martedì 31 gennaio 2012

Minibar

Non quello che si trova in una buona parte degli alberghi di una certa fascia di stelle. Fuori da questo firmamento, al di sotto si compra la bottiglia d’acqua minerale dal supermercato di fronte oppure dal portiere che, nei casi più commoventi, ti dota addirittura di uno di quegli ormai rarissimi tappini di plastica con l’anello per avvolgerlo intorno al collo della bevanda, ve li ricordate? Mentre al di sopra il frigobar non c’è perché ogni ospite ha il personal butler, a cui telefonare per qualsiasi necessità ad ogni ora, e sarà lui così premuroso da portarvi in camera già stappata ed alla corretta temperatura la dissetante dose di bollicine, per dispensarvi anche della poco onerosa ma pur sempre perigliosa incombenza di far saltare il tappo a corona, mai vi si dovesse rompere un’unghia nell’operazione.

Dicevo: non mi riferisco a tale fastidioso elettrodomestico (a proposito, solo gli alberghi più intelligenti hanno un interruttore sulla parte frontale dello stesso, perché pare che i sadici costruttori di tali frigidaires mignon si divertano a nasconderci dentro un sensore orario, che più si va verso le ore piccole e più rende rumoroso e insopportabile il ronzio del marchingegno).

Minibar è l’apoteosi della capacità giapponese di sfruttare lo spazio, di cui sono in eterna carenza. Il bar più minuscolo – e semovente! – del mondo. Con tanto di ombrellone prospiciente il dehors, bancone ornato di allegre lucine decorative anche se è pieno giorno, insegna “aperto” (come se qualcuno, senza quel cartello, guardando la bottega avesse ancora dei dubbi, mah, chissà se sarà aperto o chiuso?) e addirittura ben due poltroncine d’alluminio, per i clienti più esigenti che l’espresso pretendono di sorbirlo comodamente seduti e non alla volè, in piedi.

Completa la pregevole organizzazione un sacrosanto cestino del pattume, mai qualche screanzato (certo uno straniero) trovasse la scusa che non sa dove buttare il tovagliolo di carta e sporcasse per terra.

La qualità, altro caposaldo della trinità virtuosa giapponese (puntualità, ordine e pulizia, qualità) è evidente nella scelta della marca di caffè da servire. Roba fine, importata dall’Italia, mica anonimi chicchi senza pedigree.

Il mezzo è certamente datato, ma non per questo mal mantenuto. Le cromature sono sempre splendenti, la tinta bicolore è piacevolmente adatta a quanto offerto dall’attività commerciale. Non l’ho fatto, ma c’è da scommettere che se avessi domandato alla gestrice ogni quanto lavava il veicolo, mi avrebbe risposto, con la stessa espressione sorpresa di un taxista a cui lo avevo invece chiesto, sottintendendo “ovviamente” ma facendolo ben sentire dall’intonazione della voce: ogni giorno, perché?

Devono essere stati fatti anche degli studi di ergonomia, che hanno portato alla seguente conclusione: la selezione per il ruolo di barista doveva tassativamente escludere le persone di altezza superiore ai 155 cm. Se no come ci stava, la tapina, nel posto di lavoro?

sabato 28 gennaio 2012

Il mosaico della memoria

Ecco un quadro che non si dovrebbe mai vedere. Ma che sta lì, sul fianco del monumento alle vittime, in un parco di Hiroshima, a comunicarci tutto l’abominio che l’uomo è capace di esprimere. Sono frammenti di tegole, raccolti da studenti liceali giapponesi nel fiume Motoyasu e poi arrangiati in un mosaico della memoria. Si chiamano Genbaku-Gawara, semplicemente le tegole della bomba atomica. Scurite, ustionate, piene di vesciche, fuse l’una sull’altra. Non è un museo, non ci sono barriere. Nulla impedisce di toccarle, e di provare fisicamente, anche a distanza di 66 anni, un fremito doloroso nel rivivere quell’istante di assoluto inferno che ha cambiato per sempre il destino di una città. E della gente che ci viveva.

L’orrore nei dettagli. Se questo è quanto è successo alla refrattaria terracotta, immaginiamo l’effetto sulla carne dei cittadini di Hiroshima. Nessuno, meglio di una città che ha perso 200.000 abitanti tra i morti nell’esplosione e quelli ammalatisi a causa della radioattività, può apprezzare il significato della parola pace. E per non dimenticare attraverso quanto dolore e quanta sofferenza si sia dovuto passare per finalmente raggiungerla, quegli studenti hanno ripescato dal fiume, che quell’orribile sei agosto era pieno di cadaveri dei propri concittadini, dei frammenti di indelebile orrore.

Con le graffianti parole del grande George Carlin: buona pace a tutti. Ma solo a chi se la merita. Gli studenti di Hiroshima se la meritano di certo.

venerdì 27 gennaio 2012

Tre stelle (Itadakimasu)

Mai stati in un ristorante a tre stelle? Nemmeno io. Perché uno si fa sempre l’idea che debbano essere di quei locali dove uno esce e avrebbe voglia di farsi una pizza. Per carità, ricercatezza d’ambiente e qualità suprema degli ingredienti. Pietanze dai nomi talmente arzigogolati o descrittivi, che si consuman più calorie a enunciarli di quelle che tornano nel mangiarli. Porzioncine risicate perse in piatti sterminati, opere d’arte surrealiste più che cibo per umani golosi. Incutono timore piuttosto che stimolar succhi gastrici, anche per l’incombente - seppur venale - pensiero del costo unitario di ogni minimalistica forchettata di tali artistiche invenzioni di un caposcuola dei fornelli. Conti sussurrati come onorari di primari cardiologi, e non è l’unica analogia.

Invece stasera ho avuto la conferma che esistono posti dove le stelle si guadagnano sul campo, senza chiasso, senza visite di famosi gourmet televisivi, senza pubblicazioni su almanacchi di fama a cadenza annuale. Le stelle le assegna il pubblico pagante, e non si trovano sull’insegna del locale ma nel cuore di chi pazientemente fa la coda, seduto fuori, su dei sobri panchetti, malamente difesi dal freddo di Tokyo da degli scaldini infuocati in terracotta, nell’attesa che si liberi una sedia di proscenio in quel minimo, impossibile ristorante che non ha nemmeno posto per aspettare in piedi il proprio turno.

Il luogo non offre inutili e dispendiosi comfort come lo spazio. Mangi letteralmente gomito a gomito con lo sconosciuto e casuale vicino, tutti seduti attorno al bancone con in vetrina la selezione dei tranci di pesce da cui una mano intenditrice, armata di uno snello e affilatissimo coltello da sushi, spicca piccole dosi di piacere culinario. Una decina di posti a malapena, raddoppiati da una saletta gemella sotterranea, alla quale si accede da una ripida scala che invita alla morigeratezza nel bere alcolici.

Ma ti ripaga servendo cibo di qualità e freschezza eccelse. Senza alcuna spocchia, minimalisti come solo i giapponesi sono capaci di essere. Un sushi master che sa spiccicare alcune essenziali parole di inglese, segno che ogni tanto qualche turista viene a far capolino fin qui. Mai visto uno, peraltro, se non vogliamo considerare tali dei nipponici emigrati per lavoro negli Stati Uniti, ma pur sempre ben fieri di onorare le tradizioni locali: bere sakè caldo come delle spugne, per esempio, fino ad arrabattarsi il giusto per risalire le scale verso l’uscita.

È uno di quei minuscoli ristoranti nelle immediate vicinanze dal mercato del pesce di Tsukiji, il più grande al mondo. Ogni singolo assaggio di sushi, armoniosamente affettato da mani rosate e stabilmente aggrinzite dall’acqua, è pura meraviglia. I gesti si ripetono sempre uguali a se stessi. La soave e prelibata fettina di pesce danza, quasi piroetta fra le dita della mano destra, mentre l’altra coglie un sospiro di wasabi, il verde e lacrimogeno rafano giapponese, e sensuale ne accarezza il filetto. Poi un perfetto boccone di riso abbraccia, come un candido letto accoglie una appassionata amante, quel sopraffino assaggio di anguilla morbida che pare una mousse, un tonno delicatissimo, arrendevole al palato come un burro tiepido, un riccio di mare paradisiaco incoronato da un fragrante foglio di nori, l’alga essiccata necessaria per certe preparazioni di sushi, mai frusciante e seducente la papilla come in questo luogo di delizie.

Sai di avere toccato il cuore a quel maestro di infinita sapienza ittica quando alla fine, rarissimo onore per un gaijin, ti accommiata invitando ad una corale urlata di saluto. Gli altri lavoranti rispondono compatti. Fuori ti accoglie lo schiaffo del vento sibilante e siamo sotto zero, ma che importa. Itadakimasu.

giovedì 26 gennaio 2012

Notte di neve

Nevica fitto. Piccoli aghi svolazzanti pungono gli occhi, in qualsiasi direzione cammini finiscono sempre diritto lì, e fanno male. Camminare a testa bassa, aguzzando la vista dalle feritoie di due occhi serrati. E attenzione ad evitare le temibili pozzanghere formate dalle onnipresenti fontanelle a pavimento, che zampillano acqua con l’obiettivo di sciogliere la neve, ma in realtà trasformano i marciapiedi in laghetti artificiali.

Bisognava che venissi in Giappone, per trovare la neve che non si è vista dalle mie parti. Pare che ora – in clamoroso ritardo, e a stagione sciistica ormai compromessa – stia arrivando. Intanto godiamoci una tonificante passeggiata serale nell’ovest della terra del Sol Levante. Anche se per tre giorni di sole non ne ho visto affatto. Invece di neve sì, e tanta.

martedì 24 gennaio 2012

Gianni Agnelli, nove anni dopo

Ripubblico un pezzo scritto tre anni fa, aggiornando solo le distanze temporali. Perché quello che pensavo allora lo penso ancora oggi.

Gianni Agnelli, sei anni dopo

Cercare qualcosa di originale da dire sull’Avvocato per antonomasia è impossibile. Su di lui è stato detto tutto. Ammiratori, adoratori e adulatori hanno versato fiumi di inchiostro e di saliva scrivendo e parlando di lui. Detrattori, critici e nemici di classe hanno fatto altrettanto, solo che gli schizzi di saliva sono pieni di livoroso veleno.

Di un’eleganza istintiva, naturale, non seguiva la moda ma la creava. A lui si perdonava tutto, e tutto diventava immediatamente di tendenza, con stuoli di tristi cloni che si illudevano di assomigliargli, portando l’orologio sul polsino e la cravatta sul golfino.

Grande appassionato dei piaceri della vita. Viaggi. Isole. Frequentazioni di presidenti e papi. Elicotteri per spostarsi anche dalla villa collinare a corso Ferrucci a Torino. Il pallino del calcio e della Ferrari. Una vita vissuta sulla corsia di sorpasso.

Aveva tutto, e non deve essere facile trovare delle motivazioni quando si è così oltraggiosamente ricchi. Forse conduceva un’esistenza meno sfrenata e più monastica di quanto la gente si immaginasse nelle sue frustrate fantasie. Ma anche. Il destino di due incidenti automobilistici che lo lasceranno claudicante. Il bastone portato come uno scettro reale, con autorità e stile. Una storia familiare costellata di tragedie e di dolore, come se il fato esigesse un crudele contrappasso per quell’opulenza oltre l’ammissibile. Orfano di padre da adolescente, perde la madre a ventiquattro anni. Negli anni della senilità vede morire suicida il figlio Edoardo e un cancro gli ruba l’adorato e adorabile nipote Giovannino, già da lui incoronato futuro capitano d’industria della famiglia.

Aforista. Opinionista. Capitalista. Sciatore. Navigatore. Conduttore. Elegante. Affascinante. Importante. Inimitabile. Imprevedibile. Indimenticabile.

Di Agnelli, nonostante la sua ubiquitaria presenza ed il peso ingente sulla società italiana, non si ottenevano se non gli scatti che lui accettava fossero presi. Quelli ufficiali, contributo alla creazione dell’iconografia pubblica. L’Agnelli privato, familiare, intimo, veniva gelosamente tenuto nascosto, in perfetto stile subalpino, lontano dalle insidie del gossip da negozio di parrucchiera e tivu spazzatura.

Nel sesto anniversario della sua scomparsa la Juventus ricorderà il presidente che la accudiva e la coccolava come una bella amante, le chiavi dei cui bramati, intimi sacelli appartenevano in esclusiva a lui. Orgoglioso, critico, appassionato e viscerale come tutti gli tifosi, coniava definizioni che diventavano soprannomi, tagliava giudizi che rimanevano incollati alla persona per il resto dei suoi giorni. Pinturicchio. Il coniglio bagnato. Bello di notte. I giornalisti sportivi dei suoi tempi non avevano bisogno di immaginazione, solo di buone orecchie.

È stato un grande. Un personaggio certamente ingombrante. Forse troppo, per quel piccolo stivale che non ha mai fornito grandissimi protagonisti della scena mondiale. Uno dei pochi italiani ad ottenere una copertina – elogiativa – di Time. L’unico altro che ricordo è Giorgio Armani. Forse Pavarotti.


Il valente Marcello Marchesi lo definì con geniale sintesi. In due parole appena seppe riassumere il suo ruolo nell’Italia degli ultimi cinquanta anni: Fiat dux.

L’ultimo vero condottiero della Fiat se n’è andato sei anni fa, in silenzio, in punta di piedi, con quella discrezione e quella signorilità che lo avevano sempre contraddistinto. Da allora sono in molti a sentire la mancanza di una figura di potere di quello spessore, eppure così garbata e raffinata. Buon riposo, Avvocato. Dopo tutto quello che ha fatto nella sua vita, se lo merita.


Prima pubblicazione : 24 gennaio 2009

domenica 22 gennaio 2012

Be white

Avevo promesso, qualche settimana fa, di raccontare degli eterni abbronzati. Prima di far ciò voglio toccare il rovescio della stessa medaglia.

Tanto da noi ci sono patologiche fissazioni nell’apparire costantemente arrostiti dal sole (Emilio Fede e Carlo Conti sono irriducibili esponenti del partito delle Lampados), quanto in Estremo Oriente funziona esattamente al contrario.

Basandosi sulla logica che chi ha la pelle abbronzata si suppone sia un lavoratore della terra o un migrante che alimenta la insaziabile industria delle costruzioni civili, il massimo desiderio delle donne – ma anche degli uomini – asiatici è di conservare (o se necessario acquisire) un colorito il più possibile diafano.

Al punto da trovare, in farmacia come nei supermercati, creme che promettono una pelle più chiara: risultati in sole due settimane di applicazione! La confezione dichiara orgogliosamente che con tale prodotto ci si sbianca. Alla faccia del politically correct.


Ma non basta. Ci sono perfino centri benessere che già dall’insegna chiariscono senza ombra di dubbi l’obiettivo prefissato: be white. Sii bianco.


Per questo gli asiatici, mentre camminano rigorosamente all’ombra o si riparano con vezzosi ombrellini da sole argentati, guardano come animali da circo i turisti occidentali (spesso italiani) che si crogiolano al solleone equatoriale, sulle spiagge o in piscina. E proprio non capiscono questi curiosi lattonzoli che a tutti i costi – anche rischiando l’ustione – insistono per diventare scuri. Mah. Gente strana: sono già bianchi – senza creme – e vogliono sembrare dei contadini. Valli a capire...



venerdì 20 gennaio 2012

Una voce fuori dal coro

Shinjuku, quartiere denso di ristorantini da tempura e sushi-bar. E’ l’ora del passeggio del dopo cena. La macchina della polizia gracida alcuni ordini dal suo altoparlante esterno, che permette agli agenti di impartire disposizioni senza scendere dalla vettura. La grossa limousine bianca fermatasi in seconda fila, oggetto del richiamo, scarica senza fretta un personaggio, la cui comparsa sulla strada viene riverita con profondi inchini dal suo scagnozzo, sceso di corsa ad aprirgli la porta. Poi lo stesso continua la sua pantomima a beneficio dei poliziotti, quasi a scusarsi di avere causato un problema alla viabilità con la sua fermata.

Do you speak english?, ci apostrofa un ometto un po’ male in arnese che ha voglia di attaccare bottone. Sì che parliamo inglese, la cosa strana è che sia lui a parlarlo, date le sue fattezze giapponesi. Ci chiede se sappiamo chi è quello che è sceso dalla macchina oggetto della nostra curiosità. Mafia dice, proprio così, non usa neppure il termine che designa la mafia giapponese, la Yakuza. Potenza delle parole. E non sa neppure che siamo italiani, forse avrebbe usato un’altra parola. Ci prende per australiani. Poi, appresa la nostra nazionalità, il ghiaccio è rotto.

E da sotto il ghiaccio emerge un fiume impetuoso di parole, certo non benevole nei confronti della sua razza. Una critica serrata all’intero popolo giapponese, dipinto come insensibile, senza opinioni proprie nè quindi capacità critica, senza senso del contatto umano, dei robot insomma. Non meglio sono considerate le donne, descritte senza mezzi termini come senza cervello. Forse un po’ riduttivo o generalizzante? Di certo non deve avere avuto delle belle esperienze, visto che, arrivato ai circa cinquant’anni che ci dichiara, non si è ancora sposato. E ingenuamente ci interroga, per sapere se secondo noi farà ancora in tempo a trovare l’anima gemella.

E le regole che scandiscono la vita? I giapponesi sono trattati come bambini di sette anni (testuale!), troppi automatismi ad esempio sono parlanti, e non fanno altro che ringraziare continuamente i fruitori, nonché ripetere banalità evidenti anche ad un babbuino, come un ascensore che ti dice “premi il pulsante, ora saliamo, ora scendiamo, grazie di avermi usato” oppure un treno od una metropolitana che ti avverte “stiamo partendo, stiamo per fermarci” e via discorrendo.

Trattate le regole formali, critiche piovono anche sulla capacità di fare rispettare la legge. La Yakuza è troppo potente, nessuno fa nulla per combatterla, non come da voi che se non altro cercate di opporvi alla mafia – anche se poi i giudici saltano per aria, avrei voglia di aggiungere, ma lasciamolo nella sua illusione.

E che dire dei rapporti interpersonali? L’amicizia, come la intendiamo noi, pare non esista. Puoi conoscere da vent’anni un amico, e questo difficilmente ti inviterà a casa sua, ti presenterà la moglie, ti parlerà dei figli. Robots, come a più riprese sottolinea.

Deve essere veramente dura la vita in Giappone per un emarginato. Dopo un periodo di vita negli Stati Uniti, dove ha studiato e poi ha fatto il giornalista e lo scrittore, non è riuscito a riadattarsi allo stile giapponese, forse non gli è neppure stata data l’opportunità di farlo.

Ha cercato, con discrezione, quasi con pudore, di venderci una copia di un suo romanzetto pubblicato a Los Angeles, direi di spunto autobiografico, dove si raccontano gli Stati Uniti visti dagli occhi di un giovane giapponese bloccato da un guasto alla macchina nel Nebraska.

Ci ha raccontato di come sia difficile fare capire un libro ad un giapponese, e che lui parla preferibilmente con gli stranieri perché lo ascoltano, anche se non lo conoscono, ed alla fine qualcuno gli compra anche una copia. Ci ha detto come sia brutto essere cacciati da un ristorante a pedate, perché si disturbano gli ospiti.

Aveva probabilmente ancora voglia ed argomenti per parlare chissà quanto, ma si era fatto tardi. Eravamo in due, gli abbiamo comprato una copia a testa. Sperando che lo aiuti a continuare i suoi viaggi. Ci ha detto che avrebbe il desiderio di andare a vedere l’Africa.

Coraggio, Hideo. Il mondo non è tutto così brutto come lo vedi tu con gli occhi di un giapponese non integrato, rifiutato dalla sua stessa gente, popolo senza pietà né compassione. Parole pesanti come pietre, dettate dalla delusione di una vita errabonda. Ti auguro di trovare, nel tuo peregrinare, altra gente, disposta a offrirti un po’ dell’umanità che non riesci ad ottenere a casa tua. E grazie per averci fatto sentire una voce fuori dal coro.


Prima pubblicazione : 18 settembre 2007

martedì 17 gennaio 2012

Conigli nazionali - e non

Innanzi tutto chiedo scusa a Emanuele Filiberto. Che c’entra con i conigli nazionali? Nulla. Infatti gli chiedo scusa. Perché in un momento di conigliaggine diffusa, ha dimostrato di aver il coraggio di farsi ritrarre con un’idrovora in mano, vestito da operatore ecologico (versione politically correct del più volgare fognaiolo), alla faccia dell’ascendenza regale da cui proviene. Probabilmente si saranno avvertiti leggeri moti sussultori sia nei pressi della Basilica di Superga, sia vicino al Pantheon a Roma. Niente paura: erano soltanto gli avi del principino che si rivoltavano nelle auguste tombe. Ma la temerarietà sfrontata dell’ultimo erede di Casa Savoia fa da straordinario contrasto con alcuni episodi di estrema viltà, di cui si parla proprio in questi giorni.

Conigli 1.
Torino. Sono stati – finalmente – catturati i due assassini di Alessandro Sgrò, sette anni, travolto e ammazzato sulle strisce a dicembre, davanti a dei genitori impotenti e sconvolti da tanta efferatezza. Alessandro Cadeddu e Francesco Grauso, di Aosta. Dopo l’investimento, stando alle loro stesse dichiarazioni, sono andati a comprare eroina dal pusher. Ci è voluto più di un mese per trovarli. Assassini di un bambino: speravate di passarla liscia? Di vivere tranquillamente con un peso del genere il resto della vostra vita, riuscendo a dormire ogni notte? La parola coscienza vi dice nulla? Avreste fatto meglio ad assumervi le vostre responsabilità. A presentarvi spontaneamente, invece di nascondervi come conigli. Ora spero che pagherete il giusto. Non servirà a riportare ai genitori Alessandro. Ma che sia almeno di monito a tutti i potenziali assassini al volante.

Conigli 2.
Roma. È stato trovato impiccato (e forse avvelenato, si aspettano gli esiti dell’autopsia) Mohamed Nasiri, uno dei due marocchini che due settimane fa, durante un tentativo di rapina, ha sparato a Zhou Zheng e alla figlioletta di nove mesi. Suicidio, dicono le fonti ufficiali.

Confesso che il primo pensiero, all’udire la notizia, è stato: lo hanno trovato prima loro. Sono in buona compagnia, a quanto pare. Nonostante le smentite dei portavoce della comunità cinese, in parecchi nel quartiere di Torpignattara credono ad un atto di giustizia sommaria da parte della mafia cinese.

Se l’assassino si è veramente ammazzato in preda agli atroci rimorsi per quanto ha compiuto, pace all’anima sua. Se invece – come ventilano certe ipotesi – l’informazione sul suo nascondiglio è stata venduta a chi voleva applicare la legge del taglione, occhio per occhio, morto per morto, allora avrebbe fatto molto meglio a non cercare di scappare: le galere italiane sono sempre un’alternativa migliore alla giustizia sommaria di chi arriva da un paese che per legge ha la pena di morte per un’ampia gamma di delitti, e la applica senza risparmiarsi, figuriamoci quelli che sono fuorilegge.

Ora speriamo che i nostri investigatori acchiappino almeno il complice. Così ci sarà una parvenza di giustizia – all’italiana – in questo delitto che ha toccato molte corde sensibili. Tra un quattro o cinque annetti forse si avrà una prima sentenza. Che potrà esser ribaltata in appello. Indulti e amnistie. Correità con uno che non si può difendere perché regolarmente defunto, con conseguenze comodo scarico di responsabilità sul morto. Dieci anni di gattabuia a dir tanto.

Allora, coniglio in fuga: meglio costituirsi o farsi trovare da chi è abituato che i processi durano quindici giorni – in tribunale – e venti minuti se il P.M. è un boss di una triade?

Conigli 3.
Isola del Giglio. Vada a bordo cazzo. Diventerà un tormentone. La voce autorevole, forte, irrefutabile del Comandante De Falco (questo sì meritevole del grado, e con la ci maiuscola) che intima, da vero militare, al conigliante Schettino di fare il suo dovere, ossia tornare subito a bordo della nave che indegnamente presiedeva e che ha abbandonato al suo destino quando era ancora piena di passeggeri. Che disgusto. Una volta i veri comandanti affondavano con la nave. Forse era retorica patriottarda, forse non sempre gli eroismi saranno stati autentici e volontari, ma solo causati dall’impossibilità di salvarsi. Ma allora c’erano davvero stirpi di uomini per cui l’onore valeva più della propria stessa vita. Capitani coraggiosi.

Invece oggi ci rendiamo tristemente conto che la vigliaccheria, il prima io poi gli altri se ce la fanno, e se no che crepino, l’abuso di titolo e di credulità popolare imperano. Di parole ne sono state spese sin troppe, nei confronti di questo ignobile marinaio con molto meno coraggio di certi suoi subalterni che hanno invece dimostrato valore, abnegazione e sprezzo del pericolo, restando a bordo finché c’erano dei passeggeri e dei colleghi da salvare.

Basta parlare di conigli: io voglio fare un plauso al Comandante De Falco. So che non è possibile, ma se mai un giorno decidessi di fare una crociera, o anche solo di prendere un traghetto, mi piacerebbe che al timone ci fosse Lei. O almeno uno che da Lei ha preso il cipiglio, le certezze e il senso del dovere. Cazzo.


La buona Stella – 2a parte

Ecco la parte migliore della classifica. La prima puntata la trovate qui.

Il quarto posto degli Stella Awards va a Jerry Williams di Little Rock, Arkansas. Ha ottenuto 14.500 $ più le spese mediche per un morso al sedere affibbiatogli dal cagnetto beagle del vicino di casa – nonostante che il beagle fosse alla catena, nel proprio giardino cintato da una palizzata.

Sentite questa: Williams aveva chiesto ben di più. Ma la giuria ha ridotto la cifra, ipotizzando (ma va’??) che forse il cane era stato provocato. Jerry infatti aveva scavalcato la recinzione, entrando nel giardino del vicino, ed aveva sparato ripetutamente con una pistola ad aria alla povera bestiola.

Che dire? Soltanto peccato che il buon beagle abbia sbagliato lato. Un morso altrettanto efficace nelle zone anteriori corrispondenti al sedere avrebbe sortito effetti più convincenti – e permanenti – nell’odioso impallinatore di cani.

Terzo posto a Amber Carson di Lancaster, Pennsylvania. Un tribunale ha condannato un ristorante di Philadelphia a pagarle 113.000 $, per essersi rotta l’osso sacro scivolando su una bevanda versata sul pavimento del locale.

Volete sapere perché la bibita era sparsa per terra? La signorina Carson, trenta secondi prima, l’aveva buttata in faccia al fidanzato durante un litigio. Chi è causa del suo mal... in America non piange, ride sventolando mazzette di fruscianti bigliettoni da cento dollari.

Secondo posto a Kara Walton di Claymont, Delaware, che ha citato il proprietario di un nightclub perché è caduta dalla finestra del bagno, spaccandosi due denti incisivi.

Sebbene la subdola ma maldestra Kara stesse cercando si svignarsela dal finestrotto del bagno per evitare di pagare il conto della serata, la giuria ha stabilito che il padrone della balera dovrà pagarle 12.000 $ di risarcimento. E – naturalmente – il conto del dentista.

Squillino le trombe per la vincitrice dello Stella Award! La signora Merv Grazinski di Oklahoma City, Oklahoma ha acquistato un bel camper Winnebago da 10 metri, praticamente un autobus travestito da alloggio. Nel viaggio inaugurale, al seguito della squadra di football di cui è fan, una volta sull’autostrada, ha impostato il cruise control (il dispositivo, poco conosciuto in Italia, che mantiene costante la velocità della vettura, esentando dall’esiguo sforzo di premere l’acceleratore i già pigri guidatori di auto senza frizione perché col cambio automatico) sulla velocità di 90 km/h.

E poi ha pensato bene di lasciare il posto di guida (a cosa serve se no il cruise control??) per andare nel retro a prepararsi un buon sandwich. Stranamente il camper si è schiantato fuori dell’autostrada, capottandosi.

Indispettita da questo sorprendente comportamento del mezzo, la signora Grazinski ha subito chiamato in giudizio la Winnebago per non aver scritto nel manuale del camper che non era consentito lasciare il volante per dedicarsi ad altre attività ricreative mentre il cruise control era attivo. Povera donna, ingannata dai troppi film dove si vedono comandanti di aerei inserire il pilota automatico e poi lasciare la cabina di pilotaggio per andare a fare la corte alle hostess!

Tenetevi forte: il tribunale di Oklahoma City le ha riconosciuto un indennizzo di UN MILIONE E SETTECENTOCINQUANTA MILA DOLLARI … più un camper nuovo di zecca!!

La Winnebago dopo la sentenza ha rifatto i manuali dei propri camper. Non si sa mai. Qualche parente della signora Grazinski potrebbe decidere di comprarne uno!


Prima pubblicazione : 8 novembre 2009

lunedì 16 gennaio 2012

La buona Stella

La buona Stella premia gli imbecilli. O no? In questo caso pare siano i furbi ad essere premiati, e gli imbecilli devono essere altri. Negli Stati Uniti, la terra più litigiosa al mondo, ogni anno si gratificano degli Stella Awards le sentenze più stravaganti emesse dai tribunali.

Il nome deriva dell’archetipo delle cause strampalate: tempo fa l’arzilla ottantenne americana Stella Liebeck ha vinto una causa intentata contro McDonald per essersi scottata con del caffè bollente. Sapete che gli americani hanno la divertente abitudine di bere il caffè in macchina. Si suppone che l’ottuagenaria guidasse una vettura all’antica, priva degli alloggiamenti rotondi per appoggiare il bicchierone di carta. Come ha fatto Stella a bruciarsi? Mentre era al volante, per raffreddare la bevanda, ha cercato di togliere il coperchio stringendo il contenitore tra le ginocchia. Chi l’avrebbe mai immaginato che uno rischiava di ustionarsi, con questo gesto? Eppure una giuria le ha dato ragione, imponendo alla venditrice di tali pericolosi prodotti di pagare i danni. Da allora i coperchi delle bibite sono impreziositi dalla scritta: Attenzione! Il contenuto può ustionare, se bevuto o versato addosso. Ma non divaghiamo, che la quasi infinita teoria di avvisi bizzarri esposti sulle merci americane merita un racconto a sé stante.

Ecco dunque la classifica degli Stella Awards dello scorso anno.

Settimo posto alla signora Kathleen Robertson di Austin, Texas. Le sono stati riconosciuti 80.000 $ per essersi rotta una caviglia inciampando in un bimbetto che correva in un negozio di mobili.

Il proprietario del negozio è rimasto comprensibilmente sorpreso da tale verdetto, in considerazione del fatto che il bimbo in questione era il figlio di Kathleen.

Sesto posto a Carl Truman, diciannovenne di Los Angeles, California. Il suo vicino di casa è stato condannato a pagare 74.000 $ più le spese mediche, per avere schiacciato una mano a Carl con la sua vettura.

Pare che il birichino ma disattento Truman non si fosse accorto che c’era qualcuno al volante della Honda del vicino, a cui stava cercando di rubare i copri-cerchi dalle ruote della macchina.

Quinto posto a Terrence Dickson, di Bristol, Pennsylvania. In procinto di lasciare una casa che aveva appena finito di svaligiare, si è trovato davanti alla porta automatica del garage che si rifiutava di collaborare, aprendosi. Nel frattempo, anche la porta di collegamento alla casa si era richiusa, imprigionando lo sfortunato malfattore. Costretto a sopravvivere per otto giorni con una cassa di Pepsi e un sacco di crocchette per cani, Terrence ha avuto la brillante idea di citare l’assicurazione del padrone di casa, lamentando di aver subito un’ingiusta sofferenza mentale.

Controllate bene che la porta del vostro garage funzioni regolarmente: la giuria ha sentenziato che l’assicurazione deve pagare al ladro Dickson – siete pronti? – 500.000 $, per l’angheria sopportata. Mezzo milione di dollari per una settimanetta a Pepsi e Ciappi? Alzi la mano chi non ci starebbe.


La classifica continua domani, con i contendenti più meritevoli!


Prima pubblicazione : 7 novembre 2009

domenica 15 gennaio 2012

Rosso di sera...

È quell’ora dalle luci fatate, appena prima di buio, quando il cielo, tornato sereno dopo uno scroscio pomeridiano, offre un arcobaleno di colori. E i lampioni aranciati, con i candidi neon dei banchi, si specchiano sul lastricato bagnato, allungando le ombre dei rari passanti.

Piazza del mercato, Viareggio


sabato 14 gennaio 2012

Tenacia

Quando vi domandate quale sia il segreto dei cinesi, del loro successo planetario, della forza collettiva che dimostrano con i fatti e con i numeri della loro economia, cercate la risposta in questo filmato. La voglia di non smettere di lottare. Anche quando tutto sembra ormai perduto e impossibile da recuperare. La sconfitta non è un’opzione accettabile. Il gioco di squadra premia. Ognuno dà il massimo, e spesso anche di più.

Lo dimostrano queste ragazze sul campo. E se tutti fanno come loro, allora i cinesi non sono da criticare: sono da imitare.

Campanelli

D’antan. Quando ancora non c’era la corrente elettrica, nei palazzi gentilizi avevano già trovato la maniera di suonare in forma mirata, all’uscio giusto, evitando il dozzinale, comunitario batacchio sulla porta. E guai a chi mi dice che i bisnonni erano arretrati...

Via Fillungo, Lucca



Continua... qui.

venerdì 13 gennaio 2012

Canto XXXIII

La bocca sollevò dal fiero pasto. Come ricorda la targa, non è il palazzo originale. Ma la Torre dei Gualandi, in cui fu rinchiuso il conte Ugolino della Gherardesca, sorgeva proprio in questo punto. Le possenti e immortali parole di Dante ne hanno fatto un’icona della crudeltà umana: e se non piangi, di che pianger suoli?

Piazza dei Cavalieri, Pisa



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giovedì 12 gennaio 2012

Mafia S.p.A.

Stamani, aprendo la posta elettronica, trovo una mail da un amico australiano. Una parola nell’oggetto attrae immediatamente la mia attenzione. Una parola che non ti aspetteresti mai da qualcuno che ti scrive di solito per parlare di noiose questioni contabili, fatture, pagamenti, anticipi, dare e avere. Questa parola è Mafia, proprio così, con la emme maiuscola.

Ecco come ci descrive ai suoi lettori il giornalista Nick Squires, corrispondente a Roma di The Age, giornale numero uno di Melbourne. Un quadro impressionante, per le cifre enunciate e per la freddezza analitica con cui parla di un fenomeno in piena espansione e dalla salute ferrea, al contrario di tutto il resto d’Italia.


La mafia è la più grossa azienda italiana, con un giro d’affari di 140 miliardi di euro, stando ad un autorevole rapporto.

I quattro gruppi costituenti la mafia sono usciti dalle loro tradizionali roccaforti e si sono diffusi in tutto il paese, sfruttando la crisi economica per accaparrarsi aziende malridotte e beneficiare dalle attività di usura.

Hanno a disposizione un patrimonio di 65 miliardi di euro di cartamoneta e profitti annuali per 100 miliardi, pari al 7% del PIL italiano, secondo uno studio fatto dalla Confesercenti.

Il tipico mafioso non è più un delinquente con mitra in spalla, ma un furbo uomo d’affari con lo smartphone ed una sofisticata conoscenza della finanza. La Mafia SpA è la prima banca italiana, con una liquidità di 65 miliardi, dice il rapporto chiamato La morsa della criminalità sul business.

Con la crisi le banche sono riluttanti a concedere prestiti, e la mafia ne ha tratto vantaggio, quando i disperati bisognosi di finanziamenti si sono rivolti a strozzini che chiedono tassi di interesse da usura.

Marco Venturi, presidente di Confesercenti, dichiara che lo strozzinaggio portato dalla crisi economica è diventato un’emergenza nazionale. Dalle nostre stime, nel 2010 l’usura ha costretto a chiudere 1800 aziende, con la perdita di migliaia di posti di lavoro.

I proprietari di piccole aziende con margini di guadagno ristretti e basso cash flow sono i più vulnerabili: più di 200.000 sono stati vittime di usurai. Ma hanno anche subito estorsioni, quando non direttamente rapine – per una media di un crimine al minuto.

L’influenza della mafia non si fa solo sentire nelle città più tradizionalmente note per tale fenomeno, come Palermo e Napoli, ma anche sempre di più nel ricco nord.

La Conferercenti, portavoce di 270.000 aziende medio-piccole, ha dichiarato che il nuovo governo tecnico di Mario Monti deve aiutare le imprese “a riguadagnare il territorio occupato dalla Mafia”.

Ma sarà una battaglia difficile. Il crimine organizzato controlla tutto, dalle scommesse clandestine all’edilizia, fino allo smaltimento dei rifiuti sia industriali che urbani.


Non c’è davvero di che essere allegri. Che dire? Visto che ogni tanto qualcuno sembra dimenticarsi che la mafia esiste e prospera, o magari a qualcuno fa comodo che l’italiano medio creda alle favole, allora grazie a Nick per questo prezioso promemoria. Se no, per cosa sono morti Falcone, Borsellino e tutti gli altri uomini di legge e giudici ammazzati dalle lupare e dalle bombe di mafia?


Hacked IRL

Ossia Hacked In Real Life. Per i non addetti ai lavori, modificare qualcosa nella vita reale, in opposizione a quanto fanno gli hacker informatici, che si inseriscono e spesso modificano la funzionalità di software, computers e servers. Ecco un geniale e divertente esempio di hacked IRL, applicato su un segnale stradale di pericolo. Riuscite a riconoscere l’originale dalle spiritose aggiunte a pennarello?

Lungo Canale Burlamacca, Viareggio



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mercoledì 11 gennaio 2012

Colazione da Tiffany

Non è proprio così. Ma i piccioni, festosi, gradiscono lo stesso lo spuntino offerto loro da una mano amica. E fiduciosi ivi si cibano direttamente, senza temere trappole, che spesso invece gli uomini hanno in serbo per loro. Questa volta, o buona fanciulla, per fortuna no.

Piazza Napoleone, Lucca



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martedì 10 gennaio 2012

Chi l’ha visto

Ruberie all’aeroporto. Un nuovo giallo di Agatha Christie? Poirot si aggiorna, passando dagli affascinanti treni d’epoca a nuovi e più moderni mezzi di trasporto? No. È solo un titolo eclatante dell’edizione on-line del quotidiano di Singapore.

La polizia chiede collaborazione ai cittadini, per risolvere dei casi di furti, appunto al Changi Airport. Se una tale notizia vi fa pensare a scaltri predatori di valigie con tanto di falso bagaglio senza fondo, alla Totò, oppure a disonesti addetti ai nastri che sottraggono beni di valore dagli indifesi colli di ignari viaggiatori (Malpensa docet), o ancora a leggiadri borsaioli, pronti a sfilare portafogli gonfi di pregiate valute straniere a stremati passeggeri in arrivo da chissà dove, beh, vi sbagliate.

La Legge cerca questi due malfattori, sorpresi dalle telecamere a sgraffignare qualche oggetto dagli scaffali dei piccoli supermercati aeroportuali. Chiunque li riconoscesse è invitato (ed è di quegli inviti che suonano molto simili a ordini) a telefonare al numero verde 1800-255-0000. Nemmeno difficile da ricordare. Non avete proprio scuse di sorta: non si paga neppure la chiamata.

E ricordatevi: low crime doesn’t mean no crime.

Capite perché li ho definiti, giusto di recente, dei perfezionisti?


Riflessi

Lame di luce gettate in Arno dalle finestre.

Lungarno Pacinotti, Pisa



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sabato 7 gennaio 2012

Perfezionisti

Gran parte delle nazioni del mondo si leccherebbero i baffi ad avere i record di sicurezza e di livello di crimine di Singapore. Invece quegli eterni perfezionisti non si accontentano mai. E fanno bene. Perché solo attraverso il costante impegno, il diuturno esercizio della giustizia – con puntualità ed equità, e soprattutto senza i soliti privilegiati che posson sempre farla franca perché contano qualcosa ed hanno gli amici nei posti giusti – si riesce a mantenere quell’invidiabile primato della città-stato detta la Svizzera d’Oriente.

Low crime doesn’t mean no crime. Poco crimine non equivale a niente crimine. Non nascondere la testa nella sabbia come gli struzzi, suggerisce graficamente il manifesto della campagna pubblicitaria governativa applicato su un taxi. Stai all’occhio. E i cittadini eseguono alla lettera. Se accade qualcosa di anormale chiunque è pronto a telefonare alla polizia, per segnalare un comportamento illegale, un pacco sospetto in un luogo pubblico, anche un evento veniale, che da noi susciterebbe l’ilarità dei gendarmi e l’invito a disturbarli per cose più serie.

Trovo straordinario questo non accontentarsi, il non sedersi sugli allori, il volere solo e sempre il meglio per se stessi e per i propri concittadini, da parte degli amministratori di Singapore. Poco crimine è pur sempre un crimine, e non ci basta. L’acquiescenza alla piccola malefatta è il primo passo verso l’accettazione di comportamenti criminali peggiori.

Non ho mai avuto occasione (non so se dire per fortuna) di far conoscenza con un giudice di Singapore. Almeno socialmente mi sarebbe piaciuto, però. Perché se sono tutti così convinti della loro missione come il giovane giudice distrettuale Marvin Bay, allora sono un esempio per qualsiasi magistrato al mondo. Vestito con tuta, mantello rosso e cappello, Captain Justice, supereroe sconfiggi-crimine, ha recitato la parte davanti ad una trentina di bambini partecipanti ad un programma filantropico mirato a migliorare l’istruzione e a prevenire la delinquenza giovanile. Ha cantato la canzone “Capitan Giustizia arriva in città” e a distribuito piccoli doni agli spettatori in erba. Alla fine ha consegnato un assegno di cinquemila dollari, soldi raccolti tra il personale dell’Ente Giustizia Civile, ai rappresentanti del benefico sodalizio.

Forse gesti come questo susciteranno dei sogghigni da parte di qualcuno in Italia. Ma è sapendo comunicare con i cittadini del domani, creando in loro un senso di fiducia e di complicità, non di soggezione e diffidenza, che si gettano le fondamenta per una società che vuole continuare a vivere rettamente. E se il giudice Marvin Bay non si vergogna a travestirsi da supereroe per perseguire la sua missione, lode a lui.

Di quanti Marvin avremmo bisogno in Italia, per tentare di iniziare a renderla una nazione civile? OK, come non detto. Non basterebbe l’intera popolazione di Singapore. Perché se ognuno di noi non ha dentro di sé i semi dell’onestà e dell’orgoglio della propria missione, nemmeno un esercito di supereroi ci trasformerà mai in una società sana.

venerdì 6 gennaio 2012

Medioevo? Oggi!

Una micidiale miscela di ignoranza, superstizioni e mancanza di valori morali.

Merce di scambio. Un padre venticinquenne dell’Andhra Pradesh (India) ha sottratto il figlio di quattro mesi alla madre ed ha cercato di venderlo per 300 rupie (meno di 5 euro) per pagarsi il vizio del bere. La polizia, messa in allarme dalla donna, si è presentata sul luogo del vile commercio. Il compratore e l’indegno padre sono scappati, abbandonando la creatura che è stata così restituita alle cure materne. I due rimangono latitanti.

Indifferenza punita. Un uomo cinese ha ignorato (come troppo spesso accade laggiù per una qualsiasi disgrazia in corso) le urla di richiesta di soccorso da parte di un bambino di sei anni in procinto di affogare, ed ha proseguito il suo cammino come se nulla fosse.

Doppiamente indegno. Perché il bimbo, che è poi annegato, è risultato essere suo figlio.

Invece di flagellarsi per la sua criminale ignavia, l’infame individuo ha pensato bene di sfruttare la situazione, citando in giudizio il locale comitato (si suppone per la mancanza di protezioni che impedissero al figliolo di cadere in acqua) e chiedendo una compensazione di quasi sessantamila euro (che sono una cifra piuttosto ragguardevole in buona parte della Cina).

Il tribunale ha respinto la sua richiesta. Dovrebbe esistere una legge – da noi si chiama omissione di soccorso – che punisce fatti del genere. Invece pare ci si debba accontentare che questo ignobile essere umano non sia stato premiato con un cospicuo gruzzolo, ottenibile tramite lo sfruttamento della morte del proprio figlio. Occorrono altri commenti?

La prova della purezza. Una donna di 37 anni di un villaggio dell’Andhra Pradesh (ancora lì...) è stata accusata dal marito di essergli stata infedele. Invece di risolvere la cosa parlandone, o eventualmente andando in tribunale, la soluzione della spinosa questione è stata lasciata al locale consiglio degli anziani. Il quale ha deciso che la supposta fedifraga, per provare la propria fedeltà al marito, doveva sottoporsi ad una prova tradizionale (la cui accuratezza è scientificamente convalidata da secoli di caccia alle streghe): immergere le mani in acqua bollente.

Ora la sposa – con gravi ustioni alle mani – ha superato il test, ed il marito può finalmente dormire sonni tranquilli: non è cornuto. Il vecchi bacucchi che hanno ordinato questa criminale imbecillata si sono giustificati affermando che questo è un rituale tipico, comune nella loro casta.

Sacrifici umani. Due uomini sono stati arrestati nell’India centrale, in relazione all’uccisione di una bambina di sette anni. Il suo corpo, privato di alcuni organi interni, è stato trovato ad una settimana dalla sua scomparsa.

La polizia ha finalmente messo le mani sugli assassini, rei confessi. I due, poveri agricoltori ignoranti, hanno ammesso di aver rapito una bambina a caso, sacrificandola ai loro dei per ottenere dei raccolti migliori.

Tutto questo senza neppure la scusa di esser stati ispirati dal film Apocalypto.


Che ci crediate o meno, queste notizie non sono tratte da qualche arcaica leggenda tramandata oralmente fino ai giorni nostri. Sono fatti riportati dalle cronache degli ultimi sei giorni. Siamo nel 2012, ma gli ultimi seicento anni – in certi posti del mondo – sono trascorsi invano. Bentornati nel medioevo.


giovedì 5 gennaio 2012

Il principe (seconda puntata)

Due anni fa avevo scritto una pubblica missiva a Emanuele Filiberto di Savoia, quando le sue incombenze si limitavano a pubblicizzare dei prodotti, e non era ancora apparso in spettacoli di canzonette né – tanto peggio – in reality di dubbio gusto. Notizia di oggi, il rampollo della Casa Reale si è presentato a Jesolo, per un imminente programma intitolato “Principianti”, travestito da operatore ecologico, per aspirare liquami dalle fogne. Usque tandem, E.F.?

Prìncipe, e i princìpi?

Mi ha procurato una sensazione strana e quasi indefinibile vedere l’immagine di Emanuele Filiberto esibita in un centro commerciale. Perché al polso, ben in vista, sfoggiava un orologio, inequivocabile soggetto della campagna pubblicitaria e ragione della presenza del principesco volto in tale incongruo contesto.

Questo apparentemente insignificante episodio mi ha continuato a girare nella testa per qualche giorno. Allora mi sono detto, se è così, fermati e riflettici su. La marca in questione mi era fino a quel momento totalmente sconosciuta: necessitava di un nome illustre per essere lanciata? Mi sono chiesto: cosa spinge una persona come Lei a prestarsi a tali plebee incombenze? Perché non lascia queste ostensioni da poster sui viali o da pagina sulle riviste a calciatori, veline, subrettine, mezze calzette televisive e altra fauna assimilata, la cui faccia da video vende perché è il pubblico drogato di televisione quello che poi compra le merci reclamizzate dai propri beniamini?

Che ci fa lì Lei, accordo di Stradivario in mezzo ad una stonatissima cacofonia di ritornelli burini e sguaiati?

E mi sono domandato ancora, di che cosa vive un principe senza trono? È dalle pubblicità che trae i proventi per la sua esistenza, certo non da metalmeccanico? È questa comparsata un bisogno, o uno sfizio, o una regale, magnanima cortesia ad un amico imprenditore in cerca di un viso speciale?

Che Le piaccia o no, Lei fa parte della Storia. È l’ultimo erede di Casa Savoia e, se gli italiani avessero votato appena un po’ differentemente una sessantina di anni fa, Lei oggi studierebbe da Re. Davvero ritiene che l’apparire in televisione in trasmissioni danzerine e fare da testimonial ad una marca di segnatempo La facciano diventare magicamente “una persona normale”? Uno che si incontra per la strada e gli si dice, dai, andiamo a bere qualcosa insieme?

Emanuele Filiberto: Lei è una persona inconsueta, già a partire dal nome. Un nome che evoca battaglie, sciabole sguainate e ringuainate, guerre e paci, conquiste ed armistizi, parlar francese di corte e sposalizi con altre nobiltà europee. Le statue dei Suoi padri troneggiano su piazze e incroci a Torino ed altre città d’Italia. Accetti questo fatto: non è un giovane qualsiasi, né lo sarà mai.

L’ho vista qualche tempo fa in televisione, non ricordo in quale dibattito, e mi è piaciuto molto, ma molto davvero, il Suo atteggiamento intransigente nei confronti di un giornalista che cercava di buttare sullo scandalistico i gusti del suo augusto nonno, il Re di Maggio Umberto II. Bravo, ho pensato. Non accetti provocazioni, in un momento in cui lo schiamazzo, il ludibrio, la ricerca della corruzione non risparmia neppure chi avrebbe diritto al silenzioso rispetto dovuto ai morti. Anzi, difenda la memoria di un Signore, di quei rari tali che meritano la esse maiuscola.

Ora La ritrovo su quel manifesto, senza dubbio ben studiato, nulla di pacchiano, per carità, ma con un esplicito intento affaristico. E – senza pretesa alcuna di dar lezioni di morale a chicchessia, e men che meno a Lei – mi interrogo: è questo un segno dei tempi? È dunque normale che un principe si dedichi alla pubblicità, al pari di un qualsiasi anonimo indossatore pescato in un catalogo di visi fotogenici da qualche agenzia – notoriamente non alla ricerca di teste pensanti, ma solo di facce che vendano i prodotti dei suoi committenti? Dobbiamo rassegnarci al fatto di vederLa canticchiare a Sanremo, ballare in televisione, offrire il Suo polso a oggetti da reclamizzare?

E se infine, in un’inopinata pulsione di democraticità, decidesse mai che vuole spendere un po’ del Suo tempo per rispondere ad un ordinario cittadino che ha avuto l’ardire di indirizzarLe una missiva con delle domande, sappia che non sono io, comune italiano, a porGliele. Sono tre generazioni della mia famiglia: un bisnonno che combattè a Curtatone e Montanara con in testa il sogno di fare l’Italia, un nonno che fu in Libia nel ’12 e poi comandò le nostre truppe contro gli austriaci nella Grande Guerra, e da questa uscì ferito, un padre che, giovanissimo ufficiale, combattè la stessa Grande Guerra e poi entrò in Addis Abeba nel ’36, alla guida degli Ascari e del suo reggimento di artiglieria. Questa gente giurò fedeltà alla famiglia dei Suoi avi, spronò soldati al grido Savoia!, si battè per un’Italia la cui bandiera recava lo stemma della Sua casata, ebbe medaglie per l’ardimento dimostrato sul campo di battaglia.

Dunque non sono io che Le pongo, spero con rispetto, quelle domande. Sono loro.


Prima pubblicazione : 22 gennaio 2010

mercoledì 4 gennaio 2012

Best. Pub ad. Ever.

Geniali: come si fa a non adorare gli australiani? Stagione estiva, temperature desertiche nel nord del Queensland. Dentro al pub c’è l’aria condizionata. Ma voi cosa scegliereste, dopo un invito del genere?

Fuori, 47°. Dentro, 26°. Birra, 0,2° - fate voi.


lunedì 2 gennaio 2012

… e mostri di oggi (2)

Non c’è bisogno di andare in giro per il mondo (anche se aiuta) per trovarsi con degli interrogativi irrisolti. Quante volte vi è capitato di incrociare qualcuno per strada, magari fissarlo un attimo di troppo, fino a suscitare la sua risentita attenzione, mentre vi state chiedendo: ma chi mi ricorda questo? Lo conosco o assomiglia solo a qualcuno di mia conoscenza?

Mi è successo proprio di recente, sotto i portici di Cuneo, per Santo Stefano, mentre annusavo l’aria frizzante prediletta da Giorgio Bocca. Per un po’ ho camminato accanto ad una signora minuta, di carnagione appena bruna, forse sudamericana, che mi ha attivato il processo mentale di identificazione: ma chi è?

Solo dopo qualche istante ho deciso che non la conoscevo. Apparteneva a quella tormentata specie di esseri umani che, ad un certo punto della loro vita, forse scontenti di se stessi, certo con qualche condizione più da lettino dello strizza che da bisturi, decidono di iniziare un irreversibile (e talora ossessivo) processo di chirurgia estetica facciale.

Con le parole del grande Michele Serra, quando narrava degli americani e della loro mania per la chirurgia estetica: ci sono dei vecchi che sono bellissimi (sottinteso: al naturale). E questi vecchi sono belli perché portano scritto in faccia tutto quello che hanno passato nella loro vita. Un viso come un atlante da leggere.

L’incapacità di accettare il trascorrere del tempo porta tanta, troppa gente a voler assomigliare ad un se stesso che fatalmente non c’è più. Quanti Dorian Grey ci sono al mondo? A me incontrare un vecchio con il volto rugoso dà sensazioni di conoscenza, di esperienza, di vita vissuta appieno, mentre mi inquieta sommamente imbattermi in donne che spianano brutalmente ogni asperità, ogni segno, ogni riga del viso a colpi di botox o con iniezioni di silicone. Droga per i fissati dell’immagine, altrettanto venefica e pericolosa di quelle che si iniettano in vena e regalano paradisi artificiali, pronti a svanire al termine del viaggio, lasciando il posto a desolanti realtà da rinnegare con la prossima dose.

Mi chiedo, senza trovar risposte: ma si piacciono queste persone? Davvero si ritengono migliori, più belle, con quelle facce omologamente e innaturalmente gonfiate, con quegli occhi strizzati e quegli zigomi prominenti? E che dire di quei labbroni che vorrebbero esser sensuali ed invece – mio parere, per carità – cadono spesso nel ridicolo? C’è mai qualcuno, nei circoli frequentati da questi adepti del bisturi, che ha la franchezza, l’ardire, l’onestà di dirgli in faccia quello che pensa, invece di cinguettar loro ipocritamente, ma come stai bene, sembri vent’anni più giovane, ehhh, proprio soldi ben spesi...

Preferisco la mia bruttezza, originale perché unica, le rughe, le imperfezioni di una pelle che ha affrontato e resistito a ormai più di cinque decenni, alla omogenea bellezza artificiale, anonima perché ripetuta all’infinito, sempre con gli stessi orripilanti risultati estetici. I McDonald’s delle espressioni: dovunque tu sia, sono sempre uguali a se stesse.

Signore – e signori – specchiodipendenti: imparate ad accettarvi. Perché se no siete destinati al club degli omologhi, dalla stessa identica, finta, plastificata faccia da senza età. Per non parlare del cervello.


Prossime puntate della serie (ma non so quando usciranno!):
- Il riporto.
- Gli eterni abbronzati.


domenica 1 gennaio 2012

Mostri di ieri (2)…

Voglia di riposo, dopo un anno viaggiato intensamente. È l’ora di scorrere ricordi e immagini che non hanno ancora trovato una propria via sul foglio. Non sempre il racconto è immediato. Ma se l’episodio ha lasciato delle tracce nella memoria, prima o poi la storia prende forma. È solo questione di tempo a disposizione e di calma interiore.

Mostri di ieri. Non vuole essere offensivo, anzi, al contrario. Monstrum nel senso latino. Due settimane fa si è concluso il ventesimo campionato mondiale di pallamano femminile. Di quegli sport di nicchia che vedi di sfuggita una volta all’anno in televisione. Ma quando ti ritrovi, per certe straordinarie combinazioni della vita, di tanti posti dove potresti trascorrere una settimana, proprio nello stesso albergo di San Paolo che ospita tutte le nazionali partecipanti alla fase finale del torneo, allora capisci molte cose.

Per esempio che, contrariamente agli spocchiosi divi del pallone maggiore, le giocatrici di varie nazioni possono – e sanno – convivere pacificamente, quando non allegramente, nello stesso angusto spazio di un albergo, per una settimana, senza venire alle mani e senza mettere a soqquadro lo stesso con risse da osteria. Eppure le stesse, una volta sul campo di gara, di sicuro non fanno cerimonie (alcune foto parlano da sole della fisicità di tale disciplina).

Incontrare ogni giorno in ascensore un campionario di ragazze perennemente in tuta, la maggior parte delle quali ti osservano dall’alto della loro notevole stazza, e scoprire che varie sono spigliate e sorridenti, altre riservate, alcune addirittura timide, rincuora. Ci sono ancora sport dove, anche ai massimi livelli mondiali, le atlete non sono altezzose semidee irraggiungibili dai comuni mortali.

Il sabato mattina prima della finale tra Francia e Norvegia, poi vinta dalle baldanzose vichinghe, nei giardinetti dell’albergo era tutto un brulicare di interviste, chiacchierate semiconfidenziali, foto di rito delle future campionesse. Giornaliste al femminile, microfono o taccuino in mano, che sondavano il terreno con le atlete. Ma l’atmosfera era rilassata, ai limiti della rimpatriata tra vecchie amiche che si ritrovano – toh, che combinazione – all’estero, a diecimila chilometri da casa, dove fa freddo e c’è la neve, e qui invece si sta in maglietta, shorts e ciabatte infradito. Poteva il piccione viaggiatore perdere una simile occasione per ficcare il suo curiosissimo naso? Non poteva. L’unico che mi ha guardato storto, come se la mia macchinetta dilettantesca potesse in qualche maniera minacciare i suoi costosi e prezzolati scatti, è stato un fotografo ufficiale. Le ragazze erano serene, si percepiva confidenza in se stesse e semplicità. Eccole qui, le campionesse del mondo di pallamano. Sono come vorremmo che tutti gli atleti fossero.

Stature. Una monumentale giornalista intervista una giocatrice. Sullo sfondo, mentre un’altra atleta ripassa schemi, una reporter formato barbie (per taglia e graziosità) è a caccia di un pezzo da scrivere.

Cose da bionde. La stessa scena vista dal lato opposto. Anche il tecnico di ripresa è una fanciulla dalla vezzosa coda di cavallo platinata. In due parole: emancipazione femminile all’atto pratico. Non abbiamo bisogno di uomini, facciamo tutto tra di noi.

Chi ti ha autorizzato?... sembra dire lo sguardo torvo del sospettoso fotografo. L’unico che ha obiettato – senza peraltro confrontarmi – alla mia presenza in mezzo a questa dovizia di campionesse sportive.

Confidenze. La barbie ha trovato la sua preda. Una rara norvegese castana che, rilassatamente accomodata sul pratino, le concede quattro indiscrezioni. La bambolina scrive frenetica sul notes a spirale, missione compiuta, articolo fatto. Per fortuna sono sedute: barbie può guardare la sua atleta diritta negli occhi.