lunedì 14 maggio 2012

Prosit

Amici cultori della degustazione di un buon bicchiere di vino a tavola: preparatevi al peggio. Ho visto cose – dell’altra parte del mondo – che voi umani non potete immaginare. L’Australia sembra terra di sperimentazione. E puntualmente, dopo qualche tempo, la stessa viene esportata verso la vecchia Europa, Italia compresa.

Molti anni fa scoprii con sorpresa i tappi di silicone sul collo di alcuni buoni vini australiani, bianchi ma anche rossi. Non passò molto e, con varie farisaiche spiegazioni, tipo il sughero è sempre più raro, oppure che vuoi che sia, in fondo i bianchi son di pronta beva, anzi, pensa che bello, niente più bottiglie che san di tappo da mandare indietro sotto gli sguardi truci di camerieri a percentuale, ecco presentarsi puntuali i tappi di silicone sui nostri vini. Passi per la pronta beva: ma ogni tanto ci vuole la forza d’Ercole per stapparli, e hai sempre paura di spaccare il bordo della bottiglia o di troncarci dentro il cavatappi, mentre tiri disperato il riottoso turacciolo plastico, avvinghiato al vetro come piovra inamovibile.

In tempi più recenti ho notato con orrore che dei rossi anche di pregio, corposi Shiraz e profumati Cabernet Sauvignon delle calde e generose vallate sud-australiane venivano sigillati da... tappi a vite. Sì. Davvero. Di metallo, proprio come quelli che si usavano sulle bottiglie di vermouth tanti anni fa, quando non era stato ancora inventato quel sistema a labirinto con la pallina, contro gli abusivi rabbocchi di sottomarche in recipienti con etichette di pregio. Ora delle voci del settore (ho amici e colleghi che si occupano di macchinari per stampare le bottiglie di vetro) mi dicono che anche da noi si comincia a parlare di colli con il filetto. Ahimè. Vi garantisco che ordinare al cameriere un Barbaresco d’annata e vederselo stappare come fosse una gazzosa non fa un bell’effetto. Ma che volete farci? Sono un nostalgico, e apprezzo ancora quando il sommelier mi offre il sughero da annusare, a comprova della bontà del rubicondo contenuto.

Oggi ho avuto un’anticipazione di un presumibile squallido futuro. Già temo che, come tutte le trovate che fanno guadagnare qualche soldo in più, magari per il discutibile effetto novità, prima o poi sugli scaffali dei nostri supermercati debutterà questo nuovo modo di servire il vino. Manco fosse un integratore per maratoneti in carenza di sali. I giovani, anime facilmente influenzabili dalle pubblicità più cretine, abboccheranno a frotte. È la moda, baby.

Prosit.


6 commenti:

  1. Mi sorprende la storia dei tappi a vite perché da noi, tutti i martini, vermouth, cinzano, lambrusco e anche la sangria che ho comprato sabato sono sigillati in quel modo...

    Pensavo che i tappi di silicone fossero un'invenzione italiana perché la prima volta che li ho visti, ero in Italia ! Anch'io sono all'antica, preferisco il sughero ! l'amico italiano che mi ha servito il vino mi ha anche servito il discorso australiano....non ho detto niente, sono bene educato :-)

    Francamente, posso immaginare tutto ! perché l'ultima, il sacchetto di infusione lo trovi ovunque in Francia ! Ovviamente da noi, il "sachet" non contiene 25 cl, ma piuttosto 5 litri ! Il sacchetto è protetto da una confezione. Il tutto si chiama in buon francese : bag in box !

    Le cose più strane nel post : designare un vino secondo il vitigno, e il falso nome guascone : Valsac...la lingua guascone usa la lettera erre la posto della elle (come i giapponesi). Varsac sarebbe più autentico !

    RispondiElimina
  2. Il bag in box da 5 litri si trova ormai anche da noi, proposto da società cooperative che producono vino. Non dico nulla sulla qualità, però la confezione non è il massimo...

    RispondiElimina
  3. ciao Alex,

    grazie del commento, sono lieto di vedere che siamo in sintonia su parecchie cose anche quando il tema è l'enologia.

    Davvero curioso che in una delle patrie fondatrici della cultura vinicola, si usi l'inglese per designare un certo tipo di confezione. Vien da pensare che ci sia una punta di (giustificato) disprezzo verso un prodotto che si fa fatica a considerare un vino "serio", che quindi non merita l'uso della lingua madre ma di un idioma da gente che notoriamente di vini non capisce un'acca.

    Ciao, a presto,
    HP

    RispondiElimina
  4. ciao Pim,

    grazie della visita e del commento, forse io non sono stato abbastanza attento a seguire le nuove mode del packaging dei vini, ma trovo scandaloso che si arrivi a quello che ho visto in Australia.

    Mentre è logisticamente improbabile che uno se ne vada in giro con un cartone da 5 chili da cui tracannare vino per strada, non vedo alcun impedimento alla diffusione dell'incultura che - sacchetto alla mano - un quartino di vino possa esser bevuto praticamente ovunque. Anche guidando. E qui cominciano i guai.

    Ciao, a presto,
    HP

    RispondiElimina
  5. savinapr@tin.it17 maggio 2012 16:05

    Il vino in sacchetto (se ho capito bene) non l'ho ancora visto. Sono ferma al vino in cartone, e qualche volta ho notato, sugli scaffali dei supermercati, dei bottiglioni di bianchi o rossi con tappo a vite.
    Orrore!
    Tesea

    RispondiElimina
  6. cara Tesea,

    purtoppo hai capito bene. Sacchetti - circa - monodose, 300 ml di alcool da consumare in strada, in giro, magari perfino in macchina, come se fosse una bevanda dissetante, un'aranciata qualsiasi.

    Orrore, e terrore per le potenziali nefaste conseguenze di un così facilitato consumo di alcolici alla guida...

    Grazie della visita e del commento, a presto,
    HP

    RispondiElimina