giovedì 6 gennaio 2011

Qualcuno volò sul nido del piccione

La carne è tentatrice. Con questo titolo, che a suo tempo vide il record di visitatori, voglio accommiatarmi dal mio primo blog. Da oggi Homing Pigeon su La Stampa, dopo tre anni e mezzo di vita, non è più visibile. Abbiamo viaggiato un po’ per il mondo, insieme con i miei lettori. Da buona allegoria della vita, internet fa conoscere e fa perdere di vista. Crea amici e conoscenti. E come nella vita, tutto ha un principio e una fine. Oggi finisce l’avventura del primo piccione viaggiatore. Forse dovrei essere triste o nostalgico. Invece sono contento di salutare per l’ultima volta la copertina del mio vecchio contenitore di idee. Sono stato bene, lì. Ho raccontato molto, e trovato chi mi ascoltava e mi parlava di sé. Non ho rimpianti, se non per gli amici persi per strada. Le storie sono salve, e lentamente travaserò qua quei pezzi che riterrò capaci di superare la prova del tempo: se si possono leggere a distanza di un anno o due, senza perdere interesse o efficacia, vale la pena ripubblicarli.

E dato che tra le mie battaglie animaliste il gruppo Sea Shepherd occupa un posto speciale, ripropongo un racconto tuttora di attualità, perché la dura lotta del capitano Watson e della sua ciurma contro la flotta baleniera giapponese continua, anno dopo anno, per impedire una strage insensata e illegale – sebbene i giochi politico-economici abbiano trovato l’ipocrita scappatoia della ricerca scientifica per cercare di giustificare l’uccisione di oltre mille balene all’anno.

La carne è tentatrice

Torna alla ribalta Paul Watson. Sì, sempre lui, con le sue impossibili e visionarie battaglie contro la flotta baleniera imperiale.

Che cosa ha combinato questa volta il prode capitano? Nulla di speciale, se non rimediare un’altra spallata contro la Bob Barker, una delle sue navi, da parte della Yushin Maru 3, arpionatrice di cetacei. Perlomeno battaglia ad armi pari, equilibrata, murata contro murata, e non quell’intervento a gamba tesa in area di rigore che ha affondato il piccolo trimarano Ady Gil un mesetto fa.

Ma questi, a bordo lo sanno tutti, sono i rischi del mestiere. Paul si è guadagnato una intervista a piena pagina sul giornale Japan Times, che si fregia del celebrativo (e forse perfino vero) slogan: né timori né favori. Come a dire, raccontiamo quello che ci pare, non quello che ci vien chiesto (o ordinato) di scrivere. Strano, specie in un paese di conformismo esasperato come il Giappone. Eppure. Quel lungo articolo somiglia molto al marziale gesto di rendere onore a un nemico valoroso. Paul si racconta, dicendo chiaro e senza peli sulla lingua quello che pensa. Sa che i giapponesi sono insensibili al grido di dolore animalista. Oh, povere balene! non funziona. Occorre colpirli dove fa loro male. Al portafoglio. Ostacolare, impedire la pesca significa fare chiudere in passivo massicce spedizioni stagionali, dai costi impressionanti. Sono cinque anni che ci prova. Per quanto tempo ancora si potrà permettere, la flottiglia nipponica, di navigare in rosso?

O capitano mio capitano, eterno ottimista, ecco una risposta che non ti piacerà: forse parecchio. Perché le missioni di ricerca scientifica sui cetacei sono finanziate con il denaro pubblico. Le tasse pagate dai lavoratori giapponesi tornano utili anche per ammazzare un migliaio di balene all’anno. Scientificamente, si capisce.

E qui viene il bello. Greenpeace, organizzazione invisa a Paul Watson, che probabilmente la considera una combriccola di fighetti politicizzati, capaci essenzialmente di fare gli ecologisti dal salotto di casa propria, ha due suoi aderenti giapponesi in carcere, in attesa del giudizio di un processo che comincia proprio oggi, 15 febbraio. Che cosa hanno combinato di così grave i signori Sato e Suzuki?

Alla ricerca di tracce comprovanti la loro teoria, ad aprile 2008 si sono introdotti nel deposito di uno spedizioniere di Aomori ed hanno sottratto, come prova, non per sbafarselo intinto nella salsa di soia col lacrimogeno wasabi, un trancio da 23 chili di carne di balena, ivi contrabbandato da un membro dell’equipaggio della nave baleniera Nisshin Maru. Tale pregiato reperto, frutto di meticolose e disinteressate ricerche degli scienziati giapponesi, sarebbe stato rivenduto per lauto profitto sul mercato della carne di cetaceo. E questo, sostengono Sato e Suzuki, si chiama traffico illecito di materiale scientifico, oltretutto procurato con i soldi pubblici dei pagatori di tasse giapponesi.

Ma un giudice, si suppone dal palato sensibile al sashimi di balena, ha decretato che ognuno in Giappone è libero di esprimere la propria opinione, ma non di commettere dei reati nel processo di farlo. Per cui ora i due malandrini ecologisti, accusati di furto e violazione di domicilio, se riconosciuti colpevoli, rischiano fino a dieci anni di carcere.

Cari Sato e Suzuki, avete capito perché Paul Watson, pur rischiando la propria pelle e quella dei suoi seguaci, va alla radice del problema?

Perché lo sanno tutti che la storia della ricerca scientifica è una buffonata. Che non si ammazzano mille balene all’anno per studiare la loro salute e le loro abitudini. Che di tutta quella carne viene fatto mercimonio, ed il lucro è il motore trainante delle spedizioni antartiche della flotta mercantile nipponica. Che l’unica forma di amore che pescatori ed avventori giapponesi provano nei confronti dei cetacei, è quello eucaristico che li spinge ad ucciderli per cibarsene. E per dimostrare questa evidente serie di verità, proprio in questo momento c’è chi sta rischiando la galera, e nemmeno poca.

Allora è meglio prevenire, che arrivare al sodo quando la povera bestia è già stata trasformata in tranci. Vai avanti così, capitan Paul. Le balene – ancora una volta – ringraziano.

Prima pubblicazione : 15 febbraio 2010

6 commenti:

  1. Ciao HP. Siamo sperduti nel deserto ma ci stiamo lentamente ritrovando. Ecco il mio indirzzo:

    http://dragor.typepad.com/journal_intime/#tp

    Vuoi scommettere che, se avessero saputo che si trattava di balene, avrebbero cliccato solo 2 gatti? Ma pensavano a un altro tipo di carne :-
    Per fortuna, altrimenti avrebbero perso uno splendido post.

    A presto

    dragor (journal intime)

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  2. Benritrovato HP. Pensavo anch'io di ripubblicare vecchi pezzi, magari rivisti e corretti. D'altra parte è la tecnica che usano abitualmente i giornalisti (anche quelli bravi: non si può dire sempre qualcosa di nuovo su qualunque cosa).
    Il tuo pezzo meritava.
    Buona giornata, a presto.
    Pim

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  3. Ciao Dragor,

    grazie del nuovo indirizzo. Ho già aggiornato il tuo link qui accanto, ed anche quelli degli altri amici esuli di La Stampa. Tutti.

    Di sicuro molti hanno pensato che di carne muliebre si doveva trattare, e non di cetaceo. Questo spiega l'inusuale afflusso!

    Un abbraccio, a presto,
    HP

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  4. Ciao Pim,

    grazie della visita e del commento. Inserire dei pezzi vecchi ogni tanto fa bene. Come hai scritto tu in un bellissimo post, non sempre l'ispirazione è lì pronta, a volte i racconti semplicemente non escono. E allora perchè non riproporre qualcosa che ci era piaciuto scrivere?

    Buona giornata a te, a presto,
    HP

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  5. teseas@yahoo.it8 gennaio 2011 18:14

    Ringrazio anch'io.
    Ma perchè non si muovono gli organi istituzionali internazionali? In fondo le balene sono di tutti. Non devono rischiare l'estinzione.
    Tesea

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  6. ciao Tesea,

    forse perchè sono troppo impegnati su altri fronti (se vogliamo essere generosi), o magari perchè l'IWC soffre della sindrome da corruzione, applicata efficacemente dal Giappone per convincere stati e staterelli membri a votare la perpetuazione della buffonesca "eccezione" della ricerca scientifica, che consente tuttora di cacciare balene. La cosa più insultante è che nominalmente sarebbe proibito cacciarle, ma in realtà con la scusa della ricerca (ben stampata sulle murate delle navi nipponiche) loro continuano a fare i propri comodi.

    Gli unici disturbatori di questo ridicolo stato di cose sono quelli della Sea Shepherd.

    Grazie della visita e del commento, a presto,
    HP

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