venerdì 11 ottobre 2013

Dedicato a un’ex ministra…

... che ci vuol far diventare tutti vegetariani.

I giapponesi riescono sempre ad essere originali. In tutto il resto dell’estremo oriente non c’è modo di mangiare una braciola che non sia stracotta, e le bistecche sono spesso delle tristi suole di scarpa incartapecorite. Agli orientali basta veder comparire una goccia di sangue mentre tagliano il filettino per rimandarlo indietro schifati per un’ulteriore radicale cottura.

Io adoro la carne appena scottata in superficie, quasi fredda dentro, e per quanti sforzi faccia nell’ordinare, non riesco mai ad averla come piace a me. Evidentemente i cuochi cinesi non concepiscono che uno appetisca un pezzo di carne non completamente asciugato di qualsiasi umore. Diatriba simile per le uova fritte: io amo il tuorlo crudo per meglio assaporarlo, e loro insistono a martoriare quelle povere uova. Finchè il tuorlo non è assodato e l’albume quasi bruciacchiato, dopo un paio di capriole in padella, non te le servono. De gustibus.

Invece in Giappone c’è la cultura delle cruditè. Sashimi e sushi sono sinonimi della loro cucina. Ma non c’è solo il pesce, di crudo. Nell’isola meridionale di Kyushu, a Kumamoto, un piatto tradizionale è la carne di cavallo. I veri buongustai la mangiano rigorosamente cruda.

I giapponesi hanno il senso della gratitudine. Una sera, forse per ricambiare certe libagioni subalpine a base di carne all’albese o di fresche battute al coltello da saporiti manzi piemontesi, mi è stata imbandita una tavola essenziale ma prelibata. Pochi, sceltissimi tagli. Bocconcini da centellinare uno per uno, intinti, proprio volendo dar loro una parvenza di cottura, in salsa di soia in cui stemperare erba cipollina e zenzero tritati. Che io ho trascurato, per apprezzare l’autentico sapore della carne.

In Italia c’è il mito della carne di cavallo che fa bene perché ricca di ferro e soprattutto magrissima. Invece questa aveva delle deliziose marezzature, degne di un Angus beef. Per non parlare di un taglio bello come un prosciutto, con magro e grasso separati con precisione nipponica. Ma l’apoteosi è stato il tategami, candido lardo equino di una delicatezza incomparabile. Roba da vergognarsi di aver qualche volta decantato con loro il lardo di Colonnata o quello di Arnad.

Mi attirerò le ire degli animalisti? Pazienza. Non si può sempre piacere a tutti. E a chi mi dirà che non amo i cavalli, rispondo che mi invece mi piacciono. Da vivi. E non solo.




giovedì 10 ottobre 2013

Caldo e freddo

Caro Chuck Abbott, ho deciso di scriverti. Per parlarti della differenza tra caldo e freddo. Anche se il tuo messaggio si apre e si chiude con la parola warm, che sta per calorosi (il benvenuto e gli ossequi), non sei riuscito a trasmettere il supposto tepore del tuo interessamento. Perché il mezzo è freddo: lo schermo del televisore in camera. E perché il messaggio è freddo: impersonale, probabilmente trasmesso da un computer a tutte le camere con la sola piccola personalizzazione del nome dell’ospite – ma visto che non siamo così in confidenza da usare il nome di battesimo, al cognome sarebbe stato carino far precedere un Mr., che così suona un po’ sgarbato.

E non mi prendere per un incontentabile. Perché nella tua stessa catena alberghiera c’è anche chi del messaggio di accoglienza sa davvero far sentire il calore. Come mi è successo, solo pochi giorni prima, in un hotel di Jakarta.

Un semplice cartoncino sulla scrivania. Ma scritto a mano. Mi piace pensare che il tuo pari ruolo Andreas abbia speso un minuto del suo tempo per darmi il benvenuto, magari usando una poetica stilografica, e che quel biglietto sia reso esclusivo dall’unicità della calligrafia, mai uguale a se stessa. E mi piace il disegno in stile coloniale dai tenui colori pastello, che volendo diventa una cartolina da staccare e spedire a qualche amico speciale degno di ricevere un antiquato souvenir con tanto di francobollo esotico, invece di un banale e frettoloso sms o un’anonima foto buttata lì in qualche social network, più per esibizionismo che per vero piacere di condivisione del momento.

Ecco, tutto questo è veramente caldo. Solo per farti presente la differenza, Chuck.





martedì 8 ottobre 2013

Fire escape device


Corda, due paia di guanti, maschere antifumo, martello appuntito per rompere il vetro della finestra. Era davvero tanto tempo che non trovavo in una camera d’albergo un set completo per mettersi in salvo in caso d’incendio. L’ultima volta mi era successo a Taiwan, nel 1998. Mi aveva incuriosito al punto da scrivere un raccontino.

Paese che vai...

... attrezzature che trovi. Mi era capitato di scoprire, nelle camere di albergo, le cose più sorprendenti, almeno per gli standard degli hotel nostrani. Un kit di emergenza antincendio costituito da una maschera antigas (Corea), istruzioni dettagliate su cosa fare e come non farsi prendere dal panico in caso di terremoti (Giappone e Taiwan), le paperelle di gomma sul bordo della vasca da bagno (Inghilterra), perfino i preservativi in confezione da tre (con tanto di prezzo nella lista del minibar) gaiamente proposti fra noccioline, mignon di liquore e patatine per lo spuntino notturno (Brasile, e dove altro sennò?).

Ma la scatola metallica bianca che trovo in un angolo della stanza, a Kaohsiung, supera la mia capacità di non sorprendermi più. Ascend escape device, le uniche parole leggibili in una selva di caratteri cinesi, risaltano in rosso vivo sul coperchio. Un cartello di plastica per l’uso del contenuto, privo di traduzione, ma per fortuna con disegnini esplicativi, fa bella mostra di sé sulla parete.

Possibile?, mi chiedo guardando le istruzioni. Possibile. Sollevo il coperchio, e trovo, ordinatamente disposti, un verricello, una grossa matassa di fune da alpinista, un moschettone ed un’imbragatura.

Però! E se mi venisse la voglia di usarlo per calarmi dal nono piano, in caso di emergenza? Osservo le istruzioni, considerando quanta gente troverebbe il sangue freddo necessario - magari col fuoco che incombe - per passare cento metri di fune attraverso il verricello, agganciarla correttamente al moschettone, e quest’ultimo all’imbragatura, dopodiché vestirla, e poi…. Già, e poi? Per calarsi da trenta metri occorre assicurare il verricello ad un gancio infisso nel muro, peccato che esista solo sul cartello appeso alla parete. E la finestra? Sigillata. Neppure un martelletto di quelli che vedi sulle porte sugli autobus, rompere il vetro in caso di necessità. Un appiglio dove tentare di agganciare il verricello? Nemmeno a parlarne, facciata verticale e liscia come un patinoire!

Risultato? Un’attrezzatura pensata in grande. Peccato che si sia pensato in grande, ma solo a metà!


Ma stavolta in Corea ho trovato l’anello mancante. Letteralmente. Sotto la scrivania, vicino alla finestra, ben imbullonato a terra c’era un robusto tassello a testa tonda, a cui agganciare la corda. Meno male. Hanno pensato anche a quello, oltre al martello assente a Taiwan.

Ah, a proposito di emergenze. Da qualche parte ho letto una di quelle notiziole che potrebbero un giorno tornare utili (anche se si spera di no…). Quando arrivate in un albergo, scegliete sempre – se possibile – una camera fino al settimo piano. Strane superstizioni? No: pare che le autoscale dei pompieri si estendano solo fino a quell’altezza. Quindi, in caso d’incendio, se siete più su dovete farvela a piedi per le scale. Oppure, ammesso che abbiate la corda d’emergenza in camera e il sangue freddo per agganciarla e calarla, dovete pregare che le vostre braccia vi reggano per l’intera discesa, magari mentre tutto intorno l’edificio sta bruciando… Fate voi. Se avete un fisico bestiale, liberi di scegliere il piano che più vi aggrada. Se no, ricordatevi il numero magico: sette.




mercoledì 2 ottobre 2013

La pizza più cara del mondo


Avete, che so io, un migliaio di euro che vi avanzano? Vi state chiedendo come scialacquarli? Con quel gruzzolo potete comprare una bella, appetitosa, filante pizza.

La buona notizia? Ve la potrete godere giorno e notte, esposta nella vetrinetta del buffet del salotto buono, insieme ad altre improponibili chincaglierie regalatevi da falsi amici, che non avete il coraggio civile di rottamare (né le chincaglierie, né gli amici). Perché si tratta di una inossidabile creazione di un maestro giapponese che plasma i finti (ma quasi indistinguibili dagli originali) cibi per le vetrine dei ristoranti nipponici.

La cattiva notizia? Per la suddetta modica mercede non vi danno nemmeno una pizza intera. No. Vi dovete accontentare di mezza razione, resa artificialmente intera con un sapiente gioco di specchi. E sapete perché? Non perché l’artista si sia stancato a metà opera. Perché così occupa solo la metà del posto, pur mantenendo intatto il pregevole risultato estetico. Straordinari, minimalisti giapponesi.





sabato 28 settembre 2013

City of lights


Tokyo appena dopo l’imbrunire, vista dallo Skytree, nuovo mostro di acciaio, cemento e vetro che svetta e domina la capitale nipponica, dall’alto dei suoi 634 metri. E siccome i giapponesi non fanno nulla per caso, l’altezza è stata decisa in base al vecchio nome del quartiere dove sorge la torre, Musashi, che suona appunto 6, 3 e 4. Così nessuno farà brutte figure con dei gaijin se interrogato sull’esatta altezza della costruzione più alta del Giappone. È facile: Musashi.

I 350 metri per salire all’osservatorio si percorrono in 49 secondi di ascensore (roba da orecchie tappate) e 45 minuti di coda (se siete fortunati e non incappate in un giorno di ressa).

Ma vale la pena. Perché la vista è incomparabile. Fino al tramonto si vede perfino in lontananza il profilo conico – e iconico – del monte Fuji.

La città delle luci – bianche, verdi, gialle, rosse, blu, violette – è Tokyo. Gomennasai, Parigi.




venerdì 20 settembre 2013

Luna rossa

Cielo terso del Nord dell’Australia. Piena, lucente e nitida. Equinozio di primavera (da noi, nell’emisfero boreale, è quello d’autunno). Erano anni che speravo di rubare un ritratto così di Latona. A mano libera, senza supporti, amore, passione, un respiro profondo e via. Clic. Uno scatto speciale.


Magia della Luna. Rossa, come solo la terra del deserto australe.





domenica 15 settembre 2013

La fiducia...

... è una cosa seria, che si dà alle cose serie. Così recitava una vecchia pubblicità casearia, chissà chi se la ricorda ancora.

È dai piccoli episodi che si riconosce la civiltà: indissolubilmente va a braccetto con la fiducia, quando ben riposta.

Questa foto potrebbe far pensare a una passione – che invece non ho – verso le due ruote americane, rombanti e corrusche di ricche cromature.

Ma osservatela attentamente, nei dettagli. Notato nulla?

Vi aiuto. Ecco il particolare a cui mi riferivo.

Lo scontrino del parcheggio. Che significa le seguenti cose:

- qualcuno si è dato la pena, di tardo pomeriggio, posteggiando nella zona blu, di pagare la sosta.

- Non avendo un ambiente chiuso dove esporre il biglietto, lo ha calzato sotto il cuoio del serbatoio...

- ... partendo dal presupposto che nessun furbo se lo fregasse per usarlo a sua volta e risparmiare magari qualche spicciolo, esponendo però l'onesto motociclista al rischio di un’ingiusta multa.

- E – incredibile dictu – è successo davvero. Nessuno se l’è fregato.

La fiducia è una cosa seria. È bello sapere che talora venga premiata.