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mercoledì 13 febbraio 2013

Tristezza

Yvonne Facciano era una bella fanciulla. Oggi avrebbe tra cinquanta e sessant’anni.

Yvonne aveva ancora un bel pezzo di vita davanti. Ma trent’anni fa fece un tragico errore. Scelse il film sbagliato.

Yvonne era una mia amica. Ed era lì, nel cinema Statuto, a guardare La Capra, quando scoppiò l’inferno, il 13 febbraio dell’ottantatre. Ricordo ogni minuto di quella sera maledetta. Con chi ero, dove ero, e ancora non sapevo che eri morta lì dentro, insieme con altre 63 persone, scelte a caso dal fato come vittime sacrificali a non si sa che dio.

Ciao, Yvonne.



giovedì 19 maggio 2011

Misunderstandings


Jodie : There you go! That’s the guy who suggested the movie title!

Mel : Fair dinkum?! You bloody bastard! If I get ya I’m gonna kick your ass! Should have bloody told me that it was meant to be a stuffed toy!!

mercoledì 16 marzo 2011

Beffe, scherzi e cazzeggio

Ecco, se anche avessi avuto una mezza idea di provare ad andare a vedere il prequel di Amici miei, che esce oggi nei cinema, dopo aver sentito la conclusione della pubblicità alla radio mi è passata del tutto la poca fantasia che avevo.

Passi per i goliardi, parola con cui esordisce lo stacchetto radiofonico. I protagonisti – quelli veri, originali, ed irrimpiazzabili – non erano in età da goliardia da un pezzo. E proprio per questo erano ancora più gustose le loro burle, le loro zingarate, il loro ridere – faceto e amaro insieme – della vita, talora cattiva, talaltra ingiusta, ma mai, in fondo, presa troppo sul serio.

Già più difficile da accettare è una voce differente da quella di Tognazzi che ripercorre la liturgia della supercazzora, di antani, come se fosse antani, ma con scappellamento a destra. Sbiliguda. Solo quella voce suadente e a pres’ingiro poteva permettersi queste assurdità linguistiche. Morto lui, morto il conte Mascetti.

Ma la chiusura. Tre parole, beffe, scherzi e cazzeggio. Due banali, una idiota. Cazzeggio? Ma come parlate? Chi volete abbindolare con questo occhiolino strizzato ai giovani, al loro linguaggio adatto al pub ma non alla radio del pomeriggio? Cosa ci volete raccontare, che gli antenati di Sassaroli, Melandri, Mascetti, Necchi e Perozzi parlano come un diciottenne che guarda gli amici di Maria e il grande fratello?

Per favore. Rispettiamo i miti. Se nemmeno un genio come Monicelli ha sentito il bisogno di farne una quarta puntata, perché inventarsela ora? Soldi forse? Ne vedrete di sicuro. Non i miei.

mercoledì 1 dicembre 2010

Highlandri

Hapax legomenon generato dall’incrocio tra Highlander e Melandri, l’architetto di Amici Miei. Ne rimarrà solo uno. Ora, con il grande vecchio che ha deciso di prendere in mano le sorti della sua decadenza e di darci un taglio netto, come ad una pellicola che non gli piaceva più, ecco che Gastone Moschin rimane davvero l’ultimo di quella stirpe di scanzonati buggeratori, di artisti della zingarata, di amanti a tutti i costi della vita che furono i protagonisti di un mito del cinema italiano.

Addio Mario. Voglio salutarti con un ringraziamento speciale. È da trentacinque anni che mi fai sbellicare con le gag di Amici Miei. Ma mi fai anche commuovere. Solo i grandi sanno miscelare così sapientemente lacrime e risate.

E nel dirti grazie, fedele al credo che la vita non va mai presa troppo sul serio, tanto nessuno ne uscirà vivo, ti offro un mio racconto, scritto un annetto fa, ed ispiratomi dall’immortale tua opera.

Culti alternativi

So di suscitare scandalo e orrore in più di una persona, con questa mia ammissione. Per troppo tempo ho tenuto in me questo segreto, domandandomi se mai avrei dovuto confessare un simile misfatto. Ma ora è giunto il tempo di denunciarlo.

Non ho mai visto neppure un episodio della saga di Guerre Stellari. La forza sia con te mi è sempre suonato come lo slogan di una palestra. Non ho mai apprezzato le mascherate carnascialesche rappresentanti personaggi ai quali non avrei nemmeno saputo dare un nome. Ammetto però di conoscere almeno i titoli dei film. Grazie a questi ho potuto apprezzare, in tutta la sua portata, una notizia straordinaria proveniente dal Regno di Albione.

Il fondatore della Chiesa dei Jedi è stato buttato fuori da un supermercato perché si rifiutava di togliersi di testa il cappuccio marrone, simbolo di appartenenza alla razza.

Davvero. Non sto scherzando. Non mi sono svegliato stamani in vena di facezie, pensando fra me e me, vediamo un po’ se riesco ad inventare una storia davvero assurda, una di quelle che, menzionate in un consesso di conoscenti, attirano spintoni amichevoli, grasse risate e inviti a raccontarla meno grossa.

Già il fatto che qualcuno abbia deciso di dare uno status religioso alla propria passione per la nota epopea filmica è piuttosto inquietante. Aggiungiamoci che l’appassionato cavaliere stellare ha un seguito di circa mezzo milione di fedeli. Che da bravo profeta ha redatto le regole dottrinali, le quali prevedono in quali luoghi è obbligatorio o facoltativo vestire il saio incappucciato da Jedi.

Infine, nella Terra del Diritto, l’intraprendente Morda Hehol (nome di battaglia di ben altra risonanza rispetto al banale anagrafico Daniel Jones, un tipico Mario Rossi inglese) sta meditando di citare in giudizio la catena di supermercati Tesco, in quanto i suoi impiegati “hanno offeso le sue convinzioni religiose” ed lo hanno sottoposto ad una “umiliazione emozionale”, ingiungendogli di rinunciare alla gualdrappa (i media stendono un velo pietoso sulla daga di luce: aveva forse il neon bruciato? Il mistero si infittisce).

Per fortuna gli emissari dell’illiberale grande magazzino non hanno smarrito il proverbiale humour inglese. Dichiarando, a chiosa dell’increscioso episodio di intimidazione e di discriminazione: se un Jedi cammina tra i nostri scaffali con il cappuccio tirato su, non ha un’idea di quante offerte speciali si perde.

Sono pronto a trasferirmi in Gran Bretagna. Laggiù potrò finalmente fondare, col beneplacito della Legge, il Culto di Amici Miei. Celebreremo insieme il valore fondante dell’amicizia. La sodalità sarà al centro della liturgia. Reciteremo sottovoce l’ode alla Supercazzola Prematurata. Ci riuniremo nelle principali stazioni ferroviarie, augurando il buon viaggio a schiaffi ai passeggeri in partenza (peccato che di treni coi finestrini apribili ce ne siano sempre di meno, e che ormai sia perfino caduto in disuso salutare dalla pensilina i parenti che partono). Faremo zingarate corali, che ci porteranno in giro per le campagne, escogitando e realizzando burle e scherzi geniali e caustici. Rideremo molto e di gusto, e di questa salutare pratica sarà piena la nostra religione.

Offensivo? Forse. Ma ho sempre ammirato la capacità di quei personaggi di ridere della vita. Di farsi beffe di destini diversi, non sempre propizi. Di reagire alle avversità non piangendosi addosso, non imprecando, non accusando uomini e dei di perfidia nei loro confronti. Di saper trasformare perfino il funerale di un’amico in un’unica, estrema occasione per canzonare, per giocare, per piangere e ridere insieme. Che, non so se ci avete fatto caso, quando cerchiamo di soffocarli si assomigliano maledettamente, al punto da non saperli più distinguere.

Se imparassimo a ridere anche un po’ della morte, esorcizzando il suo ruolo risolutivo, sono convinto che vivremmo meglio la nostra esistenza, alleviata dal peso di quell’oppressivo pensiero incombente di un destino che tanto, prima o poi, toccherà a tutti. Ridere ai funerali? Si può. Solo in Toscana.

Prima pubblicazione : 11 ottobre 2009