sabato 3 marzo 2012

La piccola bottega degli orrori - 2

Ogni tanto mi capita, più per compiacenza nei confronti di altri commensali che per genuino piacere, di accettare inviti in ristoranti italiani o presunti tali. E in questi simposi, di menu raffazzonati o impregnati di castronerie ne ho letti più di qualcuno in vita mia. Ma pochi possono contendere il primato ad un locale di una nota catena di pizzerie che finge di essere italiana, in un brulicante centro commerciale di Singapore.

Mi è venuto il sospetto che il supporto linguistico tricolore sia opera di consulenti foraggiati dalla concorrenza intenzionata a danneggiare la suddetta impresa. Perché altrimenti non si spiegherebbe un tale accanimento nei confronti del nostro vocabolario.

È già poco accettabile che, sia pur con la scusa dell’incombente stagione natalizia, si propini ad un’innocente avventore una pizza decorata nel centro da una ciliegia completa di picciolo, di quelle dall’inquietante colore rosso ferrari, che ti chiedi sempre che diavolo di tinture chimiche usino per conciarle così. Ma tant’è. Puoi sempre togliercela, se proprio ti fa ribrezzo l’idea. E in fondo, se ci sono dei vicini di tavolo che si strafogano con una pizza all’ananas, che meraviglia può destare una ciliegia fosforescente?

Ancor meno tollerabile è che pretendano di pubblicare sul menu amenità e fatti curiosi sul Natale, ed informino, udite udite, che non dappertutto il vecchio barbuto che porta doni su una slitta tirata da renne volanti è conosciuto come Santa Claus, ma che per esempio in italiano si chiama (sic) Le Befana. Voltiamo pagina.

Grazie alla mania americana di abbreviare le parole per rendere tutto più veloce e più pratico, che non abbiamo mica tempo da perdere qui, ecco infine la perla che vado ad illustrare. Una pasta seminata di tocchi di pollo ed altri ingredienti che ora mi sfuggono, nella foga del succingere, trasforma il troppo lungo chicken in chic’. Si suppone che il redattore della carta fosse in vena di estrosità geografiche, vista la conclusione del suo capolavoro. Chic’… Chic’…? Come le battezzo queste linguine al pollo? Ecco l’idea! Trovato. Chiamiamole come la città americana. Chic’ cago. Proprio così, verbatim. Potessi morire. Gli ho fatto una foto perché non ci credevo. Defeco elegantemente. In pizzeria.

Il candido, ingenuo peto di pollo letto una volta in Australia è surclassato. Maledetti creativi, quando imparerete a consultare i dizionari delle lingue che violentate con i vostri cervelli bacati, per il vile profitto di qualche pizza o di qualche piatto di pasta venduti in più?


Prima pubblicazione : 2 dicembre 2007

2 commenti:

  1. teseas@yahoo.it7 marzo 2012 15:15

    Speriamo che i cuochi abbiano più professionalità dei compilatori dei menu.
    Tesea

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  2. Ciao Tesea,

    ahimè, nemmeno quelli si erano dimostrati all'altezza di un pur modesto menu...

    Grazie della visita, a presto,
    HP

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