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mercoledì 24 dicembre 2014

M** Bun


C'era una volta un piccolo locale di nome mac bun, che in piemontese vuol dire semplicemente “soltanto buono”. Dove soltanto, nel sobrio stile savoiardo, sta per proprio: proprio buono. E siccome vendeva svizzerine di carne messe dentro a dei panini, un brutto giorno una nota multinazionale del cibo (si fa per dire) rapido da di là dell'oceano, non conoscendo il dialetto piemontese, si sentì offesa da questo apparente scimmiottamento e decise che l'onta andava lavata, non col sangue, ma con la rimozione della similitudine.

E poiché le multinazionali hanno potenza di fuoco a sufficienza da vincere contro i piccoli Davide armati solo di vivande proprio buone e niente più, finì che qualche tribunale sentenziò che davvero di scimmiottamento si trattava e che quindi quell’insegna andava cambiata.

E fu così che da allora l’onesta bottega subalpina si chiama M** Bun. Giusto qualcuno non si accorgesse della differenza, nonostante la bontà della carne.

Tutto questo per dire cosa? Per porci una semplice domanda: ma non sarà che per caso noi italiani siamo un po’ succubi delle multinazionali? Perché se no non si spiega come a Tokyo sia possibile vedere, serenamente esposta nel dedalo di negozi proprio sotto la stazione ferroviaria centrale, questa insegna di un venditore di hamburger.


Dai, andate voi a far causa a dei giapponesi a casa loro. E vediamo chi vince stavolta, se Mc Donald o Mc Daniel. Mi sa che sarebbero gli americani a far la fine di Golia, anche se il fromboliere si chiama Daniele e non Davide.




venerdì 3 ottobre 2014

La fortuna è cieca...


Ma la sfiga ci vede benissimo.

Sei una delle tante giovani cicliste partecipanti ai Giochi Asiatici in corso in Corea. Ti sei allenata strenuamente, per affrontare i 126 chilometri della gara su strada, sognando l'oro. Sei arrivata al grande giorno. Hai l'appoggio della tua squadra nazionale, che ti aiuterà nei momenti di crisi.

Parti. Attacchi. Combatti. Arrivi a condurre. Dopo quasi quattro massacranti ore sei in testa e vedi in lontananza il traguardo e la realizzazione del tuo sogno. Manca un chilometro. Cinquecento metri. Duecento metri. Non ti prendono più. Senti già odore di vittoria, di podio, di festeggiamenti.

Ma a cento metri dal traguardo la sorte decide di colpire duro. Una foratura alla gomma posteriore. A quelle velocità da sprint è come correre nel catrame invece che sull'asfalto. Le inseguitrici ti sono addosso. Una, due, tre concorrenti ti sfilano inesorabili. Mors tua vita mea.

Cento maledetti metri e passi dall'oro al collo ad essere appena fuori dal podio. Quel quarto posto che nessun atleta vorrebbe mai.

Nemmeno un misero bronzo hai racimolato dopo tutta questa fatica inutile. Ma la medaglia per la ragazza più sfortunata dei giochi non te la leva nessuno. E con essa la nostra immensa simpatia verso di te, tenera Diao Xiaojuan, atleta di Hong Kong, per un giorno regina dei Paperino ambosessi di tutto il mondo.








sabato 16 agosto 2014

Burocratese


C’era chi aveva parlato di precipitazioni atmosferiche. Dilettanti. Con quelle misere ventisei lettere, non lega neppure le scarpe a questo capolavoro di vacuità burocratese.

Facciamo un confronto. Come si descrive la stessa situazione nella lingua di Albione? Innanzi tutto ci mettono dei disegni, che possono essere interpretati anche da chi non conosce l’idioma locale. Un semaforo – rosso. Una macchina fotografica che scatta.

Basterebbero già le figurine. Ma gli inglesi (o americani, o australiani) ci vogliono umiliare. Gli piace vincere facile. Allora sotto alle silhouettes aggiungono la didascalia. Disarmante nella sua semplicità e sintesi mirabile: red light camera. Tre parole, 14 caratteri. Nessun riferimento al codice stradale, che tanto gli automobilisti mica viaggiano con tomi legulei appresso.

Noi ne abbiamo impiegate – per spiegare che se passi col rosso ti fanno una foto e poi ti arriva comodamente a casa una contravvenzione – la bellezza di sette per un totale di 61 caratteri! Ogni parola, se trascuriamo le preposizioni, è lunga in media undici lettere. Più, in piccolo, come nei contratti delle assicurazioni, il numero di articolo del Codice della Strada, per dare un’aura di boriosa ufficialità al tutto. Ma né uno straccio di traduzione, né un agevolante disegnino.

Maledetti burocrati. Ma voi non viaggiate mai all’estero? Evidentemente no, se no provereste un minimo di vergogna ad offrire ai turisti stranieri simili impervi trabocchetti linguistici.

Che, per inciso, servono perlopiù ai nostri compatrioti, perché all’estero sono già abituati al concetto che se bari col semaforo c’è il fondato rischio di beccarsi una multa. Mentre qui da noi c’è ancora chi si stupisce. Poi addirittura c’è chi si indigna per questo attentato alla libertà di passare con il colore che più gli aggrada, e chiede a gran voce che queste cento trappole siano dichiarate arbitrarie e illegali, con buona probabilità di trovare un giudice spiritoso che gli dà retta. Ma questa è un’altra storia – tutta italiana.





giovedì 14 agosto 2014

Benvenuti in Italia


Che in Italia non ci sia una gran conoscenza dell’inglese è fatto conclamato. Siti turistici ufficiali, spiegazioni su monumenti, riviste bilingui sono una inesauribile fonte di sollazzo per la stirpe della lingua di Albione. Consoliamoci. Non siamo gli unici storpiatori dell’esperanto universale. Evidentemente siamo in buona compagnia, se qualche spirito allegro si è preso la briga di creare un sito come engrish.com, dove si raccolgono le bestialità e gli errori dagli effetti comici nelle traduzioni in inglese dal giapponese o dal cinese. Visitare per credere (e ridere).

Ma qui sappiamo fare di meglio. Avendo una quantità di turisti estivi comparabile ai biblici sciami di locuste, noi pensiamo a loro mettendo cartelli stradali rigorosamente in italiano. Giusta rivalsa per il fatto che nel resto dell’Europa nessuno si sogna di considerare e rispettare l’esigenza del turista italiano medio (totalmente ignorante di qualsiasi lingua straniera e talvolta anche della propria) di trovare indicazioni stradali comprensibili anche nell’Iglesiente o nelle valli della Bergamasca? Può essere.

Per dimostrarsi superiori a questi stranieri che non ci accontentano, in fondo basterebbe prendere qualcuno che abbia un inglese appena migliore di quello raggiunto dopo dieci giorni di corso a dispense comprate in edicola, e già si potrebbe scrivere qualcosa di decente sui segnali. Perché qui non sto parlando dei segnali universali, quelli che basta un’occhiata e non occorre leggere nulla. Qui in Italia infatti abbiamo la specialità di inventarci i segnali “condizionali”, quelli con il simbolo e sotto la chiacchierata esplicativa (solo in italiano).

Il limite dei 50, in autostrada, vale solo in caso di nebbia (per fortuna). Il divieto di parcheggio sui viali è a tempo. Dalle 10 di sera alle 5 di mattina, onde evitare frotte di clienti che affollano le strade per i soliti commerci carnali notturni. Per entrare in una ZTL occorre leggere regole fitte e complicate come il retro delle polizze dell’assicurazione.

E così gli stranieri, per cercare di capire come funziona (se così si po’ dire) la viabilità in Italia, devono viaggiare con dizionario, taccuino e matita per scriversi la prosa sotto ai cartelli e cercare di decifrarne il significato.

Ma sfido chiunque a trovare qualcosa che batta la genialità di chi ha messo una serie di cartelli sulla superstrada litoranea tra Livorno e Grosseto. Premessa: la velocità consentita è 110 km all’ora. Col maltempo è giusto consigliare prudenza ed invitare a ridurre la velocità. Nulla da eccepire sul concetto. Ma considerando la zona ed il clima marittimo si suppone che le nevicate siano un fatto piuttosto eccezionale. Eccettuiamo qualche sporadica grandinata, che comunque costringerebbe i guidatori a ridurre la velocità anche senza bisogno di inviti o cartelli. Dunque che altro potrebbe cadere dal cielo se non della pioggia?

Allora chiamiamola così. Perché un cartello che recita, sotto al simbolo velocità massima 90 km/ora, “in caso di precipitazioni atmosferiche” (le ho contate, due parole fanno ben ventisei lettere) mi suona francamente una presa in giro nei confronti dei turisti. Precipitazioni atmosferiche. Vi immaginate una coppia di inglesi che stanno viaggiando sotto l’acqua a cento all’ora, e passano davanti a tale segnale? Cosa c’era scritto? Non so, ho fatto in tempo a leggere preci.. Aspetta il prossimo. Ah, eccolo. Allora? Ora sono arrivato a precipita.. Ma insomma, sei analfabeta? No, prova tu a leggere queste cavolo di parole italiane che sono lunghe un chilometro! Vai più piano, che così leggo tutta la frase. Sei matta, cara? Così questi indiavolati di italiani ci tamponano e ci portano fino a Roma a motore spento! Forse quando sono arrivati a Grosseto hanno decifrato l’interminabile codice da Vinci. Ora si tratta di guardare sul dizionario. E siccome anche i più attrezzati turisti non viaggiano con incunaboli da otto chili ma con dei tascabili che non brillano per selezione di lemmi, ecco che le possibilità che i tapini hanno di capire che il nostro geniale creativo quando ha scritto “precipitazioni atmosferiche” intendeva dire semplicemente “pioggia” sono tendenti allo zero.

Si dice in caso di pioggia, per la miseria! Vorrei che il nostro redattore di cartelli si trovasse una volta a guidare in un’autostrada cinese, con il volo che gli parte tra due ore, e le indicazioni per l’aeroporto rigorosamente in ideogrammi e senza facilitanti simboli di aeroplanini accanto. Forse allora capirebbe cosa significa far leggere ad uno straniero precipitazioni atmosferiche.

Piccolezze? Forse. Ma quando si viaggia all’estero così tanto come faccio io, queste minuscole sgarberie (magari involontarie, ma non per questo più giustificabili) saltano ancora più all’occhio.

Turisti? Benvenuti in Italia. Anzi. Perché farla breve e semplice? Ispirandomi al creativo di cui sopra, così magari mi capiscono meglio : benvenuti nel bel paese là dove il sì suona. E cari inglesi, se non è chiaro, oltre al dizionario portatevi appresso anche la Divina Commedia.




Prima pubblicazione : 31 dicembre 2007

giovedì 17 aprile 2014

Il tasto giusto

Una volta apparteneva al fantasioso mondo di James Bond. Oggi è realtà. Che cosa? La macchina telecomandata. No, non sto parlando dei modellini per i ragazzi, con cui alla fine giocano regolarmente gli adulti. È un'automobile vera. Con un minuscolo aggeggio grosso come un telefonino potete sterzare, far avanzare o indietreggiare la vettura. Da fuori.


Confesso che la visione di un piccolo video amatoriale realizzato da un amico filippino entusiasta dell'invenzione mi ha messo addosso un senso di inquietudine. Va beh, è risaputo che sono un dinosauro. Peggio: un dinosauro scettico. Oggigiorno sempre più congegni possono essere controllati a distanza. Il senza fili - wireless per i patiti della tecnologia - impazza. Ma una macchina? Faccio l’errore di domandare, a cosa serve un gadget del genere? Subito vengo investito da un esuberante elenco di utilissime applicazioni. Metti che piove, puoi far avvicinare la macchina fino al tuo riparo. Se non vedi quanto spazio hai per parcheggiare, scendi e posteggi finalmente davvero a vista. Sei semplicemente pigro? Invece di camminare tu fino alla macchina lasci che sia lei a venire a te. Eccetera, lasciando sbizzarrire la fantasia umana alla scoperta di altri irrinunciabili vantaggi dell'auto telecomandata.

Lo ammetto: una macchina che sterza da sola, con il volante innaturalmente in moto anche se priva di guidatore, è una cosa che colpisce. Vederla poi andare avanti e indietro da sè fa il paio con l'effetto quasi nauseabondo di quando provai per la prima volta in Giappone un'ibrida: sentirla muoversi in perfetto silenzio a motore spento inganna corpo e testa, e crea disagi viscerali.

E veniamo alla confutazione degli argomenti dell’amico fan. In caso di pioggia, portatevi un ombrello. Non so quanto tiri il telecomando, ma sarebbe carino esser sicuri che uno non possa guidare in remoto da distanze a rischio incidente da mancanza di chiara visuale. Specie se sta venendo giù un acquazzone. Parcheggi? Oggi sempre più vetture hanno cicalini che indicano l'avvicinarsi di un ostacolo - nella fattispecie, la macchina dietro di voi - e sostituiscono egregiamente la vista, agevolando chi non è dotato nell'arte del parcheggio in retromarcia. Scendere per posteggiare accrescerebbe solo il rischio di grasse risate da parte degli astanti e di erogazione gratuita di consigli non richiesti sulle modalità della manovra. Pigri? Fate due passi, che vi fa bene, invece di star sempre col sedere sulla macchina!

E poi a me fa una paura dell'accidente pensare che qualcuno si affidi ad un tastino di telecomando - e non ad una sana, fisica, energica affondata sui freni - per decidere di fermare una vettura vuota che sta per investire un bambino sbucato dal nulla. Quante volte abbiamo cambiato canale cercando di alzare il volume della tivu? Quante volte abbiamo sbagliato numero telefonando a un amico? Quante volte è finita la batteria del dannato marchingegno proprio quando ci serviva di più? Vogliamo affidare la pelle di un passante alla nostra capacità di scegliere il tasto giusto al momento giusto? Ai posteri l'ardua sentenza.




giovedì 20 marzo 2014

Scoprite le differenze


Facciamo un gioco. Io vi fornisco gli elementi di confronto da una parte. La controparte ce la mettete voi, con le – spero poche – esperienze che avrete maturato di persona o per sentito dire. E poi mi direte se avete trovato delle differenze.

Singapore, ingresso del National University Hospital. Un cartello spiega il percorso del paziente dal suo arrivo in ambulanza al pronto soccorso, illustrato come se fosse un allegro gioco dell’oca, con tanto di punto di partenza indicato dalla freccina.

Ecco alcuni dettagli rimarchevoli: controllo temperatura, immediato; registrazione, immediata. Poi si prendono da due a cinque ore per una diagnosi fatta da un team medico capeggiato da un primario. Alla fine di ciò, il bivio: il paziente o viene dimesso, o viene ricoverato. A casa, oppure in reparto.

E i reparti del NUH sono immacolati, con un buon profumo di pulito ma senza l’invasivo lezzo di disinfettante, le sale d’aspetto per i parenti con la televisione accesa ma a basso volume per discrezione, ascensori lustri e dal movimento soave, giardinetti interni ben curati con una scultura informale dal benaugurante nome Hope, speranza. Per non parlare del personale, attento, garbato e professionale da lasciare a bocca aperta.

A Singapore la tecnologia è di casa. Volete partecipare ad un sondaggio sulla qualità del servizio ricevuto in ospedale? Compilate il questionario con il telefonino, leggendo l’ormai onnipresente codice QR. Temete di perdervi mentre siete alla ricerca di un parente ricoverato? Niente paura: basta scaricare la mappa interattiva che vi guiderà attraverso i reparti. Codice QR disponibile per Android e iPhone. Sembra una pubblicità. Invece è tecnologia al servizio della civiltà.

Siamo a metà del gioco. Ora tocca a voi completarlo: pensate ad un qualsiasi ospedale pubblico italiano, e scoprite le differenze. Non si vince nulla, ma magari – come diceva Benigni – ci si incazza parecchio. Come quando ti senti dire che ci vogliono sei mesi per fare un esame, che guarda caso nel centro privato si fa in pochi giorni. Basta pagare.



domenica 9 febbraio 2014

Scatti cinesi: T.I.C.

Segue da ieri.


Siamo arrivati alla fine della nostra settimana fotografica a zonzo per la Cina. Terminiamo degnamente con l’acronimo omnicomprensivo, che da solo spiega il continente rosso nella sua complessa semplicità: This Is China.


Sole rosso. Non è un tramonto con la foschia che vela il pallido astro calante. È un’alba inquinata a Wuhan, città costruita attorno al grande Fiume Azzurro, il Changjiang, che noi conosciamo come Yangtze, uno dei due grandi corsi d'acqua cinesi. Scorre ampio e maestoso, la riva opposta è a fatica visibile, le sagome dei grattacieli della capitale dello Hubei si intuiscono appena, come nebbiosi fantasmi amletici. Se vi venisse la fantasia di farvi una passeggiata mattutina, portatevi la mascherina da verniciatore per il naso. T.I.C.


Vi comprate un alloggio al secondo piano di un palazzo di Shanghai. Siete tutti contenti della vista sulla città, finché un bel giorno arrivano ruspe e operai e cominciano a costruire una strada sopraelevata. Quando è finita, questo è il risultato. Vantaggio? Se avete un collega d’ufficio che passa a prendervi in macchina, potete uscire di casa direttamente dalla finestra del salotto. T.I.C.


Cosa non si può pensare di trasportare in Cina con una bicicletta ed un carretto? Un travone triangolare tipo da tetto, che a occhio e croce sarà lungo almeno 10 metri e pesante qualche quintale? No, dai, quello ce la facciamo ancora a caricarlo. Notate la perla di dettaglio: siccome impicciava, la bici l’hanno legata sulla punta della trave, così rimane a vista e nessuno tenta di fregarsela. Il baricentro del trasporto eccezionale è ingegneristicamente imperniato sul carrettino, e il tutto è trainato, un duro passo dopo l’altro, da un singolo ricurvo ometto in maglietta e infradito. Siamo a Xiamen, nel Fujian, ma potrebbe essere ovunque. T.I.C.


Abbiamo iniziato e concludiamo questo breve tour fotografico a Pechino. Un drappello sfila con passo cadenzato e marziale davanti al ritratto di Mao e l’ingresso della Città Proibita. Giusto per ricordare che non si scherza con i simboli. Dopo il tramonto l’enorme piazza di Tian An Men, capace di accogliere un milione di persone, viene chiusa dalle transenne e non si circola più. E a nessuno passa per la testa di trasgredire. T.I.C.



venerdì 24 gennaio 2014

Mafioso

Ho di recente stigmatizzato l’orrenda ortografia di un presunto ristorante italiano di Singapore. Se c’è una cosa che mi indispone ancor più di un falso simbolo dell’Italia all’estero, è un autentico simbolo - di cui non andar certo fieri – sbandierato per attrarre folle di turisti idioti che magari ci ridono su. Mafioso steakhouse, avvistato in una località marittima della Malaysia, con tanto di sagoma stilizzata che brandisce un mitra, come nei film di Al Capone.

Non che ci manchi la scelta di stereotipi. In giro per il mondo ho visto la pizzeria Totò (Tailandia, chissà chi lo conosce laggiù il Principe De Curtis?), i ristoranti ispirati all’Opera (Tosca, Boheme, Puccini va forte in Asia e pure in Australia), perfino il raffinato ed esclusivo Portofino (Giappone, dove altro?). Ma evocare quale icona di italianità la mafia non è né spiritoso né divertente.

Per vender quattro bistecche grigliate questi abietti tavernieri offendono la memoria di gente come Chinnici, Falcone, Borsellino e mille altri che sono caduti sotto i colpi vili del crimine organizzato.

Come diceva Cuore: per favore boicottare. Sul serio. Finché non saranno costretti a scegliere un nome meno infame.




giovedì 9 gennaio 2014

Applausi 3

Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e rapidità di esecuzione. Famosa citazione del cult movie Amici Miei.

Metti che tu sia su un aereo tedesco che ti porta da Torino a Francoforte. La puntualità è sempre vitale, quando hai poco più di un’ora per prendere l’aereo successivo. Salvo che abbiano ottime ragioni per farlo, gli aerei grossi non aspettano quelli piccoli.

Metti che l’aereo sia pieno di italiani pronti a partire per le vacanze.

Metti che una coppia di mezza età decida di sedersi nell’ultima fila della business – e qui gli scenari possibili sono molteplici. Infingardia – o incapacità da mancanza di pratica – nel cercarsi i propri reali posti, da qualche parte in economy? Autonoma scelta di sedersi vicini (magari i loro posti erano separati, essendo l’aeroplanino piuttosto pieno)? O, volendo pensare peggio, furbesco ma ingenuo desiderio di approfittare dei servigi della classe superiore (furbesco perché a degli italiani ho visto fare anche di peggio, ingenuo perché chi ha un minimo di consuetudine col volare sa che l’equipaggio ha la mappatura completa dei posti, con tanto di nomi dei passeggeri).

Metti che un giovane steward, di bell’aspetto e di sorriso pronto, con una inusuale scintillante pelata a caratterizzarlo, approcci i due occupanti abusivi con aria interrogativa ed un foglio in mano, e che riceva desolati scuotimenti di capo alle sue sequenziali domande se parlassero tedesco o almeno inglese.

Ora, il novantanove per cento del personale viaggiante avrebbe ingaggiato un’estenuante battaglia lessicale (magari con l’aiuto di qualche volontario che facesse da traduttore), per fare estrarre ai due le carte d’imbarco, rivelando i posti a loro assegnati al check-in. Quindi si sarebbe trattato – in un aereo strapieno – di farli spostare con i relativi bagagli a mano, che per la legge di Murphy sarebbero stati di dimensioni elefantesche e non avrebbero trovato posto in nessuna delle cappelliere vicine ai loro sedili, causando aperture e chiusure a ripetizione degli strabuzzanti vani, e possibili cadute di oggetti in precarissimo equilibrio instabile. Sempre che i loro posti non fossero stati nel frattempo occupati da altri passeggeri che prendono l’aereo per un bus, e quindi scelgono da sé il primo posto libero, per sedersi di finestrino, o accanto all’amico, o sul corridoio perché soffrono di ansie se qualcuno blocca loro la via all’evacuazione in caso di emergenza. In tal caso i su descritti traslochi si sarebbero trasformati in una bagarre ingestibile negli angusti spazi di un piccolo bireattore da rotte regionali.

Quanto tempo avrebbe richiesto tale routine? Probabilmente a sufficienza da perdere lo slot di decollo (e passi, siamo a Caselle, mica a Hong Kong), ma soprattutto quello di atterraggio (a Francoforte perdere lo slot di atterraggio può voler dire girare in tondo sull’aeroporto in attesa dell’autorizzazione dalla torre di controllo altri dieci o quindici minuti, talvolta essenziali per chiudere una coincidenza). Le mie chances di prendere il volo successivo si sarebbero affievolite. Già immaginavo di dover trascorrere la notte a Francoforte, e partire ventiquattr’ore dopo (sono vacanze, certo, ma perché dover sprecare un giorno a causa di due che non sanno – o non vogliono – sedersi al loro posto in aereo?).

Il nostro Kojak in divisa Lufthansa ha dimostrato la sagacia propria dell’ispettore dalla crapa pelata. Appartenente a quel raro uno per cento di autentici problem solvers, ha intuito le potenziali disastrose conseguenze di seguire la prassi e far traslocare i due dall’ultima fila di business. Poi, visto che gli altri due posti simmetrici della stessa fila erano vuoti, ha inventato ed eseguito al volo la soluzione più creativa. Sganciando e spostando una fila più avanti, con due semplici gesti, le tendine che separavano la zona business dall’economy. L’economy cominciava dalla fila sei? Ora comincia dalla fila cinque, dicevano i suoi occhi soddisfatti, mentre si guardava intorno per verificare che tutto il resto fosse a posto e si potesse partire senza indugi.


Che cos’è il genio? È fare prendere a tutti i passeggeri la loro coincidenza, trovando la soluzione più semplice e rapida al problema. Siccome non avevi la targhetta con il nome, ho deciso che ti chiamerò come il brillante ispettore dei telefilm. Grazie, Kojak. Sei stato davvero grande. Tu sì che ti meriti un applauso.




domenica 29 dicembre 2013

Essere o non essere…

... italiano? Il dilemma in questo caso non si pone. La risposta è certamente no.

Perché se lo sgrammaticato procuito poteva lasciare qualche spazio al dubbio, alla frettolosa distrazione, alla innocente svista, già quando arriviamo alla qualifica geografica, e si scivola sullo strafalcione Prama, allora c’è la certezza di una mano apocrifa dietro alla compilazione di un tale menu degli orrori. Subito dopo, burata non aiuta a migliorare l’infelice posizione lessicale del redattore.


Bisogno di ulteriori conferme? Ci pensa la definitiva e straziante deformazione della nostra umile e sana focaccia a convalidare la tesi testé acclarata: una forgasia non fa primavera. E soprattutto non fa un ristorante autenticamente italiano. O sole mio, Singapore. Astenersi, per favore. Almeno fino a quando questi analfabeti non arriveranno a capire che perfino un dozzinale Google translator può servire a qualcosa.




venerdì 15 novembre 2013

Genitori numerati

Finalmente il politically correct sbarca in Italia. Se ne sentiva il bisogno. Dopo il caso del Liceo romano in cui gli antiquati termini padre e madre vengono soppiantati dai più moderni e matematici genitore 1 e genitore 2, è il caso di aggiornarsi.

Volete essere al passo coi tempi? Non fate la figura dei retrogradi, usando ancora certe terminologie obsolete e sessiste. Vi aiuto un po’, per iniziare ad impratichirvi.

Questo, per esempio, è...

Il Genitore 1 della Patria


In un consesso di cinefili, ricordatevi che il capolavoro di Almodovar è...

Tutto sul mio genitore 2


Avete in programma un pellegrinaggio al sud? Agli amici sensibili alla neutralità di genere, dite che andate da...

Genitore 1 Pio


Non siamo più ai tempi di tranvai sferraglianti, balille e vestivamo alla marinara. Oggi a Torino questa chiesa si chiama...

Il Gran Genitore 2 di Dio


E via discorrendo...





mercoledì 2 ottobre 2013

La pizza più cara del mondo


Avete, che so io, un migliaio di euro che vi avanzano? Vi state chiedendo come scialacquarli? Con quel gruzzolo potete comprare una bella, appetitosa, filante pizza.

La buona notizia? Ve la potrete godere giorno e notte, esposta nella vetrinetta del buffet del salotto buono, insieme ad altre improponibili chincaglierie regalatevi da falsi amici, che non avete il coraggio civile di rottamare (né le chincaglierie, né gli amici). Perché si tratta di una inossidabile creazione di un maestro giapponese che plasma i finti (ma quasi indistinguibili dagli originali) cibi per le vetrine dei ristoranti nipponici.

La cattiva notizia? Per la suddetta modica mercede non vi danno nemmeno una pizza intera. No. Vi dovete accontentare di mezza razione, resa artificialmente intera con un sapiente gioco di specchi. E sapete perché? Non perché l’artista si sia stancato a metà opera. Perché così occupa solo la metà del posto, pur mantenendo intatto il pregevole risultato estetico. Straordinari, minimalisti giapponesi.





domenica 25 agosto 2013

Bussole viventi

Mettiamo che il destino vi abbia fatto nascere in una famiglia il cui nome è un punto cardinale. E che voi e vostra moglie siate entrambi personaggi dello show business – roba da rotocalchi e reality televisivi – in America. Mettiamo infine che il vostro matrimonio venga allietato dall’arrivo di una frugoletta.

Quale genitore sarebbe così crudele da imporre alla neonata un altro punto cardinale come nome proprio? Lo so, sembra una barzelletta. Purtroppo non lo è. La pargola del signor Kanye West – e della signora Kim Kardashian – è stata chiamata North. Che legato al cognome, la rende North West. Praticamente Nord Ovest. Questa povera figliola – sempre che raggiunta l’età della ragione non lo cambi, stufa di esser presa in giro dai compagni di classe – si porterà appresso un appellativo che fa pensare più ad un’arteria periferica di grande scorrimento che un nome di fanciulla. Prendi la nord-ovest, che fai prima, in centro ci sono sempre ingorghi. E poi chi ha deciso che il nord è femminile?

Se il matrimonio durerà a sufficienza da mettere in cantiere altra prole, c’è da sperare che non vogliano completare il trittico, aggiungendo anche Sud Ovest e Est Ovest. Ci sono già dei meteorologi e dei nocchieri pronti a dar battaglia, rivendicando ai propri mestieri il corretto uso di tali denominazioni da rosa dei venti.




martedì 9 aprile 2013

Mal pro vi faccia

Cresciuto in una famiglia in cui il rispetto delle regole della buona educazione era esercizio diligente e quotidiano, una deprimente immagine scoperta per caso in rete mi fa riaffiorare alla memoria il diuturno set di regole che disciplinavano il desco.

Non si soffia sulla minestra, anche se brucia! E nemmeno sul cucchiaio. I gomiti, mai appoggiati sulla tavola. Forchetta con la sinistra, coltello nella destra. Mai alzarsi da tavola prima che abbiano finito i grandi. E soprattutto la cosa meno tollerata in quel coacervo di buone maniere bastanti ad educare un piccolo principe, mentre là fuori già si sentivano i clamori delle prime contestazioni giovanili e il sessantotto era dietro le porte: mai e poi mai leggere a tavola. Guai anche solo il pensiero di portarsi un giornalino, fresco di stampa e ancora profumato d’inchiostro, nelle vicinanze della refezione. Guai. Roba da andare a letto senza cena.

Così tanto incistati nelle profondità del subconscio sono questi antichi insegnamenti che tuttora provo un velato senso di fastidio quando mi capita, al ristorante, di vedere il classico rappresentante da solo che fra un piatto e l’altro distende il giornale sulla tovaglia e si legge l’attualità. Peggio se la scena vede protagonista una coppia. Non c’è miglior icona della mancanza di comunicativa di un marito – o una moglie – che si fa i fatti suoi, nascosto alla vista del consorte da un foglio rosa o da una rivista patinata.

Ebbene, qualche orientale indifferente al contravvenire le regole del galateo della tavola, ma sadico a sufficienza da sfruttare le debolezze dei dannati del pranzo-velocissimo-pur-rimanendo-collegati, ha pensato bene di creare un vile manufatto degno delle officine di Torquemada. Manco una zuppa in pace ci si può godere, ora. Sararimen, non avete più scuse. Ora il telefonino dalle mille miracolose applicazioni ve lo regge direttamente la zuppiera. Così vi potranno propinare qualsiasi obbrobriosa sbobba, tanto voi sarete con la testa nelle nuvole, tutti presi a consultare il listino della borsa, o a leggere l’ultimo pettegolezzo ginecologico di qualche attricetta da strapazzo, oppure - o tempora o mores – a giocare a qualche vacuo videogioco parolaio competendo con un altro travet che sta sorbendosi anche lui una brodaglia a tre – o trecento – chilometri di distanza.


E mi interrogo, senza forse voler trovare risposta: cosa direbbe di questi tempi, dai costumi così infinitamente lontani dai suoi, quel gentiluomo vecchio stampo di mio Padre?



giovedì 21 marzo 2013

Codini e messeri

La saga continua. Dopo il codino geometrico (Roberto Raggio), abbiamo il codino rinascimentale. Scovati in un catalogo di aviolinea per compratori dell’ultimo minuto a diecimila metri, ecco i segnatempo italiani (?) di Roberto Paggio.

Attendiamo ansiosamente ulteriori sviluppi alfabetici. Codini arborei (Roberto Faggio), codini primaverili (Roberto Maggio), codini filosofici (Roberto Saggio).

Coraggio, creativi: le possibilità non sono infinite, ma c’è ancora spazio per voi fantasiosi coniatori di firme con un tocco di italianità. Il tricolore fa sempre tendenza, non importa quali orrori lessicali si mettano insieme nel nome del profitto. E non vi chiedo nemmeno le royalties sui suggerimenti.




martedì 12 marzo 2013

La banca che viene da te

Letteralmente. Altro che le mendaci promesse pubblicitarie mirate solo ad ottenere i tuoi sudati risparmi e farsi pure pagare per l’oscuro privilegio di affidare i tuoi soldi proprio a quella e non a un’altra. Il concetto di mobile banking totalmente rivoluzionato. Qui non significa che puoi fare operazioni bancarie dal tuo telefonino. La banca è davvero mobile.

Dentro c’è l’impiegato addetto al cambio di valute. Non so se per riservatezza o perché stava scattando l’ora della pausa giusto mentre mi accingevo a fotografarlo, ma mi ha sbattuto in faccia il cartello Break ed ha spento le luci della mini agenzia. Ma niente paura: per prelievi fuori orario c’è addirittura il bancomat. Cosa vogliamo di più? La banca non hai bisogno di cercarla, la trovi parcheggiata sotto casa. Only in Thailand.





mercoledì 6 marzo 2013

Conosco i miei polli

... sembra dire il foglio delle istruzioni di sicurezza dall’aereo. China Eastern Airlines. Mi tocca un posto accanto alla porta. Prima del decollo uno steward fa la solita operazione di routine: si assicura che i passeggeri vicino all’uscita di emergenza sappiano cosa fare, in caso di bisogno. Mi schiaffa in mano un foglietto plastificato pieno di disegnini educativi. Diligentemente – non si sa mai! – lo leggo. Finché mi cade l’occhio su una scritta.

Non distruggete il rilevatore di fumo nei bagni. I cinesi sono notoriamente dei fumatori accaniti. E altrettanto sono riottosi a seguire le regole dettate sia della buona creanza sia dalle recenti leggi circa il divieto di fumare nei locali pubblici. Siccome in una cabina di aereo è francamente difficile mascherare un filo di fumo, l’unico posto dove ci si potrebbe - illegalmente - godere una sigaretta in pace, al riparo da occhi indiscreti, rimangono le toilettes. Peccato che questi guastafeste delle compagnie aeree ci mettano i sensori, che svelano la furberia. E allora? Ma che domande: basta distruggerli!

Da qui il cartello. Only in China.




domenica 3 febbraio 2013

Business di moda

Due vetture in direzioni opposte intasano le strette corsie di una strada di Shanghai. Un guardiano dalla giacca stazzonata indica gesticolando che tocca tornare indietro, perché di lì non si passa. Chiedo al vecchio amico con cui viaggio: che succede? Si sono toccati? Ma no, commenta mentre si impegna in una retromarcia senza premura. C’è uno sdraiato per terra davanti ad una macchina. Siamo vicini al capodanno cinese, no? Ogni tanto ancora faccio fatica a vedere il nesso. Ma lui spiega: è un nuovo business del momento. La gente ha bisogno di soldi per la cena celebrativa, per fare regali, insomma, non si può perdere la faccia con i parenti nell’unica occasione conviviale davvero importante dell’anno. Allora cosa fanno? Scelta la loro vittima, sbucano all’improvviso davanti ad una macchina che va piano – per evitare di essere arrotati sul serio – e poi si buttano per terra, come se fossero stati investiti. Per rimediare qualche soldo di compensazione al volo. Bisogna fare attenzione, chiosa. Perché ci sono quelli che si spingono a rompersi preventivamente – e apposta – un braccio. Poi, rotolandosi dal dolore, insistono per andare in ospedale a fare una lastra. C’è chi in un giorno sfrutta al meglio la autoinflitta menomazione, ripetendo l’escamotage più volte, e gli automobilisti, per non avere noie peggiori, sborsano di corsa.

Ne avevo sentite tante, ma uno che si spacca un braccio per spremere qualche soldo ai guidatori ingenui e pagarsi un banchetto mi mancava ancora. T.I.C.



giovedì 3 gennaio 2013

Preghierina per un anno migliore

Caro 2013, vorrei che facessi, come per incanto, scomparire:

I piatti da pizza della Juventus. Per favore. Non se ne può più di queste serie monotematiche da lobotomizzati del calcio. Borse, borselli e borsoni. Portafogli, cintole, sciarpe, magliette e mutande. Ora perfino i piatti da pizza. Almeno quando mangio l’allegra vivanda partenopea vorrei non esser costretto a pensare alle domenicali tenzoni che tengono col fiato sospeso l’italiano medio. Ma poi davvero volete dirmi che c’è chi si mette in casa – e magari mostra orgoglioso agli amici – la serie completa dei piatti da pizza della Juventus? O tempora o mores.


Le usuali giaculatorie dei giornalisti circa le multe aumentate. Con la divertente chiosa: capodanno amaro per gli automobilisti. Spiegatemi perché amaro. Per me è molto più amaro leggere che ci sono ancora morti e feriti da botti. Che si stanno studiando nuove tasse che colpiranno come sempre i soliti noti. Che si continuano a scoprire nuove ruberie dei politici e nessuno paga come dovrebbe. Questo è amaro.

Le multe non sono una gabella obbligatoria. Vi spiego una cosa meravigliosa che deve essere sfuggita ai più: per evitarle basta seguire i dettami del codice della strada. Le cinture ci sono per essere indossate. I limiti di velocità non per impedire la libera espressione dei cavalli contenuti nel proprio vano motore, ma per ridurre morti e feriti che alla fine pesano – anche economicamente – sulla comunità. Io, e voi onesti lettori, paghiamo le tasse anche per soccorrere e curare gli imbecilli che bevono come spugne e poi si spetasciano contro gli alberi, poveri vegetali innocenti. O contro altri innocenti bipedi che hanno la sola colpa di trovarsi sullo scriteriato percorso di un ubriacone al volante.

I semafori rossi, i limiti – sempre troppo lassisti – di tasso alcolometrico nel sangue, i segnali di stop sono tutti lì non per succhiare soldi ai guidatori. Son lì per esser rispettati. Altrimenti pagate. Fosse per me, cari furboni che sorpassate senza visibilità, che parlate e gesticolate al telefono mentre guidate, che avete preso l’autostrada per la pista di Monza, che dite cosa vuoi che sia un goccetto in più, dovreste sborsare dieci volte quello che vi costa oggi trasgredire. Forse alla fine imparereste a rispettare il codice della strada. E con esso, gli altri utenti della strada. Ma chiedere agli italiani di rispettare il prossimo è impresa disperata. Per non dire inutile.


Le ipocrisie delle pubblicità televisive di roulette, slot-machine e altre diavolerie mangiasoldi, che ti raccomandano di giocare responsabilmente. Come se esistesse qualcuno capace, una volta preso dal demone del gioco, di farlo con un minimo di responsabilità. Si parla ogni giorno, e con crescente allarme, di giocatori compulsivi che si rovinano, finendo stipendi, vendendosi macchine e appartamenti, indebitandosi con gli strozzini e mettendo sul lastrico famiglie magari ignare del tarlo che le rode dal di dentro.

L’ideale sarebbe dire basta a tutta quest’orgia di tentazioni. Distributori automatici di gratta e vinci perfino nei supermercati. Monitor dal tabaccaio sotto casa che fanno un’estrazione ogni cinque minuti – di orologio, non è un modo di dire. Aprite una pagina qualsiasi di internet e ci sono ottime chances di trovare qualche banner che ti invita a tentar la fortuna, promettendo facili e stratosferiche vincite e gettoni gratuiti per iniziare. Come i pusher della droga. Le prime dosi sono omaggio. Per creare il fabbisogno. Poi pagherete caro, pagherete tutto, come si diceva tanti anni fa, ma riferito ad altre colpe, questa volta di classe.

In mancanza di un bel colpo di spugna che cancelli tutte queste istigazioni legalizzate di uno stato biscazziere, almeno risparmiateci l’ipocrisia. Preferirei una réclame che dicesse: vi venderete anche vostra nonna per continuare a giocare, ma a noi che ci frega? L’importante è che continuiate a cacciar tanti bei soldoni fruscianti, cari i nostri coglioni. Ecco, così forse potrei ascoltarla senza rischiare il travaso di bile.


Le mamme che difendono l’indifendibile. Ogni scarrafone è bello a mamma sua, questo si sa. Ma possibile che dei giornalisti trovino etico e magari di buon gusto intervistare telefonicamente la madre di Fiorito, detto batman, o del prete talebano di Lerici? Le quali ovviamente sono pronte a dichiarare – talvolta urlando – che i propri figli sono dei bravi ragazzi (al cuor di mamma il figlio rimane un ragazzo anche se sta arrivando ai cinquanta o ai sessanta). In un caso ci siamo sentiti dire che non ha rubbato assolutamente nulla (secondo il noto postulato italiano che la res publica non è di nessuno, quindi appropriarsene o farne malo uso non equivale a rubare) e che tenerlo in galera era un’ingiustizia bella e buona, un vero insulto nei confronti di un uomo la cui morigeratezza di costumi è evidente fin dalla silhouette, che ne fa un Gandhi de noantri.

Nel più recente episodio del prete che ha puntato il dito accusatore contro le donne abusate e uccise (e non ha fatto altro che dar voce al pensiero di ancora troppi maschi/listi: se ne stessero a casa, invece di andare in giro a provocare quei poveri uomini che poi non hanno altra scelta che violentarle o ammazzarle, o magari entrambe) la madre del novello Voltaire ligure ha sostenuto che certamente il volantino da lui affisso in bacheca della parrocchia non poteva essere stato scritto da un figlio così bravo e diligente. Sarà stata una distrazione? Una svista alla Scaiola, che non si era accorto di abitare in una casa di sua proprietà? L’ultima linea di difesa sarà sostenere che il prelato è innocente perché totalmente analfabeta, e quindi non in grado di giudicare i contenuti di quanto da lui stesso esposto in bacheca?

Ehi, giornalisti a caccia di scoop da Novella duemila: anche la madre di Hitler, se interpellata ai suoi tempi, avrebbe dichiarato che quel ragazzaccio in fondo in fondo era un cuore tenero, che la colpa era tutta di quei cattivoni in camicia bruna che lo circondavano, e che una volta aveva perfino curato la zampa del proprio pastore tedesco che si era fatto male correndo dietro a degli zingari...

Non diamo voce alle mamme degli indifendibili. Se ne stiano zitte a casa loro a riflettere sugli errori commessi nell’educazione dei propri pargoli, e non invadano l’etere con lai e querimonie non richieste. E già che ci siamo: a casa anche chi le intervista.


Caro 2013, lo so che è meno grave. Ma non potresti anche fare qualcosina per quei pubblicitari che ci ammanniscono senza tregua pance sorridenti perché stracolme di bifidi attivi come formiche in vista dell’inverno, facce da idioti imbambolati che posano per collezioni a dispense di berretti delle truppe della Seconda Guerra, cinghiali acquattati sullo stomaco di poveri dormienti, e vascelli, contrammiraglie e automobili da costruire pezzo per pezzo in anni di lavoro a puntate settimanali – ad un costo probabilmente equipollente agli originali dell’epoca? Se c’è davvero tanta crisi, come si spiega l’esistenza di tali incongruenze?

Conto su di te, caro 2013, perché sull’intelligenza dell’Homo Italicus proprio non si può fare assegnamento.



martedì 18 dicembre 2012

Say no to drugs

A volte è più difficile scegliere un titolo che scrivere il testo. Mai Più Senza? Braccia rubate all’agricoltura? Basta con le nostalgie di Cuore, che pur ci sono, inutile nasconderlo. Say no to drugs, dite no alla droga? O ancora, un evergreen dei miei viaggi: T.I.C.? Alla fine ho scelto il più provocatorio.

Perché certi appelli te li strappa da dentro la Cina di oggi. Dove si può trovare, fieramente esibito in uno spiazzo di cemento tra grattacieli di vetro, acciaio e altro cemento, proprio nel centro di Shanghai, questo pregevole manufatto.

Allora un bonario monito all’artista è d’obbligo. Suvvia, basta abusare di sostanze allucinogene, che fanno travisare la realtà e creare bestie fantastiche. È vero, anche gli antichi farneticavano di creature inesistenti, talora frutto di impossibili incroci tra umani e animali. Sfingi, arpie, manticore, chimere, minotauri e sirene hanno popolato la fantasia di cento generazioni – a dir poco.

Ma abbiate pazienza: vogliamo mettere l’enfatica potenza della Sfinge di Giza, o la leggiadria della Sirenetta, sensualmente accoccolata sullo scoglio di Copenhagen, con questo sconclusionato rinoceronte, affardellato da un’incongrua pinna di squalo sul dorso e da una proboscide – che pare un innaffiatoio da balcone – innestata su un buffo muso dagli occhi di sorcio?

È arte? Mah. Per me no. Questa, se permettete, è Arte. Immortale. E con la A maiuscola.