venerdì 16 dicembre 2011

Dirty Harry colpisce ancora

Chi era Gianluca Casseri? Un ragioniere con l’ossessione del giustiziere Dirty Harry Callahan. Leggendo la cronaca di un delitto che stava germogliando sotto il fertile humus dell’intolleranza e della ristrettezza mentale, mi è corsa la memoria ad un racconto scritto tre anni fa, di una vicenda per certi aspetti simile. Collocazione: Tokyo, Giappone. Tema: alienazione criminale. Ho provato un brivido freddo nella schiena rileggendo l’inizio. Avevo descritto Kato, il protagonista, come un ragioniere dell’omicidio. Casseri era un ragioniere. Dell’omicidio. Cambiano le ambientazioni, ma le storie si ripetono con inquietanti analogie. Nessuno è al sicuro dalla follia di questi ragionieri assassini.

Pulizia finale

Ma che cosa è che fa scattare la molla della follia? E soprattutto, cosa è la follia? In questo caso, la lucida, ossessionante precisione di un ragioniere dell’omicidio. Tutto premeditato, studiato e ripassato nei minimi dettagli. Una paranoica cronaca in diretta, anzi un trailer del film reale che stava per accadere. Quell’angosciante sfalsamento della percezione di ciò che è reale e ciò che è virtuale, che ha portato Tomohiro Kato, aspetto dimesso da travet più vecchio dei suoi venticinque anni sprecati, a pubblicare una serie di messaggi su un sito internet di messaggerie per telefoni cellulari. Cominciando prestissimo la sua giornata di improvvisa e tragica notorietà di accoltellatore casuale, alle cinque e mezzo di domenica mattina, quando sette suoi concittadini forse dormivano ancora il sonno del giusto, del tutto ignari che quello sarebbe stato il loro ultimo giorno.

L’ossessione della precisione, della puntualità, della perfetta organizzazione si evidenzia anche in questo sciagurato figlio di una società ultracompetitiva, dove fallire è peccato mortale, dove avere conta più che essere, dove quando salta il coperchio ermetico della pentola a pressione dove bollono convenzioni, inibizioni e self control, allora sono dolori.

Lo aveva scritto già dalla mattina presto, che sarebbe andato ad Akihabara, quartiere denso di negozi di elettronica, per uccidere a caso. Continuando ad intervalli regolari la profezia della sua demente impresa, lamentandosi delle avverse condizioni meteorologiche. Pure la pioggia ci si mette, possibile che uno non possa programmare in santa pace una strage? Ho noleggiato il furgone, ormai vado avanti, sole o maltempo. Che traffico orrendo. Chissà se arrivo puntuale (sic!!!). L’ultima comunicazione, laconica come un bollettino di guerra, alle dodici e dieci, venti minuti prima del misfatto: è l’ora.

Non ci credo, che nemmeno uno abbia letto, in più di sei ore, quella serie di farneticanti messaggi, quella vera cronaca di una morte annunciata, e non abbia pensato, e se telefonassi alla polizia?? Ha forse prevalso l’apatia, il non curarsi del prossimo, il non sono fatti miei, stiamo alla larga dai guai e gli altri si arrangino? È ben possibile. Quando si pensa che un negoziante, testimone della follia in un pomeriggio piovoso e afoso nel centro di Tokyo, ha avuto il coraggio di affermare, avrebbe dovuto farlo nel suo paese, non venire fin qui ad ammazzare. Certo, sarebbe toccato a qualcun altro, ma chi se ne frega. L’importante è che il business non soffra.

In una nazione dove le armi da fuoco sono rigidamente controllate, gli eredi dei samurai del tempo dello shogunato subiscono sempre lo scintillante fascino delle lame, dalle katane rituali ai coltelli di ogni foggia e dimensione. La casuale mattanza di Akihabara non è un fatto isolato, anzi. Solo dall’inizio dell’anno è già il terzo episodio. Dal ’99 ad oggi è l’undecimo, per un totale di 32 morti e 58 feriti. Solitamente gli assassini sono giovani, e sconcerta che alcuni siano addirittura minorenni. Le vittime vanno dal bimbo di scuola elementare al settantenne.

Psicologi e criminologi si chiedono se non sia colpa dei genitori, sentenziando: invece di accusare sempre quell’intangibile mostro che è la società, sarebbe il caso di insegnare ai propri figli più self control, più accettazione del fatto che la vita non è tutta rose e fiori, e soprattutto viziarli di meno.

Da noi magari ci sarebbe chi dice, poverino, non è tutta colpa sua. È colpa del lavoro temporaneo (oggi va di moda dire interinale) sottopagato, è colpa dei falsi miti che creano disillusioni e rabbia, è colpa della società (e dagli!) che non offre opportunità adeguate ai gusti di tutti; si capisce che prima o poi a qualcuno, più fragile o deluso degli altri, gli dà di volta il cervello.

Segue processo con richiesta di attenuanti, avvocati che invocano la temporanea infermità mentale (uno straordinario escamotage per giustificare qualsiasi nefandezza, quando l’ho fatto non ero io, non sapevo quello che facevo, non ricordo nulla, mentre ora – guarda caso – sto benissimo), interviste e reportage fotografici assicurati presso le più note riviste scandalistiche (volevo dire: di costume).

Ieri sera, tra un sushi e un sashimi, butto lì l’argomento, ancora fresco di cronaca, con il mio consueto interlocutore. Che succede ora, gli domando. Fa un eloquente gesto con l’indice della mano destra, che rapido attraversa in orizzontale la gola. Gulp. Quasi dimenticavo che nel civilissimo Giappone c’è ancora la pena di morte. E non tanto per dire. Fanno sul serio. Come a Singapore, i reati capitali sono puniti con l’impiccagione. C’è un’omertà legalizzata sui processi che si concludano con la massima sentenza. Al punto che i giornali non sono autorizzati neppure a pubblicare i nomi dei condannati. Per proteggere la privacy della famiglia del giudicato, è la farisaica spiegazione ufficiale. Ma la sensazione è che valga il vecchio concetto che i panni sporchi si lavano in casa, senza tanto clamore o pubblicità, che si rischia di fare brutta figura con quegli impiccioni di stranieri, sempre pronti a giudicare, a sbandierare cartelli di protesta, a far la morale agli altri. Lasciateci ammazzare chi ci pare, che se lo merita. Presto, passami la candeggina, che dobbiamo smacchiare l’onta. Pulizia finale.

La società giapponese ha l’ossessione di essere sempre linda, ordinata, armonica. Le poche, deleterie mele marce si levano, anzi si estirpano dal cesto con gesto noncurante, fischiettando indifferenti, mentre gli altri sono girati dall’altra parte. Il gesto che apre una botola sotto i piedi, che restaura l’ordine costituito, purifica dalle malefatte e rinvergina, fino alla prossima volta, una nazione che ha la costante ma irraggiungibile pretesa di essere perfetta. Mentre, come si sa, la perfezione non è di questo mondo. Qualcuno bisognerà pur che si decida a farglielo presente ai giapponesi che, volenti o nolenti, anche loro fanno parte di questo imperfetto pianeta.

Prima pubblicazione : 10 giugno 2008

9 commenti:

  1. teseas@yahoo.it16 dicembre 2011 16:16

    Pena di morte? Perchè no?
    Tesea

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  2. Caro collega, prima di condannare la società giapponese e la sua ossessione di pulizia, faremmo bene noi Italiani a riflettere sulla vergognosa impunità che regna in Italia, faremmo bene a riflettere noi che non condanniamo a morte sul fatto che condanniamo a vivere in carceri fatiscenti e degradanti tante persone ancora in attesa di giudizio.
    Faremmo bene a riflettere su sentenze scandalose come quella della corte di Roma che non aveva dato l'ergastolo al romeno Mailat perchè la povera Sig.ra Reggiani si è difesa e così è morta.
    Quanto ai due Senegalesi uccisi dal ragioniere, penso che anche in un'ottima puramente razzista non si dovevano colpire i Senegalesi, che sono sempre stati tranquilli: a voler essere razzisti c'erano altri da cui cominciare.
    Invece mi dolgo del fatto che nessuno in Italia versa una lacrima per le vittime dei musulmani, in Italia e all'estero.
    Non c'è bisogno che ti faccia liste, tu che giri il mondo come me, hai occhi per leggere i giornali e un cuore per dolerti come me.
    QUANTA IPOCRISIA IN ITALIA, AMICO MIO!!

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  3. Caro H.P
    Colgo l'occasione di questo racconto per dirti il mio grazie per tutti i racconti, tavolta divertenti, tavolta toccanti, tavolta seriosi...che ci hai prosposti in questo anno 2011. Non so dove sei...forse a Sydney, Pekin, Cuneo, Tokyo oppure nella giungla birmana...comunque, ti auguro Buon Natale e un Felicissimo Anno Nuovo !
    A presto !
    Alex

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  4. Credo che il primo passo dovrebbe consistere nel non dotare la gente di testi sacri che esortano la gente a massacrare chi la pensa in modo diverso.

    BUON NATALE CARO HP!

    dragor (journal intime)

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  5. Ti giungano i miei migliori auguri di buone feste, ovunque ti trovi. :-)

    Un abbraccio.
    Pim

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  6. ciao Danilo,

    conosco le tue posizioni, per averne dibattuto qualche volta. Il fatto è che l'Italia è un paese con la (in)cultura dell'emergenza. Non si previene mai, si cerca di porre rimedio quando i problemi sono già incancreniti.

    In quanto alle vittime dei mussulmani, ti rimando alla lettura dell'amico blogger Dragor, il cui link trovi sulla colonna di destra. E' un tema che gli sta a cuore, ma non solo quelle: parla, più in generale, dei danni che fanno nel mondo le tre grandi religioni monoteiste. Penso ti potrà interessare...

    Grazie della visita e del lungo, articolato commento, a presto,
    HP

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  7. ciao Alex,

    grazie a te, per la tua stimolante, assidua presenza in questo contenitore. I tuoi contributi hanno arricchito di certo il mio blog.

    E grazie degli auguri, che contraccambio (con ritardo). Che sia un buon 2012 per tutti noi!

    Ciao, a presto,
    HP

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  8. ciao Dragor,

    grazie degli auguri, che ho apprezzato molto, e del tuo commento, in sintonia con il tuo pensiero, che ben conosco e condivido.

    A presto,
    HP

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  9. ciao Pim,

    graditissima la tua visita e gli auguri!

    Contraccambio l'abbraccio, a presto,
    HP

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