lunedì 4 aprile 2011

Ricordo di Ettore

Sono passati sette anni da quella domenica delle Palme del 2004, quando don Ettore Rollè se ne è andato. Per scelta e non per caso. Smorzato dal tempo il dolore, ma non il rimpianto, oggi ti voglio ricordare con il racconto che ti avevo dedicato appena saputo della tua scomparsa. Requiescat in pace.

Coraggio estremo

Un sacerdote che si ammazza. La Chiesa sotto choc. Ma non un prete qualsiasi. Originale fino in fondo. Don Ettore, te ne vai da protagonista. Una pagina intera sulla Stampa e su Repubblica, a parlare di te, di un gesto tanto più inaspettato proprio perché compiuto da un prete.

Sei passato nella mia vita, brevemente ma intensamente. Un prete singolare. Ti ricordo, ed ero poco più che ventenne, insegnante di religione a scuola. Eri giovane, ordinato da pochi anni. Davi del tu a tutti, indistintamente. Avevi un sorriso per ognuno. Ricordo le tue risate contagiose, i tuoi occhi allegri. Eri talmente strano e inconsueto da rendere naturale lo sceglierti per celebrare il mio matrimonio. Eri sempre pronto a sdrammatizzare, a offrire un sorriso agli altri.

Di tanti momenti, un ricordo su tutti. Durante una chiacchierata che avevi scelto di fare con noi nubendi, al posto dei soliti ufficiali ma tediosi corsi per fidanzati, ci stavi spiegando come si sarebbe svolta la cerimonia. E con finta solennità recitavi le formule del rito: … prendi la qui presente come tua sposa, e prometti di amarla, onorarla ed esserle fedele fino alla prima occasione … Serio. Geniale. Aspettavi una reazione. E allora. La nostra risata, spontanea, da dentro, quasi fino alle lacrime.

Tu eri così, Ettore. Ecco perché eri speciale. Perché sapevi fare – e bene – il tuo mestiere di prete e di insegnante. Eri orgoglioso della tua duplice missione. Ma non dimenticavi mai di regalare una risata, la miglior cura per il corpo e per l’anima.

Oggi, passati tanti anni da quei ricordi ancora vivi dentro di me, ho letto sul giornale che il diabete ti aveva minato, e che hai scelto di andartene senza aspettare che la malattia ti portasse via. Con grande choc e dolore della Chiesa, che non ammette il suicidio, e men che meno di un prete. Ma con un dolore infinitamente più grande, in chi ti ha conosciuto, apprezzato, stimato ed amato.

La tua ultima provocazione, il tuo gesto di coraggio estremo, stanno a testimonianza di quanto fossi differente. Di quanto fossi speciale. Mi mancherai. Addio, Ettore.

Prima pubblicazione : 4 aprile 2008

2 commenti:

  1. teseas@yahoo.it10 aprile 2011 14:40

    Perdere un amico è sempre doloroso, anche nel tempo.
    Specialmente se è un amico speciale
    Tesea

    RispondiElimina
  2. Hai ragione, Tesea. Ed è per questo che ho scritto, ed ho ripubblicato questo vecchio racconto. Perchè neppure una fotografia me lo potrebbe far sentire più vicino. Ed ogni tanto fa bene ripensare agli amici persi.

    Grazie della visita e del commento, a presto,
    HP

    RispondiElimina