venerdì 14 gennaio 2011

Eccitante

Sei in Giappone? Prima o poi si sa che – statisticamente – ti capiterà. Si sentono citare frequenze strabilianti, per noi. Un terremoto al giorno. Scosse avvertite, per la massima parte, solo dai sensibili strumenti sismici. E così, quando ne arriva uno vero, forte, da sentire, uno di quelli che fa danni, non sei preparato a intuire che è lui.

E lui arriva mentre sono in una fabbrica. Un rumore crescente, un brusio che si fa tuono, le campate metalliche del capannone che cominciano a vibrare ritmicamente, più veloce, sempre più veloce. Sorpreso, interrogo i locali, come a dire: cosa è, un’altra diavoleria come il suono del big ben che scandisce gli intervalli di pausa, o la musichetta – sempre uguale, sempre quella, da bambini delle elementari alla tomba – che accompagna gli esercizi ginnici obbligatori delle otto di mattina, tutte le dannate mattine? O gli insopportabili carillon dei muletti, che suonano in un modo quando vanno a marcia indietro, in un altro quando avanzano, e perfino se alzano o abbassano un carico c’è un apposito accompagnamento sonoro...

No. Questa volta il concerto non è organizzato dall’uomo. È la natura che si fa sentire. Alla mia ingenua domanda, le mani dei giapponesi ondeggiando spiegano. Avverto in loro il timore addirittura di evocarla, quella parola. Terremoto.

Provo ad ascoltare il mio corpo. Cosa mi comunica, cosa percepisco nelle gambe, nella testa. Nelle viscere. Penso alla sensibilità istintiva degli animali, i cani che latrano, i cavalli che nervosi nitriscono, ad annunciare l’evento. Ma il mio corpo non mi trasmette nulla. Perché? Mi concentro, ne ho tutto il tempo, appoggio le mani per terra, a tentare di avvertire meglio il tremore del pavimento.

Macché. Che rabbia. Troppo bravi anche in questo. Non fosse stato per quelle putrelle di acciaio che vibravano come enormi tasti di xilofono suonati dalla forza della Terra, non mi sarei accorto di nulla. Ma un canto di Ulissidi sirene metalliche mi ha stregato, e tenuto lì a dispetto di ogni logica, di ogni istinto, che mi avrebbe dovuto spingere a scappare ed a cercare rifugio all’aria aperta. Eppure. Ero tranquillo. Tutti, lì, erano tranquilli, mentre accadeva. Cemento a prova di sisma. Pareti che non si muovono. Imponenti colonne e spessi pavimenti progettati per resistere agli shock tellurici.

Tutto dura un tempo che è difficile da quantificare. Le travi continuano ad oscillare, ma non risuonano più. Come le campane che continuano, mute, a dondolare, ben oltre lo sforzo del campanaro. Arrivano le prime informazioni. Allora so quanto è durato. Due minuti e mezzo. Un nulla. O un’eternità.

È passato. I giapponesi, battendosi vigorose manate sul corpo, come quando ti rialzi da una caduta nella neve fresca, dicono: eccitante.

Allora capisco. Forse ci vuole proprio un terremoto per eccitare un popolo programmato per nascondere, reprimere, cancellare dalla faccia – e da molto più dentro – ogni emozione, ogni sentimento, ogni eccitazione.

La Terra in fondo è giusta. Unicuique suum.

Prima pubblicazione : 22 giugno 2007

4 commenti:

  1. Ricordo il terremoto in Friuli del '76, le scosse furono percepite pure a Torino: esperienza tutt'altro che eccitante. E poi qualche altra nel tempo, l'ultima, brevissima, un paio d'anni fa (mi pare): anche in quei casi attimi di tensione. Credo che conviverci, come fanno gli abitanti del Far East, crei una sorta di assuefazione. E poi loro hanno strutture antisismiche all'avanguardia. A noi, invece, basta poco per scatenare una tragedia (vedi L'Aquila).

    Buona giornata, ciao.
    Pim

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  2. Ciao Pim,

    ricordo bene il terremoto del Friuli. Non solo nei servizi televisivi, ma soprattutto nei racconti di una persona che avevo conosciuto in montagna, a Cesana, che - da militare - aveva portato soccorso in quei giorni bui alla fiera gente friulana.

    Credo anch'io che convivere con le continue scosse crei un'assuefazione. Ma penso aiuti il sapere che la loro tecnologia - nella maggior parte dei casi - previene disastri e perdite di vite umane. Giappone e Taiwan sono, forzatamente, all'avanguardia. Non altrettanto si può dire, purtroppo, della nostra Italia.

    Grazie della visita e del commento, a presto,
    HP

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  3. teseas@yahoo.it15 gennaio 2011 21:25

    Le tue parole, ad alto potere evocativo, mi hanno riportata alla mia più traumatica esperienza da terremoto (settembre 1968?), a Lima, ai piani alti di un grattacielo sull'Avenida Wilson, fortunatamente per me indenne dalle devastazioni abbattutesi su altre parti ed altri edifici della città.
    E ora qui vogliono costruire il ponte sullo Stretto di Messina? Ma lo sanno che è zonA SISMICA? Saranno in grado di adottare strutture altrettanto resistenti come in Giappone?
    Tesea

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  4. ciao Tesea,

    scusa il ritardo. Con il viaggio mi ero perso il tuo commento. Deve essere stata un'esperienza davvero traumatica...

    Purtroppo gran parte dell'Italia e' zona sismica. Quello che manca da noi e' la conoscenza e l'applicazione delle tecnologie antisismiche nella costruzione degli edifici e delle opere pubbliche. Se a questo si aggiunge la tendenza ad interessarsi piu' del proprio tornaconto piuttosto che del bene comune, eccoti data la risposta alla tua domanda (retorica?).

    Grazie del commento, a presto,
    HP

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