mercoledì 7 dicembre 2011

Capitani coraggiosi

Quattro anni che seguo Sea Shepherd. Ecco il racconto di quando li ho scoperti.

Ci sono quelli che sfilano con gli striscioni. Ci sono quelli che dicono non compriamo giapponese. Ci sono quelli che si iscrivono al WWF, nella speranza che. E poi c’è Paul Watson.

È partita l’altro ieri dal porto di Melbourne l’ultima nave pirata, sulla cui prora sventola orgogliosamente la bandiera nera con il teschio e le tibie incrociate. Per chi si immagina un veliero con le bombarde che occhieggiano dalle fiancate e un equipaggio di filibustieri rattoppati con uncini e gambe di legno, spiacente di deludervi.

La nave in questione, di solido acciaio, minacciosamente dipinta di nero opaco, finora si chiamava Robert Hunter. Nomen omen. Nonostante le superstizioni della marineria, che vogliono il gesto di cambiare nome a un natante foriero di sfortune massime, da questo viaggio è stata ribattezzata Steve Irwin, in memoria del discusso istrione animalista che abbracciava coccodrilli, baciava serpenti e ruzzava con squali e plantigradi, finchè lo scorso anno durante un’immersione una grande manta lo ho trafitto al cuore con il suo pungiglione caudale velenoso, mandandolo al creatore di tutte le razze animali da lui stropicciate con intenti pedagogici.

La Steve Irwin salpa per una missione speciale nel Pacifico del Sud. Intercettare la flotta giapponese che si è mossa di recente verso quelle acque, con il dichiarato intento di fare razzia di balene di vario tipo, per una contabilità totale prevista di mille esemplari pescati – ovviamente a scopi scientifici.

Dell’equipaggio fanno parte anche ragazzi poco più che ventenni che dicono: non sarà una crociera. Arrivati da tutta l’Australia, sono consci, e lo dichiarano serenamente, che è un viaggio in cui si rischia la pelle.

Perché il bucaniere cacciatore degli eredi di Achab non va lì per esibire patetici striscioni di protesta, di cui i destinatari si fanno beffe, né per scandire vacui slogan da fighetti universitari contestatori. Va lì, come ha già fatto in passato, per attaccare la flotta, speronare qualche nave, se possibile affondarla con il suo puntuto e temibile rostro di prua da rompighiaccio, affilato come un apriscatole. Va lì per fare capire a tutti che non si viene a fare i propri comodi in casa degli australiani. Che si incazzano come delle iene, se qualcuno si permette. Giù le mani dalle nostre balene. Me lo vedo, sul ponte di comando, suonare la carica contro l’invasore giallo, al grido di No bloody way, mate!!

Paul Watson, viso rubizzo onusto dalla salsedine e una testa di capelli bianchi ribelli, è un agguerrito animalista radicale, e gli girano particolarmente le scatole che nessuno vada oltre le risibili e sterili note di protesta ufficiali, le solite frasi di circostanza dei politici, le meschine affermazioni che giustificano l’ignavia sul tema con l’argomentazione pensiamo agli uomini prima che ai cetacei. Massimamente lo infastidisce che i giapponesi abbiano l’impudenza di spingersi fino all’emisfero australe, nelle acque territoriali limitrofe a casa sua, per perpetrare la peggiore strage di balene degli ultimi anni.

Dirigerà, novello don Chisciotte, la sua nave truce e nera come un corvo nella notte contro la flotta del sol levante. Si prepara una nuova battaglia del Pacifico, minima riedizione di ben più sanguinari scontri di oltre sessanta anni fa.

Riuscirà il nostro capitano coraggioso a impedire la mattanza? Ne dubito. Ma con un gesto così eclatante sta lanciando un segnale forte ai nuovi governanti australiani, la coalizione progressista che ha appena vinto le elezioni spodestando Howard, il locale cortigiano di Bush. Tra i punti programmatici c’era la lotta alle incursioni nipponiche a caccia di cetacei. I politici, si sa, sono tutti bravi a parlare. Specie quando si è in campagna elettorale e le promesse populiste fanno voti. Ma capitan uncino non ha pazienza. E nemmeno voglia di aspettare che si decida qualcosa, al parlamento di Canberra, quando nel frattempo le cambuse della flotta mercantile imperiale saranno già piene di sushi e sashimi di balena. Scientifico, naturalmente.

E così è salpato da Melbourne, con l’occhio benevolo dell’autentico crocodile dundee che lo accompagnava e gli augurava bene da lassù, e con il suo equipaggio di coraggiosi e pugnaci sognatori. Auguri, capitan Watson.

Australiani. L’ho sempre detto. Gente seria. Gente con le palle. E ora datemi del politicamente scorretto, se volete. Che volete farci? Lo sono. E me ne vanto pure.


Prima pubblicazione : 7 dicembre 2007

2 commenti:

  1. teseas@yahoo.it8 dicembre 2011 18:27

    Non sapevo che, per tradizione, cambiare nome a un natante portasse sfortuna.
    Ne ho conosciuto qualcuno, ribattezzato, ne seguirò (da lontano) le sorti per controllare.
    Spero invece che alla Steve Irwin porti tanta fortuna.
    Tesea

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  2. ciao Tesea,

    mi auguro che sia soprattutto una superstizione. Ma ho sentito casi in cui ribattezzare una nave ha portato conseguenze (magari del tutto fortuite) funeste.

    E auguroni alla Steve Irwin, al prode nocchiero Watson ed alla sua ciurma animalista!!

    Grazie della visita, a presto,
    HP

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