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giovedì 9 gennaio 2014

Applausi 3

Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e rapidità di esecuzione. Famosa citazione del cult movie Amici Miei.

Metti che tu sia su un aereo tedesco che ti porta da Torino a Francoforte. La puntualità è sempre vitale, quando hai poco più di un’ora per prendere l’aereo successivo. Salvo che abbiano ottime ragioni per farlo, gli aerei grossi non aspettano quelli piccoli.

Metti che l’aereo sia pieno di italiani pronti a partire per le vacanze.

Metti che una coppia di mezza età decida di sedersi nell’ultima fila della business – e qui gli scenari possibili sono molteplici. Infingardia – o incapacità da mancanza di pratica – nel cercarsi i propri reali posti, da qualche parte in economy? Autonoma scelta di sedersi vicini (magari i loro posti erano separati, essendo l’aeroplanino piuttosto pieno)? O, volendo pensare peggio, furbesco ma ingenuo desiderio di approfittare dei servigi della classe superiore (furbesco perché a degli italiani ho visto fare anche di peggio, ingenuo perché chi ha un minimo di consuetudine col volare sa che l’equipaggio ha la mappatura completa dei posti, con tanto di nomi dei passeggeri).

Metti che un giovane steward, di bell’aspetto e di sorriso pronto, con una inusuale scintillante pelata a caratterizzarlo, approcci i due occupanti abusivi con aria interrogativa ed un foglio in mano, e che riceva desolati scuotimenti di capo alle sue sequenziali domande se parlassero tedesco o almeno inglese.

Ora, il novantanove per cento del personale viaggiante avrebbe ingaggiato un’estenuante battaglia lessicale (magari con l’aiuto di qualche volontario che facesse da traduttore), per fare estrarre ai due le carte d’imbarco, rivelando i posti a loro assegnati al check-in. Quindi si sarebbe trattato – in un aereo strapieno – di farli spostare con i relativi bagagli a mano, che per la legge di Murphy sarebbero stati di dimensioni elefantesche e non avrebbero trovato posto in nessuna delle cappelliere vicine ai loro sedili, causando aperture e chiusure a ripetizione degli strabuzzanti vani, e possibili cadute di oggetti in precarissimo equilibrio instabile. Sempre che i loro posti non fossero stati nel frattempo occupati da altri passeggeri che prendono l’aereo per un bus, e quindi scelgono da sé il primo posto libero, per sedersi di finestrino, o accanto all’amico, o sul corridoio perché soffrono di ansie se qualcuno blocca loro la via all’evacuazione in caso di emergenza. In tal caso i su descritti traslochi si sarebbero trasformati in una bagarre ingestibile negli angusti spazi di un piccolo bireattore da rotte regionali.

Quanto tempo avrebbe richiesto tale routine? Probabilmente a sufficienza da perdere lo slot di decollo (e passi, siamo a Caselle, mica a Hong Kong), ma soprattutto quello di atterraggio (a Francoforte perdere lo slot di atterraggio può voler dire girare in tondo sull’aeroporto in attesa dell’autorizzazione dalla torre di controllo altri dieci o quindici minuti, talvolta essenziali per chiudere una coincidenza). Le mie chances di prendere il volo successivo si sarebbero affievolite. Già immaginavo di dover trascorrere la notte a Francoforte, e partire ventiquattr’ore dopo (sono vacanze, certo, ma perché dover sprecare un giorno a causa di due che non sanno – o non vogliono – sedersi al loro posto in aereo?).

Il nostro Kojak in divisa Lufthansa ha dimostrato la sagacia propria dell’ispettore dalla crapa pelata. Appartenente a quel raro uno per cento di autentici problem solvers, ha intuito le potenziali disastrose conseguenze di seguire la prassi e far traslocare i due dall’ultima fila di business. Poi, visto che gli altri due posti simmetrici della stessa fila erano vuoti, ha inventato ed eseguito al volo la soluzione più creativa. Sganciando e spostando una fila più avanti, con due semplici gesti, le tendine che separavano la zona business dall’economy. L’economy cominciava dalla fila sei? Ora comincia dalla fila cinque, dicevano i suoi occhi soddisfatti, mentre si guardava intorno per verificare che tutto il resto fosse a posto e si potesse partire senza indugi.


Che cos’è il genio? È fare prendere a tutti i passeggeri la loro coincidenza, trovando la soluzione più semplice e rapida al problema. Siccome non avevi la targhetta con il nome, ho deciso che ti chiamerò come il brillante ispettore dei telefilm. Grazie, Kojak. Sei stato davvero grande. Tu sì che ti meriti un applauso.




mercoledì 6 marzo 2013

Conosco i miei polli

... sembra dire il foglio delle istruzioni di sicurezza dall’aereo. China Eastern Airlines. Mi tocca un posto accanto alla porta. Prima del decollo uno steward fa la solita operazione di routine: si assicura che i passeggeri vicino all’uscita di emergenza sappiano cosa fare, in caso di bisogno. Mi schiaffa in mano un foglietto plastificato pieno di disegnini educativi. Diligentemente – non si sa mai! – lo leggo. Finché mi cade l’occhio su una scritta.

Non distruggete il rilevatore di fumo nei bagni. I cinesi sono notoriamente dei fumatori accaniti. E altrettanto sono riottosi a seguire le regole dettate sia della buona creanza sia dalle recenti leggi circa il divieto di fumare nei locali pubblici. Siccome in una cabina di aereo è francamente difficile mascherare un filo di fumo, l’unico posto dove ci si potrebbe - illegalmente - godere una sigaretta in pace, al riparo da occhi indiscreti, rimangono le toilettes. Peccato che questi guastafeste delle compagnie aeree ci mettano i sensori, che svelano la furberia. E allora? Ma che domande: basta distruggerli!

Da qui il cartello. Only in China.




giovedì 10 maggio 2012

Invidia delle ali

Ogni tanto anche ad un vagabondo incallito capita di fare nuove esperienze. E di assaporare ancora il fascino della novità, della primizia, del sapore dell’innovazione, prezioso pizzico di sale nell’ormai scipito pasto quotidiano del globe-trotter.

Mi sono scoperto malato di una invidia tipica da piccione viaggiatore: quella delle ali. Avevo già scritto parecchi anni fa un racconto che si intitolava proprio così: deve essere bello avere le ali. Ma vedendo quanta armonia, bellezza estetica, funzionalità estrema sono in grado di offrire, in un solo manufatto tecnologico, le sinuose e curvilinee ali del nuovissimo Boeing 787, ultimo nato della casa di Seattle, battezzato enfaticamente Dreamliner, il trasvolatore da sogno, ho provato una profonda invidia nei confronti di chi non ha bisogno di strumenti meccanici per librarsi in volo.

Perché se a noi, poveri animali terricoli, occorrono necessariamente l’ingegno, il coraggio e la maestria di qualcuno della nostra specie per poter rapidamente attraversare oceani e terre emerse, agli instancabili pennuti basta spiegare le ali e seguire quello che un meraviglioso istinto dice loro di fare, per osservare il mondo dal cielo.

E siccome sono serenamente rassegnato ai miei limiti di elevazione da modesto bipede implume, mi accontento di ammirare il fascino di quanto di più vicino alla perfezione della natura l’uomo sia stato capace di progettare: delle ali degne di un Museo Guggenheim. O del MOMA. Fate voi.


sabato 31 marzo 2012

Questo pazzo, pazzo mondo - 2a parte

Continua da ieri.

Scialacquare.
Vi avanzano cinque o dieci mila euro e non sapete dove buttarli? Ecco una simpatica proposta per quest’estate. Andate a vedere una semifinale degli Europei di calcio in Ucraina.

No, gli organizzatori non sono impazziti. E nemmeno i bagarini, o le linee aeree che costà portano. In compenso, gli operatori turistici di Donesk si devono essere guardati fra di loro e, dandosi di gomito a vicenda, avranno detto: ragazzi, ma quando ci ricapita un’occasione così nella vita, di avere orde di beoti pronti a spendere e spandere per vedere i propri beniamini in brachette?

E così una camera d’albergo vicino allo stadio, che di solito si rimedia con 42 euro a notte, nelle notti magiche (per i padroni dell’hotel) viene offerta a 3600 euro. Sì, avete contato bene gli zeri. No, non ci sono virgole in mezzo. Sono proprio tre mila e seicento euri. Troppo caro anche per il tifoso più accanito? Ci sono ottimi campeggi dove dormire per terra in una canadese. Un vero affare: solo 120 euro a notte.

Insomma, hanno fatto una tale esorbitante figura da ladri approfittatori che una moltitudine di loro concittadini, indignati (e già irreggimentati in un gruppo di Facebook), stanno proponendo ai turisti in arrivo per le partite di pallone di ospitarli gratis a casa propria.

Se è vero, questo sì che varrebbe la pena di farlo. Non per l’evidente risparmio. Per capire davvero – seppur per poco tempo – come vive la gente comune laggiù. Questa sarebbe la vera vacanza che arricchisce. E a quel punto chi se ne frega di ventidue giovinastri viziati che corrono avanti e indietro per un prato, rincorrendo in calzoncini una palla di plastica?

Only in USA.
Per concludere in bellezza (si fa per dire): avete presente Trayvon Martin, il ragazzo nero ucciso a pistolettate in Florida da un componente di una ronda a cui non era andato a genio il suo aspetto? Ma vi pare normale che i suoi genitori, adducendo la farisaica giustificazione di voler proteggere l’immagine del defunto dallo sfruttamento da parte di terzi, abbiano fatto... richiesta di brevetto per le frasi “Giustizia per Trayvon” e “Io sono Trayvon”???

A tutti i Trayvon ancora vivi e vegeti degli Stati Uniti: occhio a quello che vi lasciate scappare di bocca. Un domani vi potrebbe arrivare una citazione per lesa proprietà intellettuale, perché qualcuno vi ha sentito declinare le vostre generalità sollecitato da un agente di polizia.

Questo pazzo, pazzo mondo. Riesce a sorprenderci ogni giorno. Mica un compito facile. Eppure...



mercoledì 22 febbraio 2012

Scopri le differenze

Sciopero aeroportuale in Italia.

Torme di passeggeri imbufaliti cercano invano informazioni, soluzioni, mero conforto alle loro vicissitudini da parte di operatrici o inani o a loro volta seccate dalla pretesa di performances che lo sciopero in realtà mira ad inibire. In tali occasioni vengono trasmesse in tivu le solite immancabili giaculatorie pronunciate da viaggiatori accampati sopra cumuli di valigie e dalla gamma di sguardi tra il rassegnato e l’incazzato forte: è un’indecenza, siamo qui da ieri sera senza uno straccio di notizia, è l’ultima volta che volo con questi (mentitori, non è vero e lo sapete, lo rifarete e vi lamenterete di nuovo).

Sciopero aeroportuale in Germania.

Gli addetti di terra dell’aeroporto di Francoforte si astengono dal lavoro per due giorni, per meglio sottolineare le proprie richieste di un miglior trattamento economico. La compagnia di bandiera tedesca subito si affretta a pubblicare sul sito l’elenco dei voli cancellati, permettendo a chi aveva pianificato un viaggio proprio attraverso Francoforte di trovare delle alternative. In caso si faccia parte degli sfortunati passeggeri di un volo annullato, si viene automaticamente riprenotati con altre soluzioni, ma con la facoltà di chiedere il rimborso se il nuovo piano voli non soddisfacesse le esigenze dell’utente.

Ma c’è di più. Sentite questa. I voli non facenti parte dell’elenco di cancellazione, davvero non sono annullati: volano regolarmente. E per un piccolo ritardo nella partenza da Torino, il comandante sente il dovere di porgere le scuse via microfono, e assicurare che farà il possibile per recuperare.

Servizio di bordo in Germania.

Capita di addormentarsi sull’aereo. Specie se ci si è alzati alle tre di mattina per prendere il primo volo delle sei e mezzo. Sono l’invidia di molti colleghi, che mi chiedono sempre ma come fai, l’aereo manco è decollato e tu già dormi. Forse incosciente serenità e fiducia. Mai avuto paura in aereo, nemmeno quando abbiamo fatto un atterraggio di emergenza. Paura, e molta invece, ne ho provata su degli autobus extraurbani in Cina, specie viaggiando di notte, su certi taxi indiavolati, e anche su qualche treno non esattamente consigliabile.

Capita, dicevo, di dormire qualche ora. E così saltare la cena servita a bordo, in rotta verso il Giappone. Perché ci sono compagnie che evidentemente danno disposizione al personale di svegliarti. E altre no. Io preferisco le seconde, perché se ho sonno ho voglia di dormire e non di vedermi ammannire, intontito dall’improvvisa sveglia tramite tocco del braccio accompagnato da un educato ma perentorio excuse me sir, un vassoio fumigante di non meglio precisate cibarie.

Capita – fatto straordinario – che al risveglio un cortesissimo capo-steward di nome Urs ti venga a chiedere, appellandoti per nome, se avresti piacere di qualcosa da mangiare, uno snack, un frutto, e da bere?, e che si sorprenda della morigeratezza monastica delle mie richieste, un involto giapponese di riso e alghe nori, un bicchier d’acqua nemmeno gasata. E che ti rechi questo frugale sostentamento garbatamente imbandito su un piatto, e il bicchiere sia di vetro, che perfino l’umile acqua ti sembra più buona.

Tutto questo capita, signori miei, volando con Lufthansa. È pubblicità? Certo. E sono orgoglioso di farla, gratis, per chi ti tratta così.

Servizio di bordo in Italia? Il gioco scopri le differenze termina qui. Perché non ho fatti diretti da contrapporre a quello appena narrato. E soprattutto perché ne ho invece molteplici, raccontati da colleghi e amici viaggiatori per professione come me, a nessuno dei quali vorrei dover credere, tanto sono poco professionali e arroganti gli atteggiamenti dello staff della nostra compagnia di bandiera che mi sono stati negli anni riferiti.

Facciamo così: chiunque abbia avuto delle belle esperienze, chi abbia da dare notizia di comportamenti encomiabili da parte del personale Alitalia, lo faccia qua. Vi prego. Qualcuno commenti, e bilanci l’assoluto vuoto di virtù di cui sono in possesso. Sarò lieto di sapere – e di riconoscere – che anche tra le divise verdi volanti ci sono dei seri professionisti, gente che ti sappia far apprezzare il viaggiare con loro. Se no, perché continuiamo tutti a mantenere – con le nostre tasse – qualcosa che non fa bene all’immagine dell’Italia all’estero?


sabato 3 dicembre 2011

Nuovi divieti, nuovi mestieri

Una fresca categoria di commercianti semilegali si presenta alla ribalta dell’aeroporto di Canton. L’inventività cinese si conferma imbattibile. Spesso gli aeroporti sono la cornice di gustosissimi teatrini che vedono impegnati degli stremati turisti affardellati di bagagli, arrembati da pestiferi venditori di fumo, che cercano di propinar loro una strapagata corsa verso la città su deprimenti e loschi taxi abusivi, tentando di convincere i tapini che questi saranno l’unico viatico per evitare le bibliche code di passeggeri alla postazione di quelli autentici – e dotati di tassametro, talora peraltro sabotato e ribaldamente veloce nel contar chilometri.

Nuove esigenze stimolano la nascita di inconsuete figure professionali: per esempio, le venditrici di SIM card telefoniche. Prede favorite di tali signore sono i telefonatori che, appena usciti dal varco doganale, con una mano spingono il carrello e con l’altra già reggono all’orecchio il cellulare. Si crea così una cacofonia di lingue e dialetti che si suppone ripetano, in idiomi i più remoti, sempre le solite inossidabili banalità: sì, sono arrivato. Tutto a posto a casa? Che tempo fa laggiù? (se il/la ricevente risponde da un cellulare, un classico incipit è: dove sei? Come se, a diecimila chilometri di distanza, facesse una qualche differenza se uno è in banca, in ufficio o a casa seduto sul cesso). Il messaggio subliminale che le spacciatrici di schedine telefoniche lanciano è, non vedi quanti soldi stai buttando dalla finestra per dire in roaming le tue quattro fesserie, quando invece potresti comprarmi una scheda e dirle quasi gratis?

Ma veniamo alla più sorprendente e fantasiosa interpretazione del mestiere di venditrice ambulante. Appena fuori dalle porte automatiche, all’aria aperta – la collocazione ha una sua precisa ragione – stanno delle donne con in mano delle manciate di... accendini di plastica. Le nuove draconiane norme dell’aviazione civile proibiscono di portare a bordo fiammiferi e macchinette? I bidoni presso i varchi a raggi ics sono stracolmi di bottigliette d’acqua mezze bevute e di accendini confiscati ai soliti irriducibili fumatori che ci provano sempre sperando di non essere scoperti? I cinesi sono tra i più accaniti consumatori di sigarette al mondo. Appena usciti dall’aerostazione la prima, istintiva necessità è quella di farsi una fumata. Sigarette? Eccole. Portacenere? Chi se ne frega, si butta tutto per terra. Accendino? Dannazione, i maledetti controllori mi hanno beccato di nuovo. Niente paura. Pronta si avvicina la venditrice, l’unico problema è l’imbarazzo della scelta. Non fumo, per cui non so quanto costi questo servizio. Ma mi parrebbe logico che le argute imprenditrici della fiammella mettessero un sovrapprezzo sulla merce. Si chiama tassa sull’astinenza. T.I.C.

mercoledì 27 luglio 2011

Sussurri e grida - 1

A distanza di quattro mesi dal sisma, rieccomi in Giappone. Si parla sottovoce e malvolentieri di Fukushima. Ho qualche giorno per provocare, e stimolare la voglia di raccontare dei locali. Nel frattempo voglio rispolverare un vecchio racconto. È un mio obbligo morale nei confronti di due onesti lavoratori dell’aria che non ci sono più. Ricordiamoli. Perché lassù, mentre scrivo, mentre leggete, è pieno di questi

Camionisti del cielo

Chi si ricorderà di Kevin e Anthony tra pochi giorni? Altri due piloti morti nell’adempimento del loro oscuro dovere.

Per spirito corporativo sono particolarmente sensibile alle disavventure degli aeroplani. E mi inquieta sempre il sapere che, mentre io sono per aria o sono appena atterrato o mi accingo a prendere un volo, da qualche parte del mondo, come spesso ci informano con un delicato eufemismo, un aereo si è appena schiantato al suolo. Questa stessa sensazione di inquietudine, di trepidazione, di inane partecipazione l’ho provata a Caselle alcuni anni fa, quando, essendo pronto all’imbarco, si sono diffuse le prime, frammentarie ma già luttuose notizie del Concorde caduto a Parigi, fatto che ha decretato la morte commerciale di quell’incongruenza aeronautica, anacronistica, in tempi di necessari risparmi energetici, come una spensierata cicala che prediligeva la velocità all’efficienza.

Mi è successo di nuovo ieri. Atterro ignaro e tranquillo a Shanghai e scopro che a Narita, l’internazionale di Tokyo, era appena andato distrutto un MD11 cargo. Dettato dalle agenzie quasi con sollievo, come se la vita di quei due piloti valesse – o costasse, che tutto ha un prezzo – di meno rispetto a quella di un carico di vacanzieri in bermuda e infradito o di affaristi col computer sempre acceso e il telefonino che non è più uno strumento ma una droga.

Mentre osservavo le riprese di quel tragico atterraggio finito male ed ascoltavo un esperto discettare sulle potenziali cause, snocciolando un’inquetante antologia di passati episodi in cui lo stesso aeromobile aveva dimostrato, in condizioni specifiche di vento forte, un comportamento allegro (il termine tecnico è stabilità rilassata, e
non promette niente di buono) in fase di atterraggio, al punto da avere già una interessante casistica di aerei di quel tipo finiti come questo a ruote all’aria – spesso con morti e feriti – mi è venuto da riflettere sulla vita di chi li pilota.

Solitudine e noia, lunghe ore passate ai comandi, senza il conforto di una parola o un caffè recato da una hostess premurosa, partenze nelle ore strane, usando i buchi lasciati liberi dal traffico passeggeri. Ecco la vita dei piloti degli aerei da trasporto merci. I camionisti del cielo.

Chi li vede mai, i piloti dei cargo? Il comandante del volo passeggeri arriva, circondato dal suo staff, fa il briefing pre-volo, sorride sicuro di sé o scherza col vice, spesso è bello, abbronzato, veste l’uniforme con nonchalance, il cappello spiritosamente sulle ventitrè, gli occhiali da sole sempre all’ultima moda, le numerose strisce di senape sulla manica della giacca blu sono galloni che celebrano il cospicuo numero di ore di volo sul suo libretto, ispirando fiducia e sicurezza anche nei più intimoriti e novizi, tra le greggi che si accingono ad imbarcare. È l’uomo forte, l’uomo che non deve chiedere mai, l’uomo che vince la gravità e contro ogni logica fa sollevare e sa poi riportare a terra – dolcemente e in un pezzo solo – quel gigantesco ammasso di ferraglia ripieno di carne umana.

I piloti dei cargo non hanno un pubblico pagante che li ammira sfilare. I loro aerei sono lontani, in qualche sezione poco in vista dell’aeroporto, quasi ci si vergognasse a mostrarli, così spartani e poco eleganti, nudi di finestrini e di allegre livree. Aerei di rude sostanza, non frivoli apparecchi multicolori per atterraggi in famose località turistiche dalle spiagge semideserte e dal mare cristallino.

Come il pullman granturismo sta al camion a rimorchio, come l’elettrotreno superveloce da satrapi confindustriali sta all’onesto ed infinito treno merci sferragliante nella notte, così l’aereo di linea sta al negletto cargo.

Talvolta, in attesa del decollo, accodati come una teoria di pachidermi, i cugini ricchi sfilano davanti all’area mercantile, dove i buoni giganti addormentati attendono, una volta che la loro capace pancia sia stata riempita di merci, l’arrivo di un paio di uomini che li condurranno ancora una volta dall’altra parte del mondo. Sembra quasi di avvertire lo sguardo di commiserazione che i tronfi e scintillanti velivoli rivolgono ai parenti poveri, privi di luci, di cinema e giochi, di sedili briciolosi di cibo, di bagni puzzolenti di deodorante sempre troppo forte, di carrelli spigolosi e di bevande inebrianti, di riviste patinate e di salviette umidificate, di gente che si alza tutta insieme per assaltare i martoriati cessi dopo la distribuzione del rancio e pianti di bambini che iniziano prima del decollo che c’è sempre chi organizza giri di scommesse clandestine per stabilire quante ore dureranno...

Tutto questo bailamme, sui voli cargo non c’è. Ci sono solo degli uomini che fanno il loro dignitoso mestiere, senza mai aspettarsi luci della ribalta, applausi a fine volo, donne che si girano ammirate alla loro maestosa apparizione.

Per questo oggi voglio ricordare Kevin Kyle Mosley e Anthony Stephen Pino. Perché forse questi due cinquantenni sono dovuti morire per essere, per un attimo, conosciuti e riconosciuti dal mondo. Perché loro sono gli ultimi due di una lista infinita di morti sul lavoro. E cadere da un’impalcatura, soffocare in una miniera allagata o invasa dal micidiale grisou, restare sotto una pressa o essere ghermito dagli ingranaggi di un macchinario, o morire in un aereo capovolto e semibruciato, non fa quella gran differenza di risultato. Sono tutte vittime evitabili della corsa al profitto e della disattenzione alla sicurezza. E non mi si venga a parlare di errore umano. Troppo comodo, quando Kevin e Anthony sono morti e non possono più replicare.

Prima pubblicazione : 24 marzo 2009

mercoledì 6 aprile 2011

Non siamo soli

Abbiamo sempre sentito citare la nomea dei turisti italiani all’estero (e talvolta verificato, ahimè, di persona la veridicità di tale fama). Tutti intenti a lodare la propria cucina regionale e a lamentarsi in continuazione dei cibi locali e a sbavare scambiandosi ricette venete e calabresi. Sempre alla ricerca del posticino dove servono spaghetti e chianti nel fiasco, ed alla fine perfino il caffè. Tali informazioni, una volta acquisite, vengono tramandate sottovoce, con fare carbonaro, mai la guida dovesse origliare e costringerli ancora una volta a mangiare con i bastoncini degli oggetti non identificabili che i locali amano spacciare per alimenti. Ovviamente alla visita al ristorante supposto italiano segue la rituale querimonia che inizia invariabilmente con la frase: eeeh, certo che come si mangia in Italia… Candidamente sconcertati per il misterioso fatto che la popolazione autoctona non solo parla idiomi gutturali e incomprensibili, ma – evento ancora più grave – si ostina a non comprendere una parola di italiano, rendendo impossibile qualsiasi comunicazione che vada al di là della trattativa commerciale per acquistare una maglia palesemente falsa o per negoziare l’ingresso al tempio o al museo esibendo improbabili tesserini ministeriali per ottenere sconti e favori vari (come saltare la coda, specialità nella quale gli italiani contendono ai cinesi il primato mondiale).

Sentite questa: siamo in buona compagnia. Quei burloni degli australiani hanno colpito di nuovo, prendendo di mira i loro parenti alla lontana, i Pommies, come li chiamano loro con un nomignolo non esattamente politicamente corretto. Gli inglesi non sono mai stati nella top ten delle simpatie nella terra dei canguri. Se trovate in qualche cineteca Gallipoli, un raro film con Mel Gibson, capirete perché. Storia della prima guerra mondiale, quando il contingente australiano fu sacrificato dagli inglesi contro i Turchi. Parafrasando: dagli alleati mi guardi Dio, che dai nemici mi guardo io. Oppure Ned Kelly, storia del bandito australiano più famoso dell’ottocento. Una specie di Robin Hood della prateria, difensore dei coloni australiani dalla prepotenza dei gendarmi inglesi, che si facevano la legge a loro comodo, nella colonia così lontana dalla corte della regina Vittoria.

Una risata vi seppellirà. Gli australiani sono tipi accomodanti, quando viaggiano. Abituati ad essere distanti da tutto, se fanno un tour stanno via un mese. O tre. O sei, girandosi mezza Europa o tutta l’America come dei nomadi. Magari ogni tanto si lamentano anche loro. Ma in generale sanno prendere la vita con humour, battendo in questo caso quelli che iconograficamente dovrebbero essere i maestri. Lo humour inglese non si applica, evidentemente, a certi turisti, le cui lamentele sono state – immagino fra grasse risate – raccolte e catalogate da un consesso di mattacchioni che di mestiere fanno gli albergatori in Australia.

Un turista britannico ha fatto un pandemonio al ristorante di un albergo, lamentandosi che la sua minestra era troppo spessa e forte di sapore. Gli è stato spiegato che stava sorbendosi l’intingolo dalla salsiera.

Un altro ha dichiarato che le sue vacanze erano state rovinate da spiagge “troppo sabbiose”. E poi nessuno lo aveva avvertito che il mare fosse pieno di pesci. I suoi figli si erano spaventati per tale inverosimile spettacolo.

Una moglie infuriata ha richiesto che venga proibito prendere il sole in topless, affermando che il marito trascorreva la giornata rimirando le altre donne.

Ed ecco un piccolo campionario di rimostranze. Una lode alla professionalità degli impiegati che le hanno registrate e sono riusciti a non scoppiare a ridere in faccia ai clienti, ascoltandole.

Abbiamo comprato dei Ray-Ban per 5 Euro da un venditore di strada, e poi abbiamo scoperto che sono falsi.

Ci sono troppi spagnoli. L’impiegata al banco parla spagnolo. Il cibo è spagnolo. Troppi stranieri.

Sono stato pinzato da una zanzara. Nessuno mi aveva avvisato che pinzassero.

Nel vostro catalogo dovrebbe essere precisato che il negozietto locale non vende biscotti ammodo, come i custard creams o i ginger nuts [tipici biscotti inglesi].

Abbiamo prenotato un’escursione ad un parco acquatico, ma nessuno ci ha detto di portare il costume ed un asciugamano.

La sabbia non è come quella nelle foto del catalogo. Lì sembrava gialla, ma in realtà è bianca.

Abbiamo dovuto fare la coda fuori, senza aria condizionata.

La brochure del villaggio dice “niente parrucchiere nel complesso”. Noi siamo apprendiste parrucchiere: possiamo prenotare lo stesso da voi?

Ed infine il capolavoro. Una turista inglese, tornata in patria, ha scritto questa perla di lamentela all’hotel che l’aveva ospitata: il mio fidanzato ed io avevamo prenotato una stanza con due letti singoli, ma ci è stata assegnata una stanza con un letto matrimoniale. Vi considero responsabili del fatto che adesso mi ritrovo incinta.

Turisti inglesi: per favore, continuate a viaggiare. State facendo una seria concorrenza a quelli italiani. E poi ridere fa bene alla salute.

Prima pubblicazione : 14 aprile 2009

martedì 8 febbraio 2011

SQ865

Uno di quei racconti a cui sono affezionato. Inedito, lo propongo per celebrare i quindici anni da quell’evento. Febbraio 1996: erano ancora i bei tempi pre-undici-settembre, quando le cabine di pilotaggio non erano chiuse a chiave e le strane richieste di un passeggero curioso non venivano viste dall’equipaggio come una potenziale minaccia terroristica. E venivano esaudite.

SQ865, scritto in volo tra Hong Kong e Singapore.

E’ straordinario il candore con cui il comandante, dopo un rientro al punto di partenza, quando l’aereo era già sulla pista di decollo, pronto a dare motori al massimo, ci informa dell’accaduto. Ci sono problemi tecnici, occorre rientrare alla baia, siamo spiacenti per il disguido. Le facce dei passeggeri, dapprima incuriosite dalla inspiegabile conversione di rotta, si aggrottano in una gamma di espressioni che vanno dal nervoso di chi potrebbe perdere una coincidenza, al preoccupato di chi non si sente a suo agio nella situazione, al teso di chi, come un gruppo di stagionate matrone americane, vede in ciò un possibile pericolo di vita.

Correttamente il comandante ci informa del procedere degli esami che i tecnici stanno facendo. La causa della procedura di decollo abortita è dovuta ad un surriscaldamento dell’idraulica del motore numero uno, stiamo esaminando se il guasto è riparabile, saprete qualcosa tra venti minuti. Dopo il tempo predetto, altro problema: ci spiace informarvi che nel frattempo l’aeroporto di Singapore non ci può accogliere, a causa di una manifestazione aerea che è in corso; prevediamo un ritardo di due ore - brusii, disapprovazioni, commenti in vari idiomi salgono nella fusoliera, lasciata al minimo di luci e senza aria condizionata, per non interferire con il lavoro dei tecnici e non consumare inutilmente carburante per gli impianti ausiliari.

Dopo tale attesa finalmente si decolla, il comandante assicura che il guasto è stato risolto, il volo si prospetta piacevole come sempre, volando con Singapore Airlines.

Le hostess, per compensare dei disagi subiti finora, sono, se possibile, ancora più gentili e disponibili del loro già alto standard. Si pranza, si ascolta musica o si guarda il film, oppure semplicemente si dorme. Nessuno sembra minimamente paventare che l’aereo possa avere qualche problema.

La voce del comandante, da sola, ha fatto sì che circa trecento passeggeri non abbiano mai dubitato che le loro vite fossero minacciate. Una voce che fa sospettare una persona giovane. E che ha saputo, lungo l’arco del manifestarsi del problema che ci ha bloccato, tenere tutti informati, ma anche rassicurare ognuno, con un tono pacato, garbato e professionale. Una voce che infondeva certezze in chi la ascoltava. Quella voce, unico cordone ombelicale che legava agli eventi in corso trecento persone prigioniere di un aereo bizzoso, ha saputo soprattutto trasmettere il messaggio subliminale che ognuno desidera, quando vola: state tranquilli, quando decolleremo so che tutto andrà bene.

Ho voluto conoscere il comandante, per manifestargli la mia stima e per dare un volto a quella voce: un giovane singaporeano di razza indiana, dal sorriso franco e cordiale. Mi ha fatto accomodare in cabina di pilotaggio e tra una comunicazione di servizio e l’altra ha trovato il modo di dirmi che ha visitato Roma e Verona e che apprezza l’Italia per le sue bellezze. Una persona squisita ed un professionista del volo.

Grazie, Captain Suresh, per averci portato in sicurezza a destinazione.

Prima redazione : febbraio 1996.

domenica 30 gennaio 2011

Esodi e trappole

Dieci Italie in movimento. Sta accadendo in Cina. Nelle settimane precedenti il festival di primavera, l’altro nome del capodanno cinese, un immane esercito di lavoratori migranti torna a casa per un periodo di celebrazioni e riposo.

Ma per far ciò, chi guadagna a malapena duecento euro al mese non si può permettere aerei e nemmeno autobus. Seicento cinquanta milioni di persone si stanno mettendo in marcia. I viaggi sono spesso estenuanti e talvolta quasi infinite odissee, con i treni più lenti e più disagevoli rimasti sulla rete ferroviaria cinese. Trenta, trentotto, perfino quarantaquattro ore per tornare al proprio paese dalla metropoli dove si lavora.

Il biglietto più economico, una dozzina di euro, non prevede neppure la possibilità di accomodarsi sui disagevoli sedili di legno. Solo un posto in piedi, se si è veloci e fortunati uno strapuntino nel corridoio lo si trova. Quasi due giorni così, un viaggio di tregenda. Eppure Jiang, ventenne operaio che guadagna 100 Yuan al giorno, non si lamenta di stare in piedi. Dice: l’anno scorso era molto peggio, il treno era più affollato, non c’era nemmeno lo spazio per chinarsi un po’ogni tanto.

Con l’annuale transumanza compaiono puntuali i truffatori, pronti ad approfittarsi della povera gente alla ricerca di un biglietto. Chi cerca di evitare le terribili code fuori dalle stazioni corre il rischio di vedersi gabbato da malfattori sempre più smaliziati e tecnologici.

I casi sono all’ordine del giorno a Shanghai, e a decine. Ecco come funziona la truffa. Al cliente viene propinato un senso di falsa tranquillità, in quanto la pubblicità dice: pagamento al ricevimento del biglietto. Mentre si reca in stazione, la vittima riceve una telefonata. Lo informano che non è possibile fare l’operazione in contanti, occorre un bonifico bancario. Il tapino non è in grado di farlo sul momento. Telefona alla fidanzata, le dà disposizioni su come eseguirlo. Ma niente paura, lui la richiamerà quando ha in mano il biglietto, e solo allora lei darà il via alla banca. Tutto regolare, no?

E invece una decina di minuti dopo lei richiama, dicendo che ha fatto il bonifico (1100 Yuan, ovvero 130 Euro, mica poco per un cinese medio), come lui le ha confermato di fare. Stupore. Ma io non ho telefonato, dice il povero ignaro signor Meng.

La coppia improvvisamente capisce di essere stata truffata da dei furfanti specialisti in telecomunicazioni. Abili al punto da usare un software per rilevare i numeri di telefono, e addirittura far sì che chi riceve la chiamata veda un numero a loro piacere (di modo da ingannare la fidanzata, che riconosceva come chiamante Meng). E sorprendenti imitatori di voci, per dare il fraudolento assenso al bonifico, per derubare di una bella cifretta chi vuole solo tornare a casa dopo un anno di lavoro.

Nelle ultime settimane si sono moltiplicati i casi del genere. Se una truffa funziona si sa che dilaga. Ad un altro viaggiatore sono riusciti a sottrarre 4000 Yuan con lo stesso metodo, probabilmente per un biglietto aereo, merce altrettanto rara e ambita in vista dell’esodo del capodanno.

La polizia è a caccia della gang, e intanto mette in guardia tutti, come può. Raccomanda di fare una telefonata in più, invece di farsi abbindolare dagli impostori. Infatti se uno richiama il telefono da cui arriva l’assenso a versare i soldi, allora compare il vero numero e non quello simulato dagli abili hackers.

A chi non è riuscito a procurarsi un biglietto non resta che rivolgersi ai bagarini, attivi come allo stadio prima di un derby decisivo. Nelle principali stazioni della metropolitana delle donne ripetono lo stesso ritornello tutto il giorno, biglietti, biglietti. Finchè non capita da quelle parti un poliziotto. Allora sono fughe precipitose, che si concludono spesso con l’arresto. È un reato maggiorare i prezzi dei biglietti per trarne profitto. Oltre cento bagarini sono stati già messi in guardina nella sola Shanghai.

Mentre si combatte la quotidiana, pigra battaglia tra il bene e il male, la Cina si prepara a salutare la Tigre, e a dare il benvenuto al nuovo segno: il Coniglio.
兔年快乐.

mercoledì 15 dicembre 2010

Ionesco

- Buongiorno, vorrei comprare una latta di vernice. Quanto costa?
- Ne abbiamo da 10 fino a 200 euro al litro.
- E quale è la differenza?
- Nessuna, è sempre la stessa vernice.
- Ah. Allora me ne dia cinque litri di quella da 10 euro.
- Bene, signore. La vernice può passare a ritirarla tra un mese.
- Tra un mese? Ma a me serve oggi, ho preso ferie e voglio dipingere la camera da letto domani!
- Mi spiace, allora fanno 200 euro al litro.
- Ha voglia di scherzare! Mille euro per cinque litri? È una rapina! Non ha qualcosa di più economico subito?
- Mi faccia vedere... Spiacente, avevo ancora qualche litro disponibile a trenta euro, ma me li hanno appena prenotati tutti.
- La mia solita sfortuna. Va beh, allora le pago ora quella da 10 euro e passo tra un mese.
- Oh. Vedo che la vernice è appena aumentata a 20 euro al litro.
- Ma come? Così, mentre parlavamo?
- Sì. Il prezzo cambia costantemente, anche dieci volte al giorno.
- Sto perdendo la pazienza. Allora, me la vuole vendere o no la sua vernice?
- Certo, signore. Però si ricordi che il prezzo che le ho appena offerto vale solo se dipinge un sabato sera.
- Voi non siete mica a posto. Va bene. Dipingerò la camera nel weekend. Anzi, faccia così. Me ne dia sei litri, che non si sa mai.
- Le ricordo che ci sono delle penalità per il mancato totale utilizzo della vernice, che possono portare al sequestro della latta senza diritto al rimborso.
- Andate a quel paese! Vado a comprare la vernice da un’altra parte.
- Mi spiace. Lei può comprare la vernice per il salotto e la cucina anche in un altro negozio, ma per la camera da letto è obbligato a comprare la tinta solo da noi. Gli altri non tengono la vernice per le camere da letto.
- Basta! Facciamola finita. Mi prenoti questa dannata vernice e mi dica quanto fa.
- Certamente, signore. Vediamo. Ecco: in tutto sono 180 euro.
- Cento e ottanta euro?!? Come sarebbe a dire? Non costava venti euro al litro? Per sei litri, se so fare ancora i conti, fanno 120 euro.
- Sì, ma poi c’è la tassa sul pennello, l’assicurazione obbligatoria rischio scala e il sovrapprezzo incremento greggio. Come lei ben sa, con il petrolio a 100 dollari al barile, produrre le vernici, che è tutta roba chimica, costa ogni giorno di più.
- Basta!!! Qui ci sono i suoi soldi, sanguisuga, prima che mi cambi le carte in tavola e mi aumenti dell’altro la vernice. Mi faccia solo andare via, che se no commetto uno sproposito.
- Ecco la sua ricevuta, signore. La aspettiamo tra un mese. Mi raccomando, sia puntuale. Venga in negozio almeno tre ore prima di cominciare a dare la tinta, e si ricordi di portare un documento valido, per il ritiro della merce. Grazie di dipingere con noi.

Teatro dell’assurdo? Certo. Nessun venditore di vernici sano di mente si sognerebbe mai di trattare un cliente così. Ma provate a immaginare di dovere comprare non una latta di vernice ma un biglietto aereo, e ditemi se la conversazione non assume un tono, se non più logico, almeno già più familiare. Air Ionesco.

Prima pubblicazione : 20 gennaio 2008

mercoledì 27 ottobre 2010

Il mio ragazzo

Lei è esile, sottile, dimostra a malapena vent’anni anche se ne ha quasi trenta. Ha una di quelle facce affaticate da un’esistenza precoce che sembra voler dimenticare. Vestita bene ma senza eleganza, sta dietro il bancone di un modesto negozio di orologi. Forse filippina, forse tailandese.

Entra un giovane, scuro di carnagione, una fresca e ribelle chioma di capelli nerissimi, e subito si illumina un sorriso candido e smagliante su quel viso acerbo e olivastro. Si capisce che non è la prima volta che si incontrano. Il saluto non è formale, lui si slancerebbe verso di lei per salutarla con confidenza, ma lei mostra imbarazzo, il volto si contrae in un risolino dalle venature tristi. Molto asiatico.

Ciao, fa lui, come stai. Quanto tempo. Dal retrobottega, attirato dalla cadenza informale della conversazione, compare l’altro. Minuto quanto lei, radi capelli bianchi e stremati, pettinati con cura maniacale a farne un piccolo riporto appiattito come una sogliola, un viso innaturalmente stirato, tratti caucasici, uno dei tanti europei che ad un certo punto della loro esistenza decidono per qualche recondita ragione di mollare tutto e di partire per un viaggio senza ritorno verso quei paradisi artificiali che si trovano qua e là in Asia. Pattaya. Phuket. Phnom Penh. E chissà quanti altri, con troppa carne fresca disponibile, e le autorità sempre pronte a chiudere un occhio, laide e sensibili al soldo frusciante. Ha sessant’anni, ne dimostra settanta e si illude di somigliare a un quarantenne.

L’improvvisa apparizione pare quasi rabbuiare lei. Questo è il mio ragazzo, dice al cliente, con tono manierato e introduttorio. Lui non riesce a trattenersi. Rimira quella figura così stonata rispetto alla locuzione che ha appena udito, e ribatte: il mio ragazzo? Non è un buon attore, e non sa mascherare un’espressione mista di incredulità e disgusto. Si leggono, stagliati sul suo viso bello e sfacciato di gioventù, i mille pensieri che stanno attraversando la sua mente. E nessuno di questi è lusinghiero.

Ci sono scelte – e compromessi – nella vita di ognuno che non andrebbero giudicati. Se non conoscendo la storia delle persone. Forse “il mio ragazzo” significa sicurezza, tranquillità, certezza di un pasto tutti i giorni, perfino un modesto benessere, per quella anonima vecchia signorina dalla gioventù bruciata.

Perché se da noi gli adolescenti si drogano di grandi fratelli e di amici di maria e di partite di calcio sette giorni su sette, laggiù c’è ancora chi viene venduta a quattordici anni da genitori ignavi o disperati di povertà alla tenutaria di un bordello. C’è chi lavora come un somaro in fabbriche malsane o nelle campagne paludose, invece di andare a scuola o giocare con una bambola.

“Il mio ragazzo” non è un compromesso. È una conquista. È una redenzione. È un’affermazione della propria capacità di sopravvivenza allo squallore. Anche se il tuo ragazzo sembra tuo padre, piccola, sconosciuta fanciulla. Solo chi ha vissuto abbastanza là può leggere dietro alla facciata di questi apparenti drammi. E non punta un dito moralista e inquisitorio, giudicando l’ingiudicabile.

mercoledì 6 ottobre 2010

Toccato da un mito

Non sono mai stato un cacciatore di autografi, non ho mai capito o subito il fascino morboso che spinge la gente ad avvicinare, parlare, toccare, farsi fotografare con una cosiddetta "celebrità", in special modo perché spesso la fama del suddetto risulta essere o immeritata o effimera, non ho mai condiviso quel senso di esibizionismo misto a presenzialismo che induce un normale individuo a cercare il contatto con i VIP (che brutta parola!), per poi sfoggiare con amici e parenti il momento magico, quei due minuti di gloria per interposta persona, solitamente con la star che esibisce uno stanco e falso sorriso di circostanza e il popolano che si protende verso il personaggio ma, colto da improvvisa pudicizia, non osa toccarlo, sortendo curiosi effetti equilibristici noti come Torre di Pisa...

Ma quando ho scoperto chi si nascondeva dietro il capannello di persone affollato attorno a una di quelle automobilette che negli aeroporti trasportano le persone non autonome nel movimento, sono rimasto abbacinato, stregato.

Muto, attonito, immobile, non riuscivo a far altro che fissare quegli occhi straordinari che mi scrutavano intensamente e insieme ridevano. Finché mi ha porto la mano. Incredibile. Quei suoi occhi penetranti leggevano dentro di me, vedevano il mio ritegno, ma anche il mio desiderio, così ha fatto lui il primo gesto. Ha allungato il braccio, come a chiamarmi, come a dirmi, sì, credici, sono proprio io, vieni avanti, dammi la mano, non ti faccio del male. Ho stretto quella mano bellissima e terribile insieme per un tempo che mi è sembrato un istante. O un'eternità.

Era lui. Il mito. Il più grande. Muhammad Ali. Il più grande pugile del mondo.

E mentre tenevo tra le mie quella mano resa scarna dall'età, pur sempre grande e spaventosa, ma sorprendentemente calda e dolce, quasi delicata al contatto delle mie, non sono stato capace di mormorare altro che due parole, sei il più grande, le uniche cose che sono riuscito ad articolare nella mia testa mentre ero lì mano nella mano con Cassius Clay.

Non ha parlato, ma i suoi occhi luminosi mi hanno sorriso, pieni di orgoglio e di consapevolezza.

Dopo avere lasciato quella mano prodigiosa, sono rimasto lì, a rimirarlo, ancora non volevo andarmene, incapace come ero di rinunciare a quello sguardo magico e pieno di vivacità, ricco di energia e di una calma contagiosa. Mi faceva male vederlo arrembato da una folla eterogenea di passeggeri, inservienti aeroportuali, equipaggi i più svariati, non c'era rispetto nel comportamento di questa gente, volevano solo posare con lui, rubare un suo ritratto, portarsi a casa una foto guarda un po' con chi, in un ridicolo passamano di telefonini con macchinetta fotografica incorporata. Non era un omaggio a un mito, era solo un'edonistica ostensione di se stessi accanto al VIP di turno. Che tristezza.

Nessuna immagine avrebbe potuto essere più forte di quella stretta di mano, di quegli occhi magnetici e ridenti che si facevano beffe della malattia. Non ho voluto portare con me un ricordo tangibile, una sua fotografia. Men che meno con me accanto a lui. Il calore di quella mano era stato sufficiente a farmi pulsare il cuore di emozione per essere alla presenza di una grande persona, di commozione per l'energia e la vitalità che trasmetteva.

Degli addetti stavano portando vicino al suo mezzo una di quelle strutture tubolari con ruotine a cui si appoggiano i nonni malfermi che non riescono più a camminare autonomamente.

L'ho fissato ancora una volta diritto negli occhi, mi ha sorriso e anche i miei occhi ridevano, allora mi ha salutato con il pugno stretto, serrato, da boxeur, mostrandomelo come a dire sono ancora il più forte.

Sono scappato da quegli occhi fieri e scintillanti e da quelle mani grandi e magiche prima che si alzasse, per ricordarmi di lui la figura agile e possente della meravigliosa farfalla che danzava sul ring ma pungeva come un'ape, nelle immagini in bianco e nero di quando ero bambino e lui era già il più grande.

Non capita tutti i giorni di incontrare un mito. Diecimila volte più raro è che si conceda a te con la semplicità, con la naturalezza, con la grazia che emanava questa persona straordinaria. Che ti offra una stretta di mano per trasfonderti la sua energia, il suo calore. Che ti illumini con quegli occhi dalla luce incantatrice.

Muhammad Ali, hai regalato a uno sconosciuto un momento di grande emozione. Per questo sei - ancora e per sempre - il più grande.

Prima pubblicazione : 28 luglio 2007

domenica 20 giugno 2010

Premonizioni

Che cosa spinge un viaggiatore, dopo quasi diciannove ore di viaggio, a voler ancora curiosare al di là di una vetrata aeroportuale, per vedere se le proprie valigie escono davvero dalla pancia del velivolo? Forse lo spirito masochistico che fa dire, sì, eccomi tornato a casa, la riconosco da quei piccoli inconfondibili dettagli sintomatici dell’Italia cialtrona e menefreghista. O forse quel tarlo quasi invisibile che ti fa sempre salutare con inquietudine i bagagli alla partenza, nella speranza di ritrovarli a destinazione, pensando a quante migliaia di colli scompaiono misteriosamente nel nulla ogni anno. O magari è solo ciò che dà il titolo a questo racconto: una premonizione. Perché altrimenti non si spiega come mai, proprio ieri, all’aeroporto di Torino, mi sia soffermato così a lungo a rimirare le operazioni di scarico, tanto da godermi questa imperdibile scenetta, tutta italica nella sua sciatteria. Quattro addetti, dico quattro, che gironzolano attorno al nastro appoggiato all’aereo. Uno è dentro alla stiva, gli altri con malagrazia trasbordano il valigiame sul carrello che lo porterà al nastro, per la gioia dei trasvolatori. Tutti tranne uno, subito chiamato con l’altoparlante, e invitato a presentarsi al banco bagagli smarriti. L’invito è garanzia che i colli non ce l’hanno fatta, e sono rimasti in quel di Francoforte – se va bene.

Non ci si aspetta – giova ricordarlo, siamo in Italia, mica in Giappone – che i colli siano trattati in guanti bianchi. Ma nemmeno di vedere che la mia valigia, inconfondibile per i colori particolari, venga malamente sbattuta sul nastro dall’addetto nel ventre dell’aereo, ivi percorra meno di qualche centimetro, per poi cadere rovinosamente al suolo da almeno tre metri. Complimenti. Arrivo al nastro con la certezza – e una certa dose di curiosità mista a giramento di corbelli – di trovare il collo danneggiato. Dopotutto, anche se di solida costruzione giapponese, non è progettata per cadere di spigolo, con tutto il suo peso, dal primo piano di una casa. Infatti. Curiosità appagata. Lo spigolo è squarciato, la ruota non piroetta più, oh, molte grazie, premurosi addetti ai colli.

Vado a fare la denuncia. L’impiegato, evidentemente seccato dal fatto di dovere star lì a lavorare di sabato, invece di essere in centro a far compere, non sembra assolutamente interessato ad ascoltare il mio racconto visuale di come sono andati i fatti. Chi se ne frega chi è stato, tanto c’è l’assicurazione che paga, no?, sembra pensare mentre meccanicamente compila i moduli del caso. È di qualche marca?, mi chiede. No, l’ha fatta Gesù Cristo, mi verrebbe da rispondergli, ma invece gliela dico: Lojel, giapponese. Ovviamente nel verbale non viene riportata, forse era troppo difficile da scrivere. Si rivolga qui, il perito valuterà se è riparabile o se le verrà sostituita. Al che (non è la prima volta che mi capita) lancio una domanda provocatoria, giusto per sondare la sua onestà intellettuale: ma se non è riparabile, me la sostituiscono con una uguale? Certo.

Andiamocene, che è meglio. Uscendo trovo uno dei doganieri più cortesi con cui abbia mai avuto a che fare. Dopo le domande di rito, da dove viene, ha acquistato qualcosa, orologi, altro (ma perché questa fissa per gli orologi? Avete mai provato a guardare i prezzi dei Rolex – quelli veri – in Cina o in Giappone? Lo sapete che sono i cinesi a venire a comprarli in Italia perché risparmiano il venti per cento e soprattutto sono – quasi – sicuri di non farsi dare delle bidonate da dei rivenditori disonesti che spacciano per veri delle imitazioni?). No, non ho acquistato nulla, sono in giro per lavoro. Che tipo di lavoro? Glielo spiego. Insomma, due chiacchiere senza quell’ansia inquisitoria che ti mettono spesso addosso le forze dell’ordine, anche se sai che non hai nulla da nascondere. Alla fine non mi congeda con quel tipico magnanimo vada, vada pure, che sembra quasi dire questa volta l’hai fatta franca… No, mi porge una lunga, convoluta frase di ringraziamento, quasi un apprezzamento per il tempo e l’attenzione che gli ho dedicato. Bravo, sconosciuto finanziere. Ogni tanto fa piacere trovare qualcuno che fa il proprio mestiere con garbo, senza arroganza. Onore al merito.

Compensa per quegli indolenti farabutti che mi hanno sventrato la valigia? No, purtroppo no. Quella rimane così, e ora ci faremo due risate a discutere con la ditta incaricata, che quasi di sicuro cercherà di rifilarmi una porcheria che dura da Natale a Santo Stefano (esperienza diretta, l’ultima volta il bagaglio in sostituzione è durato un viaggio: uno solo, va bene?!), che durerà e varrà – parlo di valore, non di costo – un decimo del mio, e che probabilmente faranno pagare profumatamente alla Lufthansa, incolpevole responsabile del danneggiamento.

Caro direttore di Caselle: le capita ogni tanto di uscire dal suo ufficio e di fare un giro per lo scalo? Giusto per vedere come la gente che lavora lì tratta i clienti ed i loro bagagli. Lo faccia. Ne vale la pena. Se è vero che l’occhio del padrone ingrassa il cavallo, magari qualche miglioramento, noi tapini viaggiatori, lo noteremo. Perché per fare un lavoro malamente, danneggiando proprietà di altri, indisponendo quelli che alla fine pagano lo stipendio di questa gente (niente viaggiatori, niente scalo, niente posti di lavoro), ci vuole lo stesso tempo che a farlo bene. La differenza è l’atteggiamento. Non c’è niente come un capo che sorveglia, per fare lavorare i dipendenti come si deve.

Cara Lufthansa: ho viaggiato con soddisfazione e a lungo con te. Ti do del tu perché ti considero una presenza familiare nel mio frequente peregrinare. Ho perso aerei, ed anche bagagli. Sì, in tanti anni di viaggi è capitato anche questo. Ma mai una volta che tu mi abbia lasciato a terra, abbandonato a me stesso, senza informazioni, senza un piano B che mi portasse dove dovevo essere solo con qualche oretta di differenza. Senza che – in Germania, non in Italia – si siano fatti in quattro per farmi avere la mia valigia dimenticata (a Torino!) portandomela in albergo anche a mezzanotte. Questa è efficienza. Questa è cura del cliente. Per questo oggi scrivo anche a te, cara aviolinea germanica. Perché non mi sembra giusto che tu mi ripaghi un bagaglio (anche se sei tenuta a farlo, anche se chissà quanto spendi di assicurazioni per coprire queste noiose evenienze) senza che io ti informi che non è colpa tua, ma di qualche maldestro e infingardo operatore di nastro. Italiano. Non servirà a nulla tutto questo? Non lo so. Di certo non serve a nulla stare zitti, incassare, farsi maltrattare da chi è coperto dall’anonimato corporativo.

Se non partiamo dai dettagli, dalle piccole cose, solo apparentemente insignificanti, non diventeremo mai un paese civile. E poi ci lamentiamo se i turisti non vengono più in Italia come una volta.

martedì 11 maggio 2010

Dilettanti allo sbaraglio

Ci sono notizie che dovrebbero suscitare scandalo, paura, indignazione, raccapriccio. Un tizio pachistano cerca di imbarcarsi su un aereo con degli armamentari molto sospetti nascosti nelle scarpe e viene arrestato a Karachi.

Rieccoci, mi viene subito da pensare. Parlo da piccione viaggiatore che ormai da otto anni, grazie a questi simpatici artigiani della tentata strage, si sorbisce – come milioni di altri pacifici viaggiatori che hanno in testa solo di arrivare a destinazione, in fretta e soprattutto in un pezzo solo – controlli, perquisizioni, palpate brusche e talvolta ai limiti della molestia sessuale, non può più portare nemmeno un goccetto d’acqua a bordo, deve sempre snudarsi di cinture, orologi, penne, monetine ed altri oggetti metallici che ecciterebbero le sensibili spie dei portali elettronici, si deve arrabattare con inutillimi coltellini di plastica per mangiare, dopo essersi strinate le mani per aprire la maledetta vaschetta, tocchi di carne ustionati dal microonde a quattrocento hertz, per solito di pari – o superiore – durezza degli utensili offerti per il taglio. Per non parlare degli insistenti interrogatori a cui devo sottostare da parte di banconiste inacidite, su chi ha avuto accesso al mio bagaglio, se l’ho preparato personalmente e se non l’ho mai perso di vista neppure per un minuto dal momento della chiusura fino alla presentazione sulla stadera aeroportuale. Giurin giuretta. Parola di boy-scout.

Ma questa volta la notizia allarmante si trasforma in una comica alla Ridolini. Qualcuno per favore ci deve spiegare. Il signor Mohammad, precisa la fonte di stampa, è un ingegnere. Questo spiegherebbe le barzellette sulla categoria. Perché se davvero vogliamo spacciare questo frastornato pachistano per un terrorista, allora il quoziente intellettivo della categoria (dei terroristi, non degli ingegneri) ne esce sensibilmente ridimensionato.

Oppure quelle erano delle scarpe peculiari, adatte al clima rigido delle zone più montuose del Pakistan, con un sistema autonomo di riscaldamento a pile. Del resto, se ci sono i calzetti elettrici, perché non potrebbero esserci anche le scarpe?

Diteci che è così. Perché l’unica altra alternativa è che il signore in questione – ingegnere di professione e terrorista per hobby – si sia presentato al bancone dell’aeroporto con una bomba nascosta nelle scarpe. E fidando solo sulle capacità occultanti dell’abbondante tonacone lungo fino ai piedi, abbia sperato di farla franca. Lo sguardo allucinato si spiegherebbe con la sorpresa sbigottita del laureato del politecnico di Rawalpindi: ma come diavolo avranno fatto questi doganieri ad accorgersene? Era tutto così perfettamente mimetizzato… non avevo nemmeno scritto un promemoria vicino all’interruttore, che so io, premere da questa parte per fare boom. Secondo me mi ha fregato il caricabatteria che avevo in tasca. Ma sai com’è, di queste pile ricaricabili non c’è proprio da fidarsi, metti che uno è lì, pronto a farsi saltare per aria, e sul più bello ti fanno cilecca… gli dai una caricata col jack inserito nel tacco, e voilà, paradiso delle vergini eccomi!


Fonte: La Stampa del 10 Maggio 2010