venerdì 8 ottobre 2010

Ho fatto un sogno

Entravo in uno stadio, in compagnia di una coppia di amici, e nella folla in fila tutti avevano il biglietto. Lo si presentava ordinatamente all’ingresso, nessuno passava attraverso metal detector o griglie, borse e zaini non venivano perquisiti alla ricerca di armi e proietti, si spegnevano le sigarette e si entrava.

Perché in quello stadio, nel sogno, era vietato fumare. Anche se si era all’aperto, anche se c’era del vento, perché era un segno di rispetto, per non nuocere ai polmoni dei vicini.

C’erano bambini. Famiglie. Coppie d’età. Gruppi di amici. Ho sognato che gli adulti, ma non i minorenni, potevano comprare dei bicchieroni di plastica pieni di birra, e tutti divoravano panini enormi e ci bevevano su allegramente ma senza esagerare, e si festeggiava il ritrovarsi tra amici in attesa del match.

Ho sognato fuochi artificiali e girandole che salivano dal centro del campo, e majorettes che piroettavano, mentre sui maxischermi scorrevano delle immagini crude che spiegavano perché lì non si potesse accendere nemmeno una sigaretta, mostrando polmoni e cervelli e gole cancrenose di fumatori incalliti. Ributtante ma efficace.

Ho sognato che a un certo punto entravano i giocatori, e le due squadre facevano insieme un giro di campo, calciando a casaccio una gran quantità di palloni su per le tribune, e nessuno faceva a botte o si scapicollava giù da un parapetto per impossessarsi di tali preziose e gratuite reliquie.

Ho sognato una partita maschia ma non cattiva, dei fans appassionati ma non beceri, una squadra più forte dell’altra che vinceva ma non umiliava, né istigava la propria tifoseria alla violenza con comportamenti riprovevoli.

Ho sognato che vicino a me c’era seduta una nonna, vestita a festa, che improvvisamente al gol saltava di contentezza e si fasciava di una gloriosa sciarpa viola, senza per questo essere derisa o insultata dai tifosi avversari, che erano frammisti a quelli di casa.

Ho sognato che dicevo, ma allora esiste il calcio pulito e sicuro. Esiste la partita che vale la pena andare a vedere, perché ti trasmette dei messaggi positivi. Esiste lo stadio dove vai con gioia, sereno, senza il disagio e l’ansia di essere bersaglio di un mortaretto, una spranga, un coltello, un pisciatoio sradicato dal cesso, un motorino scaraventato giù dalla gradinata superiore.

Ho sognato che dicevo, se questo è un sogno, non svegliatemi.

Ho sognato?

No. Tutto questo è la fedele cronaca della partita tra Perth Glory e Wollongong, semifinale del torneo nazionale di calcio (loro lo chiamano soccer, a distinguerlo dal popolarissimo, velocissimo e bellissimo football australiano, per gli amici e gli estimatori semplicemente il footy), disputata pochi anni fa al Subiaco Oval di Perth. Io ero seduto lì, e quella serata non me la scorderò mai. È stata l’ultima volta che ho messo piede in uno stadio di calcio.

Ai mondiali del 2006 l’Italia ha battuto l’Australia al 90°, grazie ad un rigore rubato. Uno a zero.

Ma l’Australia batte l’Italia nella partita della civiltà. Sei a zero. E non è nemmeno una partita di tennis.

Prima pubblicazione : 1 settembre 2008

7 commenti:

  1. Scritto in occasione di una delle tante guerriglie urbane (vedi le foto) organizzate dai cosiddetti tifosi, in realtà barbari e incivili organizzati in squadracce.

    Per tutti, per rileggere e riflettere, ma con una dedica particolare a Marta che mi ha stimolato, con i suoi commenti, a ripubblicarlo.

    HP

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  2. Ciao HP,
    sono estremamente lusingata della dedica!
    Come sempre, quando leggo i tuoi racconti, vengo rapita dalle parole ed in un attimo mi ritrovo esattamente al centro della scena.
    Non so come fai ma è come sognare, le immagini si materializzano davanti a me...
    Grazie ancora per le belle emozioni, hai mai pensato di scrivere un libro?

    Ciao,
    Marta

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  3. Ciao Marta,

    grazie della visita. La dedica era doverosa. Non fosse stato per te, forse non avrei ripescato questo sogno ad occhi aperti.

    E grazie per le tue belle parole. Non sum dignus, sed accipio.

    A presto,
    HP

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  4. teseas@yahoo.it9 ottobre 2010 16:44

    Credo, tanti anni fa, di aver assistito in uno stadio a qualcosa che assomiglia a quanto hai descritto. Era senz'altro così, altrimenti mio Padre non avrebbe portato una bambina a una partita, per quanto quella insistesse per vederne una dal vivo.
    Ma appunto, sono passati tanti anni...
    Tesea

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  5. Ciao Tesea,

    ben ritrovata! Devono essere passati tanti anni, perchè di recente nemmeno le amichevoli sono indenni da violenza e stupidità...

    Ti ritrovo e so che sei l'amica di sempre. Un piccolo dettaglio che mi ha emozionato: "mio Padre" scritto maiuscolo, come non usa più. Forse ci sarà chi lo trova antiquato, ridicolo. Roba deamicisiana. Ma per gente come noi ha un significato.

    Un abbraccio, a presto,
    HP

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  6. teseas@yahoo.it11 ottobre 2010 22:07

    Caro HP,
    Sì, tempo ne è passato parecchio.
    Vero: scrivo 'mio Padre' con la maiuscola, ma in compenso attualmente 'presidente' lo scrivo minuscolo.
    Per leggerti ci sono sempre, anche se a volte con molto ritardo.
    Ciao
    Tesea

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  7. Ciao Tesea,

    il ritardo non importa. A volte mi piacciono di più i commenti ai post vecchi. Perchè mi raccontano di qualcuno che si è preso la briga di andare indietro, che non si è fermato alla pagina di oggi. Che ha sfogliato le mie pagine, andando oltre la copertina.

    E poi i tuoi commenti sono sempre benvenuti, lo sai.

    Grazie della replica, a presto,
    HP

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