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sabato 27 settembre 2014

Alla ricerca del metano


Sui giornali italiani fa notizia il ragazzo indiano che è stato ucciso da una tigre nello zoo di Delhi. Invece in India questo non merita che un trafiletto senza neppure una foto.

Il clamore mediatico è riservato a una sonda spaziale indiana che dopo circa trecento giorni di viaggio ha raggiunto Marte e si è correttamente posizionata in orbita attorno al Pianeta Rosso.

Quello straordinario uomo di marketing che è il nuovo Primo Ministro Modi, prima di saltare su un aereo e andare a trovare Obama, ha trovato il tempo per annunciare in diretta il successo della tecnologia aerospaziale indiana, congratulando il team di scienziati che hanno permesso questa impresa. La navicella spaziale si chiama Mars Orbiter Mission, in breve MOM. Qualche genio della battuta gli ha perfino messo in bocca uno slogan da fare invidia a Renzi: MOM doesn’t disappoint. Chi conosce l’inglese sa che potrebbe anche esser letto come, la mamma non delude mai. Sembra quasi di vederlo che strizza l’occhio mentre lo dice.


Al contrario delle poche altre nazioni che hanno già raggiunto Marte, ma solo dopo alcune prove fallite, gli indiani hanno fatto centro al primo colpo: altro motivo di orgoglio nazionale. I giornali raccontano delle altrui vicissitudini interplanetarie, come satelliti persi in fase di lancio o durante il lungo tragitto. Dopo tanto dispiego di tecnologia rasenta il comico che una sonda giapponese abbia fallito la missione... per un errato calcolo del carburante necessario, come una qualsiasi Panda dispersa sull'autostrada con la spia arancione accesa.

Finalmente qualcuno si degna perfino di spiegarci che cosa cavolo ci vanno a fare su Marte, visto che i marziani sono una fantasiosa invenzione utile solo per barzellette e scadenti film di fantascienza. Alla ricerca del metano. Ovviamente non come alternativa per riscaldare i nostri appartamenti in vista delle ripicche di Putin, perché sarebbe obiettivamente complicato costruire e soprattutto tirare una tubazione fin laggiù. Il metano come prova di esistenza, anche passata, di qualche forma di vita compatibile con quella terrestre, viste le similitudini dei due pianeti. Qualche scienziato già ipotizza che la vita possa essere iniziata su Marte, e che si sia fortuitamente trasferita sulla Terra alcuni miliardi di anni fa, magari trasportata da un meteorite che, come un enorme pallone impazzito calciato da un titano, ha battuto su Marte e poi, rimbalzando, è andato a impattare sulla nostra cara vecchia Terra, seminando violentemente il germe della vita.

Certi scienziati hanno più fantasia degli autori di Star Trek.




sabato 12 luglio 2014

Amici miei irl

Avete presente la gag dei grandi burloni che nei colli fiorentini terrorizzano un paesello imbalsamato inscenando un finto progetto di transito proprio di lì della futura Autostrada delle Ginestre, con relativa plateale marcatura a gessetto delle case da buttare giù, che si conclude con uno sgonnellante parroco che in preda al panico corre in canonica gridando, presto, presto, sonate le ‘hampane?


Qualche mattacchione deve aver pensato di ripetere la cosa, ma in grande. La metropolitana di Cuneo. Stamani nel corso principale davanti al serioso e faraonico bozzetto del progetto c’era gente che telefonava a casa, commentando a caldo, pensa, arriverà fino a San Rocco...

Ragazzi, per favore. Così vi fate sgamare. Con le fermate che ci avete messo facciamo prima a farla tirare dai cavalli la metrò. Perché chi ne ha presa qualcuna ed ha dimestichezza con le distanze che copre, capirà che ogni trenta secondi sarebbe ferma. Che probabilmente ci vorrebbe più tempo a scendere sottoterra che a farne una tratta. Che infine una metrò che copre a malapena quattro chilometri è utile come un sedere senza il buco.

Comunque complimenti. La mappa è stupenda. Avete fatto le cose in grande: sette linee, trentasette fermate. A non conoscere Cuneo e le sue minuscole dimensioni sembrerebbe perfino verosimile. E poi Foro Boario Nord e Foro Boario Sud è geniale. Pure il sito web avete creato. Proprio ben congegnata come zingarata. Chi lo avrebbe detto che gli epigoni del Perozzi fossero subalpini?





giovedì 17 aprile 2014

Il tasto giusto

Una volta apparteneva al fantasioso mondo di James Bond. Oggi è realtà. Che cosa? La macchina telecomandata. No, non sto parlando dei modellini per i ragazzi, con cui alla fine giocano regolarmente gli adulti. È un'automobile vera. Con un minuscolo aggeggio grosso come un telefonino potete sterzare, far avanzare o indietreggiare la vettura. Da fuori.


Confesso che la visione di un piccolo video amatoriale realizzato da un amico filippino entusiasta dell'invenzione mi ha messo addosso un senso di inquietudine. Va beh, è risaputo che sono un dinosauro. Peggio: un dinosauro scettico. Oggigiorno sempre più congegni possono essere controllati a distanza. Il senza fili - wireless per i patiti della tecnologia - impazza. Ma una macchina? Faccio l’errore di domandare, a cosa serve un gadget del genere? Subito vengo investito da un esuberante elenco di utilissime applicazioni. Metti che piove, puoi far avvicinare la macchina fino al tuo riparo. Se non vedi quanto spazio hai per parcheggiare, scendi e posteggi finalmente davvero a vista. Sei semplicemente pigro? Invece di camminare tu fino alla macchina lasci che sia lei a venire a te. Eccetera, lasciando sbizzarrire la fantasia umana alla scoperta di altri irrinunciabili vantaggi dell'auto telecomandata.

Lo ammetto: una macchina che sterza da sola, con il volante innaturalmente in moto anche se priva di guidatore, è una cosa che colpisce. Vederla poi andare avanti e indietro da sè fa il paio con l'effetto quasi nauseabondo di quando provai per la prima volta in Giappone un'ibrida: sentirla muoversi in perfetto silenzio a motore spento inganna corpo e testa, e crea disagi viscerali.

E veniamo alla confutazione degli argomenti dell’amico fan. In caso di pioggia, portatevi un ombrello. Non so quanto tiri il telecomando, ma sarebbe carino esser sicuri che uno non possa guidare in remoto da distanze a rischio incidente da mancanza di chiara visuale. Specie se sta venendo giù un acquazzone. Parcheggi? Oggi sempre più vetture hanno cicalini che indicano l'avvicinarsi di un ostacolo - nella fattispecie, la macchina dietro di voi - e sostituiscono egregiamente la vista, agevolando chi non è dotato nell'arte del parcheggio in retromarcia. Scendere per posteggiare accrescerebbe solo il rischio di grasse risate da parte degli astanti e di erogazione gratuita di consigli non richiesti sulle modalità della manovra. Pigri? Fate due passi, che vi fa bene, invece di star sempre col sedere sulla macchina!

E poi a me fa una paura dell'accidente pensare che qualcuno si affidi ad un tastino di telecomando - e non ad una sana, fisica, energica affondata sui freni - per decidere di fermare una vettura vuota che sta per investire un bambino sbucato dal nulla. Quante volte abbiamo cambiato canale cercando di alzare il volume della tivu? Quante volte abbiamo sbagliato numero telefonando a un amico? Quante volte è finita la batteria del dannato marchingegno proprio quando ci serviva di più? Vogliamo affidare la pelle di un passante alla nostra capacità di scegliere il tasto giusto al momento giusto? Ai posteri l'ardua sentenza.




domenica 23 marzo 2014

L’umanizzazione della macchina


Post ispirato da Irene, cara amica scrittrice (sì, a chiamarla blogger mi sembrerebbe di privarla di un titolo più alto, che so io, come rivolgersi a un marchese dandogli del barone…), che si descrive come, tra gli altri attributi, “blog-sitter”.

Buffo neologismo. Vedo immagini di gente troppo indaffarata per riuscire a coltivare quel contenitore immaginario di recente nascita ma già apparentemente sulla ripida china del viale del tramonto tecnologico che chiamiamo blog. E qui viene in soccorso la figura dell’amorevole e paziente bambinaia delle idee inespresse di chi proprio non ha il tempo, ma ha un’imprescindibile esigenza di tenere costantemente innaffiato il vaso con la piantina dei pensieri. Facendo così crescere la notorietà e la visibilità del VIP di turno, democratico e populista - che va tanto di moda – al punto da mantenere perfino un suo blog, come un carneade qualsiasi.

Mi piace immaginare Irene come un’autorevole tata di altrui bebè informatici. E – pensa un po’ – con l’indubbio vantaggio di non dover cambiar pannolini, pulir sederini, sedare pianti di bambini, disinfettare tagli e metter cerottini. Mica poco.




lunedì 3 febbraio 2014

Scatti cinesi: la tecnologia


È appena iniziato l’anno del Cavallo, secondo il calendario lunare tradizionale cinese. Per celebrare una ricorrenza che in giro per il mondo interessa più o meno un terzo della popolazione planetaria, Homing Pigeon offre ai suoi lettori una piccola raccolta a puntate tematiche di foto inedite del Regno di Mezzo.

La tecnologia

Pechino è Pechino. Deve ricordare al celeste impero che è sempre lei la capitale, anche se Shanghai le contende il titolo dell’imponenza. Ecco la sede della CCTV, la televisione di stato, assurda scommessa architettonica finita giusto in tempo per le Olimpiadi del 2008. Accanto, seminascosto, lo scheletro di un edificio bruciato mentre era ancora in costruzione. Criminali negligenze, che son costate la vita di poveri pompieri sacrificati per tentare di difendere la crescente opulenza esibizionistica della capitale.


L'invasione degli alieni? No. Solo degli addetti aeroportuali che salgono a bordo all'arrivo in Cina, per misurare la temperatura dei passeggeri e bloccare eventuali portatori di morbi, prima che possano metter piede nella nazione.


Non ci abitueremo mai all'idea che il bambù sia preferito all'acciaio per i ponteggi da costruzione o restauro delle case. Lo legano con delle corde. Al posto delle tavole di legno dei graticci. E tutto resta su. Compresi gli operai edili che ci lavorano, a cinque o cinquanta metri da terra.


Quando i nostri antenati misuravano il tempo in stagioni, i cinesi già contavano le ore. Non stupitevi dunque di trovare meridiane così ricche di dettagli come questa, fotografata nel campus di una delle università di Shanghai.



Continua ... qui.

mercoledì 29 gennaio 2014

La vera prova d’amore


Grazie, Giappone. Senza di te una rubrica come Mai più Senza non avrebbe ragione di esistere.

Dopo anni di quieta analisi dei manufatti umani più strampalati che via via trovavano una loro collocazione sul mercato, oggi sento impellente il bisogno di riesumare questa categoria che da troppo tempo trascuravo.

Signori, giù il cappello. Ecco un capolavoro appena rivelato: il reggiseno che si sgancia solo in presenza del vero amore.

No, non è uno scherzo. Credeteci. Quando si parla di Giappone tutto è possibile.

Perfino che degli scienziati pazzi, con un miscuglio micidiale tra tecnologia elettronica e febbri ormonali, abbiano escogitato e creato questo imperdibile oggetto.

Un reggiseno imbottito di sensori capaci di rilevare il battito cardiaco ed analizzare le sue alterazioni dovute al famoso batticuore da innamoramento (diciamo così, se vogliamo tenere la cosa nei binari della decenza e non scadere a livello di Cronaca Vera). Solo in presenza di frequenze cardiache da Cupido in azione il gancetto anteriore si concede all’apertura, per permettere alle due colombe dal disio chiamate di continuare in libertà maggiori e più interessanti esplorazioni...

Pare che tale invenzione non sia in vendita, ma sia solo un gadget celebrativo dei dieci anni d’attività della casa produttrice. Peccato, perché sono convinto che troverebbe una sua nicchia di mercato ed avrebbe certo degli estimatori.

Nel video promozionale la modella, succintamente vestita, resiste alle avances del pretendente di turno che non riesce a sganciare il dannato fermaglio, non essendo evidentemente il fuco nelle grazie della bellona.


Questi inventori sono dei sadici geni del male: come se noi tapini maschi medi avessimo bisogno di ulteriori frustrazioni, dopo aver passato buona parte della vita a combattere con i maledetti ermetici sistemi di chiusura di muliebri reggiseni, spesso tetragoni a qualsiasi tentativo di svincolo, perfino con ripetute e caparbie operazioni a due mani, che talora non sortivano alcun apprezzabile risultato se non un rassegnato sbuffare della partner, che concludeva con un perentorio e umiliante lascia stare, faccio io, e in men che non si dica con una sola mano ritorta dietro la schiena sganciava come d’incanto l’infernale apparecchio, che docile cedeva, mentre sinora si era fatto solenni beffe di ogni nostro pervicace ma vano impegno.

Bravi, giapponesi. Ne sentivamo proprio la mancanza di un nuovo strumento di mortificazione. True Love Tester. Per la donna tecnologica, che non ha voglia di sprecare fiato a dire di no.



giovedì 17 ottobre 2013

Beni primari

Domenica pomeriggio, stazione di servizio su un’autostrada vicino a Seoul. In un angolo vedo un’apparecchiatura in parte insolita. Perché quattro rubinetti sporgenti da una specie di frigo blu non sorprendono affatto. Ma la vetrinetta accanto mi incuriosisce troppo. Piena di file ordinate di bicchieri d’acciaio, con un cestino sotto. L’amico locale che ormai conosco da quasi vent’anni mi spiega. Anzi ride, ripensando a vecchie e buffe vicende avvenute in Italia. Ricorda dei suoi clienti lamentarsi perché avevano bevuto una bottiglia d’acqua in albergo e questi strambi italiani insistevano per farsela pagare.

Qui in Corea l’acqua è gratis, chiosa. Vedi? Prendi un bicchiere, bevi per quanto hai sete e poi lo butti nel cestino. Tutto offerto. Acqua filtrata, sana, garantita. Perfino buona.

Vagli a spiegare che da noi, se mai succedesse, la gente per prima cosa si fregherebbe i bei bicchierini d’acciaio. Poi si riempirebbe bottiglie e bottiglie, infischiandosene di quelli in coda per vera sete. Ammesso che l’apparecchiatura durasse in funzione e non venisse vandalizzata dai soliti idioti che pensano sia divertente spaccare tutto.

Generosità è offrire un bicchiere d’acqua gratuito a chi ha sete. Civiltà è farlo con eleganza.




martedì 9 aprile 2013

Mal pro vi faccia

Cresciuto in una famiglia in cui il rispetto delle regole della buona educazione era esercizio diligente e quotidiano, una deprimente immagine scoperta per caso in rete mi fa riaffiorare alla memoria il diuturno set di regole che disciplinavano il desco.

Non si soffia sulla minestra, anche se brucia! E nemmeno sul cucchiaio. I gomiti, mai appoggiati sulla tavola. Forchetta con la sinistra, coltello nella destra. Mai alzarsi da tavola prima che abbiano finito i grandi. E soprattutto la cosa meno tollerata in quel coacervo di buone maniere bastanti ad educare un piccolo principe, mentre là fuori già si sentivano i clamori delle prime contestazioni giovanili e il sessantotto era dietro le porte: mai e poi mai leggere a tavola. Guai anche solo il pensiero di portarsi un giornalino, fresco di stampa e ancora profumato d’inchiostro, nelle vicinanze della refezione. Guai. Roba da andare a letto senza cena.

Così tanto incistati nelle profondità del subconscio sono questi antichi insegnamenti che tuttora provo un velato senso di fastidio quando mi capita, al ristorante, di vedere il classico rappresentante da solo che fra un piatto e l’altro distende il giornale sulla tovaglia e si legge l’attualità. Peggio se la scena vede protagonista una coppia. Non c’è miglior icona della mancanza di comunicativa di un marito – o una moglie – che si fa i fatti suoi, nascosto alla vista del consorte da un foglio rosa o da una rivista patinata.

Ebbene, qualche orientale indifferente al contravvenire le regole del galateo della tavola, ma sadico a sufficienza da sfruttare le debolezze dei dannati del pranzo-velocissimo-pur-rimanendo-collegati, ha pensato bene di creare un vile manufatto degno delle officine di Torquemada. Manco una zuppa in pace ci si può godere, ora. Sararimen, non avete più scuse. Ora il telefonino dalle mille miracolose applicazioni ve lo regge direttamente la zuppiera. Così vi potranno propinare qualsiasi obbrobriosa sbobba, tanto voi sarete con la testa nelle nuvole, tutti presi a consultare il listino della borsa, o a leggere l’ultimo pettegolezzo ginecologico di qualche attricetta da strapazzo, oppure - o tempora o mores – a giocare a qualche vacuo videogioco parolaio competendo con un altro travet che sta sorbendosi anche lui una brodaglia a tre – o trecento – chilometri di distanza.


E mi interrogo, senza forse voler trovare risposta: cosa direbbe di questi tempi, dai costumi così infinitamente lontani dai suoi, quel gentiluomo vecchio stampo di mio Padre?



venerdì 8 marzo 2013

There’s an app for that!

Vecchio motto di Steve e della sua banda, per suggerire che il decisivo vantaggio di utilizzare uno dei loro oggetti di culto (guai a chiamarli banalmente telefonini) sta nella quantità quasi infinita di cose che puoi fare con tale aggeggio – spesso perfino telefonare.

Ma bisogna riconoscere che, in mezzo al gran pattume informatico disponibile per lo scarico gratis – o contro modestissima mercede – sui nostri sempre più gremiti dispositivi cosiddetti intelligenti, ogni tanto qualche programmatore di buon senso conia delle applicazioni seriamente utili. Come questa.

Se una donna per strada si sente importunata o minacciata, scuotendo il telefonino può non solo far scattare una lancinante sirena d’allarme, che richiami l’attenzione di qualche passante coscienzioso e magari faccia scappare il malintenzionato, ma nel frattempo invia automaticamente una mail a degli indirizzi prestabiliti, con tanto di mappa che indica la posizione esatta dove si trova la potenziale vittima. Non sarà la panacea contro tutti i mali, ma è già un passo in avanti. E se servisse ad evitare anche solo una violenza nei confronti di una donna, allora è stato tempo molto ben speso da parte dello sviluppatore.

Chiunque tu sia, anonimo scrittore di codici binari, hai tutta la mia simpatia.





giovedì 10 maggio 2012

Invidia delle ali

Ogni tanto anche ad un vagabondo incallito capita di fare nuove esperienze. E di assaporare ancora il fascino della novità, della primizia, del sapore dell’innovazione, prezioso pizzico di sale nell’ormai scipito pasto quotidiano del globe-trotter.

Mi sono scoperto malato di una invidia tipica da piccione viaggiatore: quella delle ali. Avevo già scritto parecchi anni fa un racconto che si intitolava proprio così: deve essere bello avere le ali. Ma vedendo quanta armonia, bellezza estetica, funzionalità estrema sono in grado di offrire, in un solo manufatto tecnologico, le sinuose e curvilinee ali del nuovissimo Boeing 787, ultimo nato della casa di Seattle, battezzato enfaticamente Dreamliner, il trasvolatore da sogno, ho provato una profonda invidia nei confronti di chi non ha bisogno di strumenti meccanici per librarsi in volo.

Perché se a noi, poveri animali terricoli, occorrono necessariamente l’ingegno, il coraggio e la maestria di qualcuno della nostra specie per poter rapidamente attraversare oceani e terre emerse, agli instancabili pennuti basta spiegare le ali e seguire quello che un meraviglioso istinto dice loro di fare, per osservare il mondo dal cielo.

E siccome sono serenamente rassegnato ai miei limiti di elevazione da modesto bipede implume, mi accontento di ammirare il fascino di quanto di più vicino alla perfezione della natura l’uomo sia stato capace di progettare: delle ali degne di un Museo Guggenheim. O del MOMA. Fate voi.


lunedì 17 ottobre 2011

Professioni a rischio

Ammetto le mie carenze. Fino a tempi relativamente recenti ignoravo l’esistenza di una categoria professionale detta sciampista. Non avendo l’abitudine di frequentare saloni di acconciature per signora, non mi ero mai reso conto che ci fossero chiare e nette distinzioni di ruolo tra le varie addette ai lavori. Colpevole lacuna, provvidenzialmente colmatami dalla estemporanea – e fortunatamente breve – osservazione di programmi cosiddetti d’intrattenimento, nei quali si fa spesso riferimento a fenomenologie dell’essere umano quali il tronista (confesso qui il mio rifiuto di concepire tale lemma come una professione, della quale – per di più – magari andare fieri), la letterina (ennesima variante della ragazza-tappezzeria da studio televisivo) ed appunto la sullodata sciampista.

Tale inopinata scoperta ha scatenato in me la curiosità di intuire le caratteristiche necessarie ad affrontare con successo codesto mestiere.

Cominciamo, lombrosianamente, dalle fattezze fisiche: come per i fantini, una statura medio-bassa deve essere d’ausilio, onde evitare esiziali mal di schiena, a chi trascorra tutto il giorno chinata in avanti su dei curiosi lavandini a mezzaluna, confricando cautamente epiteli di signore dall’agenda d’impegni semivuota.

Passiamo alle competenze richieste: una generale conoscenza dei pettegolezzi riguardanti le attività amatorie di attricette, soprammobili e comparse televisive più in voga del momento è basilare per intraprendere una qualche parvenza di conversazione con quelle, delle suddette clienti, che abbiano piacere di scambiare due parole su decisivi temi d’attualità e d’interesse generale.

Mentre una improbabile laurea in filosofia potrebbe essere un punto di demerito (ci sarebbe il concreto pericolo di surclassare, sul piano intellettivo, le proprie ingioiellate clienti, e ciò non è ammissibile), è certamente proibito alla sciampista di possedere anche solo i fondamentali di taglio, messa in piega a phon e acconciatura artistica, mai un domani l’operosa massaggiatrice di cuoi capelluti decidesse di aprire un salone per conto proprio, mettendo a repentaglio la fedeltà della clientela alla coiffeuse dove lavora ora.

Voglio lanciare un monito a questa folta categoria di oscure addette minori alla bellezza muliebre: care sciampiste, attente. Forse non lo sapete, ma siete una specie a rischio estinzione, come la foca monaca.

In Giappone è stato appena presentato un robot che in un futuro nemmeno lontano potrebbe rendere inutili i vostri servigi.


Ma avete ancora una speranza. Pare infatti che alla Panasonic non abbiano pensato di dotare l’avanguardistica macchina di un magazzino di memoria ad elaborazione vocale, pronto ad intrattenere le clienti con dovizia di dettagliate e gustose notiziole su Ruby, Belen, Simona, George, la lady dai vestiti di bistecche, per non parlare dell’intera guarnigione di perdigiorno granfratellati. Insomma, tutto ciò di cui si tratta non solo su rotocalchi balneari ma anche nei vari telegiornali, programmi con apocrife pretese culturali, testate di richiamo, e – ahimè – perfino librerie.

Salviamo dei posti di lavoro: non facciamoglielo sapere, a quei tecnici nipponici, cosa manca per essere veramente una perfetta sciampista in Italia.


martedì 2 agosto 2011

Il paese dei balocchi - 1a parte

Boys and their toys.

Dice la battuta: la differenza tra uomini e bambini è il prezzo dei loro giocattoli. Verissimo.

Akihabara è il paese dei balocchi di Tokyo. Ufficialmente si definisce la città dell’elettronica, con grandi magazzini multipiano strabuzzanti tutte le ultime novità tecnologiche. In realtà il quartiere si sta trasformando, per occuparsi di una fascia ancora più ampia di clientela. E così, tra sale giochi estese come dei bazar e negozi di elettronica che ti permettono di vedere nel futuro, sapendo già quelle che fra tre anni da noi saranno chiamate le novità del settore, sono sorti nuovi centri commerciali di nicchia. E la nicchia – facilmente intuibile – è il sesso e le sue variazioni sul tema.

Liceali forever

È notoria la passione dei giapponesi per i travestimenti (sebbene anche in Italia di recente si sia rivalorizzata, ed ai massimi livelli, questa peculiare interpretazione del gioco erotico), unita ad una fissazione quasi morbosa per la giovane età. Che sudata, è difficile parlare di certi argomenti senza scadere nella volgarità! Andiamo avanti. Piantato proprio in mezzo alle costruzioni che ospitano televisori delle prossime quattro generazioni, macchine fotografiche a cinque zeri, videocamere tridimensionali (in uno slancio di onanismo televisivo mi sono tolto il gusto di rimirarmi in una tivu, nello splendore non dei settanta millimetri ma di tutte le mie dimensioni, con gli occhialetti del caso, ripreso da una intimidatoria – per l’aspetto e per il prezzo – apparecchiatura in tre-dì con due obiettivi che ti guardano come occhi strabici), ecco un emporio che non ti aspetti.

Otto piani, non di morbidezza, ma di abbigliamento per trasformare qualsiasi donna in una studentessa liceale. Uniformi a perdita d’occhio, già cominciando dalle vetrine. Figuriamoci dentro. Ed un volgare motto edonistico che dice, ricco è bello: no goods, no life. Alla faccia dei poveracci che non si possono permettere di vestire la propria amante come una scolaretta. Del resto, se sono poveracci, non si possono permettere neppure l’amante. Che costa come una Ferrari, ma consuma molto di più. Problema risolto.

Fanciulle, volete portarvi a casa un ricordo di come apparireste vestite da geisha piuttosto che da scolara (o forse cameriera) sexy? Facile. Basta mettersi dietro al simulacro con il buco per la faccia. Con tanto di fumetto con la scritta, udite udite, in ITALIANO! Ti voglio tanto. Più chiaro di così. Secondo me l’italiano, e non il francese, deve essere la lingua del peccato per i giapponesi. Tipo la scena di Un pesce di nome Wanda, dove John Cleese parla in russo a Jamie Lee Curtis, e lei si rotola per terra dalla smania, ma al contrario. Sentirsi mormorare frasi sensuali nella lingua di Dante da una trentenne travestita da collegiale sedicenne deve farli arrapare come dei babbuini. Non c’è altra spiegazione.


Il bizzarro diario di Akihabara continua domani... qui.

venerdì 24 giugno 2011

Onanismo platonico

Ecco un prodotto che è difficile categorizzare. Va nella rubrica Mai più Senza? Offriamo agli inventori un posticino in Braccia rubate all’agricoltura? O forse meglio si adatta alla collocazione in Cronaca Vera (non la rivista, ma la sezione di Cuore dedicata all’inverosimile pubblicato sulla stampa la più varia)?

Tokyo. Salone della Realtà Virtuale. Già il nome dell’expo non promette alcunché di buono. Gli inventori giapponesi stavolta si sono superati. Siete un single – magari di ritorno. Rientrate a casa la sera, dopo una lunga e snervante giornata di lavoro. Aprite la porta di una casa vuota e buia, senza gli accoglienti suoni di una famiglia che vi aspetta. Posate stancamente le vostre quattro carabattole, e dovete decidere: tivu, libro, doccia o letto direttamente senza gli altri tre conforti da solingo?

Bene. Gli scienziati del futuribile hanno pensato a voi, a cui manca un abbraccio di bentornato (ebbene sì, ci sono ancora mogli – o mariti – che hanno questa sana, tenera abitudine, anche dopo anni di matrimonio. Raro, ma capita).

Sense-Roid. Un brivido mi attraversa la schiena mentre lo scrivo. E non è di piacere. Rabbrividisco al pensiero che qualcuno abbia concepito un marchingegno, in forma di manichino, in grado di restituire elettronicamente al mittente l’abbraccio che riceve. Voi indossate un giubbetto ad aria compressa, collegato al torso che dovete cingere come un’amante che non vedete da tempo, e questa diavoleria dalla pelle di silicone imbottita di sensori, vi restituisce la sensazione che sta provando. Sul vostro corpo. Davvero. Come se steste abbracciando voi stessi.

L’ineffabile signor Takahashi, leader del gruppo di progettisti di tale prodigioso ritrovato, spiega: la gente prova imbarazzo quando non fastidio se viene abbracciata da degli estranei (certo, sono giapponesi: il contatto corporeo è limitato al minimo, ci si saluta inchinandosi reciprocamente, mica ci si dà la mano!). Ma è piacevole, confortante addirittura, ricevere una coccola da un fidanzato o una fidanzata. Ci siamo chiesti cosa avrebbe provato un umano (sono parole grosse!) se avesse potuto abbracciare se stesso. Detto fatto. Dalla curiosità ai confini del morboso, alla realizzazione del Sense-Roid, il passo è stato breve. Piccoli onanisti crescono. Ma per ora si limitano agli abbracci.

sabato 5 marzo 2011

Memorie polivalenti

I creativi che hanno congegnato questo inopinato oggetto tecnologico-sessuale fanno vacillare la generalmente conclamata teoria che nessuna creatura vivente è del tutto inutile ed ognuna porta un suo, seppur infinitesimo, contributo alla grande sfera che generosamente ci ospita.

I sistemi di immagazzinamento delle informazioni digitali hanno un ciclo di obsolescenza di oscena rapidità. Poco più di dieci anni fa si armeggiava con floppy disc da 1,44 megabytes. C’erano addirittura macchine fotografiche digitali (grosse poco meno di un forno a microonde) che salvavano le immagini direttamente sugli ancora meccanici supporti. Presto soppiantati dai CD-Rom, i buffi e inutili dischetti sono stati riciclati per fare borsette e tavolini. La frenetica gara ingenerata dalla necessità di continuare a vendere computer sempre più potenti, sempre più veloci e sempre più inaffidabili fa sì che un documento pesante 4 kilobytes nella preistoria (1995), oggi richieda 40 megabytes di spazio (diecimila volte tanto). Tale obesità informatica ci costringe a girare con in tasca molteplici chiavette, in cui speriamo di poter conservare – senza corromperle – le nostre informazioni il tempo sufficiente per spostarle da un computer ad un altro. E soprattutto senza prendere malanni, virus e altre porcherie che costringerebbero ad una rude ma salvifica amputazione di dati, come ai tempi della guerra di secessione si usava tagliare via gambe e braccia incancrenite per salvare il soldato sudista ferito in Via col vento. E senza anestesia. No, quel documento no, è proprio quello che mi serve. Mi spiace (ma non è vero, gli esperti informatici sono spesso degli ipocriti), proclama il dottore con un’alzata di sopracciglia che denota tutto il suo disprezzo verso noi ingenui ed imprudenti collettori di maliziosi cancheri messi in rete dagli hackers. Bisogna formattare tutto. Ma poi funzionerà di nuovo, vero dottore?, imploriamo noi tapini. Eeeh, chi lo sa, chiosa il sadico, e già le sue sembianze assomigliano a quelle della parca che sta per tagliare il filo della breve esistenza del nostro giovane magazzino di memoria. Poi preme il fatale tasto e, dopo svariati minuti di suspense Hitchockiana, sentenzia, osservando una minacciosa scritta nel frattempo comparsa sullo schermo: niente da fare. Da buttare via. Còmpratene un altro.

A tal punto più d’una persona sarebbe tentata di suggerire un utilizzo collaterale (nelle immediate adiacenze del luogo che è naturale destinazione degli originali a cui il nostro oggetto si ispira) al cinico – ma inutile – esperto di informatica. E ciò potrebbe alla fine perfino giustificare l’apparentemente inutile sforzo di fantasia degli ideatori di tale prodotto.

Biasimo senza fine invece per chi ha deciso di giocare volgarmente con le parole, nella descrizione tecnica dell’articolo, definendone la capacità di memoria Flusso Dati. E, come ben sanno le donne, parodiando gli autentici, i flussi sono differenziati in Regular, Super e Ultra. Maledetti creativi. Anche il cordino filaccioso ci avete messo, casomai non si capisse bene a cosa doveva assomigliare.

Chiavetta di memoria a forma di assorbente interno: Mai più senza!!!


Prima pubblicazione : 30 maggio 2009