mercoledì 13 ottobre 2010

OCD

Una sigla ricorrente sulla bocca di tanti, in questi ultimi tempi, è OCD. Per esteso, Obsessive Compulsive Disorder. In italiano, la sindrome ossessivo-compulsiva, malattia psicosomatica del momento.

Ogni epoca recente ha avuto il suo disturbo di moda, che non ho mai capito se ci sarebbe stato lo stesso in tale misura, se le riviste da spiaggia avessero evitato, per vendere qualche copia in più, di fare un tale cancan in proposito, al punto da renderlo quasi trendy. L’anoressia affonda le radici negli anni sessanta, resa pubblica ed esibita ai flash dei fotografi da modelle alla Twiggy secche e allampanate come l’ombra della sera etrusca, vere e proprie radiografie ambulanti. Poi è stata la volta della bulimia, faccia opposta della stessa medaglia, disordine alimentare che porta a ingozzarsi compulsivamente di cibo per poi sentirsi in colpa e vomitarlo, trasformando il proprio esofago in un permanente, indaffarato ascensore da cibo. Discesa e risalita. L’anoressico rifiuta gli alimenti, talvolta fino alla morte. Il bulimico ne abusa. Testimonial d’eccezione una bulimica che da morta fa immagine ancor più che da viva: lady di.

I semi delle disfunzioni alimentari germogliano in presenza di squilibri mentali causati da traumi infantili o da una vita psicologicamente insoddisfacente. Vere e proprie malattie, da curare non solo sul lettino dello psicologo, hanno fatto la fortuna delle case farmaceutiche, che hanno inondato il mercato di Prozac e di suoi assimilati.

Oggi abbiamo i soliti opinionisti che disquisiscono a destra e a manca di OCD. Sindrome molto democratica, al contrario delle altre che avevano delle categorie a rischio dove solevano colpire, le indossatrici, gli istruttori da palestra, i culturisti pompati di steroidi che nemmeno i cavalli dopati, tutta gente che basa il proprio business (e spesso la propria stessa esistenza) sull’aspetto fisico, sul corpo perfetto, secondo i canoni plicometrici in voga. Botticelli e Tiziano si sentono sghignazzare nelle tombe.

L’OCD invece offre un’opportunità a tutti. Basta leggere l’imponente casistica di comportamenti che, se riscontrati anche in forma blanda nel soggetto, fanno temere, quando non già diagnosticare, qualche grado della malattia.

Contate sempre gli scalini quando salite o scendete le scale? Vi toccate la punta del naso o vi urge palpare il corno scacciaguai quando vedete un gatto nero? Conservate ogni cianfrusaglia a costo di dover uscire da casa voi? Il vostro vicino di carrello al supermercato è troppo lento e dovete per forza sorpassarlo? Bevete il caffè solo con la mano sinistra per paura dei germi, secondo la logica che la maggior parte della gente impugna la tazzina con la destra, e quindi più labbra la toccano dalla parte opposta? Vi mandano in bestia il pane sottosopra in tavola, il coltello apparecchiato con la lama in fuori, la frutta servita prima del dolce e non viceversa? Quando vedete un quadro appeso storto non riuscite a trattenervi e dovete a tutti i costi raddrizzarlo? Controllate tre volte il gas tutte le notti prima di andare a dormire? Non vi addormentate se non sapete di avere un bicchier d’acqua pronto sul comodino? Fate dieci giri dell’isolato perché volete parcheggiare nel vostro solito buco che qualche impertinente ha osato occupare? E potrei continuare per ore.

Molto probabilmente non lo sapete, ma è ora di andare dallo strizza, a farsi dare una sintonizzata alle valvole del cervello, prima che se ne bruci una e buonanotte ai suonatori.

Non si fraintenda il mio tono semiserio. Con questo non voglio dire che gli psicologi si inventino il lavoro. Ho massimo rispetto e stima, per avere visto in persone vicine a me dei risultati insperati, dei tanti seri professionisti del lettino – absit iniuria verbo – che curano con competenza, capacità e sensibilità umana degli autentici malati di patologie psicosomatiche.

Da dilettante osservatore del mio prossimo, sono affascinato e attratto dalle mille sfaccettature della psiche umana e dai tanti insondabili risvolti che mostra. Ammiro la maestria degli psicologi, veri chirurghi senza bisturi, che sezionano il cervello del paziente senza anestesia (salvo i casi più gravi, dove l’ipnosi aiuta), ne estraggono il marcio in forma di traumi pregressi, spesso difficili da raggiungere perché rimossi per autodifesa e nascosti nel subconscio, e poi rimettono a posto il tutto, restituendo il paziente ad una esistenza migliore.

Precisato ciò, credo che occorra un minimo di prudenza da parte di chi fa informazione nell’additare come potenziali soggetti da curare degli individui totalmente sani, che magari manifestano solo qualche piccolo innocuo ticchio.

Se no, generalizzando così tanto la gamma dei sintomi e gabellando ogni ghiribizzo per una malattia, alla fine si scopre che, chi più chi meno, siamo tutti malati. E se siamo tutti malati, questa è la normalità. E se nessuno è sano, mancando il termine di paragone, allora per assurdo più nessuno è malato. Perché la sanità non solo è l’anormalità, ma non esiste nemmeno.

Ora ditemi cosa state pensando: secondo voi devo fare una capatina dallo strizza anch’io?

Dicono che una risata sia la miglior cura per certe malattie. Per questo chiudo con una raffinata scheggia di humour all’inglese. Un paziente si presenta dallo psicologo. Dottore, dottore, soffro di CDO. E che cosa sarebbe questo CDO?, chiede il medico. L’obsessive compulsive disorder, dottore, solo con le lettere disposte nel giusto ordine alfabetico, così come deve essere!!

Prima pubblicazione : 19 novembre 2007

5 commenti:

  1. Leggere la recensione di Irene sul libro di Gian Contardo, compagno di avventura sul blog di La Stampa, mi ha fatto venir voglia di ripubblicare un pezzo che parla, tra il serio e il faceto, di psicologi e di malattie psicosomatiche moderne. OCD: dedicato a Gian, con tanti sentiti auguri per il suo Psicodramma a Verolengo. E se volete saperne di più, passate da Irene:

    http://spagnuoloirene.blog.lastampa.it/irene_spagnuolo_/2010/10/psicodramma-a-verolengo-di-gian-contardo-colombari.html

    HP

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  2. Ciao HP,
    oddio, ho ben 2 sintomi di quelli descritti, sarà grave??
    "Conservate ogni cianfrusaglia a costo di dover uscire da casa voi?
    Vi mandano in bestia il pane sottosopra in tavola, il coltello apparecchiato con la lama in fuori"
    Credo che stasera correrò dal primo strizzacervelli che trovo!!!

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  3. ciao Marta,

    consolati, se non altro sei in buona compagnia. Tra tutti gli esempi citati ce n'è qualcuno autobiografico (ma non dirò quali...).

    I due che citi, ad esempio, sono tratti dal mio vivere quotidiano.

    Non correre dallo strizza solo per queste cosette. Goditi la vita, anche se ingombra di cianfrusaglie e con qualche pezzo di pane rigirato... Pensiamo a quelli che si accontenterebbero di averlo anche sottosopra, un tozzo di pane...

    Grazie della visita e del commento, a presto,
    HP

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  4. teseas@yahoo.it8 dicembre 2010 18:46

    Controllare ripetutamente la chiavetta del gas prima di uscire o coricarmi è il mio principale OCD.
    Il gatto nero, no. Quello, come hanno capito e proclamato gli Inglesi, porta buono.
    Lasciate che i gatti neri vengano a me...
    Tesea

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  5. ciao Tesea,

    vedo con piacere che continui a saltellare tra i vecchi racconti. E ogni tanto ne recensisci uno con i tuoi commenti.

    Controllare il gas secondo me non è da OCD. Anzi. Meglio essere ben sicuri. Come dicono gli inglesi, better safe than sorry.

    I gatti neri no, concordo. Anche se c'è gente che li teme, a cui fanno impressione, e certi li considerano sinomino di disgrazie... Povere bestiole!!

    Grazie della visita, a presto,
    HP

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