lunedì 31 gennaio 2011

La verità sui processi

A jury consists of twelve persons chosen to decide who has the better lawyer.

Una giuria è composta da dodici persone scelte per decidere chi ha l’avvocato migliore.


Robert Frost [1874 – 1963]

domenica 30 gennaio 2011

Esodi e trappole

Dieci Italie in movimento. Sta accadendo in Cina. Nelle settimane precedenti il festival di primavera, l’altro nome del capodanno cinese, un immane esercito di lavoratori migranti torna a casa per un periodo di celebrazioni e riposo.

Ma per far ciò, chi guadagna a malapena duecento euro al mese non si può permettere aerei e nemmeno autobus. Seicento cinquanta milioni di persone si stanno mettendo in marcia. I viaggi sono spesso estenuanti e talvolta quasi infinite odissee, con i treni più lenti e più disagevoli rimasti sulla rete ferroviaria cinese. Trenta, trentotto, perfino quarantaquattro ore per tornare al proprio paese dalla metropoli dove si lavora.

Il biglietto più economico, una dozzina di euro, non prevede neppure la possibilità di accomodarsi sui disagevoli sedili di legno. Solo un posto in piedi, se si è veloci e fortunati uno strapuntino nel corridoio lo si trova. Quasi due giorni così, un viaggio di tregenda. Eppure Jiang, ventenne operaio che guadagna 100 Yuan al giorno, non si lamenta di stare in piedi. Dice: l’anno scorso era molto peggio, il treno era più affollato, non c’era nemmeno lo spazio per chinarsi un po’ogni tanto.

Con l’annuale transumanza compaiono puntuali i truffatori, pronti ad approfittarsi della povera gente alla ricerca di un biglietto. Chi cerca di evitare le terribili code fuori dalle stazioni corre il rischio di vedersi gabbato da malfattori sempre più smaliziati e tecnologici.

I casi sono all’ordine del giorno a Shanghai, e a decine. Ecco come funziona la truffa. Al cliente viene propinato un senso di falsa tranquillità, in quanto la pubblicità dice: pagamento al ricevimento del biglietto. Mentre si reca in stazione, la vittima riceve una telefonata. Lo informano che non è possibile fare l’operazione in contanti, occorre un bonifico bancario. Il tapino non è in grado di farlo sul momento. Telefona alla fidanzata, le dà disposizioni su come eseguirlo. Ma niente paura, lui la richiamerà quando ha in mano il biglietto, e solo allora lei darà il via alla banca. Tutto regolare, no?

E invece una decina di minuti dopo lei richiama, dicendo che ha fatto il bonifico (1100 Yuan, ovvero 130 Euro, mica poco per un cinese medio), come lui le ha confermato di fare. Stupore. Ma io non ho telefonato, dice il povero ignaro signor Meng.

La coppia improvvisamente capisce di essere stata truffata da dei furfanti specialisti in telecomunicazioni. Abili al punto da usare un software per rilevare i numeri di telefono, e addirittura far sì che chi riceve la chiamata veda un numero a loro piacere (di modo da ingannare la fidanzata, che riconosceva come chiamante Meng). E sorprendenti imitatori di voci, per dare il fraudolento assenso al bonifico, per derubare di una bella cifretta chi vuole solo tornare a casa dopo un anno di lavoro.

Nelle ultime settimane si sono moltiplicati i casi del genere. Se una truffa funziona si sa che dilaga. Ad un altro viaggiatore sono riusciti a sottrarre 4000 Yuan con lo stesso metodo, probabilmente per un biglietto aereo, merce altrettanto rara e ambita in vista dell’esodo del capodanno.

La polizia è a caccia della gang, e intanto mette in guardia tutti, come può. Raccomanda di fare una telefonata in più, invece di farsi abbindolare dagli impostori. Infatti se uno richiama il telefono da cui arriva l’assenso a versare i soldi, allora compare il vero numero e non quello simulato dagli abili hackers.

A chi non è riuscito a procurarsi un biglietto non resta che rivolgersi ai bagarini, attivi come allo stadio prima di un derby decisivo. Nelle principali stazioni della metropolitana delle donne ripetono lo stesso ritornello tutto il giorno, biglietti, biglietti. Finchè non capita da quelle parti un poliziotto. Allora sono fughe precipitose, che si concludono spesso con l’arresto. È un reato maggiorare i prezzi dei biglietti per trarne profitto. Oltre cento bagarini sono stati già messi in guardina nella sola Shanghai.

Mentre si combatte la quotidiana, pigra battaglia tra il bene e il male, la Cina si prepara a salutare la Tigre, e a dare il benvenuto al nuovo segno: il Coniglio.
兔年快乐.

sabato 29 gennaio 2011

Concorrenza sleale

Il premio discarica. Oggi La Stampa offre, nella rubrica Multimedia, non una, ma ben dieci invenzioni assolutamente imperdibili, costituenti la hit parade di un non meno balzano comitato di begli ingegni albionici, i quali hanno vagliato e deliberato. La palma d’oro dell’inutilità va ad un sensazionale oggetto: il ruota-cono-gelato motorizzato. Super pigri, se il pur modesto sforzo di girarvi fra le mani il cornetto pralinato vi sembra già troppo: è pensato per voi. Tutto quello che dovete fare è tirare fuori la lingua ed azionare il dispositivo.

A dimostrazione di quanto siano personali i gusti in fatto di oggetti inconcludenti, sono lieto di annunciarvi che a tale classifica appartiene un solo arnese che avevo già individuato, e di cui mi accingevo a scrivere una recensione nella domenicale colonna Mai più Senza: la forchetta elettrica gira-spaghetti. E che un altro attrezzo ha suscitato in me un po’ di rammarico per non averlo scoperto in tempo. Di certo col passaporto giapponese, la corda per saltare con conta-salti (e calorie bruciate) elettronico incorporato nella maniglia è degnissimo ospite dell’elenco.

Devo confessare che tutti questi giracose hanno, per associazione di idee, causato un leggero giramento di corbelli anche a me. Ma come, uno spende del tempo e della fatica ricercando in lungo e in largo le invenzioni più strambe e più imprevedibili, decide di dosarne - in modiche razioni settimanali – l’elargizione romanzata ad un piccolo gruppo di lettori disincantati, ed oggi, tutto d’un colpo, subiamo questa invasione degli ultracorpi, dieci baggianate al prezzo di una? Eh no. Così non vale. Questa è concorrenza sleale.

Prima pubblicazione : 11 aprile 2009

venerdì 28 gennaio 2011

Icaro

If God wanted us to fly, He would have given us tickets.

Se Dio avesse voluto che volassimo, ci avrebbe dato dei biglietti.

Mel Brooks

giovedì 27 gennaio 2011

Buona pace

Il giorno della memoria. Evidentemente c’è molta gente che ce l’ha corta, se c’è bisogno di un giorno specifico per ricordare qualcosa che chiunque dovrebbe vergognarsi a dimenticare. Poi c’è anche chi trova comoda la scusa della sbadataggine. Oh, toh, mi ero scordato. E dai oggi e dai domani, si arriva al punto di convincersi che magari non è mai successo. Da lì a cercare di persuadere anche gli altri il passo è breve. Il problema è che se qualche vecchio bacucco si sveglia un giorno dicendo che l’olocausto non c’è mai stato, invece di consigliargli col dovuto garbo di farsi dare una controllata alla teca cranica, mai fossero le prime avvisaglie di un Alzheimer incombente, ecco che ci sono editori pronti a pubblicare le sue elucubrazioni, giornali e tv se lo contendono per un malinteso senso di libertà di espressione, e nei casi più interessanti arrivano perfino perdoni papali mascherati da magnanimi gesti di cristiana riconciliazione con pecorelle che avevano smarrito la via maestra.

Purtroppo è l’intero genere umano a soffrire di un persistente e tenace calo della memoria – o forse si può chiamare assuefazione, indifferenza oppure cinismo. I milioni di morti della seconda guerra mondiale non ci hanno insegnato nulla. Da allora abbiamo avuto la guerra di Corea, il Vietnam, il conflitto lampo delle Falkland, l’Afghanistan (prima i russi, poi gli americani), la guerra del Golfo (Bush padre), la Bosnia, il Kosovo, la Cecenia, la seconda guerra del Golfo (Bush figlio), i genocidi in Rwanda, Cambogia e Darfur, varie scaramucce tra Cina e Russia, India e Pakistan, le due Coree. Più sessantanni di conflitto in Medio Oriente. E non sto a citare tutti i dissidi etnici o religiosi (che spesso coincidono) all’interno di un numero imprecisato di stati, dove fazioni opposte si scannano fra di loro nel generale disinteresse, se no facciamo nottata. Ah, dimenticavo: si segnala una certa acrimonia tra i tifosi del Pisa e del Livorno, e anche tra quelli della Juventus e della Fiorentina. L’ONU sta a guardare in attesa di sviluppi, pronta a mandare i corpi di pace allo stadio Artemio Franchi.

Ho parlato di cinismo. Un grande, sarcastico, scorretto comico americano, George Carlin, brutale istrione da palcoscenico, ha dissertato della guerra con uno spirito disarmante. Ottimo per risvegliare le coscienze sopite di un pubblico in catalessi mediatica.

Ne traggo dei brani. Dovunque tu sia andato, George, non te la prendere. È per una buona causa. Sì, lo so, proprio quelle che tu detestavi. Vabbè. Lasciamelo fare lo stesso.

La guerra è il più antico e il più grande spettacolo al mondo. Altrimenti perché lo scenario si chiamerebbe “teatro di guerra”?

Molta gente lavora ai piani di guerra. Non altrettanta a quelli di pace. Ci sono perfino le Scuole di Guerra. Vicino a Washington c’è l’Università di Difesa Nazionale. Si parla di difesa, ma è una scuola di guerra. E le Scuole di Pace dove sono?

Ho un piano di pace: la Pace Mondiale Attraverso le Presentazioni Formali. Funziona così: ognuno al mondo dovrebbe incontrare almeno una volta, formalmente, ogni altro abitante della Terra. Guardare l’altra persona negli occhi, stringergli la mano, ripetere il suo nome, cercare di ricordarsi i tratti del volto. La mia teoria è che se conosci personalmente tutti gli altri, sei meno propenso a combatterci contro in una guerra: Chi? I malesi? Stai scherzando?! La conosco quella gente!!

Sembra una stravagante freddura, ma se ci pensate bene contiene i semi di una grande verità. Se tutti, ma proprio tutti, facessero lo sforzo di capire un po’ gli altri, di rendersi conto che diverso non vuole necessariamente dire nemico, di usare parole e cervello anziché le armi per dirimere le proprie differenze con i coinquilini di pianeta, forse si riuscirebbe – magari solo per un minuto – ad avere la pace universale. Solo sogni? Lasciatemeli. Sono l’ultima cosa sulla quale non ha il controllo nessun altro, se non il nostro subcosciente.

Con le graffianti parole di Carlin: buona pace a tutti. Ma solo a chi se la merita.

Prima pubblicazione : 27 gennaio 2009

lunedì 24 gennaio 2011

Se questa è un’auto

Sono passate a malapena tre settimane dal mio racconto Vietato ai minori. E si continua a morire per mano di idioti ubriachi. È una lotta impari, quella contro l’imbecillità umana. Ma non per questo smetterò di lottare. Di parlare. Di maledire chi ammazza con un’arma più subdola di un fucile a pompa: l’auto, come dicono in America, DUI. Driven Under Influence. Guidata sotto l’influenza, tout court, sottinteso di alcool o di droga.

Stamani presto, nel piacentino, tre morti, due ragazze e un ragazzo, passeggeri, no, anzi, prigionieri di un assassino. L’unico sopravvissuto dell’ennesima demenza alcolica. Mi domando come abbiano fatto a tirarlo fuori vivo da quell’involucro orrendamente esploso, a cui solo una portiera dà ancora delle vaghe sembianze di una vettura.

Quattro famiglie staranno soffrendo, imprecando, rimpiangendo atrocemente di non aver saputo o potuto evitare questi lutti assurdi. Non posso far altro che provare un’immensa pena, che però non restituirà la vita a quei giovani persi. Ma posso, e voglio, continuare i miei appelli, i miei inviti, i miei racconti.

Per questo ripropongo oggi una storia con delle analogie, narrata dalla Cina circa un anno fa.

Carcere a vita per cinque vite

Ergastolo per un ubriaco al volante. No, non è uscito di nuovo Il Male, coi suoi titoli esorbitanti. È quanto succede oggi in Cina. Ma bisogna ascoltare, riflettere, confrontarsi con quella società così differente dalla nostra, prima di emettere giudizi lapidari, sempre facili dal comodo del nostro divano.

Spinto dalla curiosità suscitata da tutto un altro titolo di un nostro giornale online (ultime ore di speranza per l’inglese condannato a morte in Cina) faccio una delle mie consuete visite di verifica su China Daily. Organo ufficiale, quindi soggetto ai severi filtri ideologici del partito, è pur sempre informazione, anche se ci fa vedere la Cina come la vogliono conosciuta i dirigenti di Pechino. Ossia, in uno slancio di trasparenza verso il mondo esterno che pochi decenni fa sarebbe stato inconcepibile, con le sue notizie luttuose, con le sue malefatte, certo, ma anche con una rassicurante certezza della pena, comminata con un’ansiosa celerità, perché qui tutto viaggia due marce più veloce che altrove, il progresso, la crescita economica, l’arricchimento, ma altresì la corruzione, l’arroganza del potere economico, la disarmonia tra città ricche e campagne povere, e quindi occorre limitare i danni, punire chi abusa del proprio ruolo, fare capire che chi sbaglia paga, e paga salato, mica una ramanzina e via.

Non una parola oggi sul giustiziando Akmal Shaikh, arrivato all’aeroporto di Urumqi con quattro chili di eroina. In Cina per chi ne importa oltre 50 grammi c’è la pena di morte. Il signore in oggetto ne aveva con sé ottanta volte tanti. Pena comminata. Verificata. Ratificata dalla corte suprema. Erano cinquant’anni che uno straniero non veniva condannato a morte in Cina. E allora? Vuol dire che finora si erano comportati bene. O forse gli era sempre andata di lusso. Per qualcuno (che portava quattro chili di eroina con sé) non è stato così. Gli appelli degli inglesi andranno inascoltati. Questo è un esempio. Punirne uno per educarne cento, che va sempre di moda.

Un altro esempio, quasi passato inosservato, della longa manus cinese: vari fomentatori uiguri dello Xinjiang che hanno ammazzato degli Han durante le sommosse di luglio, sono poi scappati in Cambogia nella speranza di sfuggire al processo. La Cambogia, una volta presi, ha dichiarato: sono immigrati illegali e potenziali criminali. Ha negato loro alcuna forma di asilo e li ha restituiti alla Cina. Dove verranno processati per i crimini di cui sono accusati.

Ma veniamo all’episodio del giorno. Ubriaco al volante condannato all’ergastolo. Esagerazioni cinesi? Vediamo i fatti. Il trenta giugno scorso (si noti bene, meno di sei mesi fa: qualcuno può citarmi una causa in Italia, sia pur per un cane che ha pisciato sulle ruote di una macchina, che abbia raggiunto un verdetto in tale lasso di tempo??) Zhang Mingbao, di Nanjing, ubriaco fradicio (cinque volte oltre il limite di alcool nel sangue ammesso in Cina), alla guida della sua Buick, ha falciato nove persone e sei veicoli. Risultato : cinque morti, quattro feriti.

Ha pianto ed ha chiesto perdono al processo. Ha venduto la sua casa (Zhang era il padrone di un’agenzia immobiliare) per risarcire i parenti delle vittime. Ma questo non è stato sufficiente a garantirgli una sentenza clemente. Punito con l’ergastolo, per avere ucciso cinque persone ed avere messo a repentaglio la sicurezza pubblica.

Credete che si siano sollevati cori di dissenso verso una sentenza così apparentemente spropositata? Tutt’altro. I parenti delle vittime si sono dichiarati insoddisfatti, definendo la sentenza troppo indulgente. Volevano la pena di morte. Quell’assassino mi ha portato via una figlia – incinta di otto mesi -, un nipotino mai nato, un buon genero, dice Zheng Cuihong all’emissione della sentenza.

Lontanissima da me l’idea di giustificare, seppur minimamente, l’idiota Zhang. Ho sempre affermato con veemenza il fatto che chi ferisce o uccide al volante, se ubriaco, deve passare del gran tempo in galera. Per me ci dovrebbe trascorrere qualche nottata anche chi non fa incidenti, ma guida pieno di alcool. Giusto per fargli passare la voglia di rifarlo.

Però rifletto sulle mille volte in cui ho visto serate, iniziate all’insegna dell’allegria post-negoziale, svilupparsi in scriteriati agoni alcoolici, in cui l’incolpevole straniero veniva preso a bersaglio generalizzato di brindisi continui e insistenti fino alla noia. Quante volte ho osservato con orrore questa gentaglia traballante e assolutamente inadatta perfino a premere il pulsante del piano corretto in ascensore, avventurarsi fuori, esigere imperiosamente le chiavi della propria macchina dal parcheggiatore di turno e quindi eclissarsi nel traffico già caotico senza la loro irresponsabile presenza? Quante volte ho sentito storie di gente che può ringraziare di avere scelto robuste macchine di fabbricazione tedesca o svedese per essere ancora vivi e quindi aver facoltà di raccontare di come si era malamente accartocciata la vettura dopo che l’avevano guidata, nell’obnubilamento bacchico, contro un muro, eppure loro ne erano usciti con qualche graffio o poco più?

È questa l’incultura che la Cina dovrebbe combattere per prima. Lo so che è più facile metter leggi draconiane nei confronti di chi fa danni seri al volante, se sorpreso con tassi da coma etilico. Ma la cosa giusta da fare sarebbe convincere tutti questi sbevazzoni che non occorre conciarsi da sbatter via, per confermare la propria amichevole attitudine nei confronti dei commensali. Che non si è veri uomini solo se si è capaci di trangugiare tre bicchierozzi di liquore urticante e puzzolente a cinquanta gradi alcolici a stomaco vuoto. Che se spendi mille euro in un karaoke pagando da bere a quattro clienti e a quattro sfitinzie smaliziate che fanno finta di bere il tuo whisky da trecento euro la bottiglia, ma poi invece lo ripompano nel bicchierone di cocacola che simulano di bere subito dopo il brindisi, allora non sei un uomo d’affari: sei un coglione. Ecco, se a Pechino cercassero di far capire queste cose ai cinesi, allora forse non ci sarebbero più così tanti casi di ubriachi al volante che ammazzano e poi vanno portati davanti ad un tribunale, che non accontenta mai nessuno con le sue sentenze. Troppo severe, come dice la moglie di Zhang, che si vede privata a vita del supporto economico di un marito benestante. Troppo miti, come dice Zheng, il padre di due – anzi, tre – delle vittime.

Sono l’arroganza, l’ineducazione, il troppo repentino arricchimento che dà alla testa e causa delirii di onnipotenza, le vere cause di tanti piccoli, quotidiani disastri in una Cina squilibrata. Compresi quelli causati dai troppi ubriaconi alla guida.

Prima pubblicazione : 28 dicembre 2009

domenica 23 gennaio 2011

Cabaret Italia

Ci son giornali che considero seri e degni di lettura. Altri che considero spazzatura faziosa ed inguardabile.

Uno dei pochi che mi piace scorrere, quando sono in giro per il mondo, è l’IHT. Non sempre concordo con le sue posizioni, ma fa informazione in maniera razionale e sufficientemente equilibrata.

Recentemente la nostra piccola repubblica non ha avuto grosse vetrine sul foglio di respiro planetario. Scarni trafiletti, per lo più incentrati sulle avventure erotiche o giudiziare – talora peculiarmente coincidenti – di chi l’Italia dovrebbe rappresentare tra i potenti del mondo.

L’altro ieri, venerdì, nelle due pagine centrali dedicate a sagaci opinionisti che parlano autorevolmente e senza facezie di problemi assortiti, dalla rivolta in Tunisia alla questione palestinese, Haiti, la Russia, la potente Cina di Hu in visita agli Stati Uniti, l’onere di mantenere la pace nel mondo – missione molto disattesa, a quanto pare – mi è saltata all’occhio una vignetta, in alto, proprio in centro ai due fogli.

Nemmeno un titolo. Una riga di commento. Un tentativo di recensione. Evidentemente non ce n’è più bisogno. Il livello del rispetto per l’Italia da parte della comunità internazionale è tutto rappresentato in quella assoluta, crudele mancanza di chiosa.

Mi sono vergognato di essere italiano. La politica ridotta ad un cabaret. Un teatrino d’avanspettacolo, con soubrettine scosciate e sguaiate che per far strada la danno al vecchio capocomico.

Ma a differenza del cafechantant, qui si parla di chi in Italia ha il potere di Obama, di Wen Jiabao, di Putin, di Singh. Tanto per citarne qualcuno.

Una volta i politici erano dei grigi burocrati. Ma oggi si è passato il limite della decenza – dalla parte opposta. Possibile che non si riesca ad trovare una dignitosa via di mezzo tra i vecchi tromboni avulsi dalla realtà quotidiana della prima repubblica ed un imprenditore infiltrato a Palazzo, che resterà famoso per le sue formidabili gaffes, per la sua corte di servitori – televisivi e non – pronti alla genuflessione, per le leggi fatte ad hoc per restare ingiudicabile, per le promesse non mantenute (salvo gli evasori, qualcuno può dimostrarmi che paga meno tasse rispetto a quattro anni fa?), per le emergenze mal affrontate e sfruttate per puri scopi mediatici, ma non certo come ambasciatore dell’immagine italiana all’estero?

Voltiamo pagina. Essendo in Cina, leggo un po’ di giornali locali, almeno quelli non si occuperanno dei nostri piccoli squallori. Macchè. Shanghai Daily, stesso giorno: Ruby difende il generoso Silvio. Dichiarando ai microfoni di Mediaset (i cinesi non sono tenuti a saperlo, per cui meglio specificare che il network è stato fondato da Berlusconi) che lo stesso non le ha mai messo un dito addosso, che alla cena durante la quale lo incontrò lei gli raccontò tutta la sua storia con sincerità – tranne tre piccoli irrilevanti dettagli: il nome, l’età, 24 anni anziché i reali 17, e la nazionalità (egiziana invece che marocchina). Davvero un modello di genuinità. Alla fine della cena lui la invitò nel suo ufficio e le consegnò una busta che lei aprì (si suppone rimanendo molto sorpresa, visto che conteneva settemila euro) nella macchina che la riportava indietro.

E poi ci domandiamo perché vengono pubblicate vignette come quella di Chappatte.