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venerdì 3 ottobre 2014

La fortuna è cieca...


Ma la sfiga ci vede benissimo.

Sei una delle tante giovani cicliste partecipanti ai Giochi Asiatici in corso in Corea. Ti sei allenata strenuamente, per affrontare i 126 chilometri della gara su strada, sognando l'oro. Sei arrivata al grande giorno. Hai l'appoggio della tua squadra nazionale, che ti aiuterà nei momenti di crisi.

Parti. Attacchi. Combatti. Arrivi a condurre. Dopo quasi quattro massacranti ore sei in testa e vedi in lontananza il traguardo e la realizzazione del tuo sogno. Manca un chilometro. Cinquecento metri. Duecento metri. Non ti prendono più. Senti già odore di vittoria, di podio, di festeggiamenti.

Ma a cento metri dal traguardo la sorte decide di colpire duro. Una foratura alla gomma posteriore. A quelle velocità da sprint è come correre nel catrame invece che sull'asfalto. Le inseguitrici ti sono addosso. Una, due, tre concorrenti ti sfilano inesorabili. Mors tua vita mea.

Cento maledetti metri e passi dall'oro al collo ad essere appena fuori dal podio. Quel quarto posto che nessun atleta vorrebbe mai.

Nemmeno un misero bronzo hai racimolato dopo tutta questa fatica inutile. Ma la medaglia per la ragazza più sfortunata dei giochi non te la leva nessuno. E con essa la nostra immensa simpatia verso di te, tenera Diao Xiaojuan, atleta di Hong Kong, per un giorno regina dei Paperino ambosessi di tutto il mondo.








domenica 27 luglio 2014

Semplicità


Un po’ di nervosismo ma è normale. Le prime, primissime parole a caldo, appena sceso di bicicletta, di Vincenzo Nibali. Dopo aver vinto il Tour de France.

Quattro anni fa il Giro ha fatto tappa a Cuneo. Ho avuto la ventura di fotografarlo, elegante, armonioso e al tempo stesso potente, a conclusione della cronometro a squadre che lo vide indossare la maglia rosa. Premonizione di ben altri successi. Senza per questo perdere umiltà e semplicità. Ce ne fossero tanti, di atleti come te. Bravo Vincenzo.






mercoledì 9 luglio 2014

History in the making


Non importa il risultato della finale. Questa è la partita che rimarrà nella storia. Un brutale risveglio, una colossale sconfitta per il Brasile. Una resa senza condizioni. Una Caporetto.

Basta una parola – ma significativa del sentimento della nazione – alla Folha de S. Paulo per descrivere un match che gli annali ricorderanno come il peggior risultato in Coppa per i verde-oro.


Come diceva Bartali : gli è tutto da rifare.





giovedì 12 giugno 2014

Sedici anni prima


La Coppa del Mondo. Di edizione in edizione cambiano i nomi, magari le nazioni, ma l’evento rimane sempre uguale a se stesso. La stessa frenesia, la stessa passione, lo stesso sfinimento da ridondanza mediatica che permea ogni mezzo di comunicazione e invade ogni angolo dell’orbe terracqueo fino alla vigilia del primo fischio d’inizio. Da lì in poi è una costante, ansiolitica scivolata senza freni verso la finalissima, verso il traguardo della quadriennale gloria pallonara: ecco i campioni del mondo.

Per celebrare degnamente questa giornata d’esordio, Homing Pigeon è andato a ripescare un vecchio inedito. Scritto sedici anni fa in Brasile, appena prima dei mondiali di – e della – Francia. Buon calcio a tutti, anche agli agnostici come me.


L’Evento

Alle altre passioni nazionali va aggiunta di diritto quella che, come un’epidemia, cova nascosta a lungo per poi esplodere in tutta la sua virulenza ogni quattro anni, allo scoccare dell’Avvenimento: la Copa.

Copa, sic et simpliciter, una parola per designare i mondiali, la Coppa del Mondo, l’unica degna di questo nome, l’unica per la quale merita soffrire, sperare, piangere, perfino morire. O gioire, godere, impazzire, come solo i brasiliani sanno fare.

Ed ecco una nazione trasformarsi, complice quello che non è più uno sport, non è più un gioco, non è più soltanto un business: è la vita. Il Futebol. Il fuciboli, come suona nella pronuncia brasiliana, è un valore trascendente.

L’Evento trasforma il Brasile in una curva da stadio, una torcida, formato nazione. E che nazione. Centosessanta milioni di torcidores, perfino l’aria è impregnata di tifo.

Rare sono le macchine che non esibiscono una bandierina inastata ed ancorata al finestrino del passeggero, in una improvvisa fiera dell’orgoglio nazionale.

Fanciulle belle e accattivanti, in perfetta tenuta da calciatore, con tanto di scarpette chiodate, invitano all’acquisto nei Duty Free Shop degli aeroporti, promettendo in regalo faraonici kit del tifoso, costituiti da magliette, cappellini ed altri gadget dell’autentico “torcidor”.

Insospettabili capitani d’industria mostrano, con la fierezza dei vincenti e la serenità di chi è nel giusto, piccoli computer tascabili su cui hanno registrato gli orari delle principali partite. I cerberi elettronici li difendono dalla bizzarria di qualche importuno, certo straniero, che pretendesse un appuntamento d’affari in concomitanza con un incontro importante. E quale non lo è, quando si parla di mondiali?

Vai a Rio, ti mostrano un campo spelacchiato - forse i nostri oratorii hanno più erba - e ti raccontano, con enfasi da reliquia religiosa, che proprio lì, fra quella polvere e quei sassi, tirò i primi calci al pallone il ragazzino che divenne Romario. Che ora piange in diretta televisiva per l’esclusione dalla nazionale, e con lui mezzo Brasile, mentre l’altro mezzo inveisce contro Zico, ex campione, ora dirigente e chiamato di correo in tanta crudeltà politico-calcistica.

Il Brasile gioca un’amichevole con Andorra. Andorra, si badi bene: è come dire Italia – Poggibonsi. Qualcuno è rimasto in un ufficio, a Rio de Janeiro, mentre la televisione trasmette l’incontro? La risposta è no. Cosa accadrà allo scoccare dell’ora magica, l’ora delle decisioni irrevocabili, l’ora della prima partita della nazionale? Banche e aziende chiuse, negozi a serrande abbassate, con i commessi dentro che guardano la TV (e del resto chi andrebbe a comprare qualcosa nell’ora suprema?), ristoranti che ricercano il consenso della clientela a colpi di pollici televisivi sempre maggiori, perfino i motel, luoghi deputati agli amori clandestini, cedono le armi. Chi cambierebbe un gol di Bebeto in diretta con un’avventura galante?

I giornali, già grassi e pesanti come commendatori, si arricchiscono di inserti dediti all’analisi scientifica di ogni più insignificante particolare dei mondiali prossimi venturi. Fanatismo da statistica. Dalla squadra più vecchia, e ovviamente quella più giovane, a quella più alta, e quella più bassa, e allora perché non quella più pesante, e quindi quella più leggera, e poi il giocatore con più presenze, e quello dai piedi più piccoli, ed il significato di ogni gesto dell’arbitro. Perché fare arbitrii? Anche quelli dei guardalinee. E i quiz, sai veramente tutto delle regole del calcio? E l’interessantissimo tema, come muta l’uniforme – uniforme, come i soldati – con l’evoluzione dei tessuti nel tempo. E il lancio della monetina, per sorteggiare il campo, dove lo vogliamo lasciare? Non merita anche lui un bell’articolo, con tanto di citazione che nel trentotto manca poco che la Germania e la Svizzera venissero alle mani per il sorteggio? Monete truccate, in tempi non sospetti?

Tutto vero, e manca una settimana all’Evento. Come riempiranno le pagine a venire i giornalisti in fregola? Con autocelebrazioni tecnologiche, quattro minuti per trasmettere una istantanea di un allenamento – via posta elettronica – da Parigi a São Paulo. E con foto e articoli a piena pagina sull’orecchino di Ronaldinho, come qui chiamano affettuosamente il noto giocatore dell’Inter. Dettaglio importantissimo: l’orecchino è di buon auspicio, recando i colori nazionali.

E allora via con l’orgia di verde e oro, colori sia della squadra, la Seleção, sia della bandiera brasiliana. Le pubblicità ne fanno ampio ed indiscriminato uso. Per vendere bisogna attirare l’attenzione. E nulla oggi vende meglio del verde-ouro della maglia brasiliana. Perfino le pubblicità più nobili giocano con il tema del calcio. Fantastica quella che a Fortaleza, nel Cearà, su rigoroso sfondo verde-oro, così recita: “20 Giugno, Brasile contro Paralisi – vinciamo questa partita. Vacciniamo i nostri figli contro la paralisi infantile”. Da paura.

Il calcio che salva delle vite? Ben venga. E che – tra un mese – vinca il migliore. Purché sia brasiliano.




Prima redazione : giugno 1998

domenica 20 gennaio 2013

Best. Notice. Ever.

Ci sono mille maniere di ricordare alla gente le regole della buona educazione. Formali. Burbere. Ammonitrici. Minacciose. Sporadicamente spiritose, perché se anche l’intenzione sarebbe di fare i simpatici ed esser divertenti, nella speranza infine di venire ascoltati, i risultati sono spesso deludenti. Mica tutti sono dei comici nati.

Raramente mi è capitato di imbattermi in un cartello arguto come questo. Visto all’uscita del palazzetto dello sport di Saluggia, piccolo paese al confine delle risaie vercellesi. Un bravo all’anonimo, originale spirito che lo ha coniato.





domenica 12 agosto 2012

Un bel gioco dura poco

Nomen omen

La felicità. Scritta non solo sul viso ma perfino sul petto. Duecento metri d’oro per l’americana.

Maestri cantori

La scherma non delude mai. Occhi chiusi e inno in gola per i nostri fiorettisti d’oro.

Il cuore oltre l’ostacolo

Tutto il resto del corpo invece è rimasto lì, prima della prima barriera. Liu Xiang, l’eterno favorito sempre rotto al momento sbagliato.

Jump

Quando salti ti cade la maschera, diceva Halsman. Ci doveva essere un suo allievo in campo, per fissare così le campionesse statunitensi di calcio.

Ingiustizie

Le olimpiadi non sono peggio della vita – né meglio. Dovunque ci sia uno che ti giudica, l’errore ci può stare. O anche peggio. Come ha imparato sulla sua pelle la schermitrice coreana Shin. Inconsolabile e irriducibile insieme, ha tenuto la pista occupata per un’ora, nella speranza – vana – che le fosse resa giustizia.

Mascheroni

Va bene che sia uno sport televisivo per eccellenza. Ma c’è proprio bisogno di trasformare le nuotatrici sincronizzate in personaggi dei fumetti giapponesi?

E a me?

Lui si becca la medaglia d’oro. Io invece della coccarda preferirei un po’ d’erba bella fresca, al posto dei soliti fioccati dietetici di cereali. Per favore. Ihihihhhhh.

L’uomo lampo

Con un nome così, non poteva che finire a frantumare record e avversari. Usain Bolt.



venerdì 10 agosto 2012

Götterdämmerung

Il crepuscolo degli dei. Lacrime quattro anni fa. Lacrime oggi. Ma di tutt’altro sapore. Una rara ammissione di colpa, totale, senza la minima ricerca di scuse o attenuanti. Addirittura sospetta, in un mondo niente affatto abituato a gente che si assume le responsabilità dei propri errori.

L’Italia perde un atleta: quel paesino sperduto nel Trentino ritrova un uomo. L’uomo qualsiasi che Alex voleva ritornare, forse oppresso da una responsabilità più grande di lui. Non riesco a non provare simpatia per questo ragazzo costretto a vincere contro la fatica immane ed oscura, costretto ad essere un personaggio pubblico contro la sua timidezza, costretto ad una solitudine quotidiana ripagata ogni quattro anni da titoloni e osanna – ma solo se vincente. Hai fatto la cosa sbagliata, come atleta. Ma come uomo ne hai fatte varie giuste ed onorevoli, compreso il riprenderti la tua vita privata.

L’Italia – forse – sopravviverà anche senza la tua medaglia. Se destinata ad un fato avverso, di certo non sarebbe stato quel pezzo di metallo a salvarla. Tu d’ora in avanti viviti la vita normale che agognavi, Alex. Oggi, come ultimo saluto, ti voglio dedicare il mio ricordo di quando ci hai fatto emozionare quattro anni fa a Pechino. Ed un modesto, ma sentito, grazie.


Benvenuto nel club


Per le mie limitate capacità di resistenza televisiva, è umanamente impossibile trascorrere di giorno quasi quattro ore incollato davanti al teleschermo per vedere in diretta l’odissea di un gruppo di scodinzolanti atleti che percorrono cinquanta chilometri di marcia. Figuriamoci di notte, dall’una e mezza fin quasi alle sei.

Eppure ci tenevo a vederlo. Ma Morfeo era suadente e tentatore stanotte. Tra la partenza e l’arrivo ho dei vaghi ricordi di un dormiveglia pieno di visioni assortite di polpacci gonfi, di sederi dimenanti, di braccia arrancanti, di bottigliette d’acqua raccattata al volo per ingollarla o per aspergersi il corpo accalorato, di sudori veri o indotti da docce nebulizzate che tentavano di portare refrigerio a questo manipolo di folli camminatori estremi.

La marcia è questo. Esasperare il gesto quotidiano di una qualsiasi passeggiata, portandolo alla massima velocità possibile, senza mai raggiungere quella fatale fase aerea in cui entrambi i piedi, sia pur per una frazione di secondo, sono entrambi sollevati da terra. Come i trottatori che rompono il loro ordinato passo, scoppiando in un fragoroso galoppo, così il marciatore che tecnicamente corre anziché camminare viene prima richiamato e poi squalificato.

Un esercizio paradossale, se non altro per il fatto che va perpetuato, passo dopo passo, per la bellezza di cinquanta chilometri. Fate i vostri conti. Immaginate una località così distante dalla vostra, e vedetevi mentalmente raggiungerla, a piedi, ancheggiando impettiti, in meno di quattro ore. Follie.

La marcia ha sempre avuto una buona scuola in Italia. Oggi abbiamo l’ennesima conferma. Alex Schwazer parte in testa dal primo metro, si lascia dietro qualcosa come cinquantamila passi ed arriva primo. Ohh. Finalmente un oro nell’atletica leggera. Ho visto la partenza, di quelle che ti viene da pensare, ma dove vai (nemmeno dove corri, che non si può!), guarda che il traguardo è lontano, rispàrmiati, gli altri ti vengono a prendere. E invece aveva ragione lui. Tre ore e trentasette minuti dopo, eccolo di nuovo, solitario, nello stadio da cui era partito. Un ingresso da trionfatore, più di due minuti sul secondo classificato.

Ma non è la medaglia d’oro la cosa più importante oggi. Oggi vincono i sentimenti, i buoni sentimenti. Questo ragazzo di ventitré anni, che un mese fa ha perso il nonno, e che concorreva con una fascia nera sulla bretellina della canotta, è entrato in quello stadio di gloria e per prima cosa, piangendo, ha baciato la fascia sul suo petto. Poi, superato il traguardo che lo incoronava campione olimpico, si è chinato, si è messo le mani tra i capelli ed ha continuato, sommessamente, a piangere. Si avvertiva, si vedeva che quelle erano lacrime sgorganti da sentimenti misti. Gioia, incredulità, tensione finalmente scaricata, riscatto, rimpianto. Tutto insieme, in quel singhiozzare composto.

Nell’intervista a caldo, ancora grondante gocce di ginnico sudore, ha mostrato il volto umano di un giovane campione, esibendo poche ma sane, fondamentali certezze.

Ha tenuto a sottolineare che lui è pulito. E non è dichiarazione da poco – anche se, in un mondo di sport ideale, e non quello furbesco e truffaldino di oggi, dovrebbe essere la norma, non un fatto da mettere in risalto a distinguersi da altri che invece si dopano. Un giorno potrà arrivare decimo o ventesimo anziché primo, ma ci arriverà sempre solo con le sue forze. Perbacco. Ha difeso ostinatamente la propria privacy, non intendendo rivelare – nonostante l’insistenza dell’intervistatrice in cerca di un futile scoop pettegolo – la provenienza del braccialetto portafortuna ostentato alle telecamere poco prima dell’arrivo. È un messaggio pubblico ma strettamente privato, diretto solo a chi sa lui, e tale deve restare. Ha ricordato il nonno, scomparso di recente, che chissà come sarebbe stato orgoglioso del suo Alex campione, e ancora gli sono affiorate delle lacrime che scorrevano calde sul primo piano del suo viso sudato. Rallegrati, Alex. Il nonno ti vede e oggi festeggia con te. Ha voluto ricordare tutto il gran lavoro di preparazione fatto a Saluzzo con Sandro, e l’intimità del rapporto con il preparatore gli ha fatto dimenticare che non tutti gli italiani sanno che Sandro è Damilano, uno della famiglia dei fratelli marciatori protagonisti di imprese e successi di circa tre decenni fa. Ha detto, suscitando un’arguta simpatia, che il duro non sono stati i quindici giorni di preparazione a Pechino, saranno i prossimi quindici giorni di festeggiamenti a casa. E casa è un paesino minimo di trentuno abitanti, che fanno di Alex il campione olimpico proveniente dal borgo più lillipuziano del mondo.

Bellissima infine una sua dichiarazione, fonte di insegnamento per tanti supposti fuoriclasse. Stimolato dalla giornalista a confrontare la vittoria di oggi e la mala sconfitta di un anno fa ai mondiali di Osaka, ha risposto, con la pulizia e la schiettezza di un ragazzo semplice, da allora sono cresciuto molto. Del resto, non è che dalle vittorie si impari molto. Che cosa sensazionale. In un mondo di campioni boriosi, saccenti, spocchiosi, che hanno visto tutto e vinto tutto e sanno tutto, ecco un ragazzo che istintivamente, in presa diretta, ci dice che è dalle sconfitte che si impara a diventare più forti, più umili, più uomini. Bravo Alex. Benvenuto nell’esclusivo, privilegiato, semivuoto club dei campioni veri. Nonché degli uomini veri.


Prima pubblicazione : 22 agosto 2008

martedì 8 maggio 2012

L’aviatore

Trent’anni oggi dalla morte di Gilles Villeneuve. Lo voglio ricordare con un racconto maturato durante un gran premio vissuto in diretta, nella lontana Malaysia. Ma con il cuore a Maranello.

Storie di passione (e di interesse)

Mattinata a Sepang, torrida anteprima di un Gran Premio in bilico sui capricci atmosferici. Una coda esorbitante di umanità eterogenea, pronta a farsi arrostire per più di un’ora sotto un sole implacabile, malamente schermata da bandiere nazionali usate come mantelli, ombrelli multicolori, stendardi delle squadre. Un’arcobaleno di maglie rosso Ferrari, verde Lotus, argento Mercedes, blu Red Bull. Tutti in ordinata e mite attesa del momento di gloria. L’autografo del pilota. Finalmente, salutati da un’ondeggiare di folla assiepata attorno alle transenne, e da un simultaneo levarsi al cielo di mille macchinette fotografiche alla ricerca dello scatto memorabile – tipica conversazione, di ritorno a casa: Guarda qui! Chi è? Ma come, è un pilota di Formula Uno!! Ahhh… – approdano dei pulmini neri dai quali saltano fuori prima dei truci guardiani dalla camicia alonata, e poi quattro giovani piloti. Mormorio della torma fotografante, con qualche accenno di urletti da fans di rockstar.

Tra i quattro, giovani reclute dello sparuto plotone di superveloci funamboli della pista, anche un italiano: Vitantonio Liuzzi, al soldo della Force India. Anto’, mi verrebbe da chiamarlo, per offrirgli un sentore di casa, di Italia, di strapaese. Perché l’espressione è disorientata, tesa quasi, si guarda intorno con gli occhi sgranati, come alla ricerca di un suo posto dove rifugiarsi da quella anonima schiera osannante. Nemmeno un vago sorriso.

Poi arriva un altro mezzo, e si scatena il putiferio. Dopo i pesci piccoli, ecco i pezzi da novanta. Folla in delirio, braccia alzate e bandiere agitate: Michael Schumacher e Nico Rosberg. Osservare così da vicino – e insieme distaccatamente – questi divi ultraterreni porta a considerazioni curiose. Nico si muove rilassato, allegro, e ne ha ben donde: giovane, bello, biondo, figlio di campione e campione in fieri, padrone di varie lingue con equanime proprietà. A volergli proprio trovare un difetto (ma è questione personale, derivante da una lancinante antipatia nei confronti del soggetto, certo a causa di interpretazioni di passati filmacci), una contenuta rassomiglianza con il bambolotto Di Caprio dei tempi del Titanic. Auguri a Nico di una bella carriera, che lo porti, come il padre Keke, a vincere un titolo mondiale. Magari su una Ferrari.

E che dire del personaggio Schumi dal vivo? Appena sceso dal furgone esibisce subito un sorriso soddisfatto, un’aria di orgoglio e di assoluta sicurezza di se stesso, portamento marziale a petto in fuori. Il linguaggio del corpo comunica, senza aprir bocca, rieccomi, sì, sono io, quello che ha vinto tutto e ha vinto più di tutti, e allora? Un quarantunenne, dall’aspetto sorprendentemente fresco e quasi imberbe, che compete con i ventenni appena approdati al circo, di cui Michael potrebbe essere il babbo.

Nonostante gli evidenti sforzi dei tuoi PR, non sei mai stato un campione di simpatia, Michael. E questa tua adesione al partito avversario è dura da digerire per un vecchio fan di Maranello. Specie dopo tutta la manfrina a base di improvvisi mal di schiena della fine di stagione appena trascorsa, quando si trattava di sostituire Massa per poche corse. Ma tant’è. La Formula Uno, si sa, si fonda sugli Euro (a milioni) e non sui sentimenti. Ovviamente la Mercedes ha spalancato il suo dovizioso borsellino per averti, oltre che come pilota, come testimonial delle sue vetture.

A noi tifosi ferraristi non resta che renderti il giusto merito per averci fatto vincere una straordinaria cinquina di titoli all’inizio del millennio. Era dai tempi di Scheckter (1979) che non si vedeva il cavallino rampante campione del mondo.

Al Drake – che il dio dei motori lo riposi in pace – questo non sarebbe piaciuto. Lui, abituato a portare degli sconosciuti in scuderia e a trasformarli in campioni, senza mai offuscare la macchina. Era la Ferrari la protagonista, allora. Ma questa è un’altra storia: di passioni, di amori e di umori.

E per raccontarla bastano le immortali parole di Enzo, incise su un monumento celebrativo all’interno dell’autodromo di Imola, toccante epitaffio dedicato da un burbero vecchio ad un giovane impavido che se ne andò troppo presto per non lasciare un vuoto doloroso nel cuore di tanti appassionati: Gilles Villeneuve.


Sì, c'è stato chi lo ha definito "aviatore" e chi lo valutava "svitato".

Il giorno che lo assunsi, prelevandolo dalle motoslitte, si sollevò un plebiscito di critiche e quando l'ho paragonato a Nuvolari c'è stato chi mi ha rimbeccato.

Gilles? con la sua generosità, con il suo ardimento, con la capacità "distruttiva" che aveva nel pilotare le macchine, macinando semiassi, cambi di velocità, frizioni, freni, ci insegnava cosa bisognava fare perchè un pilota potesse difendersi in un momento imprevedibile, in uno stato di necessità.

E' stato campione di combattività ha regalato ed ha aggiunto tanta notorietà alla Ferrari.

Io gli volevo bene.

Enzo Ferrari



Prima pubblicazione : 5 aprile 2010


sabato 31 marzo 2012

Questo pazzo, pazzo mondo - 2a parte

Continua da ieri.

Scialacquare.
Vi avanzano cinque o dieci mila euro e non sapete dove buttarli? Ecco una simpatica proposta per quest’estate. Andate a vedere una semifinale degli Europei di calcio in Ucraina.

No, gli organizzatori non sono impazziti. E nemmeno i bagarini, o le linee aeree che costà portano. In compenso, gli operatori turistici di Donesk si devono essere guardati fra di loro e, dandosi di gomito a vicenda, avranno detto: ragazzi, ma quando ci ricapita un’occasione così nella vita, di avere orde di beoti pronti a spendere e spandere per vedere i propri beniamini in brachette?

E così una camera d’albergo vicino allo stadio, che di solito si rimedia con 42 euro a notte, nelle notti magiche (per i padroni dell’hotel) viene offerta a 3600 euro. Sì, avete contato bene gli zeri. No, non ci sono virgole in mezzo. Sono proprio tre mila e seicento euri. Troppo caro anche per il tifoso più accanito? Ci sono ottimi campeggi dove dormire per terra in una canadese. Un vero affare: solo 120 euro a notte.

Insomma, hanno fatto una tale esorbitante figura da ladri approfittatori che una moltitudine di loro concittadini, indignati (e già irreggimentati in un gruppo di Facebook), stanno proponendo ai turisti in arrivo per le partite di pallone di ospitarli gratis a casa propria.

Se è vero, questo sì che varrebbe la pena di farlo. Non per l’evidente risparmio. Per capire davvero – seppur per poco tempo – come vive la gente comune laggiù. Questa sarebbe la vera vacanza che arricchisce. E a quel punto chi se ne frega di ventidue giovinastri viziati che corrono avanti e indietro per un prato, rincorrendo in calzoncini una palla di plastica?

Only in USA.
Per concludere in bellezza (si fa per dire): avete presente Trayvon Martin, il ragazzo nero ucciso a pistolettate in Florida da un componente di una ronda a cui non era andato a genio il suo aspetto? Ma vi pare normale che i suoi genitori, adducendo la farisaica giustificazione di voler proteggere l’immagine del defunto dallo sfruttamento da parte di terzi, abbiano fatto... richiesta di brevetto per le frasi “Giustizia per Trayvon” e “Io sono Trayvon”???

A tutti i Trayvon ancora vivi e vegeti degli Stati Uniti: occhio a quello che vi lasciate scappare di bocca. Un domani vi potrebbe arrivare una citazione per lesa proprietà intellettuale, perché qualcuno vi ha sentito declinare le vostre generalità sollecitato da un agente di polizia.

Questo pazzo, pazzo mondo. Riesce a sorprenderci ogni giorno. Mica un compito facile. Eppure...



sabato 14 gennaio 2012

Tenacia

Quando vi domandate quale sia il segreto dei cinesi, del loro successo planetario, della forza collettiva che dimostrano con i fatti e con i numeri della loro economia, cercate la risposta in questo filmato. La voglia di non smettere di lottare. Anche quando tutto sembra ormai perduto e impossibile da recuperare. La sconfitta non è un’opzione accettabile. Il gioco di squadra premia. Ognuno dà il massimo, e spesso anche di più.

Lo dimostrano queste ragazze sul campo. E se tutti fanno come loro, allora i cinesi non sono da criticare: sono da imitare.

domenica 1 gennaio 2012

Mostri di ieri (2)…

Voglia di riposo, dopo un anno viaggiato intensamente. È l’ora di scorrere ricordi e immagini che non hanno ancora trovato una propria via sul foglio. Non sempre il racconto è immediato. Ma se l’episodio ha lasciato delle tracce nella memoria, prima o poi la storia prende forma. È solo questione di tempo a disposizione e di calma interiore.

Mostri di ieri. Non vuole essere offensivo, anzi, al contrario. Monstrum nel senso latino. Due settimane fa si è concluso il ventesimo campionato mondiale di pallamano femminile. Di quegli sport di nicchia che vedi di sfuggita una volta all’anno in televisione. Ma quando ti ritrovi, per certe straordinarie combinazioni della vita, di tanti posti dove potresti trascorrere una settimana, proprio nello stesso albergo di San Paolo che ospita tutte le nazionali partecipanti alla fase finale del torneo, allora capisci molte cose.

Per esempio che, contrariamente agli spocchiosi divi del pallone maggiore, le giocatrici di varie nazioni possono – e sanno – convivere pacificamente, quando non allegramente, nello stesso angusto spazio di un albergo, per una settimana, senza venire alle mani e senza mettere a soqquadro lo stesso con risse da osteria. Eppure le stesse, una volta sul campo di gara, di sicuro non fanno cerimonie (alcune foto parlano da sole della fisicità di tale disciplina).

Incontrare ogni giorno in ascensore un campionario di ragazze perennemente in tuta, la maggior parte delle quali ti osservano dall’alto della loro notevole stazza, e scoprire che varie sono spigliate e sorridenti, altre riservate, alcune addirittura timide, rincuora. Ci sono ancora sport dove, anche ai massimi livelli mondiali, le atlete non sono altezzose semidee irraggiungibili dai comuni mortali.

Il sabato mattina prima della finale tra Francia e Norvegia, poi vinta dalle baldanzose vichinghe, nei giardinetti dell’albergo era tutto un brulicare di interviste, chiacchierate semiconfidenziali, foto di rito delle future campionesse. Giornaliste al femminile, microfono o taccuino in mano, che sondavano il terreno con le atlete. Ma l’atmosfera era rilassata, ai limiti della rimpatriata tra vecchie amiche che si ritrovano – toh, che combinazione – all’estero, a diecimila chilometri da casa, dove fa freddo e c’è la neve, e qui invece si sta in maglietta, shorts e ciabatte infradito. Poteva il piccione viaggiatore perdere una simile occasione per ficcare il suo curiosissimo naso? Non poteva. L’unico che mi ha guardato storto, come se la mia macchinetta dilettantesca potesse in qualche maniera minacciare i suoi costosi e prezzolati scatti, è stato un fotografo ufficiale. Le ragazze erano serene, si percepiva confidenza in se stesse e semplicità. Eccole qui, le campionesse del mondo di pallamano. Sono come vorremmo che tutti gli atleti fossero.

Stature. Una monumentale giornalista intervista una giocatrice. Sullo sfondo, mentre un’altra atleta ripassa schemi, una reporter formato barbie (per taglia e graziosità) è a caccia di un pezzo da scrivere.

Cose da bionde. La stessa scena vista dal lato opposto. Anche il tecnico di ripresa è una fanciulla dalla vezzosa coda di cavallo platinata. In due parole: emancipazione femminile all’atto pratico. Non abbiamo bisogno di uomini, facciamo tutto tra di noi.

Chi ti ha autorizzato?... sembra dire lo sguardo torvo del sospettoso fotografo. L’unico che ha obiettato – senza peraltro confrontarmi – alla mia presenza in mezzo a questa dovizia di campionesse sportive.

Confidenze. La barbie ha trovato la sua preda. Una rara norvegese castana che, rilassatamente accomodata sul pratino, le concede quattro indiscrezioni. La bambolina scrive frenetica sul notes a spirale, missione compiuta, articolo fatto. Per fortuna sono sedute: barbie può guardare la sua atleta diritta negli occhi.

domenica 4 dicembre 2011

Ginnastica artistica

Prendete il logo che rappresenta, stilizzato, un famoso ex giocatore di pallacanestro. Ora prendete un artista cinese di Photoshop, e fate fare un po’ di ginnastica a detta figurina.

Giù il braccio sinistro. No, il pallone lasciamoglielo. Sì, sempre agguantato dalla mano. Le gambe meno divaricate, meno gesto plastico. La testa un po’ ruotata. Ecco fatto. Perfetto.

Avete appena trasformato Michael Jordan (non l’atleta, ma il simbolo che gli frutta doviziose royalties sulle vendite delle scarpe Nike) in quella che dei maliziosi e sbrigativi osservatori hanno osato chiamare un’imitazione cinese.

Imitazione? Ma figuriamoci. Pura casualità. Come casuale è il fatto che l’azienda titolare di tale logo – che coincidenza – di tutti i prodotti che poteva fabbricare, proprio scarpe da basket si è messa a fare. E abbia scelto di chiamarsi così: Qiao Dan. Provate a pronunciarlo in fretta. È la quasi perfetta translitterazione cinese di Jordan.

La Nike ha già perso una causa per violazione della proprietà intellettuale – ovviamente dibattuta in Cina – contro i signori della Qiao Dan.

La piccola fabbrichetta del Fujian è cresciuta. E sta pensando di quotarsi in borsa a Shanghai, con una IPO da 112 milioni di azioni. Niente male. Ma perché a Shanghai e non nella più internazionale e generalmente appetibile piazza di Hong Kong? Perché a quanto pare agli investitori cinesi poco o nulla cale di fesserie da occidentali come il concetto di proprietà intellettuale, nel momento in cui l’azienda di cui possiedono le azioni va a gonfie vele e paga loro lauti dividendi. Pecunia non olet.

Nove ragazzini cinesi su dieci intervistati affermano di ritenere che la Qiao Dan sia l’autentica emanazione cinese della scarpa nota negli USA come Jordan.

La nuovissima economia funziona così: non si è ciò che si è, ma ciò che il mercato percepisce. E la Cina si sta avviando ad essere il mercato numero uno al mondo. Bisognerà fare i conti con le nuove regole. Nel frattempo, cari dirigenti della Qiao Dan, potete dire: mission accomplished. Copiare rende. Eccome.

domenica 23 ottobre 2011

Quale allegria (2)

Sarebbe potuta (e dovuta) essere una domenica di festa. Di celebrazioni, almeno da una parte. Dopo sei settimane di battaglie, Francia e Nuova Zelanda si affrontavano ad Auckland, nella tana degli All Blacks, per decidere chi avrebbe sollevato la Coppa del Mondo di Rubgy.

Per la cronaca, hanno vinto gli All Blacks, con un risicatissimo punteggio di 8 a 7. Una meta per parte, un solo punticino di distacco, che fa un mondo di differenza.

Ma proprio mentre agli antipodi si battevano i rugbisti, a Sepang, in Malaysia, Marco Simoncelli perdeva la sua giovane vita in un incidente, al primo giro del Gran Premio di motociclismo. Difficile trovare le parole. Perfino i solitamente caciaroni commentatori televisivi alternavano momenti di silenzio a frasi gravi e imbarazzate. Un’ora di incertezze e di agitazione. Quelle immagini, riproposte più volte, inquietanti, evocavano ricordi di altri scontri, di altri investimenti, purtroppo finiti tragicamente. L’aria era pesante, non faceva presagire nulla di buono. Fino all’annuncio ufficiale, in diretta: Marco Simoncelli is dead.

Non ci si pensa mai che un ragazzo ventiquattrenne, famoso, guascone, spassoso, possa andarsene così, in un’istante maledetto, per di più davanti agli occhi di un padre frastornato da un evento troppo madornale per farsene una ragione.

Addio, Marco. Forse un giorno saresti diventato un campione del mondo, come già lo eri stato nella classe 250. Vai a far compagnia a quella stirpe di combattenti che hanno acceso la fantasia dei tifosi degli sport motoristici e che, come te, sono morti troppo presto. Ma la loro leggenda rimane: Gilles Villeneuve, Ayrton Senna, Jarno Saarinen, Daijiro Kato. Da oggi, lassù, c’è un asso in più.


domenica 9 ottobre 2011

Man of the match

Non ha portato neppure una palla in meta, e del resto non era il suo compito. Ma con uno score perfetto di calci di punizione, sette su sette, ha regalato agli All Blacks più di metà dei punti fatti contro l’Argentina. Ed il passaggio alla semifinale di domenica prossima: il più classico dei derby, contro i Wallabies.

Onore al merito, Piri Weepu. Ka mate, ka mate, ka ora, ka ora. Questa volta l’Haka ha cantato per te. È la vita, per la Nuova Zelanda, è la morte – delle speranze – per i combattivi Pumas argentini.


lunedì 3 ottobre 2011

Fratelli d'Italia

Per un tempo abbiamo creduto tutti al miracolo. Poi il sogno si è infranto contro l’Irlanda dominante dei secondi quaranta.

Ma non abbiamo mai smesso di sperare, né di lottare. Fino all’ultimo. Il copioso sangue sul viso di capitan Parisse, la sua intervista a partita appena finita, parole rubate da un giornalista a chi soffocava a fatica le lacrime, in un misto di rabbia, dolore, delusione, ne sono la prova.

C’è modo e modo di uscire da una Coppa del Mondo. Noi ne usciamo sudati, maculati, sanguinanti, battuti: ma non umiliati. Grazie, ragazzi.

mercoledì 21 settembre 2011

The spoiler

Non parlo del posticcio alettone applicato a una modesta e affannata berlina per farla sembrare brillante e sportiva. Si tratta di altro: devo avere appiccicata un’antica maledizione che mi tira addosso i guastafeste. Ovvero: cronaca di una vittoria annunciata.

Dopocena in un albergo vicino a Melbourne. La televisione, con una marginale differita, mostra le immagini di Italia Russia. Secondo incontro del nostro quindici, dopo la batosta contro gli australiani. Siamo già ad un bivio. Occorre vincere, e bene. È la Coppa del Mondo di Rugby, mica il torneo rionale.

Gli spettatori locali all’inizio osservano con una certa sufficienza queste squadrette di minor rango, una delle quali hanno già provveduto a bastonare a dovere pochi giorni fa. Ma i primi quaranta minuti li fanno ricredere: sono un vero piacere per gli occhi. Punti su punti, calci piazzati facili come rigori a porta vuota, e quanto son belli certi voli in meta. Un godereccio, perentorio trentotto a sette. Italia stellare.

All’inizio del secondo tempo, dopo un’ulteriore meta che ci porta a 43 punti, una debordante signora di taglia americana extralarge che fino a quel momento, affranta su un sofà e indifferente agli eventi, aveva giocherellato con un telefonino di un peculiare color pervinca, decide di rovinarmi la serata. Chiedendo ad alta voce, mentre ammicca al televisore: è la partita che è finita 57 a 7? La osservo con una malcelata espressione di odio. Grazie. Aspettavo proprio qualcuno che mi svelasse il finale del giallo. Perché non hai continuato ad importunarci con le lagnose suonerie del tuo telefono? Avrei preferito. E non importa se il vaticinio si rivela fallace, perché subito la Russia scende in meta con quel furetto sgusciante di Yanyushkin. Dodici, non sette.

Segue l’ennesima meta italiana, non siamo abituati a questa messe di punti in campo internazionale, ho perso quasi il conto dall’emozione. Fatica in testa più che nelle gambe, manca la caparbietà, la voglia di lottare su ogni pallone del primo tempo. E i russi replicano, azione su azione. Siamo quarantotto a diciassette. Con ammirevole impegno i piedi buoni (o no?) continuano da ambo i lati a sbagliare le trasformazioni da due. La balena si avvicina al bancone del bar, la sento cianciare alle mie spalle, ma la ignoro totalmente e alla fine se ne va, transumando fiaccamente verso l’ascensore.

Giusto il tempo di godermi l’ultima prepotente meta, realizzata da Zanni sfondando di pura forza la difesa avversaria, gettando fisico e pallone oltre l’ostacolo. All’ottantesimo – 53 a 17 – un tripudio di tricolori, strette di mano leali con i russi e abbracci gioiosi di giocatori che quasi non ci credono. Nove mete. Robe da segnarlo sul calendario. Bravi azzurri.

L’inopportuno cetaceo è andato via, se no glielo avrei detto, tra una improvvisata celebrazione ed i piacevoli complimenti dei fans australiani ad un’Italia finalmente vincente e bella da vedere: no, non era questa la partita che finiva 57 a 7. Ma grazie per avermi sciupato la suspense.

domenica 24 luglio 2011

Madonna come camminano

Cadel Evans: il primo australiano a vincere il Tour de France. Tre anni fa l’ho visto passare in maglia gialla sulle nostre strade, quando la carovana è transitata per Cuneo. Per celebrare questa vittoria dello sport di Down Under, ripropongo il racconto scritto allora.

Madonna come camminano

L’attesa, la trepidazione, l’impegno per cercare il punto giusto in mezzo a una folla accaldata che tutto occupa e tutto invade, nonostante le sporadiche raccomandazioni di qualche volonteroso addetto con giubba catarifrangente. Il tempo passato ad immaginarsi l’inquadratura giusta, l’angolo ideale, privo di teste, di mani, di giornali che ti impediscono la vista e lo scatto. Il risultato di tutto questo si concentra in quel baleno multicolore.

Arriva qualcosa. Moto con le sirene che guaiscono. Un paio di macchine. Altre moto, più nervose, con ammonitori fari accesi. Sale la tensione, la gente si sporge sulla strada. Rumoreggia. Come una ola che corre lungo il percorso. Ed infine, all’imbocco della salita, quattro fuggitivi che si agitano sui pedali. Il tempo di respirare, di imbracciare lo strumento, ripassando mentalmente se le regolazioni sono tutte a posto, il dubbio dell’ultimo istante che ti assale sempre quando maneggi queste malefiche diavolerie elettroniche, è accesa?, sono sul programma giusto?, la batteria reggerà la raffica di scatti?, e poi, pronti via, eccoli qui, clic clic clic clic clic sono già passati, sono già chissà dove, urla applausi incitamenti bambini sulle spalle dei genitori che imitano l’entusiasmo dei padri.

Lo sai che sono professionisti, è il Tour de France, mica la pedalata della parrocchia. Lo sai che è la loro vita macinare chilometri su chilometri con il sedere sul sellino di quella navicella spaziale che è diventata la bicicletta da corsa. Lo sai che ci vuole del coraggio a buttarsi giù a novanta all’ora da certe discese, salvaguardati da un caschetto che ti dà la stessa idea di protezione di un guscio d’uovo. Lo sai che ci vogliono delle gran gambe per il colle dell’Agnello che ti toglie il fiato solo a guardarlo sulla mappa.

Ma non sei mai preparato a vedere questi quattro proiettili che ti arrivano addosso in un batter d’occhio. In salita. Dopo centocinquanta chilometri di montagne. Ditemelo, dove diavolo lo avete nascosto il motore? Swoooooosh. Un silenzioso refolo di vento tecnologico ed è tutto finito. Un tifoso accanto a me ha la faccia stupefatta. Mi guarda e fa: Madonna come camminano.


Prima pubblicazione : 20 luglio 2008

giovedì 7 luglio 2011

Sincerità

Li Na, nuova eroina sportiva cinese, la prima a vincere un torneo del Grande Slam, ha rifiutato un posto governativo, offertole quale premio per i suoi successi sportivi. La sua provincia, il Hubei, voleva nominarla vicedirettore del centro tennistico dipartimentale.

L’ho sentito, ha commentato la tennista, ma non l’ho preso in seria considerazione. Non sono capace di dirigere gli altri. E anche se fosse, l’unico con cui riesco è mio marito, Jiang Shan.

Viva la sincerità.

mercoledì 1 giugno 2011

Non guadagnano abbastanza?

È la domanda che mi nasce spontanea quando leggo dell’ennesimo scandalo scommesse che scuote e contamina il nostro infangato calcio. Gente che vende partite, gente che punta in una botta sola ciò che un operaio impiega anni a guadagnare, gente che somministra calmanti ai colleghi per addomesticare risultati, mettendo nel contempo a repentaglio la loro salute.

Non sarebbe quasi l’ora che il popolo tifoso si svegliasse dal coma e dicesse basta a questo sporco business travestito da sport? Ma si sa, panem et circenses, senza quelli la gente magari comincerebbe a pensare.

Vengo preso dallo schifo per l’ipocrisia di certe dichiarazioni – uno dei coinvolti, rivolto ai giornalisti: abbiate pietà. Abbiate pietà? La pietà è un sentimento che si applica per tutt’altri eventi. Pietà fanno i disperati che fuggono da un’Africa affamata e in guerra, e cercano una sopravvivenza in Europa, rischiando di morire in mare. Pietà si prova per i bambini torturati e uccisi dai regimi mediorientali. O per i morti di mille guerre non dichiarate, scomodi danni collaterali di bombe a torto definite intelligenti. Pietà per un ex calciatore coinvolto in combines che muovevano capitali milionari da tasche non integerrime ad altre magari peggiori? Per favore.

E per ricordare che c’è calcio e calcio, alle nostrane brutture voglio contrapporre un racconto edificante, scritto un paio d’anni fa, che narra di ingenuità e passione: virtù ormai dimenticate e forse perfino ridicolizzate dai nostri pedatori, professionisti per titolo ma non per serietà.

Fotografare un’emozione

Non m’interesso di calcio. Mi interesso di emozioni. E ci sono immagini che sanno raccontare un’emozione meglio di mille parole.

Nella stessa settimana sono accaduti due episodi che, mescolati insieme come un valente croupier farebbe con un mazzo di carte, odorano minacciosamente di déjà vu.

L’Italia pallonara (siamo solo i campioni del mondo, ma tendiamo a scordarcelo, salvo quando si tratta di negoziare gli ingaggi nei contratti) perde uno a zero con l’Egitto che, pur eccellente in Africa, non è certo uno squadrone tipo il Brasile. I giornali, sfruttando il luogo comune geografico, titolano quasi in coro: le mummie siamo noi. Lippi riesce a fare dell’umorismo, lui che di solito è parco di sorrisi, ribattendo che anche le mummie a volte si sbendano. Mandiamogli delle forbici, al buon Marcello: ne potrebbe aver bisogno.

Qualcuno, già avanti nell’età come me, si ricorda ancora di una calda serata d’estate di quarantatre anni fa. Era il diciannove luglio del '66, e la radio gracidava notizie sconsolanti e sbalorditive di un'Italia sconfitta da degli sconosciuti extraterrestri arrivati fino in Inghilterra, all’ormai demolito Ayresome Park, giusto in tempo per beffare la nazionale di Rivera e Mazzola, sicura di scendere in campo per una sgambatura.

Mercoledì scorso la nemesi dell’Italia del 1966, la cenerentolissima Corea del Nord che ci sconfisse con il celebre gol di Pak Doo Ik, si qualifica ufficialmente per la fase finale del campionato prossimo venturo, con un pareggio senza reti in casa dell’Arabia Saudita. Gli eredi dei dilettanti che rimandarono ignominiosamente a casa i ragazzi di Edmondo Fabbri, accolti con lanci di pomodori all’aeroporto di Genova, si ripresenteranno sulla ribalta mondiale il prossimo anno, dopo 44 anni di assenza.

Mentre la Repubblica Democratica Popolare di Corea (questo è il suo nome ufficiale, e l’esperienza insegna che più gli stati si autoproclamano democratici e meno lo sono) lancia velate e torve minacce di futuri olocausti nucleari se qualcuno oserà ancora rimbrottarla per i suoi test balistici e per gli esperimenti atomici sotterranei, i suoi giovani rappresentanti calcistici danno una dimostrazione di entusiasmo quasi infantile, al termine dell’incontro che garantisce loro il Sudafrica. Mille miglia lontano dagli atrofici e inespressivi portamenti della nomenclatura militare che sempre circonda – servile e sinistra insieme – il presidente Kim Jong Il.

Spesso i popoli san dimostrarsi migliori dei rispettivi governanti. Questi calciatori, descritti dagli sponsor cinesi che li dotano di maglie e calzoncini come persone frugali (e già in Cina i giocatori di calcio non sono gli dei intoccabili, viziati e strapagati ai quali siamo abituati noi), esibiscono le doti che fanno del calcio uno sport vero, e non l’indecoroso business che è in Italia: allegria, senso del gruppo, condivisione della gioia. Anche nella Corea del Nord, guardate un po’ cosa ci insegna il football, c’è gente con un cuore.


Prima pubblicazione : 21 giugno 2009

sabato 9 aprile 2011

Ozii di Capua

Pigroni del weekend televisivo. Tifosi e fissati di calcio in attesa dell’orgia di partite della Coppa del Mondo. Pantofolai professionisti, che vi muovete dal divano solo se costretti da improcrastinabili necessità corporali, e che avete già contemplato come ipotesi non strampalata il dotarvi di un pappagallo per ridurre al minimo il rischio di dover abbandonare la poltrona prediletta mentre la vostra squadra del cuore sta arrivando in area di rigore.

Se siete soliti condividere questi riti dionisiaci con vostri sodali di altrettanto pesanti terga, che impediscano loro qualsiasi spostamento una volta collocate le stesse sul sofà e sintonizzato il canale della partita, allora questo è l’indispensabile accessorio che completerà il consueto piacere pallonaro.

Perché costringere qualcuno di voi ad abbandonare la postazione per recarsi fino al frigo in cucina e procurare alla combriccola un bel cartone di birre gelate? Le mogli, si sa, non sono più quelle di una volta, e non riconoscono, tra i loro doveri, quello di servire – a semplice richiesta vocale – bevande e magari sfiziosi tramezzini al marito e i suoi amici, convenuti lì per assistere, tra allegri schiamazzi e qualche occasionale rutto recensorio all’indirizzo dell’arbitro, all’importante match di campionato atteso per tutta la settimana.

Ciò acclarato, la generosa tecnologia viene incontro agli uomini in affanno da calcio di punizione. Con il secchiello telecomandato, ecco arrivare – senza schiodare una natica dal canapè – fino a dodici birre immerse nel ghiaccio. Ozii capuani, che nemmeno nei villaggi turistici. Funziona a batterie ed ha un raggio di azione di ben quindici metri, più che sufficienti se non abitate a Palazzo Pitti. Se così fosse, disporreste di domestici a sufficienza da non aver bisogno del solerte robottino.

Finalmente qualche spirito sagace ha pensato a coniugare in un solo manufatto il piacere e la ricreazione del maschio medio. Procurarsi una birra alla giusta temperatura e giocare con un modellino radiocomandato come un bambino di otto anni. Suscitando nel contempo l’invidia e l’ammirazione degli amici convitati. Solo col Remote Controlled Beverage Cooler. Signori maschietti, prendete nota. Alla domenica, Mai più Senza.


Prima pubblicazione : 7 marzo 2010