giovedì 28 ottobre 2010

Il paradiso non può attendere

I miei primissimi lettori ricorderanno questa immagine. L’avevo scelta come icona di asiaticità, per dare un’immediato e inconfondibile taglio orientale al mio blog. In occasione dei due anni di attività di Homing Pigeon, voglio fare un salto indietro nel tempo, pubblicando il reportage sul viaggio che scatenò la mia voglia di raccontare sulla rete.

E nel contempo, visto che siamo in vena di outing, spiegare che io sono un italiano davvero atipico. Non solo le sorti calcistiche dell’Italia mi lasciano alquanto indifferente, e non vado alla disperata ricerca del ristorante italiano anche se sono sperso nel Giappone agreste o nell’ovest del Borneo. C’è un fatto ancora più grave, che fa trasalire stranieri e conterranei: non bevo caffè!

Non ci si fa un’idea di che drammi umani scoppino al terzo giorno di viaggio di un gruppo di turisti italiani in giro per l’Asia. Dopo aver inutilmente provato le brosce allungate delle varie catene di caffetterie americane, aver pregato invano baristi indifferenti di bloccare salvificamente l’erogazione dell’acqua nella tazzina prima di vedersi ammannire una cuccuma traboccante un liquido nerastro e totalmente privo di corposa crema ecrù, si dedicano a lamentazioni sull’impossibilità di bere un buon caffè fuori dai patri confini, sognando con bramosia il momento stesso in cui rimetteranno piede nel primo aeroporto italiano e potranno finalmente appagare il loro desiderio frustrato. I baristi di Caselle, Malpensa e Fiumicino dovrebbero esser milionari, a giudicare dal numero di caffè che si suppone vendano a turisti di rientro in crisi di astinenza.

Io sono un bevitore di tè. Ma non quello nelle bustine, che non considero neppure tale. Parlo proprio del tè in foglia, da preparare secondo regole e riti maturati in migliaia di anni di studio e di cultura. E bevi oggi e bevi domani, il piacere si è trasformato in passione. Ma questo non vuole diventare un trattato sul tè. Non ne avrei le capacità. E comunque richiederebbe anni, per affrontare il tema seriamente. Vuole essere piuttosto il racconto del percorso che mi ha portato in uno dei luoghi più incantevoli del pianeta. Inusitatamente, in Cina.

Il primo approccio con le collinose terrazze di tè l’ho avuto molti anni fa in Malaysia, dove gli inglesi nel milleottocento avevano trovato il clima adatto per coltivare l’arbusto necessario a soddisfare il proprio quotidiano bisogno delle cinque. Poi in Cina ho visitato i campi del tè verde più pregiato, il Long Jing, coltivato sui declivi attorno al grande lago occidentale di Hangzhou, ed essiccato ancora con artigianali metodi manuali. Come per l’apprendimento a scuola, occorre bere – e cercare di capire – il tè per gradi. E quando si arriva ad apprezzare il Pu Er, tè nero cinese, forte e salutarissimo, per assaporarne appieno non solo il gusto ma la cultura secolare, bisogna viaggiare verso la sua terra natia, lo Yunnan.

Provincia dolcissima, detta dell’eterna primavera per quel clima stabile, tiepido, accogliente, che favorisce la coltivazione del generoso arbusto. Da Kunming, capitale provinciale, occorrono alcune ore di auto per raggiungere la cittadina che dà il nome a questo tè: Pu Er. Ma vale il viaggio.

Questo è un racconto a puntate. Domani troverete la seconda parte. Un'occasione per scoprire se ci sono altri appassionati di tè che mi leggono.

Prima pubblicazione : 31 maggio 2009

5 commenti:

  1. Ripropongo oggi un racconto in quattro parti, scritto per celebrare i due anni del mio primo blog.

    Un viaggio che mi piace ancora condividere con gli amici lettori,

    HP

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  2. C'è un complotto contro i turisti italiani ! Mentre gli asiatici bevono il tè all'italiana, gli italiani sono costretti a bere il caffè all'americana.
    Non sei tanto atipico ! Non c'è grande differenza tra un "bevitore" di tè asiatico e un bevitore di caffè italiano.
    La prova ?
    Ho tradotto due righe di un libro di Soseki : guanciale d'erba.
    L'autore è invitato a bere un tè 玉露 (gyokuro)..."La gente comune crede che il té sia da bere, ma è un errore. Quando la goccia si pone sulla punta della lingua e che l'elemento puro si sparge nelle quattro direzioni. Non c'è praticamente più liquido che possa scendere dalla gola. E soltanto un delizioso profumo che si instrada verso lo stomaco dall'esofago...."
    Alex

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  3. ciao Alex,

    bella l'estremizzazione giapponese. Non tutti sono così raffinati nell'apprezzamento del tè. Del resto citi il gyokuro, che è il principino - delicato e sensibile - tra i tè verdi giapponesi. La prima volta che ho provato a comprarne una confezione in un negozio vicino a Osaka, la signora non voleva vendermelo. Spiegando al mio inseparabile anfitrione e maestro di cultura giapponese che tanto era inutile vendere un tè tanto difficile a un gaijin: roba sprecata. Nonostante le iniziali reticenze, fu poi convinta del fatto che non ero del tutto inacculturato e che forse non sarebbe stato interamente sprecato...

    E che dire del matcha 抹茶, la finissima polvere di tè verde usata nelle cerimonie? Il Chado dedica interi capitoli alla trattazione dell'ambiente e dei suoi arredi, del modo di servire, dell'accompagnamento, della gestualità (varianti al mutare delle stagioni) durante la cerimonia del tè. Perfino poesie differenti da declamare mentre il rito si compie...

    Minuzie che solo un giapponese sa apprezzare ed amare.

    Grazie della visita e del commento. Ti aspetto per le puntate successive del viaggio!

    HP

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  4. teseas@yahoo.it1 novembre 2010 18:28

    Da italiana atipica non apprezzo il caffè, e sono piuttosto 'tea addict'. Sono molto interessata alle altre puntate per approfondire l'argomento.
    Tesea

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  5. Ciao Tesea,

    benvenuta nel club del tè. Spero che tu abbia già letto tutto il racconto, visto che ho pubblicato fino alla quarta e ultima puntata. E per passare ad ogni puntata successiva, basta cliccare in fondo, sulla scritta bianca sottolineata.

    Mi dirai, spero, se ti son piaciute anche le altre. Grazie della visita, a presto,
    HP

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