mercoledì 8 febbraio 2012

Please be patient with me

Albergo in una città di media dimensione della Cina. Al quarto piano c’è una buona imitazione di un pub inglese. Dove una congrega di stranieri nostalgici di occidente si affaccenda in serotine attività ludiche anglosassoni, le freccette, la partita a snooker, l’esegesi del match del Chelsea in televisione, perfino – evento straordinario in Asia – un italianissimo calcio balilla affollato da starnazzanti e scoordinate fanciulle cinesi in odor di meretricio. Il tutto annaffiato da abbondanti dosi di birra irlandese alla spina, spillata con tiepida noia dal barista locale che si fuma una sigaretta e pare in trepidante attesa dell’ora di smontare.

Il bagno, a cui si è fatalmente destinati, dopo che un paio di brocche madide giacciono vuote sul tavolo, offre una sorpresa. Il solito inserviente che sta di guardia, dedicato a quei piccoli lavori da fondo scala, è invece del tutto insolito. Non l’ingrugnito garzone che talvolta maneggia una scopa di cenci di molto dubbia igiene, non il viscido attendente che, insaccato in una sgualcita e logora giubba due taglie più grande di lui, offre una salvietta umida a chi si cura di lavarsi le mani dopo aver espletato, e occhieggia con intenzione il piattino degli spiccioli, a sollecitazione di un piccolo obolo.

È un giovane festoso che mi riceve. Un sorriso innaturalmente gioviale. Pare lieto per la mia improvvisa apparizione in quel suo microcosmo olezzante non proprio di verbena. Mi indica a gesti il rubinetto e, quando mi lavo le mani, applaude fitto a mani giunte e quasi lancia dei gridolini di contentezza. Mi offre delle salviette di carta per asciugarmi. E ancora una volta si rallegra della sua utilità, annuendo e battendo le mani quando, dopo averle usate, mi indica il cesto dei rifiuti dove buttarle, che peraltro a molti cinesi deve risultare invisibile, a giudicare dal maialaio sul pavimento tutto intorno all’inane oggetto.

Solo a quel punto mi cade l’occhio su un cartello che fa stringere il cuore per il suo materiale cinismo. Please be patient with me: I am handicapped. La dice lunga sull’insensibilità – se non intolleranza – di troppa gente, in Cina. Siate pazienti con me, perché sono handicappato?? Ma stiamo scherzando??

Quell’ignominioso invito chiedeva quasi scusa ed esortava all’indulgenza per quella inopportuna, festosa presenza, in un mondo dove la gente non sa più gioire per il semplice fatto di esistere. Dove l’urgenza di arricchirsi rende indisponenti.

Quel ragazzo sprigionava una primordiale, incontaminata, irrazionale e contagiosa gioia di vivere. Quella che molti, troppi, hanno perso per strada, tutti impegnati come sono a desiderare, a ottenere, a possedere sempre di più. Esiste solo il verbo avere, laddove invece dovrebbe trovare posto anche – se non soprattutto – il verbo essere.

Fossimo in un mondo con altre scale di valori, quanti cartelli dovremmo leggere quotidianamente, che raccomandano: siate pazienti con me, sono insopportabilmente arricchito, arrogante e ignorante?


Prima pubblicazione : 23 ottobre 2007

6 commenti:

  1. E' comprensibile in una società fondata solamente sulla produttività. Ma non sopportabile, in una come la nostra (più o meno....).

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    1. Sono i piccoli segni quelli più sintomatici di una società.

      Fai bene ad aggiungere il dubbio del "più o meno" riguardo la nostra. C'è già troppa gente per i miei gusti che ragiona alla cinese.

      E la sensibilità di pochi è contrastata da una maggioranza insensibile e ottusa.

      Grazie della visita e del commento, a presto,
      HP

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  2. Non vedo il cinismo. Il cartello è un appello alla tolleranza e non sembra disturbare il ragazzo...francamente, non ho affatto la stessa lettura del cartello....ho un collega sordo che ha un cartello di questo tipo in ufficio : siate pazienzi perché sono sordo...non significa che la presenza del mio collega sia inopportuna ! significa che abbiamo dovuto fare sforzi per integrarlo (articolare, parlare più lentamente)...oggi, c'è ancora il cartello, ma non lo vediamo più...

    Alex

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  3. teseas@yahoo.it9 febbraio 2012 17:01

    In effetti non si dovrebbe dire 'habeo, ergo sum', ma 'sum, ergo habeo'.
    Tesea

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  4. Ciao Alex,

    è sempre interessante trovarsi ogni tanto in disaccordo, ma in maniera aggraziata. Io ho provato un profondo disagio leggendo quel messaggio. E l’esempio che mi citi parla di un handicap diverso, invisibile, mentre quel ragazzo a prima vista comunicava il suo stato. Ma se già informare la gente che era handicappato l’ho trovato un fatto negativo, è l’invito ad avere pazienza con lui che mi ha disturbato di più, forse perché mi ha ricordato la generale insensibilità dei cinesi.

    Grazie della visita e del commento, a presto,
    HP

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  5. ciao Tesea,

    e invece è il motto di una gran maggioranza della gente oggi...

    Grazie del commento, a presto,
    HP

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