proteggere le rare tigri rimaste.

In India la manodopera non costa molto. Invece di affiggere dei manifesti, c’è chi passa magari una giornata ad affrescare un ingenuo murale sul tema. Che ho visto e fotografato fuori dalla stazione di Mumbai. Un grande quadro naif, con una tigre che sembra uscita in parte dalla penna di un bambino, in parte dal pennello di un allucinato Ligabue. Dipinto su uno scalcinato muro di piastrelline bianche (o almeno, una volta, tanto tempo fa, dovevano esserlo). Una straordinaria battuta di spirito, amara ma perfetta, una piccola punta di humour inglese conservato dagli indiani per gli eventi speciali. Infine, le scritte: ha bisogno della sua pelliccia più di te. Salviamo le tigri!

Sì. Salviamo le tigri. Ce n’è urgente necessità. Il giorno che si conviceranno le donne a non indossare più pellicce e i cinesi a smettere di credere che le ossa triturate rinvigoriscano miracolosamente parti irrimediabilmente afflosciate come stracci da spolverare, le tigri potranno tirare un gran sospiro di sollievo. Fino ad allora, un sentito grazie a Manmohan Singh, al suo schietto interesse per i grandi e bellissimi felini, e agli artisti di strada che spendono il loro talento per dipingerle e creare consapevolezza del problema.

lunedì 6 dicembre 2010

Il biondino della spider rossa

Ci sono cose nella vita che non si vogliono sapere. Che – razionalmente – la testa rifiuta. Che il cuore non riesce ad accettare. Non è possibile, continui a ripeterti. Non è vero. Non può essere vero. Non deve essere vero. E invece.

Ho seguito da lontano, dall’estero, il dramma della piccola Yara. Certe vicende, per motivi reconditi ed indefinibili, ti toccano più da vicino di altre. Sarà quel musetto da bimba pulita. Sarà che da certe lordure pensi sempre che le terre civili del norditalia siano esenti – o almeno, così ti illudi. Fatto sta che ho continuato a pensare a quei genitori in crescente angoscia, sconforto, disperazione. La follia dietro l’angolo. E a quella bambina scomparsa che non si trova, ma perché non si trova, maledizione?

E così, dal profondo della memoria sopita, dai recessi di chissà quale strato geologico del vissuto già seppellito da ricordi più recenti, è riaffiorata intatta una storia di gioventù. Milena Sutter.

Genova, 1971. Lei aveva tredici anni. Io due di più. Una mia coetanea, dal nome noto, lo vedevi nei supermercati, nel reparto delle cere da pavimento. Odore di buono, quando mia madre lucidava i pavimenti. Il flacone marrone con le scritte forse ocra e la maniglia per impugnarlo meglio. Che cosa curiosa è la memoria. Un pensiero. Un sentimento che ti agita dentro. Ed improvvisamente, come una minestra rigirata da un mestolone, ecco che aggallano pezzi misti di passato. Milena Sutter. Il delitto del biondino della spider rossa. Bastardo, ricordo di aver pensato mille volte.

All’epoca a quindici anni si era idealisti. Le ragazze si baciavano timidamente, alcune arrossivano ancora per questo ardire. C’erano buoni sentimenti, ed un istinto di protezione del branco che manco i cani.

Per questo mi aveva infiammato quel delitto. Perché uccidere una nostra coetanea, buttarla in mare con una zavorra da sub per non farla ritrovare, e chissà che altre brutture, era una cosa da schifosi. Da vigliacchi. Da grandi che se la prendono coi più piccoli. Allora sedevo idealmente dall’altra parte dello schieramento politico. Se lo avessi preso, un verme del genere, assassino e forse violentatore, avrei voluto giustizia sommaria. Macchè processo. In mano ai parenti. O forse nemmeno, erano svizzeri, troppo civili, forse il loro composto dolore non prevedeva la vendetta. L’avremmo fatta noi. Milena meritava questo, anche se non la conoscevo, se non per quelle foto sui giornali, nei quindici infiniti giorni dalla scomparsa al ritrovamento.

Sono passati quasi quarant’anni. Di Milena Sutter pochi ricorderanno il nome, e molti giovani non l’avranno neppure mai sentita nominare. Ma quella stessa rabbia, quel senso di ingiustizia suprema che governa i fatti quotidiani, quello schifo che sale da dentro e fa odiare certi indecenti rappresentanti della razzaccia umana, tutto questo pout-pourri di sapori amari l’ho riprovato di nuovo, quasi intatto, nei confronti degli assassini di Yara.

Fa male capire che le illusioni, l’impossibile lieto fine, il ritrovamento di una adolescente magari un po’ frastornata ma in fondo sana e salva, non ci sarà. Fa un male bastardo. Bastardo come chi l’ha uccisa. Portando via la luce e la vita a dei genitori impotenti.

Non sono religioso, non frequento chiese. Non riesco ad esercitare la suprema virtù del perdono in casi del genere. Non ho più l’ardore giovanile, il fuoco giustizialista e forcaiolo che avrebbe voluto un linciaggio per Bozano, assassino di Milena Sutter.

Ma la voglia che l’Italia non sia un paese di cui vergognarsi, in cui si può ancora morire bambine di tredici anni per mano di un uomo, e che questo – chiunque sia – se la possa cavare con qualche annetto di galera, e poi oplà, un bell’indulto e liberi tutti, come a nascondino, quella c’è sempre.

La voglia che chi ha compiuto un delitto così infame venga punito adeguatamente. La voglia di dire, ora basta. Chi uccide paghi, e paghi caro. Ci sono delitti che vanno puniti in maniera esemplare. Mai più un genitore deve aver paura di rischiare quello che sta passando la famiglia di Yara. Arrivo a dire questo: vorrei che questo dramma fosse successo a Singapore. Perché lì ci sono giudici che comminano la pena di morte per fatti del genere. Siete contrari? Dissentite? Padronissimi. Per me uno che ammazza una tredicenne e seppellisce il cadavere chissà dove, lasciando in un’angoscia esasperante una famiglia per delle settimane, non merita di continuare a far parte del consesso terrestre.

Voglio solo ricordare questo: Milena fu uccisa nel ’71. Bozano, riconosciuto colpevole del delitto, si rese uccel di bosco tra un grado e l’altro (altra ridicolaggine italiana: ci vogliono da dieci a vent’anni per arrivare ad una sentenza definitiva. No comment.). Riacciuffato nel ’79, dell’ergastolo originariamente sentenziato scontò solo 14 anni. Nel ’91 ottenne la semilibertà, lavorando il giorno fuori di prigione. Tale regime gli fu revocato dopo che si rese colpevole di altri pesanti approcci nei confronti di minorenni. Il lupo perde il pelo ma non il vizio, dice il proverbio. Perché offendere il nobile animale? È l’uomo, schifoso e bastardo, che non perde mai il vizio. Il giudice che concesse la semilibertà ad un simile rifiuto mal riciclato è colpevole quanto l’assassino. Certi personaggi non meritano una seconda chance. Perché ne abuserebbero. Viva Singapore. No alla nostra, cosiddetta, giustizia. Che tutto è, meno che giusta.

Applausi (Volo RG 880)

Quelli che partono spontanei, liberatori come non mai, dalla totalità delle persone sedute, anzi accucciate, nell’aereo che ha appena finito di rullare sulla pista di São Paulo. Per una volta nella vita, mi sono unito al coro. Dopo un silenzio irreale, sono scaturiti da dentro, dal profondo, a scaricare la tensione di un atterraggio di emergenza.

Quella specie di botto sordo che si era sentito al decollo, come se l’aereo avesse incontrato un’illogica crepa nella pista, era in realtà lo scoppio di uno dei due pneumatici anteriori. Due ore di volo nelle vicinanze di São Paulo, per consumare più carburante possibile. Occorre essere più leggeri, per ridurre lo stress sulle ruote al momento dell’atterraggio, e vuotare i serbatoi per diminuire il rischio di esplosione o incendio. Ed eccoci pronti alla procedura di emergenza. Le hostess ripetono le spiegazioni, ma stavolta non c’è l’annoiata indifferenza del pubblico. Tutti seguono, ed eseguono, quello che viene loro chiesto di fare. Liberarsi delle scarpe e degli oggetti acuminati che potrebbero ferire nell’impatto. Via occhiali, penne, calcolatrici. Stare pronti ad evacuare l’aereo dalle uscite sulle ali e sul retro. Tiro bene la cintura di sicurezza e mi leggo con cura le istruzioni sul da farsi per uscire da qui. Un paio di suore prega sommessamente. Alcuni chiudono gli occhi, forse per trovare qualcosa a cui pensare che li porti lontano da lì, c’è chi chiede una coperta, chi cerca con gli occhi un amico che viaggia tre file più indietro. Io sono seduto in un posto di finestrino, sulle ali. Vedo la terra fottutamente vicina, l’aereo evidentemente deve volare così per essere pronto all’atterraggio, appena avrà l’autorizzazione. Basso, sempre più basso, un 737 che vola come un Piper ad elica. Eccola, la pista. Sollievo e preoccupazione insieme. Ci siamo. Il comandante non parla più. Ora tocca a lui. Compie un passaggio esattamente parallelo alla striscia di cemento, poi esegue un magistrale circuito con due virate che nemmeno ad Hong Kong avrebbero dato lo stesso brivido. Rifletto. Forse sono più fortunati quelli che sono seduti interni, che non vedono nulla. No, invece, non è vero. Preferisco così. Vediamo un po’ cosa succede. Ormai siamo a 200 piedi da terra, l’aereo è perfettamente allineato. Se ci fosse una mosca si sentirebbe volare. Improvvisa, la voce di una hostess. Senza microfono, di certo è già legata al suo sedile. Una sola parola, detta con voce tremante: abbassatevi. Tutti, immediatamente, eseguiamo. Mi punto contro il sedile davanti, rannicchiato, le mani a proteggere la testa. Ma gli occhi scappano verso il finestrino. Voglio vedere. Voglio sapere quello che capiterà, non voglio capirlo dopo che è accaduto. Ammesso che. Ed invece, tutto fila liscio. Un’impercettibile sbandata appena si tocca il suolo, una frenata dolce, cauta, attenta, tanto la pista è tutta nostra, e non c’è fretta di liberarla. L’aeroporto è paralizzato, nessun aereo in attesa nei paraggi, gli addetti ai lavori, che forse già sanno, ci scrutano da lontano. Siamo fermi. Le camionette dei pompieri ci circondano, pronte alla bisogna. Come nei film. Ma non serve. Graças a Deus, ed alla perizia del comandante, siamo sani e salvi. Applausi.

Prima pubblicazione : 6 dicembre 2007

domenica 5 dicembre 2010

Catarsi

Ci sono racconti che richiedono meditazione. Ci sono racconti che emergono dal di dentro impetuosi come fiumi straripanti. Racconti che scrivi per il piacere di condividere. Racconti che scrivi per il bisogno impellente di liberarti di un peso. Racconti che chiedono riletture e revisioni. Correzioni. Abbellimenti. Tempo e testa. E racconti che rimangono scolpiti così come sono usciti, senza toccare una parola. Immediati e immutabili, pena la perdita dell’emozione. Puro cuore. Buona la prima.

È straordinario come a volte la scrittura assolva ad una funzione catartica. Scarichi sul foglio quello che ti opprime, quello che ti preoccupa, quello che ti angoscia. Quello che ti invade la mente e l’animo e non lascia spazio alla serenità. Quello che ti toglie il respiro. Allora scrivi. Poi ti senti meglio. Molto meglio. Come se per magia tutto il carico emozionale che era incistato dentro al tuo corpo, da qualche parte talmente profonda che fai perfino fatica ad identificare, fosse lentamente e invisibilmente scorso attraverso le tue dita, le tue mani, andandosi a posare, delicato come una farfalla, sul foglio.

Le emozioni, le sensazioni, le forti inquietudini sono ancora tutte lì. Ma non pesano più. Non fanno più male. Le puoi osservare, esorcizzate come sono dal passaggio, dal trasferimento. Sono immortalate come un’istantanea che con calma puoi contemplare, analizzare e capire. Ma non feriscono. Anzi, a poco a poco si cicatrizzeranno, e potrai finalmente leggerle senza provare più quelle sensazioni di paura, di dolore sospeso, di disagio impalpabile e opprimente che avevi dentro e che sono andate via, spalmate su un foglio che diverrà parte dei tuoi ricordi.

Tutto questo, e altro ancora, è la scrittura.

Prima pubblicazione : 5 dicembre 2007

sabato 4 dicembre 2010

Conta che ti passa

La prima digestione si fa in bocca. Mi sembra di risentire le parole di saggezza antica che mia madre enunciava con enfasi quando, da bimbetto, mi vedeva trangugiare la roba troppo in fretta, magari per l’impazienza di finire il pasto e andare a giocare. Ricordati, continuava esortante, il mi’ babbo masticava sempre cento volte. Ed a quella cifra iperbolica, io immaginavo che sbalorditiva perdita di tempo doveva essere un siffatto biascicare di cibo, e sillogizzavo che i vecchi davvero non dovevano avere un granchè da fare, se potevano passare delle ore a tavola a ruminare ogni boccone come le mucche.

Ma il nonno se ne andò a ottantun anni. E mia madre a ottantasei. Forse grazie anche a tutto quel tempo apparentemente sprecato a masticare. Gli insegnamenti dei genitori si capiscono e apprezzano sempre strada facendo.

I giapponesi (ancora loro, ma che ci posso fare se sono una fucina quasi inesauribile di trovate demenziali?) non si accontentano mai dell’approssimazione. La precisione è una delle ossessioni nazionali. Volete che non avessero inventato lo strumento adatto a contare il numero di masticate che un infelice fanciullo esegue, prima di deglutire il pezzo di sushi? Eccovi serviti. Il contamorsi elettronico (come diavolo si può denominare un simile arnese, degno dell’officina di Torquemada?) vi segnala quando il figlio irrequieto ha raggiunto le trenta regolamentari biascicate per boccone, ed è quindi tempo di deglutire la poltiglia.

La pubblicità di questa inverosimile invenzione è quasi più surreale del prodotto stesso (e ce ne vuole!). Essa infatti proclama: siete stanchi di contare manualmente (sic!) il numero di masticate dei vostri figli? Un’azienda giapponese ha la risposta per voi. Si chiama Kami Kami Sensor (kami significa masticare). Dovete solo agganciare la macchinetta alla loro mascella, e il conteggio lo farà il sensore al posto vostro!

Basato sul principio che masticare almeno 30 volte prima di inghiottire è salutare per il corpo, finalmente potete “condizionare” (ve lo giuro, dice proprio così, con tanto di virgolette!!) i vostri figli a comportarsi così. Un beep elettronico avvertirà al raggiungimento delle 30 masticate, ed ogni 1.000 suonerà una piacevole melodia (che suprema ricompensa per pargoli diligenti!!).

Il sensore è facile da indossare, e va usato ad ogni pasto per il miglior beneficio. Disponibile in due taglie, piccola per bambini delle elementari e media per ragazzini più cresciutelli. Il prezzo? Solo 110.000 Yen! (Pari a 95 Euro).

Si parla insistentemente di chiudere Guantanamo. Ma ai mostri che vorrebbero trasformare innocenti fanciulli in ruminanti da competizione, costringendoli a indossare abominevoli strumenti di tortura camuffati da simpatica e spiritosa invenzione ittiomorfa, e mutando una sana refezione in un’occasione di ludibrio e vergogna, non pensa mai nessuno? Canaglie. Prendersela con i bambini. Chissà quanti giapponesini ci sono là fuori, in questo momento, bardati come dei cavalli da soma, che stanno aspettando il maledetto beep per poter finalmente trangugiare il quarto boccone. Per favore: boicottate.

Prima pubblicazione : 15 febbraio 2009

venerdì 3 dicembre 2010

Robocat

C'è della perversione emotiva in quello che ho visto in una vetrina. Apparentemente dei peluche di gatti. A dimensione naturale. E non in una normale vetrina di negozio. Ognuno dietro ad una porticina a vetri con strani congegni luminosi. Proprio così. Una intera parete di gatti in vendita, scegli il colore, paghi con la carta di credito e ti porti via il giocattolo. Ma il prezzo non quadra, neppure per gli iperbolici standard giapponesi. Neanche in centro a Tokyo un animale di peluche può costare 300 euro. Nemmeno se ti offrono il triste lusso di decidere di comprarlo alle quattro di mattina, davanti ad una macchina che sembra un bancomat che dispensa gatti anziché contanti. Cerco una spiegazione. Ed ecco il dramma. Non è un semplice ninnolo da regalare ai figli o alla giovane amante. È – parole testuali lette su una scatola che illustra le molteplici ragioni per cui è bello acquistare tale arnese – un robot dalla forma di gatto. Siamo alla falsificazione delle emozioni. Lo stile di vita odierno, ammonisce il messaggio, non ci permette di tenere un animale da compagnia. Bisogna nutrirlo e ripulire i suoi bisogni (ma va'? non hanno ancora creato un animale che non mangia e quindi non caga? Strano! Magari ci stanno lavorando su...). E poi – proseguono gli infami – quando si viaggia come si fa? E i condominii che non ammettono cani o gatti? Però sai che quando torni a casa è bello avere un animale che ti aspetta, ti miagola e ti fa le fusa se lo accarezzi. Fa bene al tuo spirito (spirito? Quale spirito?). E allora? Ecco la soluzione!! Comprati un bel robot felinomorfo che non mangia, non sporca, non graffia le tende e soprattutto non ti fa avere guai col padrone di casa!

Che tristezza. L'autoinganno dei sentimenti. Una società che tollera, giustifica, incoraggia la vendita di succedanei meccanici di animali che – solo se autentici – potrebbero offrire affetto e attenzioni. A gente che finge di godere di fusa e miagolii elettrici.

Ma c'è di più. Oggi prosperano (più di cento nella sola area urbana di Tokyo) le agenzie dove si affittano i cani a ore. Puoi portarlo a spasso, fargli fare la cacca (nel prezzo sono compresi guanto e sacchetto, alla bisogna), oppure esibirlo al bar con gli amici come l'ultimo gadget che neppure possiedi, ma è tassativamente proibito dargli da mangiare. Anche se lo porti al ristorante e la povera bestia guaisce e fa gli occhi languidi, vietatissimo.

Spiegano che tale barbara moda serve a soddisfare il fabbisogno della gente che vorrebbe un cane ma non può tenerlo, o non ha abbastanza tempo e dedizione per averne uno proprio.

E al fabbisogno del cane di trovare una persona – una, non mille, ogni giorno una differente – da identificare come padrone, a cui fare le feste quando torna a casa, a cui chiedere col muso una carezza alla sera, a cui leccare la mano, a cui provare la propria fedeltà e devozione, a questo non ci pensa nessuno? Allora sono meglio i robot a forma di gatto, piuttosto dei cani prostituiti a ore. Ognuno è libero di comprarsi un automa che faccia finta di volerti bene finché durano le pile, ma per favore non maltrattiamo i sentimenti degli animali in carne e ossa!

Prima pubblicazione : 2 giugno 2007

giovedì 2 dicembre 2010

Game over

Un vizio diffuso e radicato come il fumo mi offre l’occasione di usare una statistica per analisi relazionali. In Corea fuma il 50% della popolazione maschile. Ma solo il 4% di quella femminile. Sembra una notizia irrilevante, ma in realtà la dice lunga sul ruolo delle donne nella società coreana.

Quando un’impiegata improvvisamente dà le dimissioni dal posto di lavoro, la spiegazione quasi invariabilmente è: si sta per sposare. Fine del gioco. Game over. Hai avuto la tua fetta di libertà personale. Di emancipazione. Contatti con uomini. Viaggi, talvolta perfino all’estero. Ora basta. Rientra nei ranghi. Il tuo posto è dietro ai fornelli.

Perfino in Giappone e in Cina le donne si sposano, fanno figli (in Cina di consueto uno), eppure spesso continuano a lavorare. In Corea no. E sto parlando della Corea del Sud, quella all’occidentale, emancipata.

Due ritratti di uomini coreani offrono immagini disuguali tra di loro, ma entrambe molto lontane dal nostro concetto di ruolo della donna nella società.

Sono invitato a cena a casa di un vero amico, totalmente differente dalla media degli altri coreani, al punto che a volte prendendolo in giro gli dico, ma dai, tu non sei mica coreano. Lui fa un risolino stringendosi nelle spalle, e i suoi occhi sottili e contenti diventano due fessure. Sa che la mia battuta è un complimento.

La moglie ha preparato ogni ben di dio, ricordandosi, a distanza di anni, cosa avevo già apprezzato in lontani analoghi conviti. Una cucina forte di sapore, ricca di aglio, di peperoncino, di olio di sesamo denso e profumato, di carne scelta con cura ed orgogliosamente dichiarata coreana, a garanzia e tutela da pallide e insipide imitazioni cinesi, tagliata a fettine sottili e scottata su una piastra elettrica posta direttamente sul tavolo. Poi una spettacolare zuppa di pesce e crostacei anch’essa mantenuta a bollore davanti a noi, dalla quale attingo generose e ripetute porzioni, facendo la gioia della moglie del mio amico.

Non parla una parola d’inglese ma s’inchina molto ad ogni pietanza servita, e non siede a tavola con noi adducendo la puerile scusa che la sera non mangia molto, ma si capisce che così vuole la tradizione. I suoi uomini, marito e figlio maggiore, cenano con l’ospite. Tavola apparecchiata per tre. Lei accudisce premurosa osservandoci compiaciuta. In piedi. Tutto il tempo. Non ho insistito nell’invitarla a gustare qualcosa di quelle delizie, perché l’avrei messa in imbarazzo con i suoi.

È stata un’ottima cena. Ma a causa della mia percezione all’occidentale, mi sono congedato quasi a disagio per la privazione di qualche cosa. Il piacere della presenza a tavola dell’artefice e padrona di casa.

Parlo con un altro coreano, anche lui sposato e con figli adolescenti. Altra mentalità, direi la più diffusa. Le donne – e lo dice con rammarico – oggi si sono evolute. Solo quindici anni fa – bei tempi! – si poteva liberamente prendere a ceffoni o insultare una donna sorpresa a fumare in pubblico. Il divorzio poteva essere chiesto dall’uomo, non dalla donna.

Una delle ragioni per chiedere il divorzio era il fatto di produrre (sì, proprio così) solo figlie femmine. Così la donna poteva essere liberata – vedi che fortuna – dalla sventura di non potere avere figli maschi, ed era finalmente libera di trovarsi un altro uomo – ammesso e non concesso che un altro coreano fosse dell’idea di prendersi una donna col pesante fardello di prole pregressa – che finalmente le avrebbe fatto raggiungere l’obiettivo, l’unica missione per cui le donne sono state create: dare dei figli maschi ai propri orgogliosi uomini.

La moglie (che ovviamente non lavorava ma aspettava fiduciosa il marito a casa) quando riceveva dal padrone i soldi per la vita quotidiana, doveva inginocchiarsi e ringraziare umilmente. Se non avesse fatto, l’uomo era nel diritto di schiaffeggiarla.

Non è finita. Veniamo ad oggi. Le donne devono ascoltare, nell’ordine (non d’importanza, solo squisitamente cronologico): il padre; poi il marito; poi il figlio maggiore. Insomma, dipendono sempre da un uomo.

A questo punto una confessione personale. Il mio interlocutore ha un figlio ed una figlia. Ammette, quasi a malincuore, che sta viziando la bambina. Mentre il maschio lo prepara alla vita adulta irreggimentandolo come un soldato, duro e niente moine, selezione naturale, tanto poi nella scuola superiore funzionerà così, all’università dovrà fare molte notti in bianco per sperare di passare gli esami, e infine la vita lavorativa completerà il lavoro di tempra, la femmina è coccolata e accudita. Un’improvvisa luce nel buio oscurantista e sciovinista di un popolo dalle regole feudali – o di poco più recenti?

La giustificazione per i vizi alla fanciulla è semplice, nella sua agghiacciante logica maschilista. Prima o poi la figlia non gli apparterrà più. Usa proprio questo verbo, appartenere. Padre e padrone. Eppure l’uomo che ho davanti non parrebbe tale. Forse è ancora peggio così. Persone apparentemente normalissime si comportano da padri padroni al rientro a casa. Giustificati, difesi, autorizzati dalla tradizione. Ma c’è di più. Andiamo avanti nel tempo. La figlia, come un pacco postale, cambierà semplicemente proprietario. Dal padre al marito. Una volta ceduta al marito, il padre dà già per scontato che sarà trattata male. E che lui, col titolo di padrone ormai scaduto, non potrà più accampare diritti sulla stessa, né interferire negli affari privati della nuova famiglia, semplicemente per difendere la figlia dai maltrattamenti.

Quindi quelli dell’adolescenza sono gli anni più belli della vita di una donna. Per questo suo padre la vizia. Come diceva Primo Levi: se questo è un uomo.

Prima pubblicazione : 6 gennaio 2008