domenica 20 gennaio 2013

Best. Notice. Ever.

Ci sono mille maniere di ricordare alla gente le regole della buona educazione. Formali. Burbere. Ammonitrici. Minacciose. Sporadicamente spiritose, perché se anche l’intenzione sarebbe di fare i simpatici ed esser divertenti, nella speranza infine di venire ascoltati, i risultati sono spesso deludenti. Mica tutti sono dei comici nati.

Raramente mi è capitato di imbattermi in un cartello arguto come questo. Visto all’uscita del palazzetto dello sport di Saluggia, piccolo paese al confine delle risaie vercellesi. Un bravo all’anonimo, originale spirito che lo ha coniato.





sabato 12 gennaio 2013

giovedì 3 gennaio 2013

Preghierina per un anno migliore

Caro 2013, vorrei che facessi, come per incanto, scomparire:

I piatti da pizza della Juventus. Per favore. Non se ne può più di queste serie monotematiche da lobotomizzati del calcio. Borse, borselli e borsoni. Portafogli, cintole, sciarpe, magliette e mutande. Ora perfino i piatti da pizza. Almeno quando mangio l’allegra vivanda partenopea vorrei non esser costretto a pensare alle domenicali tenzoni che tengono col fiato sospeso l’italiano medio. Ma poi davvero volete dirmi che c’è chi si mette in casa – e magari mostra orgoglioso agli amici – la serie completa dei piatti da pizza della Juventus? O tempora o mores.


Le usuali giaculatorie dei giornalisti circa le multe aumentate. Con la divertente chiosa: capodanno amaro per gli automobilisti. Spiegatemi perché amaro. Per me è molto più amaro leggere che ci sono ancora morti e feriti da botti. Che si stanno studiando nuove tasse che colpiranno come sempre i soliti noti. Che si continuano a scoprire nuove ruberie dei politici e nessuno paga come dovrebbe. Questo è amaro.

Le multe non sono una gabella obbligatoria. Vi spiego una cosa meravigliosa che deve essere sfuggita ai più: per evitarle basta seguire i dettami del codice della strada. Le cinture ci sono per essere indossate. I limiti di velocità non per impedire la libera espressione dei cavalli contenuti nel proprio vano motore, ma per ridurre morti e feriti che alla fine pesano – anche economicamente – sulla comunità. Io, e voi onesti lettori, paghiamo le tasse anche per soccorrere e curare gli imbecilli che bevono come spugne e poi si spetasciano contro gli alberi, poveri vegetali innocenti. O contro altri innocenti bipedi che hanno la sola colpa di trovarsi sullo scriteriato percorso di un ubriacone al volante.

I semafori rossi, i limiti – sempre troppo lassisti – di tasso alcolometrico nel sangue, i segnali di stop sono tutti lì non per succhiare soldi ai guidatori. Son lì per esser rispettati. Altrimenti pagate. Fosse per me, cari furboni che sorpassate senza visibilità, che parlate e gesticolate al telefono mentre guidate, che avete preso l’autostrada per la pista di Monza, che dite cosa vuoi che sia un goccetto in più, dovreste sborsare dieci volte quello che vi costa oggi trasgredire. Forse alla fine imparereste a rispettare il codice della strada. E con esso, gli altri utenti della strada. Ma chiedere agli italiani di rispettare il prossimo è impresa disperata. Per non dire inutile.


Le ipocrisie delle pubblicità televisive di roulette, slot-machine e altre diavolerie mangiasoldi, che ti raccomandano di giocare responsabilmente. Come se esistesse qualcuno capace, una volta preso dal demone del gioco, di farlo con un minimo di responsabilità. Si parla ogni giorno, e con crescente allarme, di giocatori compulsivi che si rovinano, finendo stipendi, vendendosi macchine e appartamenti, indebitandosi con gli strozzini e mettendo sul lastrico famiglie magari ignare del tarlo che le rode dal di dentro.

L’ideale sarebbe dire basta a tutta quest’orgia di tentazioni. Distributori automatici di gratta e vinci perfino nei supermercati. Monitor dal tabaccaio sotto casa che fanno un’estrazione ogni cinque minuti – di orologio, non è un modo di dire. Aprite una pagina qualsiasi di internet e ci sono ottime chances di trovare qualche banner che ti invita a tentar la fortuna, promettendo facili e stratosferiche vincite e gettoni gratuiti per iniziare. Come i pusher della droga. Le prime dosi sono omaggio. Per creare il fabbisogno. Poi pagherete caro, pagherete tutto, come si diceva tanti anni fa, ma riferito ad altre colpe, questa volta di classe.

In mancanza di un bel colpo di spugna che cancelli tutte queste istigazioni legalizzate di uno stato biscazziere, almeno risparmiateci l’ipocrisia. Preferirei una réclame che dicesse: vi venderete anche vostra nonna per continuare a giocare, ma a noi che ci frega? L’importante è che continuiate a cacciar tanti bei soldoni fruscianti, cari i nostri coglioni. Ecco, così forse potrei ascoltarla senza rischiare il travaso di bile.


Le mamme che difendono l’indifendibile. Ogni scarrafone è bello a mamma sua, questo si sa. Ma possibile che dei giornalisti trovino etico e magari di buon gusto intervistare telefonicamente la madre di Fiorito, detto batman, o del prete talebano di Lerici? Le quali ovviamente sono pronte a dichiarare – talvolta urlando – che i propri figli sono dei bravi ragazzi (al cuor di mamma il figlio rimane un ragazzo anche se sta arrivando ai cinquanta o ai sessanta). In un caso ci siamo sentiti dire che non ha rubbato assolutamente nulla (secondo il noto postulato italiano che la res publica non è di nessuno, quindi appropriarsene o farne malo uso non equivale a rubare) e che tenerlo in galera era un’ingiustizia bella e buona, un vero insulto nei confronti di un uomo la cui morigeratezza di costumi è evidente fin dalla silhouette, che ne fa un Gandhi de noantri.

Nel più recente episodio del prete che ha puntato il dito accusatore contro le donne abusate e uccise (e non ha fatto altro che dar voce al pensiero di ancora troppi maschi/listi: se ne stessero a casa, invece di andare in giro a provocare quei poveri uomini che poi non hanno altra scelta che violentarle o ammazzarle, o magari entrambe) la madre del novello Voltaire ligure ha sostenuto che certamente il volantino da lui affisso in bacheca della parrocchia non poteva essere stato scritto da un figlio così bravo e diligente. Sarà stata una distrazione? Una svista alla Scaiola, che non si era accorto di abitare in una casa di sua proprietà? L’ultima linea di difesa sarà sostenere che il prelato è innocente perché totalmente analfabeta, e quindi non in grado di giudicare i contenuti di quanto da lui stesso esposto in bacheca?

Ehi, giornalisti a caccia di scoop da Novella duemila: anche la madre di Hitler, se interpellata ai suoi tempi, avrebbe dichiarato che quel ragazzaccio in fondo in fondo era un cuore tenero, che la colpa era tutta di quei cattivoni in camicia bruna che lo circondavano, e che una volta aveva perfino curato la zampa del proprio pastore tedesco che si era fatto male correndo dietro a degli zingari...

Non diamo voce alle mamme degli indifendibili. Se ne stiano zitte a casa loro a riflettere sugli errori commessi nell’educazione dei propri pargoli, e non invadano l’etere con lai e querimonie non richieste. E già che ci siamo: a casa anche chi le intervista.


Caro 2013, lo so che è meno grave. Ma non potresti anche fare qualcosina per quei pubblicitari che ci ammanniscono senza tregua pance sorridenti perché stracolme di bifidi attivi come formiche in vista dell’inverno, facce da idioti imbambolati che posano per collezioni a dispense di berretti delle truppe della Seconda Guerra, cinghiali acquattati sullo stomaco di poveri dormienti, e vascelli, contrammiraglie e automobili da costruire pezzo per pezzo in anni di lavoro a puntate settimanali – ad un costo probabilmente equipollente agli originali dell’epoca? Se c’è davvero tanta crisi, come si spiega l’esistenza di tali incongruenze?

Conto su di te, caro 2013, perché sull’intelligenza dell’Homo Italicus proprio non si può fare assegnamento.



martedì 18 dicembre 2012

Say no to drugs

A volte è più difficile scegliere un titolo che scrivere il testo. Mai Più Senza? Braccia rubate all’agricoltura? Basta con le nostalgie di Cuore, che pur ci sono, inutile nasconderlo. Say no to drugs, dite no alla droga? O ancora, un evergreen dei miei viaggi: T.I.C.? Alla fine ho scelto il più provocatorio.

Perché certi appelli te li strappa da dentro la Cina di oggi. Dove si può trovare, fieramente esibito in uno spiazzo di cemento tra grattacieli di vetro, acciaio e altro cemento, proprio nel centro di Shanghai, questo pregevole manufatto.

Allora un bonario monito all’artista è d’obbligo. Suvvia, basta abusare di sostanze allucinogene, che fanno travisare la realtà e creare bestie fantastiche. È vero, anche gli antichi farneticavano di creature inesistenti, talora frutto di impossibili incroci tra umani e animali. Sfingi, arpie, manticore, chimere, minotauri e sirene hanno popolato la fantasia di cento generazioni – a dir poco.

Ma abbiate pazienza: vogliamo mettere l’enfatica potenza della Sfinge di Giza, o la leggiadria della Sirenetta, sensualmente accoccolata sullo scoglio di Copenhagen, con questo sconclusionato rinoceronte, affardellato da un’incongrua pinna di squalo sul dorso e da una proboscide – che pare un innaffiatoio da balcone – innestata su un buffo muso dagli occhi di sorcio?

È arte? Mah. Per me no. Questa, se permettete, è Arte. Immortale. E con la A maiuscola.



sabato 15 dicembre 2012

Grazie, Maya

Edizione speciale, in occasione dell’apocalisse prossima ventura, di Mai Più Senza. Perchè se c’è chi legalmente non solo inventa, ma addirittura trae profitto (e che profitto: guardate il prezzo!) da merci di siffatta utilità e levatura, allora hanno ragione i Maya a predirci sventure massime e fini del mondo imminenti.

Ci sono momenti in cui conoscere l’inglese risulta un handicap. Perchè avrei vissuto volentieri questo precario scorcio di esistenza facendo a meno di sapere che qualcuno – si presume dall’altra parte dell’Oceano Altantico – offre in libera vendita una pillola per… no, proprio non ce la faccio. Vi prego: leggete direttamente voi. Ma vi avverto: chi non comprende la lingua d’Albione davvero è fortunato. Agli altri consiglio un collirio. Perchè quando avranno finito di strofinarsi gli occhi dall’incredulità, ne avranno bisogno.


Coraggio. Mancano solo sette giorni al fatidico 21. Cercate di vedere il lato buono della faccenda. Dopo tale data, forse, niente più pillole dorate. E se siamo particolarmente favoriti dalla sorte, nessuna traccia neppure del loro inventore. Ah, benedetti Maya...



lunedì 19 novembre 2012

I colori dell’autunno

Le Langhe sono un posto magico. Sarà quell’atmosfera speciale, il susseguirsi di piani di colline e saliscendi a perdita d’occhio. Sarà il fascino di quel terreno giallo e friabile che genera anno dopo anno vini straordinari. Sarà l’irripetibilità di un microcosmo sempre uguale a se stesso, che in tempi di mordi e fuggi da globalizzazione esibisce con fierezza contadina aziende pluricentenarie ancora saldamente in salute.

Le Langhe sono uno di quei rari posti che sanno esser belli tutto l’anno. D’inverno, immersi nelle brume, con i filari spogli, mille e mille dita che indicano un cielo incupito e gravido di neve. In primavera, col risveglio dal letargo invernale, le prime foglioline che fanno capolino nei vigneti e i noccioli intirizziti che si scuotono di dosso la rugiada. D’estate, quando il calore del sole esalta le vigne e ogni filare mostra orgoglioso i suoi grappoli preziosi. E infine d’autunno.

L’arcobaleno della natura è un tramonto novembrino con il sole sospeso in quella lingua di cielo tra le nuvole e i crinali puntuti di campanili e torri. E illumina con i suoi ultimi raggi una gamma tonale degna di un Pissarro. Signori: ecco a voi le Langhe. D’autunno.







giovedì 8 novembre 2012

A un’amica scrittrice

Conosco Silvia da un annetto a malapena. Eppure ci sono dei momenti, nel suo libro, in cui mi sono detto, ma qui sta parlando di me, qualcosa come quindici anni fa. Le stesse parole. Gli stessi pensieri.

Molte donne si identificheranno in Viola. Io mi ritrovo ritratto in Mauro, l’altro protagonista. L’antagonista. Lei passata attraverso un’esistenza in secondo piano, docile compagna di vita offuscata dalla pubblica fama di un geniale direttore d’orchestra, costretta in un ruolo che alla fine si rivela opprimente e frustrante. Lui sempre in fuga da qualcosa, i fantasmi di un’infanzia infelice, pronto a negarsi per paura di soffrire.

Sono un pessimo lettore. Se un libro non mi prende, arranco faticosamente fra le pagine come un ciclista scoppiato sulle rampe del Ghisallo, finché mi arrendo, lo poso e so già che non riuscirò a riaprirlo. Poi ci sono libri che scorrono, facili, belli da leggere, un capitolo via l’altro, piluccati di gusto, come ciliegie succose. E – rari davvero – quelli che, appena terminati, avrei voglia di ricominciare a leggere, solo per apprezzare appieno ogni sfumatura, per sottolineare – a matita, per carità – le frasi più belle, le immagini più vivide, le parole che mi emozionano e mi fanno pensare, come mi piacerebbe saper scrivere così. Il Tempo Tagliato appartiene a questa rara stirpe.

Una prosa curata, raffinata. La capacità di rappresentare i sentimenti narrati, la penna trasformata in pennello che affresca dolori, timori, sussulti di cuore e passioni incipienti. E poi quel viaggiare tra Cuneo e la costa Nizzarda, che mi è cosa cara, vicina, familiare. La delicatezza di un finale annunciato ma non detto. Mai una sbavatura. Mai una caduta di stile. Una signora scrittrice, una scrittrice signora.

La storia non ve la racconto. Ci sono mille maniere per sapere di cosa parla il primo libro di Silvia Longo. Vi dico solo questo. Una che scrive, la morte è viva: la mia mente si ostina su questo ossimoro, va assolutamente letta. Parola di Homing Pigeon.