sabato 26 novembre 2011

Scatole blu

Tokyo. Una città i cui ritmi sono esatti al secondo. Se ne ha la prova fin dall’arrivo. Gli autobus che portano in città dall’aeroporto giungono con precisione cronometrica all’imbarco dei passeggeri. Gli orari tengono conto delle condizioni del traffico, variabili a seconda dell’ora, e ti dicono in quanti minuti arriverai a destino, senza tema d’errore.

L’auto personale non solo è un lusso, ma è resa quasi superflua dalla straordinaria efficienza del sistema di trasporto pubblico. Qualsiasi sia il mezzo. Perfino i piroscafi di servizio sul fiume sembra che abbiano stipulato accordi segreti con la corrente del corso d’acqua, per far sì che la navigazione sia sincronizzata con le tabelle degli orari.

Troppo perfetta per sembrare vera. Una società senza macchie apparenti. Vero? No. Come già mi era capitato a Seoul, mi sono domandato: ma i poveri, i senzatetto, gli emarginati, non esistono, qui? Esistono. Ho dovuto fare un giro in battello per trovare la risposta. Per scoprire e capire. La riva, due stretti camminamenti in cemento che le acque lambiscono minacciosamente, è punteggiata da scatole parallelepipediformi, tutte scrupolosamente foderate con teli di plastica blu brillante. Tutte della stessa misura. Tutte dello stesso colore. C’è un rigore tutto nipponico in quell’immagine.

Sono le case degli homeless, dei senzatetto, mi spiega il mio anfitrione, indicandole con un velato ma percepibile imbarazzo. Anche queste ordinate, precise, minimaliste, lindamente impacchettate dalla mano di un maestro di origami. Piccole, certo, ma prima di giudicarle tali bisogna avere visto le stanze di certi alberghi.

Però queste microcase di cartone, ad un’attenta analisi, rivelano una caratteristica che le rende uniche e profondamente differenti da tutto il resto. Sono distanti l’una dall’altra. Spazi sconfinati le separano, stando ai parametri giapponesi. In una nazione assillata dal risparmio di spazio, dove si vive come pesci in un acquario troppo piccolo, sempre alla ricerca di difficili equilibri per sfiorare ma non toccare il prossimo, forse gli unici che godono del privilegio di sperperare lo spazio sono proprio questi homeless fluviali.

Nessuno degli integrati si sognerebbe mai di spingersi fin qua, ad invadere con la propria presenza gli ampi interstizi tra una scatola blu e la successiva. I pochi abitanti di questa sponda negletta si scaldano al tiepido sole quasi invernale. Dignitosi e compunti, si scambiano saluti da lontano, talmente lontano che quasi non ci credono nemmeno loro. Non hanno altro. Se non quella casetta di cartone foderata di azzurro, in cui entrano inginocchiandosi carponi, da tanto è bassa. E la libertà di muoversi, senza usurpare il territorio di qualcun altro. Poveri di risorse materiali, ricchi di spazio. Paradossi del Giappone.

Prima pubblicazione : 16 novembre 2007

2 commenti:

  1. teseas@yahoo.it29 novembre 2011 17:43

    E' anche questa, per quei senzatetto, una forma di compensazione.
    Tesea

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  2. Ciao Tesea,

    modesta compensazione, ma pur sempre tale.

    Grazie della visita, a presto,
    HP

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